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Full text of "La commedia di Dante Allighieri: raffermata nel testo giusta la ragione e l ..."

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DANTI SPIEGATO CON DANTE. 



LA DIVINA COMMEDIA 



SATVEBMATA XSI. TESTO. 






// '"' 



^ -■>.•.■'.-. . v'*.- /.: »,. /i^^ 



PropritU d*fli Editori. 



LA COMMEDIA 



DI 



DANTE ALLIGHIERI 



KArnRMATA HEL TSS10 
«IWTA Là HAeiORB E L'ABTC DELI* AOTOHB 



M 



QUMBAniSTA 6IULIANI. 




FIRENZE. 
SUCCESSORI LB MONNISR. 

ISSO. 



AL VENESATI8SIHO AMICX) 

ANDREA MAFFEI 

SPLENDIDO ONOBE 

DELLA POESIA E GENTILEZZA ITALIANA 

DEDICO 

QT7E8TA SINOEBA EDIZIONE DI DANTE 

PEB TIVA HEMOBIA DEL MIO AFFETTO 

OHE ASPISA AD ETEBNABSI IN DIO. 

GIAMBATTISTA CICLI ANI. 

Piranxa, il 22 del Dioambre 1879. 



PREFAZIONE. 



" Benz' uao non fermai p««o di drsmniA. . 



Il maggior Testo della nostra 
Lingua e Letteratura ci pervenne 
cosi guasto e scorretto che , a volerlo 
ridurre all' originalità primitiva , sa- 
rebbe impresa oggimai disperata. I 
Godici molti, che ne rimangono in* 
Ieri in parte, hanno in sé delle 
grandi variazioni, facilmente discer- 
nibili, ove pur qua e là si raffron- 
tino a uno di essi , tolto ad esempio 
comune. Sopra che, quanto sono più 
antichi e scritti con più diligenza e 
regolarità di carattere, tanto meno 
appariscono autorevoli, atteso l'igno- 
ranza la sbadataggine degli ama- 



vili PREFAZIONE. 

nuensì. Costoro poi, se già non se- 
guono costanti le imperfezioni e la 
pronunzia del proprio dialetto, non 
di rado inconsapevoli vi si con- 
formano, trasmutando eziandio a 
capriccio vocaboli e frasi ben legitti- 
me e certe. Né il danno cessa, allor- 
ché in alcuno dei Manoscritti si vede 
trascorsa la pernia d'improvvidi Let- 
terati^ mal disposti o impazienti ad 
apprendere e stimare per giusta ma- 
niera le parole del savio Autore. 

Puranco difettose ed errate mo- 
stransi le prime Stampe della Di- 
vina Commedia^ quelle, vo'dire, 
di Foligno , di Jesi , di Mantova e di 
Napoli, non escluse le altre poste- 
riori, e si a ragione celebrate, di 
Vindelino da Spira e di Martino 
Paolo Nidobeato. Le quali tutte si 
posson riguardare per semplici tra- 
scrizioni di Godici, com*ò l'Edizio- 
ne Aldina del 1502, derivata infatti 



PABFASiONK. IX 

dai prezioso Codice Vaticano 3199, 
che il Cardinal Bembo si diede cura 
di copiare, dacché gli parve di ri- 
conoscervi 1* accorta mano del Boc- 
caccio. Intorno a cotale Edizione 
s'adoperarono in appresso concordi 
gli Accademici della Crusca per 
correggerla a buon modo, e rifor* 
marne V ortografìa con più larghe e 
stabili norme* Al nobile intendi- 
mento que' Valentuomini corrispo- 
sero efCcacemente, mediante 1* ac- 
curato esame d'un centinajo di 
Godici; tanto che nel 1595 basta- 
rono a presentarci la Divina Com- 
media, assai migliore nel Testo, e 
degna perciò di porgere nuovo fon* 
damento alla Volgata, e più sicuro. 
Nondimeno bisogna pur confessare, 
che lasciaron correre parecchie e 
gravi mende, che forse avrebbero 
potuto rimuovere coli* autorità di 
altri pregiati Codici a penna o a 



PREFAZIONE. 



stampa, e con una critica più raffi- 
nata sulle Opere del nostro Autore 
e de* suoi Maestri. 

Onde si aperse la via ad im^ 
portanti correzioni, quali si devono 
al Perazzini, a Jacopo Dionisi, al 
Lombardi, al Cesari, al Monti, al 
Biagioli ed al Foscolo, che, libero 
discorrendo sul Testo di Dante, 
ne rivolse gli studj in un campo 
vasto ed intentato, ma troppo facile 
a dar frutti più speciosi che veri. 
Non V* ebbe quindi alcun verso delle 
tre Cantiche, ninna parola, che 
non abbia dovuto ricevere muta- 
menti secondo V altrui predilezione 
di questo o di quel Codice, e se- 
condo la varietà de* gusti e della 
dottrina, cui s'attennero gl'Inter- 
preti, se non gli Editori. Ed ecco 
richiamarsi a disamina nuovi Godi- 
ci, pubblicarsene per le stampe or 
r uno or r altro , almeno nelle più 



PREFAZIONE. ZI 

notevoli varianti, e ogni cosa discu- 
tersi al più rigido paragone e sotto 
qualsiasi aspetto. 

Ma fra tante calorose dispute e 
svariate osservazioni deferitici, non 
che dalla moltitudine de' Commen- 
ti, un segnalato benefizio si otten- 
ne, ed è, che siasi consolidata la 
genuina verità del Testo Dante- 
sco, riconosciuta dall'unanime e 
continuo senno della Nazione. Tal 
verità, quanto alla par^e fondamen- 
tale della Commedia, e non ostante 
le infinite accidentali differenze, 
vuoisi ritenere ferma e incontra- 
stata come il Principio dà cui muo- 
vere, chi brami di conchiudere al- 
cun che di probabile nella discorsa 
materia. 

Di ciò s' avvidero i moderni Ac- 
cademici della Crusca Giambattista 
Niccolini, Gino Capponi, Giuseppe 
Borghi e Fruttuoso Becchi , i quali 



XII PREFABIONE. 

rìoorraro Id laminose traccie de* loro 
Maggiori, ponendo l'ingegno adof** 
frirci viepiù emendata 1* Edizione 
di Dante, già nel 1727 riprodotta 
in meglio dal Volpi coi tipi del Co- 
rnino. Disegnata questa per £ooda* 
mento , gli egregi Accademici s' im« 
pegnarono nel confrontarla con varj 
Godici y si delle pubbliche e si delle 
private Biblioteche di Firenze^ non 
meno che colle antiche Stampe. E do- 
ve la Critica lo richiedeva e il Buon- 
gusto , cangiarono la vecchia lezione 
in quella ritrovata ne' pregevoli Co- 
dici, ch'ei tennero a riscontro o fu- 
ron esaminati da altri eletti ingegni. 
Con si giusto avvedimento attes^^o 
parimente air armonia e al dolce 
Stile nuovo, di cui Dante si chiari 
.verace Maestro nel divino Poema. 
Oltre che, nel determinarne la for- 
ma ortografica, credettero dover 
sempre più accostarsi air oso mo-> 



PRBFAZIOIIS. XIII 

demo. -Nulla tnaMoma venne d« essi 
trasandato affine di crescer pregio 
al TEdTO della Volgata. Per fermo, 
r Edizione, che ne procurarono nel 
1837, si raccomanda soYra tutte per 
averci, in sostanza , ridonata la vera 
dettatura dell'Autore. 

Non per questo la smaniosa Cri- 
tica sì tenne contenta ; bensì voile 
proseguire la stampa e l' esame com- 
parativo di altri Godici, lezioni nuove 
e vecehi Commenti produsse a lu-- 
ce, e con ciò per ogni parte si contese 
di arrivare air ultimo segno. Ma 
indi a un tempo s' aggiunse confer- 
ma, che la Volgata, comecché porti 
sempre de' segni del lungo danno 
sofferto, 4ove custodirai qual sacro 
pegno a noi affidato per tradizione 
non interrotta. Tuttavia il Witte^ sa- 
gacissimo, del pari che fervido cul- 
tore di Dante , vi discoperse^ ancor 
troppi ervoii e imperfetta k ciitica, 



XIV PREFAZIONE. 

dacché il materiale quivi raccolto 
era insufficiente al necessario con- 
fronto de' erodici , mercè cui defi- 
nirne il loro valore. Laonde s'in- 
dusse nella persuasione che quel 
Testo, ornai ricevuto comunemen- 
te, si fosse trasformato di guisa, che 
bisognasse applicar la virtù dell' in- 
telletto e la conveniente dottrina 
per ricostituirlo di sana pianta. 

Ed air ardua impresa s' accinse 
con insolito e coraggioso ardimento 
e con pazienza, del tutto avvivata dal 
pensiero dell' alta mèta prefissa. Ma 
non gli riuscendo d'ottenere buon 
saggio della massima parte de* Go- 
dici, salvo che per il solo terzo Canto 
della prima Càntica, questo, ci- 
mentato al paragone de' luoghi più 
difficili e più certi, s'avvisò d'as- 
sumerlo per esempio a giudicare 
della bontà relativa dei Codici stessi. 
Pertanto nel 1862 in Berlino e di- 



P&BFAZIONB. Xy 

poi in Milano si dÌYolgò per le 
stampe La Divina Goumez»ia di 
Dante Alughieri ricorretta so- 
pra QUATTRO DEI PIÙ AUTOREVOLI 

Testi a penna da Carlo Witte. 
Lavoro stupendo, e veramente de- 
gno di pregiarsi da chiunque abbia 
a cuore la gloria del sommo Poeta! 
Se non che il Testo Dantesco, cosi 
rifatto, vien ad essere sostanzial- 
mente conforme alla Volgata, e in 
cambio di scemarne il credito, vi 
pone anzi V ultimo sigillo di verità 
col mostrarcelo dedotto da uno degli 
ottimi Godici, forse dovuti ai primi 
trascrittori dell'Autografo di Dante. 
Il che d* altra parte era già rima- 
sto fuor d' ogni dubbio, allorquando 
à vide ripubblicato colla massima 
precisione il Codice Vaticano, mal 
attribuito al Certaldese, e in prima 
edito da Paolo Manuzio. E si rechi 
pur biasimo al Bembo che di suo 



SVI PREFAZIONE. 



arbitrio v* intromise non poche mu- 
tazioni, ma non possiam discono- 
scere che dà si fatti e da altri gravi 
difetti apparve libero nelle Ristampe, 
che se ne divolgarono di tempo in 
tempo sin ai presente. Nò il Codice 
Lambertiniano, né il Gasùnese val- 
sero finora, nò di£ferenti lavori, e 
meglio ordinati air uopo, basteranno 
ad abbattere , non dico, ma neanco a 
svigorire V autorità di quel Codice e 
della seguace Volgata. Questa , cosi 
ben salda nel gran suo fondamento , 
omai sta incrollabile a qualsivoglia 
cimento od impugnazione. 

Conviene adunque che ad essa, 
non altrimenti ohe a forma esem- 
plare, si rivolga attento lo sguardo 
di quanti si travagliano sul Tbsto 
DI Dante, e vogliono a diritto e con 
discreta misura attingere varianti on- 
de che sia. Vero è che la miglior par- 
te di queste si trova or quasi adunata 



PREFAZIONE. XVII 

e in pronto neir Edizione del bene- 
merito Alemanno. Importava per al- 
tro, e soprattutto, di formarsi l'op- 
portuno Criterio a poter discernere 
e stabilire quale delle diverse lezio- 
ni meriti di venire scelta di pre- 
ferenza. La Critica , insieme con il 
Buongusto e V Autorità de' Godici , 
parvero ognora le sole guide con- 
ducevoli all'intento. Se non cbe la 
Critica, siccome il Buongusto, suol 
cangiarsi conforme all' opinione de- 
gli uomini e de' tempi, né sem- 
pre all'Autorità de' Codici, propu- 
gnata con vario ingegno ed amore, 
si consente intera fede. Di qui il 
bujo s' affittisce dove più faceva me- 
stieri una vivida luce, potente di 
verità per la sincera fonte, da cui 
si deriva. Or chi, se non Dante, po- 
trebbe esserci buon testimonio della 
sua parola? 

Quanto a me , cbe da moU' anni 

b 



/••'■•./ ti l'I 
rRKFAilONE. 



, .d^l TegTjQj^rchek noi ci gtorìamq' di 
. . , ^sWden^e, Del, ì\^o fissò , in qtie- 
„ . ^ii .penaieri» ,>]pi san Qcc^patj^ colle 
. pop^ilbilA fcfr?:,?,p^ addentrarmi rièiie 
.. Qpesre. del di viao Poeta e degli J^u- 
.: , tori a lui fainùli^rij e cercando e ri- 
, C6r4?andp„.r»; attentai di 4esumernG 
il x^race concetto d^lla «uà ìiagione 
, e.deftMr(eBUft.EjÌ8illora spontaneo 
. : Baiaiporse il Criterio, alia cui fidanza 
.i |«Tesi,ptìi«fto di proseguire le pazienti 
ime indagini e i?ii9.dit*Lzioni. 
. , Cosi, a nonfContrastabili prove, 
' n^ venne latto di convii^cérr|ii ^ che 
, il primitivo T^STOpi Dfi»tE , in .fon- 
do in fondoi, uo;i po.trebbe roostirarsi 
diverso, (j^i quanto porla l^ pezione 
comune. Rispetto poi alle varianti , 



ehf tfli «si occiUDiuartno da oeni 
lato e quasi n é^formàhéi mi r«* 
cai a , ambito i^i eféggtére '^oeltet 
che pia 6l coivfaceVaiàfd àtlki pre- 
acritt^ òprma. La qtiale iht>ltr€i'mi 
persuase di àeòògìfere ^^k' legittìtne 
e genuine parecchie ledili,' cht» ra* 
Imamente occorrono tie^'tìahoiféritti e 
nelle Stampe, e altre dhe mi par- 
vero quasi da ulikno prescelte dal^ 
r Autore stesso nel toiiiar sovra il 
proprio lavoro. ?er contràrio, mi 
vidi costretto a ravvisarne con^ er- 
ronee alcune, tuttoché approvate 
universalmente; né seppi trattener* 
mi dal riformarle al modo voluto da 
rigida scienza e 'dal contesto del di- 
scorso. Ardimento temerario è que- 
sto, per non dire inescusabile: e 
eerto che io non mi vi sarei mai 
arrischiato , qualvolta la Ragione di 
Dante, pronta e valida, non mi aves- 
se vinto r aniakO) se non fomta la 



9 



XX PREFAZIONE. 

mano. Ben renderò conto del fatto 
mio hìHitiat^reve discussione sui jno- 
tW Ole mi V* attrassero ,^ riserljandQ 
ìF Vfet^tf Ji sub luogo nel Commento^ 
éhi^ à iè ritdrce tutta la mia cuva... 
Bèlla' ortografia, che -s appropri^ ^ 
att«I)iVi1»X •6ò1iBJkt)ik, dòveUi staf-' 
mi ^èoftfehti' ' air' liso , . che già '^i' 
AcbàViehitei' rfellà Crusca accredìt^-^ 
ròtotf '^ji'èi^' tkttò i con ■acì^tairje^^ 
consiglio. Ma pure ' m* é l)isognato 
d^iartnene 'talvolta, e ' ricorreg- 
gernè anco* in' più luoghi la'pun- 
tefg^àrtàrà^' jpéi* corrispóndere qua „ 
e'cÒlà^^tfd^uWà evidènte interprela* *; 
ziotiè! Atigùto per altro che Ig Filb- 
lofetft' ^é là Pìalrógr^fia, si feconde e Ì 
irre^fetè' ntehtf proprie ricerche, 
pos^aìlb oggidì riuscire a sommini- '. 
8trài*ò¥'nfèt^ sua interezza e schietta ^ 
la -Bèrttt&rà'tif tante. Di congetture ' 
al presente ci sentiamo stanchi; e io 
volentièri le abbandoBO «^cui«>pifte^ 



PREFAZIONE. XXI 



•-» » •"•'■. ...•'■.' 'I 



eìonò, e credQ che|)QSS|i^p ,f«u^ (Ik 
sùiettere le cppgetturi^. ait^^i* A Die: 
Hàsii V aver ^enuto clietrp j^edelog^e. 
alta' sapienza informatricia. dei con^ 
cetfi e delle parpìe 4i:D^te^afi[||QLe 
di iàccertarne U loV, p^ecisp; ^.pper., 
ci^le valore. Si c(a«vero, fì^^ $en',^ 
z^'é^so^'cuì mi astrinsi «Qome a, P^c^ 
e' 'Signóre e Maestro, .mn. firmo* 
pesò dt dramma. , ,^^, ,, ,^ 

' Criovaniy crescenti, per,,, virtili ^ . 
scfenza alle speranze , ,del . Se<;olo . 
nuovo, siavi raiqcopian^atp . questo \ 
pfcciólo Volante: ivi i^ta.,raccl^iaso . 
r invidiato e prpvvido Tesoro della 
nostra Nazióne. A vincer^ la lunga 
fatica^ che intprnp vi dovetti, spfsn* 
dere, mi soccorse. |l pensiero di 
cooperare al vostro bene n^.igliotr9> 
e la sicura coscienza che chi serve, a 
Dante, serve airitalia. 

Q. B. p, 
41 adi Maggio 187». 



^>r ^vO:^.:a 






DISCORSO 

sopra alenne Yarianti introdotte nel Testo 
deUa COMMEDIA di Dante AUighieri 
sema r autorità de* Codici e delle Stampe. 



e. 



Quando manchi TOriginaled'un 
Libro , r autorità degli altri Godici , 
rispetto alia cosa che vi si tratta, 
benché possa approvarsi, vien pur 
sempre commisurata alla ragione 
de'tempi ed alla relativa attitudine e 
probità dei trascrittori. Riguardo poi 
air integrità ed alla forma de' voca- 
boli, que' Manoscritti riescon assai 
di frequente mal certi, se già non 
si mostrino immeritevoli di fede, 
specialmente allora che insegnano in 
Volgare materie di Scienza e lavorate 
con Arte, siccom'è di quelli, ove 
si contiene la Commedia di Dante. £ 
che possiamo noi aspettarci da co- 
pisti, che lasciavan correre sotto la 
penna maniera per maièra, senni 
per cenni, doppia gixisiizia per dop- 



XXVI NUOVE VARIANTI 

pia tristizia, terza notte per mezza 
notte, e nientemeno Dio per Clio, 
e simili svarioni? Or checché se ne 
pensi, ad ogni módo'bì^gtia consen- 
tire col Buonmattei che , quanto al si 
dottrinale Poema, «ihtérvehiiè^ttome 
avviene o.rjiii3i^riainei)te di tutte le 
ScritturediqiMkh^ gridp. L^ ^^,^)U 
essendo' prima scritte efiopi>3ytP:4jS^> 
varie mani, e poi staila)^ate e TÌstafn- 
pale j^ù volte, icestanp ìp gran partici 
dal poco sapere o dalla mera pre- 
sunzione degli Editori, variate e 
m|t^t0 dalla loro vei:a lezione. » 
Laonde, per .qualunque fede si vo- 
glia concede i;e a sìmiglianti EcPizia^ 
nitfirevarrsk sempre la Ragione del 
Maestro sav^'ano, come Tottìmó dei 
Godici e il più irrepugnabile. A qtie- 
st4 JRLagione affidato , ecco ciò che , 
d9pQ assiduo, studio e meditata pen- 
siero , mi son risoluto di mut^e nel 
T£3T0 della Divina Commedia accet« 
U^to comunemente. 



AL TB3TÒ DANTE860. XXTa 



INFERMO. 



CANTO DECIMOSETTIMO. 

Io m' assettai in sii quelle spaUaeoè^; 
SU volli 4ir, ma la voee non venne • 
Com'io oredetti : Fa ehe tu m'abbrfioce. 

Ma «aso cb.[ altrA volta mi sovvenne 
Ad alto, forte, tosto eh' io moiìtai , 
Con le 1;)racc}a m* avvinse • itti' soslMliMf. 



V. 95. Ad alto, « sMntenda piti 
sopra f accennando agli altri in« 
toppi e pericoli superati calPajtrto 
di Vjrgiiìo nelle parti superfori del* 
rinlerpo. Forte poi si rfferìs^ta al 
verbo m'avvinse. » Cosi interpreta ri 
Bianchi insieme con altri, che hanno 
credi:^fco doversi dipartire dalla Vol- 
gata ad alto f(firte. Ma convettiva 
pur riflettere, che non ad alto luogo 
il Maestro conobbe, che il smo Àliump 



XXVIII JHJOVE VARIANTI 

versava in gran pericolo, 8i vera- 
menta nel bosso Inferno: Inf., viii, 
7Su Senza che non era il caso di ac- 
coppiare forte ad avvinse, quando 
tal verbo di per^è solo basta a di- 
notar r efficacia della mano soccor- 
ritrice. Né poi la comune lezione 
si presta ad offrirci intero e niti- 
do il concetto dell* Autore. Infatti, 
se la voce forte vuol prendersi in 
significato di pericolo , diffiéoltà , 
grave passo, o simile, allora alto 
fa d'uopo intenderlo diversamente. 
Nò come aggiunto, indicativo di luo- 
go, potrebbe corrispondere al fatto. 
Ove poi, in cambio di Ad alto forte, 
si preferisca la lezione Ad altro 
forte, per questo non si fa più che 
ripetere quanto ci vien indicato con 
altra volta mi sovvenne. 

Il Witte, accortosi di queste 
inconvenienze , s' attenne al Codice 
di Santa Croce, che porta Ad altro 
forse. E ciò ne obbligherebbe a ri- 



AL T£STO DANTSQCO. XXIX 

ceTere forse nella significazione idi 
pericolo; ma indi non può fuggioiL 
il difetto ch^ nerisalta dal leggere 
Ad altro, invece óiAà alto^ 

Se npn che^ laeciata in 4is|Mirte 
r arbitrarla interpretazie»9 di tali 
vocaboli, pochi d^gU Annotatori s^^ 
pero ben determinare qu0lQ.»^d9vé 
fu ìì.pfa(icolo^p po89o^ da cui H: savio- 
Duca. avfiy^, acampata «1 suQ^fidoSe* 
guace^Qi^l volta aves&ero posto ili6a** 
te, che questi si trovò in assai mai 
punto dinanzi ai ^^i J^emonj-àc^ 
corsi a contrastargli roncata iti' Dite^ < 
e che la vigile Guida allora* gli diede 
fidanza di potqr superarle il si diffi-* 
Cile asfaeolo, forse che- qiM^V biter- 
preti, d'una cgsa.in aiU*^, rinscivan 
nel vero. £> potevano reiidersena 
certi, riguardando che il valido con* 
forte, prestato da Virgilio a datile, 
fu appunto dentro alFalte fosse, Che 
vallan quella. Terra econsoluta: 
Inf., vili, 78. Né altrimenti che 



Tegtov e z^ìk Ad^alto fìftìe^ q Ad 

4it(r0! ^rm, qmnAp ?¥*"« ^W fo* 
t glìaei contraddire .a)l iatlo e s^Ua^^ra- 
gi^«,.noii.cbe dU'e&prei^a paròla 
4QjrA«i^ore, , . , .1 

...{I . ilanz^fi^o c^e f^fse sì è c^jo^- 
: biat# ki for^^e 4a i^nen seppe rìi^r- 
rere coi. pensiero al lu^gq^ àùj il 
•P^eta. ivi or ci richiama^. Siccome 
poi la dappia { ne* Godici e nel par- 
lare comune suqI mutarsi in d, come 
ellera isx pderu^ ^ inolire AlV alte 
si trova aiiche scritto tutto insie- 
me e quasi come Adatto, la tra- 
sformazione potè venir facile a, co- 
loro cbe nel copiare seguivano, più 
che la sentenza, il semplice suono 
de' vocaboli. Del resto, la frase elit- 
tica AÀV alte fosse quivi importa il 
medesimo, che quando fummo nella 
palude di Stige , là dove colle sue 
profonde fosse cinge d' intomo la 
Città dolente, e si contrastata. Ed 



AL TESTO DANTESCO. XXXI 

.una consimile fi^ase si risconfra in 
quel verso; a Tu non hai fatto si al- 
l' altre bolgCj » onde il Maèstro rim- 
provera il suo Discepolo che isl fer- 
masse a riguardare nella nona bolgia 
troppo più i che non aveva fatto, tro- 
vandosi all' altre bolge superiori: 
Inf., XXIX, 7. Oltre ciò s'avverta, che 
rAllighierì, quando si tratta di qual- 
che pericoloso passo , da cui fa salvo 
lii mercè della sua provvida Scorta, 
v'aqcenila almeno per il fuo^o dove 
gli occorse, e mostra di doverne ser- 
bare memoria a proprio ammaestra- 
menti) , tanto che suol anzi farsela 

r 

raccomandare a ogni uopo: Inf., ii, 
H9; vili, Ò9; Purg., xxvii, 22. 

Pertanto gli è forza conchiu- 
dere e tenere, che nel Testo vol- 
galo gli ultimi versi surriferiti sieno 
da correggersi al modo seguente : 

Ma esso eh' altra volta mi sovvenne 
AW alte fosse, tosto eh' io montat , 
Con le braccia m* avvinse e ttà sofiténtie. 



XXXII NUOVE VARIANTI 



CANTO VBNTBSIMOTERZO. 

Io pensava così : Questi per noi 
Sono scherniti, e con danno e con beffa 
SI fatta, ch'assai credo che lor nói. 

V. 13-15. 

Pur che si voglia ripensare un 
po' attentamente , e si vedrà che la 
lezione Sono scherniti..., con beffa 
mal può sostenersi, essendo in scher- 
niti già compresa Fidea di beffa. So- 
pra che domando io : Per quale cagio- 
ne vennero ingannati dal barattiere 
Giampolo e poi azzufTaronsi i due 
demonj, Alichino e Galcabrina? Non 
per altro, se non perchè i due Viatori 
indugiarono di troppo a discorrere 
con lo scaltro Navarrese, talmente 
che gli diedero campo ad usare della 
sua gran malizia per gittarsi sotto 
la bollente pece, sottraendosi così 
al perverso disegno, onde que'ma- 



AL TESTO DANTESCO. XXXHI 

ledetti smaniavano di arroncigliarlo. 
LaondQ,Ca]cabriQ%.irato d*unacotal 
hìiffa, dì volo tenne dietro ad Ali- 
chino per azeuffarsi con lui, ohe fu 
cag!itete 4bI diftito , che cioè Ciani-» 
polo fosse mancato ai loro artigli. 
Per altro importa or di ben attende- 
re alle parole del Poeta, il quale 
ne conta che Galcabrina 

%».. volse gli artìgli al suo compagno» 
fi fu Qoo lui soTra il fosso ghermito. 

Ma r altro fu bene sparvier grifagno 
Ad artigliar ben lui, e ambedue 
Cadder nel mezzo del bollente stagne. 

Lo caldo sghermÀtor subito fue: 
Ifa però di levarsi era niente, 
Si aveano inviscate l' ale sue. 

Inf., xxn, 131-144. 

Di questa beffa, non senza don- 
no, rimase dolente Barbariocia con 
gli cUtH suoi, tanto che provvide 
tosto di mandarne qualcuno , che 
que' tristi Ghermitori traesse fuori 
àMollente stagno, ov'erano caduti , 



xxxrr NUOVE varianti 

tenendosi tuttavia ghermiti l'un col- 
r altro. Ma il caldo bastò a subito 
sghermirneli. Ed ecco che, giusta il 
fatto assai particolareggiato, vuoisi 
leggere non Sono scherniti, si vera- 
mente Sonsi ghermiti , ovvero Sono 
ghermiti, giacché gli antichi nostri 
Scrittori omettono sovente gli affissi 
e simili particelle. Se non che il Poe- 
ta, che alcuna volta pur gli ebbe tra- 
lasciati, suole usarli, avendo sinanco 
scritto èssi per si è, e fusi per si fu; 
e però m^ accerto eh* egli qui scri- 
vesse Sonsi ghermiti. 

Questo dovette mal avvisarsi da 
chi congiunse la s al vocabolo gher^ 
miti, e poi il frantese e trasmutò 
in scherniti. Su che mi rimetto a 
quanto di meglio i moderni decifra- 
tori di Godici saprebbero indicarci : 
essendo però certo, che la verità 
del caso descritto e le proprie pa- 
role ne astringono a leggere al modo 
or raffermato. Ed in effetto 1* un col- 



AL TBSTO DANTESCO. XXXV 

l'altro dì que' crudeli Demonj fu so- 
vra il fosso ghermito, ma ben tosto, 
di ghermiti che erano , vennero 
sghermiti o disgiunti dal forte bol- 
lore della pece : Lo caldo sghermitor 
subito fue. Dante al presente con- 
corre pronto a rivendicar la sua pa- 
rola e il suo Codice contro qualsiasi 
autorità degli altri Godici scritti o 
stampati. 



XXXVI NUOVE VARIANTI 



PURGATORIO. 



CANTO QUARTO. 

.... quando s*ode cosa o vede, 
Che tenga forte a so l' anima volta , 
Vassene il tempo, e l'uom non se n' avvede : 

Ch'altra potenza ò quella che l'ascolta, 
E altra è quella che ha l* anima intera; 
Questa è quasi legata , e quella è sciolta. 

V. 7-12. 



V. 12. Qui v'ha, se non errore, 
un po' di Confusione si nel Testo e 
sì nelle chiose, dacché forse non 
s' attese bastevolmente alla scienza, 
che sola poteva ben accertare il ve- 
ro. Ed in prima , vediamo onde mai 
avvenga che, quando V Anima con 
una sua potenza sensitiva bene in- 
tende ad una cosa , vassene il tempo 
senza che l' uomo se ne avveda. Ciò 
accade perchè , essendo allora 1* at- 



AL TESTO DANTESCO. XXXVH 

tenziane dell'Anima si del tutto rac- 
colta con una delle sue potenze a 
quella sola cosa, non avverte con al- 
tra potenza cose diverse. Né quindi, 
per difetto della successione delle 
idee relative, può in quell'atto ap- 
prendere la notizia del tempo, che 
appunto consiste in tal successione 
di cose e d'idee: giacché, al pa- 
rere d' Aristotile e di Dante stesso , 
il t^mpo è numero di movimento ^ 
secondo prima e poi: Conv., iv, 2. 
Ora in questo fatto, la potenza, 
che r Anima ha quasi legata al 
proprio obbietto, dev'essere quella 
potenza che essa Anima ascolta, pre- 
standovi l'attenzione. Laddove l'al- 
tra potenza, che l' Anima serba inte- 
ra, non tocca cioè da qualsiasi suo 
obbietto, rimane perciò libera o 
sciolta dall' obbietto medesimo. Che 
di siffatta guisa debba intendersi il 
concetto del Poeta, non potrebbe sor- 
gere ^cun dubbio , poiché in altro 



XXXVlir NUOVE VARIANTI 

luogo, stando egli occupato a riguar- 
dare le Immagini effigiate nel pavi- 
mento del primo Cerchio del Pur- 
gatorio, rammenta, che vi aveva 
speso più tempo, che non stimava 
V animo non sciolto, intento com'era 
con la potenza visiva a contemplare 
quelle meraviglie di scultura. Di 
che ognun vede che quivi la propria 
lezione, richiesta dalla scienza di 
Dante e dalle sue parole registrate 
altrove , dev' essere ; 

Che altra potenza è quella Gh* eli' ascolta , 
E altra è quella che ha V anima intera; 
Quella ò quasi legata, e questa è sciolta, 

E un simigliante costrutto s'in- 
contra nella Commedia là, dove si ac- 
cenna, che non solo rendevan onore 
a Venere le Genti antiche nelV an- 
tico errore, 

Ma Dione onoravano e Cupido ; 
Quella per macUre sua, qìiesto per figlio. 

Par., vili , 7. 



AL TESTO DANTESCO. XXXIX 

Ad Ogni modo , se vogliasi tener 
fede alla lezione comune , che si par- 
rebbe avvalorata da un' altra confor- 
me (Purg., XXV, 54), bisogna nondi- 
meno riferir e Questa è legata d alla 
potenza f cui l'Anima intende o 
ascolta, e quindi riferire e quella è 
sciolta > alla potenza che V Anima 
ha intera, non occupata cioè dal 
proprio obbietto^ sciolta tuttavia da 
esso. Insomma, quella potenza udi- 
tiva visiva, con che V Anima 
ascolta una cosa o y^ attende, è quasi 
legata: ed invece quesV altra poten- 
za, rimasta intera all'Anima, è 
sciolta, non presa né eccitata dal 
suo obbietto. Laonde credo per cer- 
to, che ambedue le lezioni or raf- 
frontate debbano senza manco ri- 
dursi alla forma premostrata e 
definita. 



XL NUOVE VARIANTI 



CANTO VBNTBSIMOSBCONDO. 

Ma dimmi , e come amico mi perdona 
Se troppa sicurtà m' allarga il freno , 
E come amico ornai meco ragiona : 

Come poteo trovar dentro al tuo seno 
Luogo avarizia , ira cotanto senno , 
Di quanto per tua cura fosti pieno? 

Queste parole Stazio muover fenno 
Un poco a riso pria; poscia rispose: 
Ogni tuo dir d' amor m* è caro cenno. 

Veramente più volte appaion cose , 
Che danno a dubitar falsa matèra, 
Per le vere cagion che son nascose. 

La tua dimanda tuo creder m'avvera 
Esser, eh' io fossi avaro in l' altra vita, 
Forse per quella Cerchia dov' io era. 

y. 19-33. 

V. 29. Virgilio, avendo ritrovato 
Stazio nel Cerchio, dove si piange 
V Avarizia f s'avvisò per ceì^to, ch*ei 
fosse stato avaro in questa vita. E 
perciò gli domanda come mai egli, 
cosi savio, siasi lasciato signoreg- 



AL TESTO DANTESCO. XLI 

giare da tal brutto vizio. Di che 
deve inferirsi, che il Mantovano non 
istette punto dubbioso^ che il Cantore 
della Tebaide si fosse, o no, quag- 
giù macchiato d'avarizia; ma tenne 
che veracemente $i fu avaro. Non 
dubitò, in effetto , bensì giudicò, che 
la cosa dovette essersi avverata cosi, 
né altrimenti. Tant'è, che Stazio di- 
mostra d' aver inteso con certezza, 
che il suo prediletto Poeta lo riguar- 
dasse come se egli fosse stato avaro 
in q[uesto mondo, e per cotaFavarizia 
punito nel quinto Cerchio del Purga- 
torio. Pertanto dobbiamo persua- 
derci che, invece di a dubitar falsa 
matèra (v. 29), sia da registrarsi a 
giudicar falsa matèra, corrispon- 
dente alla ragione di Dante e alla 
verità del fatto. 

Si ponga mente inoltre a ciò che 
costituisce la materia e la forma 
del giudizio, e indi la genuina lezio- 
ne si renderà visibile e pronta. La 



XLU NUOVE VARUNTI 



materia del giudizio tutti sanno che 
vìen determinata dal soggetto e dal 
predicato, e che il verbo ne deter- 
mina la forma. Ond' è, che le vere 
cagioni di una cosa , qualvolta siano 
tuttora ascose e però incerte, pos- 
sono dar propria materia di dubbio, 
ma non sicurezza di giudizio, la cui 
vera materia risulta dalla manife- 
sta verità o realtà del soggetto e 
del predicato. Si può or dunque 
per la verità delle cagioni inco- 
gnite e nascose supporre che F una 
cagione, anziché T altra, abbia pro- 
dotto la cosa. E poscia dietro la sup- 
posizione viene il giudizio, che ap- 
punto allor torna falso per la falsa 
materia o apparenza insussistente , 
su che 8* è appoggiato. 

Ma quanto al dubbio, ciò anzi 
succede giusta la regola comune, poi- 
ché la vera materia, che non si co- 
nosce a diritto, e nella sua interezza, 
riesce ben di frequente a mostrarsi 



AL TESTO DANTESCO. XLIU 

diversa da quello che è, porgendo 
cagione a dubitare. Ldiddoy e nel caso 
presente la certezza del luogo, in 
che Stazio apparve, doveva rimuo- 
vere qualsiasi dubbio sulla cagione, 
che quivi parea lo avesse trattenu- 
to. Sopra ciò V AUìghieri non cessa 
d'ammonire, che le genti prima di af- 
fermare o negare, risolvendosi e al 
$i e al no che non si vede, procedano 
caute , dacché le cose possono appa- 
rire differenti da- quelle che sono : 
Par., XIII, 416-129. Che se offron 
quindi falsa materia di giudizio, 
somministrano per contrario vera e 
propria materia al dubbio. Per le 
quali cose m'assicuro, che il Testo 
sia da emendarsi al su detto modo , 
voluto dall' intero ragionamento, 
avendosi anco risguardo , che Stazio 
volle per gentilezza scusar Virgilio 
dell' averlo giudicato già quaggiù 
avaro, forse per la Cerchia dove si 
fu ora il loro incontro. 



XLIV NUOVE VÀiWANTI 



CANTO VENTBSIMOQUINTO. 

Se la veduta eterna gli dialego, 
Rispose Stazio, laddove tu sie. 
Discolpi me non potert* io far niego. 

V. 32-34. 

V. 32' La più parte de' Godici 
fiorentini legge veduta etema, un- 
zichè vendetta eterna, e cosi leggo- 
no tutti e quattro i Codici di Siena, 
Se non che in uno di questi sta scritto 
eeterna (God., vi, 30), e in due al- 
tri etterna (vi, 27 ; xi, 20). Oltreché 
si vede altrove scambiato eteme con 
interne (Par., viii, 21 ; God. di Santa 
Groce), ed interìia con etema: Par., 
xxiil, 115; Godd. Pat., ii, 9, 67. 

Quindi io sono di fermo avviso, 
che al luogo su indicato la vera le* 
zione debba essere interna vedu- 
ta, e non eterna veduta; e dico 
vera per più ragioni. E in prima 
perchè Virgilio aveva pregato Sta- 



AL TSSTO DANTESCO. XLV 

zio di farsi allora a Dante sanatare 
delle sue piaghe, di sgombrargli 
cioè gli errori e 1* ignoranza della 
mente, disnebbiargli insomma la 
veduta intema, le luci dell' inteU 
letto, per dargli a conoscere la verità 
desiderata. Dipoi il dolce Poeta si 
rivolge subito a Dante, dicendo : Se 
le parole mie. Figlio, la mente tua 
guarda e riceve, Lume ti fieno al 
come che tu die. Or non fu questo 
un ridirgli? Se tu attendi a quant'io 
son per manifestarti , ben si renderà 
chiara, per comprendere il vero, la 
tua intema veduta; del tutto indi si 
chiarirà il lume della tua vista inte^ 
riare. Questa frase , che è di Boezio , 
conferma la locuzione Dantesca , si^ 
che toma opportunadi ponderarne i 
precisi vocaboli : 

Quisquis profunda mente vestigat verum 
Cupitque nullia ille deviis falli, 
M se revolvtU intimi Incem visus. 

De Cton, PhU. , lib. m, m. 11. 



XLVI NUOVB VARIANTI 

Del rìmanente quel modo di dire 
si mostra appieno simile ali* altro, 
con che Dante ne rammenta, come la 
gloriosa Àquila gli ebbe ragionato per 
Ì8ciogliere]aLSU9L mente dai pericolosi 
dubbj, ond* era turbata risguardo a 
Rifeo eda Trajano : Per farmi chia- 
ra la mia corta vista, Data mi fU 
soave medicina: Par., xx, 140. 

ì^èìidislegare la veduta intema 
mi parrebbe punto diverso dal sol- 
vere snodare la mente : Par. , vii , 
22. Senza che, a persuasione del- 
l' espressa verità, basta il pur consi- 
derare come r Àllighieri si rivolge al 
suo Maestro : Sol che sani ogni 
vista turbata, Tu mi contenti si, 
quando tu solvi, Che, non men che 
saver, dubbiar m' aggrata : Inf., 
XI, 91. 

Nel Convito poi toccandosi del- 
le verità, la cui ragione non può at- 
tingersi dalla nostra veduta, corta 
d*una spanna (Par., xix, 81), 



AL TESTO DANTESCO. XLVII 

SÌ Tiene ad affermare, che la loro 
eccellenza soverchia gli occhi della 
mente umana. E indi soggiugnesi , 
che ciò non deve farne meraviglia, 
perchè , mentre che l'Anima è lega» 
ta e incarcerata per gli organi del 
corpo, li nostri occhi intellettuali 
rimangno pressoché c/itusi ; Gonv., 
II , ^. Boezio inoltre immagina che 
la Filosofia insieme con le Muse gli 
ripuliscano « lumina ejus, rerum 
nube caligantia: s> Ih., 1. 1, pros. 2. 
Or cosi per, l'appunto il contemplan- 
te San Bernardo prega la Vergine 
Madre , affinchè co' suoi preghi vo- 
glia dislegare a Dante ogni nube di 
sua. mortalità; Par., xxxiii, 32. 

Il perchè mi sembra che in- 
terna e veduta siano quivi ben a 
ragione accoppiati , e che il dislega- 
re possa non pure adattarsi a veduta 
interna, ma che sia esso il vocabolo 
usato dal nostro Poeta. Non mi fer- 
mo quindi a combattere la lezione 



XLVIII NUOVE VARIAJrn 

comune veduta eterna^ perchè que- 
sta non s'avvera né ha luogo in Pur- 
gatorio, dove tutto è nel tempo e a 
tempo. Né tanto meno la vendetta 
etet*na gli dispiego torna al propo- 
sito, trattandosi di manifestare il 
come possa altri divenir magro Là 
dove uopo di nutrir non tocca: Il 
dottissimo Tommaseo^ cui già diedi 
cenno éfiXìa. sovresposta variante: 
d Se la veduta interna gli dialego, » 
necessitata a correzione nel Testo ^ 
mi scrisse che V avrebbe accettata , 
se non le mancava V appoggio di 
qualcuno de' Godici. Ma quest' ap- 
poggio le viene senza fallo dal Co- 
dice de' Godici, che è la Ragione e 
la Scienza di Dante. 



AL TESTO DANTESCO. XLIX 



CANTO TRENTESIMO. 



Qaale i Beati al novissimo bando 
Surgeran presti ognun di sua caverna , 
La rivestita voce allelujando; 

Cotaii , in su la divina Basterna, 
Si lev&r cento, ad vocem tanti Senis, 
Ministri e messaggier di Vita eterna: 

Tutti dicean: Benedictus, qui venia: 
£ fior gittando di sopra e d'intorno, 
Manihus o date lilia plenis, 

' V. 13-18. 



V. 15. Alcuni Testi a penna ed 
anche a stampa portano La rivestita 
voce allelujando, e altri La rivestita 
carne alleviando, ovvero La rive^ 
stita voce alleviando. Or è a vedere 
quale di queste lezioni sia da tenersi 
come la più legittima e accettevole. 
Per verità , nessuna ci rende intero 
il concetto del Poeta, giacché quivi 
non si vuol dinotare che i Beati, nel 

d 



LH NUOVE VARIANTI 

tre che dal contesto del discorso , da 
quanto si ragiona nel qaattordice- 
Simo del Paradiso intorno alla Ri- 
surrezione delle Anime elette. 

E fosse pure, che il verso : La ri- 
vestita voce allelujando , porti V im- 
pronta Dantesca , tanto che molti va- 
lentuomini r abbiano prescelta : ciò 
non basta per trarci a disconoscere 
il vero nel suo proprio aspetto, spe- 
cialmente allora , che non manca la 
ragione critica né la diritta autorità 
per confermarlo nella valida manie- 
ra. E il vero è, che que* Beati ci si 
rappresentano dal Poeta come se 
nel giorno dell* ultima Giustizia, 
air udire il suono dell* Angelica 
tromba, siano per affrettarsi a ripi- 
gliare i lor corpi morti, esultando 
allora in canti di lode a Dio per la 
rivestita carne, se non cosi con- 
gratulando alla lor persona che 
quindi Più grata fia, per esser 
tutta quanta: Par., xiv, i6. 



AL TBSTO DANTESCO. LIU 

Rispetto al verbo Allelujare, 
com'è derivato da e Allelujare, » 
della bassa Latinità, può valer quan- 
to Festeggiare, significando il mede- 
simo che Dire o Cantar alleluja, 
canto quaggiù assai frequente fra il 
Popolo cristiano e perenne nelF al- 
tezza de' Cieli : Inf. , xii, 88; Par. , 
XXX, 126. Gf. Du-Fresne e Ducan- 
gè, Glossarium mediìG et infiMìG 
Latimitatis. 



LIT NUOVB VARUHTI 



PARADISO. 



CANTO SBCOKDO. 



La Spera ottava vi dimostra molti 
Lumi, li quali nel quale e nel quanto 
Notar si posson di diversi voltL 

Se raro e denso ciò facesser tanto. 
Una sola virtù sarebbe in tutti. 
Più e men distributa, ed altrettanto. 

V. 64-69. 



V. 69. In questo verso la con- 
giunzione e ha pigliato luogo della 
disgiuntiva o, che sicuramente vuold 
ivi riporre, chi attenda alla forma 
scolastica di tutto il ragionamento in- 
di conchiuso. Tal modo poi di tripar- 
tizione, che solo hasta a rappresen- 
tarci compitamente l'idea del Poeta, 
si conforma a quello eh' egli adope- 
ra, volendo sapere, se i tormenti^ 



AL TESTO DA1«TESC0. LV 

che in Inferno vide assetati alla 
colpa della Gola , varieranno dopo il 
Giadizìo finale: 

Maestro , est! tormenti 

Cresceranno ei dopo la gran Sentenza, 
O fien minoH, o sar'an si cocènti? 

Inf., vi,i03. 

La mutazione dell' o in e , come 
puranco dell' e in o, avviene di so- 
vente ne* Godici. É senza dubbio deve 
essersi scambiato V e coirò in quella 
terzina, onde il Poeta si rivolge a 
Piccarda, beata nella Sfera della 
Luna 9 l'infima Stella: 

Ma dSmml: Voi , che siete (ftA felici , 
Desiderate voi più aito loco 
Per più vedere o per più farvi amici ? 

Par., Ili, 64. 

Qui la ìezUmé dell' ultimo terso 
è palesemente falsa, didgiugnendo 
neH'eeséBza •della Beatitudine la vù 
si&ne dair am&rt dì Dio , che sono 
alti di necessità congiunti , dacché 



LVI NUOTB VABIANTI 

l'uno si rende cagione inseparabile 
e immediata dell' altro. Difatti V es' 
ser beato si fonda bensì formalmente 
néìV atto che vede; ma V atto del- 
V amore per necessaria connessione 
vi tien dietro, non potendo! Beati 
veder Dio senza amarao, né amarlo 
senza averne la visione. Son questi 
due atti distinti , ma indivisi e costi- ' 
tutivi della Felicità eternale: Par., 
XXVIII, 109. E già il Poeta s'era 
fatto insegnare, che ne'Beati V ardore 
amor santo seguita la visione di 
Dio con proporzionata misura e in- 
dissolubilmente : Par., XIV, 43, 

Pertanto la domanda di Dante a 
Pìccarda riusciva a questo : Voi, che 
siete felici in quest' infima Sfera 
(indicativa del minor grado di Bea- 
titudine), desiderate voi più alto 
loco, come grado di felicità mag- 
giore? La risposta poi dichiara ap- 
pieno l'interrogazione, venendo a 
conchiudere com'ogni dove in Cielo 



AI. TESTO DAimSCO. LVII 

è P(iradÌ9o (v. 88), vale a dire, che 
TI SÌ gode una vita intera d'amore e 
di pace: Par. , xxvii, 8. Ond' è , che 
dalla Dottrina sacra , fattasi abituale 
ai Poeta, siamo astreUi ad allogare 
nel Testo in conformità di vero : 

Ma dimmi: Voi, che siete qui felici, 
Desiderate ^oi più alto loco 
Per più vedere e per più forvi amici? 

Le Anime infatti, che nel sommo 
Cielo per maggior beatitudine son 
elevate alle sedi più sublimi , quanto 
più veggono Dio e tanto più amano 
Lui, che è Luce intellettual piena 
d' amore. Cosi i Serafini, che si gi' 
rana perenni dintorno al Punto, 
Da cui depende il Cielo e tutta la 
Natura (Par., xxviii, 42), compon- 
gono r infiammato Cerchio, che più 
ama e che più sape, tenendo in Dio 
più rocchio fìsso: Par., xxviii, 
42, 72. 



LVin NUOVE VAIUANTI 

CANTO QUARTO. 

De* Serafin colui che più s' india , 
Moisè, Samuello, e quel Giovanni, 
Qual prender vuogU , io dico > non Marlb> 

Non hanno in altro Cielo i loro scanni, 
Che quegli spirti, che mo t' apparirò, 
Né hanno all'esser lor più o meno anni. 

V.28-3S. 

V. 29. Al veder parecchie Anime 
che, svestite della mortale spoglia, si 
raccoglievano felici nel Cielo dellaLa- 
na, TAUighieri dubitava non s'avesse 
a tenere per vera la sentenza di Pla- 
tone nel Timeo, che le Anime umane 
tornassero ciascuna alla sua Stella. 
Ma, per toglierlo da cosi pericoloso 
errore. Beatrice gli fa intendere, che 
anco i più eccelsi Spiriti celesti non 
hanno in altro Cielo i loro scanni , 

Ma tutti fanno bello il primo Giro, 
E differentemente han dolce vita, 
Per sentir più e men l'eterno Spiro. 

Ora, a ciò meglio chiarire, il 



AL TB8T0 DANTESCO. HI 

Poeta vien facendosi annoverare i 
Santi che y non esciasa Maria, l'au- 
gusta loro Re^na, si trovano ne*più 
alti scanni dell' Empireo. £ quindi 
nota ì più sublimi Serafini : poi i si 
privilegiati Moisè e Samaello, e qua* 
le, che si voglia prendere, de'due Gio- 
vanni y se r Evangelista o il Battista , 
esaltati al maggior grado di grazia 
e di gloria. Per altro nei verso su al- 
legato e quel Giovanni non può 
star da sé; e neppur bene sì col- 
lega con qual prender vuogli, ove 
già non vi si sottintenda de'due, onde 
si riesca a determinarne la scelta. Se 
non che questo modo, indefinito e 
si fuor dell'uso Dantesco, ne per- 
suade che s' abbia a leggere e i due 
Giovanni, invece di e quel Giovane- 
ni; tanto più, che ne* vecchi Mano- 
scritti, per la varia e talora imper- 
fetta forma de' caratteri , lo scambio 
delle consonanti g e q col d occor- 
reva pronto e frequentemente. 



LX NUOVE VARIANTI 

D* altra parte mi sembra assai 
rilevante nella Commedia stessa al- 
cun luogo, che porge a questo con- 
ferma, non s'enza obbligarci ad ac- 
cogliere la correzione su ragionata : 

Dell' un dirò, perocché d^ambedite 
Si dice Tun pregiando, qual cf»uom prende, 
Perchè ad un fine fflir 1* opere sue. 

Par,, XI , 40. 



AL TESTO DANTESCO. LXI 



CANTO NONO. 



Dio vede tutto , e tuo veder s' inluia , 
Diss'io, beato Spirto, si che nulla 
Voglia Ai 8ò Site puote esser faia. 

V. 73.'75. 



V. 73-75. Non ostante che la 
Volgata porti di sé, e cosi leggano 
i Commentatori , adoperandosi per 
ogni guisa di spiegare come ciò possa 
adattarsi a nulla voglia, non di man- 
co importa che vi si sostituisca di 
me, come si trova notato nel mar- 
gine a destra del Codice di Santa 
Croce. Per fermo, quella ha da esser 
la propria parola , che Dante dovette 
avere scritta. Tant' è , che ivi il con- 
cetto, dipendente da quanto prece- 
de, esige che non si legga in altra 
guisa : dappoiché la voglia del Poeta 
ben si rendeva visibile a quello Spi- 



LXII Nuova VARIANTI 

rito beato , che , vedendo in Dio on- 
niveggente, poteva ivi discernere 
chiara la voglia, di chi ora gli par- 
lava. Ed in accordo a ciò, il 'buon 
Folco nella cortese risposta fece co- 
noscere, che quella si riguardosa 
voglia gli appariva appunto riflessa 
dair eterno Specchio, Ch'ogni cosa 
dipinta si vede: Par., xxiv, 42. In 
altro luogo, T Allighieri, per deside- 
rio di essere chiarito intorno ad a^ 
cuna questione, si rivolge air Anima 
dì Adamo, esprimendosi di tal guisa : 

Devoto, quanto posso, a te supplico. 
Perchè mi parli ; tu veébi mia voglia, 
E, per udirti tosto, non la dico. 

£ quell' Anima gli risponde : 

.... Senz' essermi proferta 
Da te la voglia tua , discerno meglio , 
Che tu qualunque cosa t' è più certa; 

Perch' io la veggio nel verace Speglio. 

Par., XXVI, 94-106. 

lQ£attì i Minori. e i Grandi del- 
Veterna Vita mirano nello SpecchiOj 



AI, X£STO DANTESCO. UX^Ìl 

cioè nella Faceta di Dio, da cui nulla 
$i fUMconde; e dove perciò si manife- 
stano i pensieri e gli affetti , e le vo- 
glie stesse de' mortali : Par., xv, 60. 
Non è duBque per cambiare a 
proprio senno T un vocabolo coU'al- 
tro , se ho creduto di dover sostituire 
di me alla lezione volgata di sé , ma 
perchè ciò richiede l'aperta verità 
del concetto Dantesco, e perchè ad 
iniuarsi deve corrispondere appieno 
Vimmiarsi: v. 81. a S'io m'intuassi 
(vedessi in te , e indi conoscessi la 
voglia tua), come tu f immii (di- 
scerni in me la voglia che ora sen- 
to), non aspetterei io la tua espressa 
dimanda per soddisfarti : » cosi con- 
chiude il Poeta parlando a quelPÀni- 
ma degna, dalla quale gli premeva 
di venir contentato nella sua voglia ^ 
senza eh' ei dovesse mettere tempo a 
significarla. Ed ecco or come Dante 
ne guida a interpretare sé stesso. 



LXIV NUOVE VARIANTI 



CANTO DBCIMOTERZO. 



.... quella viva Luce che si mea 
Dal suo Lucente , che non si disuna 
Da Lui, né dall'Amor, che in Lof s' intrea, 

Per sua bontate il suo raggiare aduna, 
Quasi specchiato , in nove Sussistenze , 
EternaUnente rimanendosi una. 

V. 55-60. 



V. 59. Godici a penna e a stam- 
pa, quant'io ne vidi, tutti, fuorché 
uno che porta specchiati y leggono 
specchiato y riferendosi poi dagl' In- 
terpreti tal vocabolo a raggiare che 
precede: v. 68. Laddove, giusta la 
scienza e i concetti raffermati dal 
Po^ta , bisogna riferirlo a viva Luce 
(v. 55), e scrivere quindi specchia- 
ta. Ed in effetto quella Luce, pro- 
cedente dal sommo Sole, pe* suoi 
eterni raggi risulta e si mostra 
quasi specchiata nei nove Cieli e 



AL TESTO DANTESCO. LXV 

negli Angeli che ad essi comunicano 
la virtù e il moto, E ciò fanno sen- 
za mai disgiugnersi dal Cielo corri- 
spondente a ciascuno degli Ordini, 
in cui son tripartite le tre Gerarchie 
di quelle angeliche Intelligenze mo- 
trici: Par., XXIX, 35. 

Che la òosa debba essere cosi, 
né diversamente, si ritrae appunto 
dalla dottrina vagheggiata dal nostro 
Autore, secondo la quale tutte le 
creature, e tanto meglio le più ec- 
celse, di grado in grado si mostrano 
non altrimenti che variati specchi, 
e ad modum speculorum: if £p. 
Gan., § XXI. E indi rendonsi una im- 
magine specchiata o similitudine 
deir etemo Valore: e similitudo Bo- 
nitatis cBtemce : » Mon., i, 10. Or 
questa immagine riesce viepiù a ri- 
splendere , quanto più le cose riten- 
gono in sé della perfezione : 

Che r Àrdor santo, che ogni cosa raggia, 
Nella più simigliante è più vivace. 

Par., VII, 74. 

6 



LXVI NUOVE VARIANTI 

Pertanto la viva ed eterna Luce, 
riflettendosi in quelle creature , vi si 
dimostra quasi specchiata , e , come 
adire, spezzata'm altrettanti specchi, 
Eternalmente rimanendosi una. Il 
che vien poi spiegato in forma più 
chiara e precisa, da non lasciarci 
dubbio veruno di dover porre mano 
alla correzione che si desidera nel 
Testo volgato: 

Vedi r eccelso ornai e la larghezza 
Dell* eterno Valor, poscia che tanti 
Speculi fatti s' ha, in che si spezza. 

Uno manendo in Sé , come davanti. 

Par., XXIX, 142. 



AL TESTO DANTESCO. LXVll 



CANTO DBCIMOQXnNTO. 



Non avea catenella. Don oorona, 
Non donne contigiate, non cintura, 
Che fosse a veder più che la persona. 

V. 100-102. 



V. 401. Vi fu chi propose dirit- 
tamente che a questo luogo, invece 
di donne contigiate, s'avesse a scri- 
vere gonne contigiate» Nulla per 
altro valse la ragione critica contro 
l'autorità de' Godici, e si continuò 
a stampare e ristampare ed allogar 
nel Testo V altra lezione , eh' è se- 
condo la Volgata. Ma a farla dismet- 
tere bastava il dar mente che, avendo 
il Poeta accennato ai semplici costu- 
mi delle antiche donne Fiorentine, 
come non ambiziose di catenella né 
di coronai era ben naturale che le lo- 



LXVra NUOVE VARIANTI 

dasse eziandio che non usassero por- 
tar gonne contigiate (per soverchia 
ricchezza e leggiadria di adornamen- 
ti), e non cintura, Che fosse a veder 
più che la persona. 

Posto pure che le donne di Fio- 
renza portassero configric, vale a dire 
una specie di calze solate col ouojo 
e stampate intorno al piede: ma 
donne contigiate non s' accorda per 
buon costrutto con Fiorenza..,, non 
avea catenella, non corona,,., non 
cintura, ec. Senza che contigiate, 
che può valer quanto ornate a di- 
smisura, s'adatta propriamente a 
gonne, in che lo sfoggio delle ador- 
nezze dovette apparir tanto biasime- 
vole agli occhi del Poeta, ammirato 
lodatore dell* antica semplicità e 
modestia. 



AL TESTO DANTESCO. LXIX 



CANTO DBCIMOSESTO. 

Ciascun che della bella Insegna porta 
Del gran Barone, il cui nome e il cui pregio 
La festa di Tommaso riconforta. 

V. 127-129. 

V. 127. Questa lezione, ancorché 
accreditata comunemente , mal può 
sostenersi. Ed invero il portare della 
bella Insegna, ec, signiflcherebbe 
che le famiglie, indi contrassegnate , 
ritenevano solo alcun che, una par- 
te, vo'dire, de* fregi deirArme gen- 
tilizia del gran Barone Ugo, venuto 
e morto in Toscana Vicario d* Ot- 
tone III imperatore. Ma effettiva- 
mente la portavano intiera, siccome 
ottennero diritto d* inquartarla nel 
loro Stemma le famiglie fiorentine 
Pulci, Nerli, Gangalandi, Giando- 
nati e quei Della Bella. (Gf. Bor- 



LXX NUOVE VARIANTI 

ghini , Arme delle Famiglie fiorefi" 
Une.) 

Se non che il Codice Gaetani 
ci schiude (a via al vero , leggendo : 

Qualunque de la bella Insegna porta, ec. 

Onde possiam acquistare certezza 
che tal verso siasi scrìtto in differenti 
maniere, e come altri ai vocaboli 
che la potè facile surrogare de la 
{dellà)y senza forse avvertire che 
perciò, oltre air offendere il parti- 
colare concetto, si veniva a disco- 
noscere un fatto storico e pubblica- 
mente additato. Ben ciò ne convince 
a dovere scostarci dalla Volgata, e 
riporre nel Testo ; 

Qualunque che la bella Insegna porta, ec 

Similmente, di Bartolomeo della 
Scala, che appunto sulla Scala, pro- 
pria Arme degli Scaligeri, dovette 
aver sortito il privilegio di soprap- 



AL TESTO DANTESCO. LXXl 

porvi l'i! gut7a^ insegna delV Impera- 
tore, il Poeta ce ne rende cenno 
come del gran Lombardo^ 

Ch' in su la Scala porta il santo Uccello. 

U un luogo è dichiarazione e 
conferma delP altro , disvelandoci 
punanco, che 1* Artista a certi pen- 
sieri precisamente defìniti non sa 
talora consentire , fuorché una sola 
e semplice forma. 



LXXII NUOVE VARIANTI 



CANTO DBCIMOTTAVO. 

E, quietata ciascuna in suo loco, 
La testa e il collo d'un' Aquila vidi 
Rappresentare a quel distinto Fuoco. 

Quei che dipinge li non ba chi il guidi , 
Ma Esso guida, e da Lui si rammenta 
Quella virtù che è forma per li nidi, 

V. 106-111. 

V. 110. La lezione comune por- 
ta si rammenta, che altri spiega 
per 8i riconosce, e quindi si deriva 
o si fa derivare. Altri invece V in- 
tende per si pone in mente. Ora 
nel primo significato, che pure in 
alcuna maniera cadrebbe all'uo- 
po, il verbo rammentarsi rima- 
ne singolarissimo e senza esempio. 
Dante bensì lo usa talvolta, ma gli 
assegna per solito il valore di ac- 
cennare, se non di ricordarsi o di 
ridursi a mente, e simili. Il ricono- 



AL TESTO DANTESCO. LXXUI 

9cersi viene poi adoperato nella Com- 
media in più sensi, non però mai 
in quello che al presente gli si vuole 
attribuire: Purg., xxx, 64; Par., 
XXIX, 59; XXXI, 87. Né tanto meno 
si rammenta può trarsi a significare 
si pone in mente, che inoltre mal 
si converrebbe ad animali fuori d'in- 
telligenza. Sopra che le parole an- 
tecedenti Esso guida richieggono 
nella continuazione del costrutto il 
compimento dell'azione guidatrice. 
Ed è appunto da Dio, che si dis- 
semina quella virtù istintiva , mercè 
cui si formano le maestrevoli opere 
della Natura, quali fra le tante altre 
sogliono ammirarsi i nidi lavorati 
dagli uccelli. 

Per queste considerazioni siam 
eccitati a dubitare , che qualche 
errore sia incorso nella Volgata si 
rammenta. Veramente ne' Godici vi 
è scritto tutto unito e in questa for- 
ma: siramenta; e mentre in ogni 



LXXIV NUOVE VARIANTI 

altro luogo , dove s' incontra il verbo 
rammentarsi, lo si vede segnato con 
doppia m, qui invece apparisce ogno- 
ra con un* m spia. Il che ben mostra 
come siasi franteso il genuino voca^ 
bolo, che senza fallo dev^essere si 
sementa. Dio, infatti, è V ammirci- 
bile e benigno Seminatore (Conv., 
IV, 21 e 24), da cui discende la virtù, 
che, per mezzo de' Cieli e delle In- 
telligenze motrici , si sementa negli 
animali e vi genera il provvido istin- 
to, arte di Natura. Or questa di- 
vina virtù deir istinto porge agli uc- 
celli una guida o il lume direttivo 
a formare ì loro dolci nidi. Cosi 
la infinita Bontà o Virtù di Dio si 
partecipa anco, sebbene nell'infìma 
misura, agli animali bruti, la cui 
anima tutta è in materia compre- 
sa, ma pur tanto quanto nobilita" 
ta: Conv., ni, 7. 

Inoltre la natura dispositiva 
degli animali o la naturalità loro si 



AL TESTO DANTESCO. LXXV 

rìsgaarda dal savio Poeta come se- 
menta (Par., VII, d37) che in essi, 
mediante i Cieli e le angeliche Intel- 
h'genze, vien infusa dal Creatore, 
Natura universalissima e prima 
Cagione di ogni cosa: Conv., ni, 2. 
L'uomo stesso, perla parte del- 
l' ^nima, è a guisa di sementa 
della Virtù divina: Ivi, iv, 21. 

Quel sommo Artefìce adunque, 
che di tanti Spiriti rilucenti come vive 
stelle nel Cielo di Giove dipingeva 
agli occhi del Poeta un'Aquila mi- 
steriosa , non è Pittor che con esem- 
pio pinga (Purg.,xxx, 66), non ha 
chi il guidi nel suo magistero ; ma 
Esso guida gli altri Artisti quanti 
mai sono, ai quali appunto serve di 
lume e norma Ja Natura, che prende 
suo corso dal divino Intelletto e da 
sua Arte: Inf., xi, 100. La suprema 
Virtù regolatrice del mondo è Dio, 
e da Lui quindi sì sementa quella 
virtù, onde s' informano le universe 



LXXVI NUOVE VARIANTI 

cose , e gli uccelli n' attingono V arte 
a comporre i tanto maravigliosi nidi. 
Insomma tutta la Natura e TArte 
in Cielo e in Terra dipende, come 
da sua Gagion prima, dalla creatrice 
Intelligenza , piena di forme e for^ 
ma deirUniverso : Par., xxxiii,92. 

La verità della Scienza, non me- 
no che le varie applicazioni che TAl- 
lighieri non cessa di farne, tanto 
nella Commedia, quanto nel Con- 
vito e nel De Monarchia., ci con- 
vincono che, al verso sovrallegato, 
8Ì sementa deve tenersi come la pro- 
pria e verace parola dettata dal Poe- 
ta. Di certo , che solo questa parola 
serve a determinare chiara e pronta 
r interpretazione di uno dei più dif- 
ficili ed intrigati passi , cui siasi ci- 
mentato r ingegno e la paziente dot- 
trina di quanti si occuparono intorno 
alla Divina Commedia. 



AL TESTO DANTESCO. LXXVII 

CANTO DECIMONONO. 

.... nostra veduta, che conviene 
Essere alcun de' raggi della Mente, 
Di che tutte le cose son ripiene, 

Non può di sua natura esser possente 
Tanto , che suo Principio non discema 
Molto di là, da quel ch'Egli è, parvente. 

V. 52-57. 

V. 57. Chiunque voglia alquanto 
ponderare ciò che si vien ragionando 
al luogo presente , e riguardi bene 
al contesto del discorso , non tarde- 
rà ad accorgersi dell' errore che vi 
si è insinuato. Per fermo, non es- 
sendo la nostra veduta intellettuale 
altro, che un raggio del lume di 
Dio (v. 53), non può di sua natu- 
ra, finita quar è e particolare, com- 
prendere il suo Principio, se non 
in misura assai minore di quello 
eh* Egli è, vale a dire , molto di qua 
dal suo vero essere. Dio, somma Luce 
che Sé sola compiutamente vede e 



LXXVIII NUOVE VARIANTI 

che solo colV infinita capacità V In- 
finito comprende y creando T uma- 
na ragione, volle che fosse minore 
• del suo potere. Re dell* universo , 
non limitato da nulla, si fece Li- 
mitatore della Natura universale, 
non che d* ogni altra particolare : 
Conv., Ili, 2, 7; iv, 9. 

Laonde Fumana veduta non 
basta per giugnere a penetrare 1. 
misteri della divina Grazia : 

.... che da si profonda 
Fontana stilla, che mai creatara 
Non pinse V occhio insino alla prim' onda. 

Par., XX, 118. 

Ciò vien raffermato e chiarito 
dal Poeta medesimo, facendosi am- 
monire dall'Aquila celestiale : 

.... nella Giustizia sempiterna 
La vista, che riceve il vostro mondo, 
Com' occhio per lo mare, entrd s' interna; 

Che, benché dalla proda veggia il fondo, 
In pelago noi vede; e nondimeno 
Egli ò, ma cela lui l' esser profondo. 

V. 58-63. 



AL TESTO DANTESCO. LILXIX 

Ed ecco che attentandosi a ve- 
dere nel profondo della Mente di- 
vina, la mente di noi mortali si 
deve ritenere ed arrestare a gran 
distanza, e però sempre molto di 
qua dal si profondo Consiglio, Che 
da ogni creata vista è scisso. Quindi 
al verso sovraddotto importa che si 
legga : Molto di qua, da quel ch'Egli 
è, parvente. 

Qualora si voglia invece seguir la 
Volgata: Molto di là, da quel ch'Egli 
è, parvente, bisognerebbe ammette- 
re che la nostra veduta mentale rie- 
sca a discernere in apparenza Id- 
dio, sua prima Cagione (che cioè 
giunga a vederlo) assai più oltre di 
quello che Egli è, ossia molto di là 
dal suo vero essere o fuori di esso» 
Or questo si disforma dal sentimento 
del Poeta, e dalla sana dottrina, pe- 
rocché la ragione dell' uomo ben può 
vedere Dìo in alcuna cosa apparte- 
nente al suo vero essere , quantun- 



LXXX NUOVB VARIANTI 

que sia astretta a vederlo con mi- 
sura limitata e sempre meno del 
Vero stesso , riguardato interamen- 
te : Par., xxxiii, 69. 

In questo luogo difatti ci si vuol 
rifermare nell'intelletto, che que- 
sta nostra veduta mentale, assai in- 
feriore a quella di Lucifero, che fa 
la somma d'ogni Creatura, 

È corto recettacolo a quel Bene , 
Che non ha fine , e So con Sé misura. 

V. 50. 

Dunque la mente umana, non 
che possa addentrarsi ne* segreti 
della Natura creatrice, ha da re- 
starsene ferma al limite prescritto 
alla nostra minor natura. Certo, a 
penetrare nell'eterno Consiglio, ogni 
aspetto Creato è vinto pria, che 
vada al fondo (Par., X], 30); te- 
nendo Iddio nascosto il suo primo 
perchè, che non gli è guado : Porg., 
vili, 67. Né quindi la nostra vedu- 
ta può di sua natura, particolare 



AL TESTO DANTESCO. IXTXl 

e finita , esser possente tanto, da di- 
scernere nella verace apparenza ^ 
se non molto di qua dall' agognato 
segno, l'infinito Principio onde si 
deriva : non può essa 

.... trascorrer la infinita via, ^ 
C^ie tiene una Sostanza in tre Persone. 

Purg.,m, 34. 

Quanto poi alla forma avver- 
biale di qua da per significare di 
lungi comecchessia una distanza 
dal segno, cui Tuonio bramerebbe 
d' arrivare , si osserva altrove. Ed 
è notabile specialmente in que* ver- 
si , onde Buonagiunta da Lucca ri- 
conosce com' egli e il Notajo da 
Lentìno e Guitton d'Arezzo, poe- 
tando, si fossero ritenuti assai lon^ 
tani dal dolce stile nuovo, di che 
Dante si fece maestro : 

.... issa vegg'io, diss'egli, il nodo, 
Che il Notajo * e Guittone , e me ritenne 
Di qua dal dolce stil nuovo cb' i' odo. 

Purg., XXIV, 55-57. 

— f 



LXXXn NUOYB VARIANTI 



CANTO VENTESIMOQUARTO. 

santa Suora mia , che si ne preghe 
Devota, per lo tuo ardente affetto 
Da quella bella Spera mi disleghe. 

V. 28-30. 

y. 30. Di tal guisa si legge con- 
cordemente, sebbene cel vieti la ve- 
rità della cosa, a che il Poeta pur 
qui ci richiama. Non v'ha dubbio, 
che quelle Ànime del Sodalizio 
eletto alla gran Cena Del benedetto 
Agnello , si volsero in giro sovra sé 
stesse , facendosi quasi Spere so- 
pra fissi poli (v. 11) e Ftam- 
mando forte a guisa di comete. 
Ma esultato che ebbero per siffatto 
modo alla dimanda e al parlare di 
Beatrice, quell'Anime poi, quasi 
intrecciando una danza, mostraronsi 
non altrimenti che Carole volgentisi 
insieme a ruota per nuova letizia. 



AL TESTO DANTESCO. LXXXni 

Ed allora la più raggiante Spe- 
ra o il Fuoco ivi piì)i felice , usci di 
quella unita Carola, maggiore per 
bellezza fra tutte , cosi dislegandosi 
dalla Schiera dell'altre Anime ivi 
rimaste, tuttavia intrecciate caro- 
lando, ma con assai meno di splen- 
dore. Da ciò ne si mostra che uno 
Spirito, in si gran maniera lumino- 
so , dovea ben esser in più alto grado 
dì beatitudine. Ed infatti entro quel 
vivo Lume fiammeggiava beato il 
Principe degli Apostoli, che per cor- 
rispondere alla preghiera di Beatrice 
erasi disgiunto dal Sodalizio, cui 
gioiva di presiedere. E da questa me- 
desima danzante Schiera, ond^usci 
la primizia Che lasciò Cristo de'Yi- 
carj suoi (Par., xxv, i5), si dipar- 
tirà poscia l'apostolo Giacomo il 
Maggiore, eccitato da Beatrice ad 
interrogare V Allighieri intorno alla 
Speranza: Par., xxv, 16. 

Donde risulta fuori di ogni 



LXXXr7 NUOVB VARIANTI 

disputa, che quivi (al xxiv, v. 30) 
non è Spera, si veramente Schiera 
il preciso vocabolo, poichéT ricorre 
puranco nel susseguente Canto allo 
stesso proposito, e risponde or pro- 
priamente al caso. D'altro modo bi- 
sognerebbe di forza e contro alla 
verità supporre, che nella fulgida 
Spera o nel luminoso Cerchio, dove 
per r infiammato affetto aggirava- 
si sopra sé il Principe degli Apo- 
stoli, si ritrovasse non solo lo Spi- 
rito dell'Apostolo per cui quaggiù 
8i visita Galizia, ma quello puranco 
dell'Estatico di Patmos : Par., xxv , 
117. Ben tutti e tre insieme leti- 
ziavano raggianti in quella Carola 
Schiera in danza a tondo, onde 
r un dopo r altro poi si mossero al- 
l' uopo su indicato. 

Oltreché il tanto privilegiato So- 
dalizio deve certamente riguardarsi 
come la principalissima, la più bella 
e splendida delle Schiere del Trionfo 



AL TESTO BANTBSOO. LXXXV 

di Grìsto : Par., xxiii, 20. Ed in 
effetto ì Beati, neir apparire a Dan- 
te, si dimostrano ognora divisi in al- 
trettante Schiere, fra le quali, sotto 
il Trionfo dell' alto- Figlio di Dio e 
diMaria, dovea trionfare la eletta 
Schiera degli Apostoli, e in prima 
Colui che tiene le Chiavi della Glo» 
ria del Cielo. 

Né vuoisi tacere che al luogo su 
dichiarato si cambiò Schiera in Spe- 
ra, per simile modo che, nel Canto 
xxY e proprio al verso 14, il Codice 
di Santa Croce e il Vaticano 3199 
hanno erroneamente muiaL[o Schiera 
in Spera. Di quest'improvvido scam- 
bio non ci fa maraviglia, giacché pur 
troppo gli amanuensi , sbadati per 
solito , se non imperiti od ignoranti , 
se pure studiavansi di rendere in- 
tere le parole, non si curavan poi 
molto di riflettere air importanza 
del fatto ed alla verace sentenza in- 
tesa dair Autore. 



LXXXVI NDOVB VARIANTI 

CANTO VBNTESIMOQUINTO. 

Quale è colui ch'adocchia, e s'argomenta 
Di vedere eclissar lo Sole un poco. 
Che, per veder, non vedente diventa; 

Tal mi fec* io a quel!' ultimo Fuoco , 
Mentrechè detto fu : Perchè t'abbagli 
Per veder cosa, che qui non ha loco? 

V. 118-123. 

V. 119. Neir affissarsi in quella 
splendida Fiamma, entro cui era lo 
Spirito di Giovanni l'Evangelista, 
rAllighieri s' arrischiò di penetrarvi 
per riconoscere se Questi aveva seco 
la corporea veste, come già si suppose 
per alcun detto Evangelico. Ma indi 
ne rimase abbagliato, quasi che a 
tanto fulgóre gli si fosse spenta la 
vista degli occhi : Par. , xxvi , 2 . E per 
farne viemeglio intendere con imma- 
gine appropriata un tale fatto, ci si 
reca il pensiero a colui, che guarda 
verso il Sole, risplendente tuttora 
nella sua piena luce, e ivi aguzza e 



AL TESTO DANTESCO. LXXXYII 

appunta rocchio, essendo persuaso 
per voce altrui, se non da astro- 
nomiche notizie , che debba imman- 
tinente succedere V eclissi. Quindi , 
per voler vedere ciò che non poteva 
aver luogo si in breve , non vedente 
diventa dal subito abbarbaglio. 

Dirittamente perciò s* inferi- 
sce, che non sia a leggere s' ar- 
gomenta Di veder eclissar lo Sole 
un poco; dappoiché neir atto di ve- 
der il Sole eclissarsi tanto quanto , 
all'improvvido e curioso rìguarda- 
tore non viene ad esser offesa e 
impedita la vista a segno da restare 
non veggente. Bensì tale diventa al 
soverchio splendore della gran Lu- 
ce , quando vi guarda fiso , perchè 
s'avvisa, che di li a poco sia per 
avverarsi l'aspettato oscuramento. 
Ciò s' adatta per 1* appunto al fatto 
che Dante intese di chiarirne. 

Laonde nel verso su riferito 
mal vi fu intromesso V avverbio un 



LXXmiI NUOVB VARIANTI 

poco, mentrechè la verità del caso 
descritto ci obbligava a scrivere in 
poco , cbe vai quanto in poca ora, 
in breve. E siffatto valore s' attri- 
buisce a quest' avverbio là dove , 
parlandosi della trasformazione del- 
l' Uomo in Serpe, si accenna che 
le coscie seco stesse S* appiccar si, 
che in poco la giuntura Non facea 
segno alcun che si paresse: Inf., xxv, 
108. Di che si spiega la terzina su 
allegata: ce Quale è colui che aguzza 
V occhio verso il Sole, argomentane 
dosi per propria o altrui scienza di 
vederlo in poca ora eclissare, e in 
quella vece subito s'abbaglia, da non 
veder più nulla, Tal mi fec* io, ec. 
Dante, giovi il ridirlo, quivi non 
ci vuol ricordare T atto di chi s' at- 
tenta di vedere eclissare un poco il 
Sole , ma bensi V atto arrischiato e 
incauto di chi adocchia o guarda 
fiso il Sole, di cui indi a poco si 
aspetterebbe V eclissi preveduta. 



AL TBSTO DANTESCO. LXZXIX 



CANTO VBNTESIMOTTAVO. 

.... Se il Mondo fosse posto 
Con r ordine eh' io veggio in quelle Ruote, 
Sazio m' avrebbe ciò che m' è proposto. 

Ma nel Mondo 8en8ibile si puote 
Veder le vòlte tanto più divine , 
(juant* elle son dal centro più remote. 

Onde, se il mio disio dee aver fine 
In questo miro ed angelico Tempio , 
Che solo Amore e Luce ha per confine , 

Udir conviemmi ancor come VEsemplo 
E 1' esemplare non vanno d' un modo ; 
Che io per me indarno a ciò contemplo. 

V. 46-57. 

V. 55. Vide il nostro Poeta un 
Punto raggiante vivissimo lume, e 
intomo ad Esso nove Cerchi di fuoco, 

e ciascheduno 

Più tardo si movea» secondo ch'era 
In numero distante più dall' uno. 

E quello avea la fiamma più sincera, 
Cui men distava la Favilla pura; 
Credo però che più di Lei s' invera. 

V. 34-39. 



XC NUOTB VARIANTI 

Precorrendo alla dimanda del 
suo Alunno, Beatrice pronta gli fa al- 
lora intendere , cbe quel Punto , da 
cui Depende il Cielo e tutta la Natu- 
ra, è Dio, e che quel Cerchio gli 
s'aggira a minor distanza velocis- 
simo, per V affocato amore, ond'è 
sospinto. Ma di ciò non s'appaga 
il Discepolo rimasto in dubbio , che 
se tale è l' ordine di que' Cerchi 
spiritali (adombrativi de' Cori an- 
gelici) rispetto al gran Punto di Lu- 
ce , non si dovrebbe poi vedere nel 
nostro Mondo sensibile una dispo- 
sizione opposta. Perocché i Cieli, 
Cerchi corporali^ tanto più si muo- 
vono, quanto più son rimoti dal 
Centro della Terra. 

Or qui i Commentatori, con poca 
differenza gli uni dagli altri , inter- 
pretano di siffatta guisa: « L'esem- 
plo ò la Terra co' suoi Cieli intorno; 
V esemplare è il Punto luminosis- 
simo coi Cerchi sfavillanti, di cui 



AL 1SBT0 OANTB800. XCl 

più sopra si tocca » (v.25). Per con- 
trario, V Esemplo anzi dev'essere 
quel Punto coi Cerchi, ond' è attor- 
niato, significandosi per quel Punto 
il Creatore, e per gì' infuocati Cer- 
chi, rigiranti intorno ad Esso, le 
Gerarchie angeliche. Ed a cotanto 
efficace Esemplo si conforma V Or- 
dine dei Cieli che si volgono intorno 
alla Terra, nel cui centro sta il 
Punto delV Universo: Inf., xi, 65. 
Del che abbiamo certezza nelle 
determinate parole , onde Boezio si 
rivolge a Dio : 

.... Tu cuncta superno Ducis ab Exem* 
pio: pulchrum pulcherrimu8 ipse Afun- 
dum mente gerens, aimilique in imagine 
formans. 

De Con. Phil.i lib. m, m. 9. 

Il che dal nostro Poeta ci si 
rende volgarizzato quasi per intero e 
letteralmente : Tutte le cose produci 
dal superno Esemplo, Tu, bellissi- 
mo, bello mondo nella mente por^ 



XCn NUOVE TARIANTI 

tando: Gonv., in, 2. Or bene, poi- 
ché Dio , giusta 1* esemplo o la for^ 
ma intenzionale, che è nella sua 
Mente, produsse il Mondo sensibile, 
questo riman indi esemplato consi- 
mile a quella Forma creatrice. 

Riesce quindi palese che eseìn- 
piato, e non esemplare, vuoisi ri- 
porre nel luogo sovra segnato ; tanto 
più, perchè esemplare (preso so- 
stantivamente) ed esemplo possono 
valere tutt' uno, come <e exemplum » 
ed « exemplar, » presso i Latini: 
Mon., Ili, 44. Né Tuno né l'altro 
poi di siffatti vocaboli si convengono 
al Mondo sensibile , quand' esso 
Mondo sia posto in paragone con 
Dio eh' é sua Forma esemplare , ed. 
Esemplo non solo, ma sua prima 
Causa efficiente. 

Al che pone suggello di veri- 
tà quanto si legge nel Convito 
(ih, 6) a proposito della creazione 
deirAnima umana: a Perocché Id- 



AL TESTO DANTESCO. XCm 

dio è uni versalissima Cagione di tutte 
le cose, conoscendo Lui, tutte le cose 
conosconsi secondo il modo delia 
Intelligenza. Per che tutte le Intel- 
ligenze conoscono la /orma umana , 
in quanto ella è per intenzione 
regolata nella divina Mente. Massi- 
mamente conoscono quella le Intelli- 
genze motrici; perocché sono spe- 
zialissime cagioni di quella, e d'ogni 
forma generale: e conoscono (veg- 
gendola in Dio) quella perfettissi- 
ma, tanto quanto essere puote, sic- 
come loro regola ed Esemplo. E se 
essa umana forma, esemplata e in- 
dividuata, non è perfetta, non è 
manco del detto Esemplo, mdi della 
materia, la qual' è neir individuo. » 
Del rimanente la dottrina, che 
abbiam veduto poetizzata dal savio 
Maestro, s'accorda con quanto Al- 
berto Magno, l'Aquinate e altri scrit- 
tori in Divinità insegnarono, che cioè 
il Mondo Archetipo,ossÌ3i V Esemplo 



XCIV NUOVB VARIANTI 

del Mondo poscia uscito ad atto, è in 
Dio; ed esemplato vien appunto ad 
essere il Mondo della Creazione. 
Veramente esemplato è questo Mon- 
do sensibile, somigliante perciò al- 
VEsemplo di Dio e dei Cerchi an- 
gelici, che intorno ad Esso, conae a 
lor Punto fisso , si girano con perpe- 
tua vista e infiammato amore. Sopra 
ciò esempio od esemplo nel sacro 
Poema, del pari che nel Convito ed 
anco nella Vita Nuova, ìndica quasi 
sempre la forma esemplare^ che la 
Natura e TArte seguono nelle Opere 
loro, conformandosi a Dio, Esemplo 
degli esempi, Forma o Idea delle 
cose tutte quante. 



AL TESTO DANTESCO. XCV 



CANTO VENTBSIMONONO. 



Per apparar ciascun s' ingegna e face 
Sue invenzioni , e quelle son trascorse 
Da' PredicafUi, e il Vangelio si tace.... 

SI elle le pecorelle, che non sanno, 
Toman dal pasco pasciute di vento, 
E non le scusa non veder lor danno. 

V. 94-108. 



V. 108. Cosa incredibile, ma ve- 
ra, è, che siasi tenuta costantemen- 
te per legìttima questa lezione, si 
del tutto contraria a quanto l'anima 
sdegnosa del Poeta voile manifestar- 
ci. Del sicuro, non sono esse degne 
di rimprovero le pecorelle, che non 
sanno, e che però, mosse dal deside- 
rio d'essere ammaestrate nella vera 
Dottrina, si conducono ad ascoltarne 
i Predicatori» Doveano bensì bia- 
simarsi que' disamorati Pastori che , 



XCVI NUOVE VARIANTI 

in cambio di, porger loro ìl^scUfiite' 
vote cibo del Vangelo, le rìnoM^- 
vano a casa pasciv^t^ <]i ygna, $qiei)\^a, 
sfoggiata in isterìU'qùeMtqnJ. TS,^, jji 
questo danno f r^c^to agli.^djtqr^ pri- 
sli^tni, si méritavaQO«citó(i. qj^e'^csefjti 
Predicanti, dacché siffatta ignóraui^k 
è riprovevole in coloro, ph^de^ypu 
possedere. revangeliqjf p/o.tli'ii^ji affi- 
ne, di somnainistrarla alle<^,4,f^uife 
poltitudini come pascqlp^Ai^J^ter^^ 
Fi7a. Che se qijdndi le prlvavapp df-^l 
vìtal nutriinentQ.y. dispens^nfjo ^\iff^ 
vanitosgi^ scipn2ia, rendpv^r^s^ colpe- 
voli e .r^onapi^eabili dpi. «j^gray/? 
d^jm(^: 8.ero.cchè. .,.,. '/.a ,; n u- 

Andate^ e predicate al.Mòpdo ciaxi9ej^^ .. 
Ma 'diede lor verace yondamenio : • 

SI (cb ' 8 pufDsr /pni aeceéiiecr Ù :fMB;( ) ! >^ 

"V. ^09-114,, 

uy '^)^^Q^Psto.;?^ng^l^^,Q^f^a di 
Verità e di Vita, fu cosi raccoman- 



AL TESTO DANTESCO. XCYII 

dato da Cristo a' suoi Discepoli e 
ai Jor S accessori nel Ministero apo- 
stolico, acciocché lo annunziassero a 
luce e salute del Mondo. Or chi tra- 
scara cotanto ufficio o peggio V of- 
fende con mostrarsi ambizioso di 
predicare piuttosto le proprie inven- 
zioni, nuoce a sé e ad altrui, e at- 
tira sul proprio capo la divina Giusti- 
zia. Al qual proposito parmi torni in 
acconcio di qui riferire il notabile 
ammonimento del Passavanti nel 
suo Specchio di vera Penitenza: 
Ediz. di Torino, 1831, pag. 283 : 

a I Predicatori debbono sapere 
eccellentemente la Scrittura, la quale 
egli hanno a insegnare altrui. E però 
si debbono ingegnare di studiare e 
d' imprenderla, innanziché vengano 
allo stato ed all'atto della dottrina; 
altrimenti male a loro uopo ci sal- 
gono. Onde disse Iddio per lo pro- 
feta Osea : « Quia scientiam repuli- 
sti, repellam te, ne Sacerdotio futi- 

9 



XCVIII NOdVE VA^Akl^ 

garì8 mtkl »" Impfertifcd^ W^ìfóh 
hai voluto avérò sèìeritó,' lo -tf ^cac- 
cerò via, che nori abbi l"i6!tìéfty^l 
mio Sacerdozio: il crùi''6ffiól'o"'è^« 
reggere e d* araraaesffafé"'altrcrì , 
che non si può bèli fare sehi^'ètìéte- 
za. Ma e' sì trovano aì^uslfìtt;' tUxe 
sono tanto ambiziosi ' e Vbleiiterosi 
dell'essere maestri, e d'insegnare 
altrui, che non apparano* 'iiinanzi 
quello che debbono itlsègn^i^e:' Ed 
imperocché hanno tròppo" ^i*aiad« 
fretta, non volendo essèré disC^oli 
di verità, diventano maestri d'ér- 
rore. » 

Ora, tutto questo bètì' conside- 
rato , siamo astretti ad irive^tiré con 
poca mutazione il senso delW frase 
non le scusa, e scrivere non li scusa, 
ciò riferendosi a qne'cotai Predicanti 
( V. 97), i quali , per apparire ingegnosi 
nello studio della mondana scienza , 
tacciono il Vangelo. Né quindi po- 
teva discolparli non vedere il danno 



AL T^TO DANTESCO. XCIIC 

cb§ ef» c^oimvano alla greggia di 
Cni^to^ 4^ccbi^ doveyan acquistare 
V-opport^oa^ dottrina per farsene fe- 
deli dlsp.eQsa^ori. Questa certo aspel- 
tavasàdaUei pecorelle cristiane che, 
imps^ii^ti deir esserne prive, cor- 
re«iino«ansio^ dixiceyerìa a so^tan- 
wU&. ammaestramento.. 

.Tipppci, invero, mi son dilunga- 
to in qjp^ste discussioni, ma Y impor- 
taci^ e la novità delia cosa mi pare- 
va, .f^ie il richiedes^f;, Ad ogni modo 
mi ^' è ora;avvi>[ata por sentimento 
la certezza delle verità sinqui ragio- 
nate a ^^fipite. Chjei s^ fui ardito di 
n^^ttfìr ms^no /n un' Opera , che non 
aar^ mai rispettata abbastanza, non 
me Ufi darà biasimo chiunque pensi 
alle necessarie deduzioni, cui mi 
trasse la rigida Scienza e TArte del 
solenne Maestro. Né faccia poi caso , 
che i luoghi bisognevoli di correzione 
si appartengano la più parte, anzi che 



e NUOVE VARIANTI, EC. 

alle due prime, alla Cantica del Pa- 
radiso; dacché questa ebbe sempre 
assai meno studiosi, sebbene debba 
tenersi come il maggior Lavoro, 
dove tutte le facoltà e le scienze 
dello spirito umano, concorrendo a 
gara, siansi dispiegate in perfetto e 
mirabile accordo. Pur m' affido che 
la Critica, guidata dai principj e 
dalle norme, che Dante prescrisse a 
sé stesso ed a' suoi Interpreti , po- 
trà ognora meglio riforbire il pre- 
ziosissimo e incommutabile Testo 
della Divina Commedia , vivace fiam- 
ma, onde s'illumina e riconforta 
la Civiltà universale. 



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1 



f. 1-12 



CANTO PRIMO. 



ARGOMENTO. 

Mentre fra V ombre d* una Sélva ò»éura 
Dante emarrita in èno peneter •' aftrieia , 
Salì* erto Colle di salir procura , 

Temer lo fa di ire fiere la vieta : 

Ma Virgilio tr* accorre, e gliproinette 
Mtro viaggio, onde eperanàa aequiatri : 

E per novo eammin «eco ai mette. 



Nel mezzo del eammin di nostra vita 
Mi ritrovai per una Selva oscura « 
Che la diritta via era smarrita. 

E quanto a dir qual era è cosa dura 
Questa Selva selvaggia ed aspra e forte, 
Che nel pensler rinnova la paura: 

Tanto è amara, che poco é più morte. 
Ma per trattar del ben eh' i* vi trovai , 
Dirò dell' alte cose, eh' io v' ho scorte. 

r non so ben ridir com' io v' entrai; 

Tant' era pien di sonno in su quel punto, 
Che la verace via abbandonai ! 



4 l' inferno. 13-39 

Ma poi eh* io fui appiè d' un CJolle giunto, 
Là ove terminava quella Valle « 
Che m* avea di paura il cor compunto, 

Guardai in alto, e vidi le sue spalle 
Vestite già de* raggi del Pianeta, 
Che mena dritto altrui per ogni calle. 

AUor Al la paura un poco queta. 
Che nel lago del cor m* era durata 
La notte eh* i* passai con tanta pietà. 

B come quei che con lena affannata » 
Uscito fuor del pelago alla riva , 
Si volge ali* acqua perigliosa, e guata; 

Cosi 1* animo mio, che ancor (Uggiva, 
Si volse indietro a rimirar lo passo. 
Che non lasciò giammai persona viva. 

Poi eh* ebbi riposato il corpo lasso , 
Ripresi via per la piaggia diserta, 
Si che il piò fermo sempre era il più basso 

Ed ecco, quasi al cominciar dell* erta, 
Una Lonza leggiera e presta molto, 
Che di pel maculato era coverta. 

B non mi si partia dinanzi al volto; 
Ami impediva tanto il mio cammino, 
eh* i* fhi per ritornar più volte vólto. 

Temp*era dal principio del mattino; 
E 11 Sol montava in su con quelle stelle 
Ch*epan con lui, quando V Amor divino 



-66 CANTO PRIMO. 6 

^Mosse da prima quelle cose belle; 
Si che a bene sperar m* era cagione 
Di quella fiera alla gaietta pelle, 

li* ora del tempo ^ e la dolce stagione : 
Ma non si , che paura non mi desse 
La Tista, che mi apparve , d* un Leone. 

Questi parea, che centra me venesse 
Con la test* alta e con rabbiosa fame , 
1^ che parea che 1* aer ne temesse. 

Ed una Lupa, che di tutte brame 
Sembiava carca nella sua magrezza, 
R moHe genti fé già, viver grame. 

Questa mi porse tanto di gravezza 
Ck>n la paura, eh* uscia di sua vista, 
Ch* i* perdei la speranza dell* altezza. 

E quale é quei, che volentieri acquista, 
E giunge *1 tempo, che perder lo face , 
Che'*n tutti i suoi pensier piange e s* attrista; 

Tal mi fece la bestia senza pace , 

Che, venendomi incontro, a poco a poco 
Mi ripingeva là, dove *1 Sol tace. 

Mentre ch* io minava in basso loco , 
Dinanzi agli occhi mi si fa offerto 
Chi per lungo silenzio parea fioco. 

Quando vidi Costui nel gran diserto, 
Misererò dì me, gridai a lui, 
Qual che tu sii , od ombra, od uomo certo 



5 1/ INFERNO. ^ 67-9J 

Risposemi: Non uom; uomo già fui^ 
E li parenti miei furon Lombardi , 
E Mantovani per patria ambedui. 

Nacqui 9ìrìf JìUia, ancorché fosse tardi, 
E vissi a Roma sotto il buon Angusto , 
Al tempo degli Dei falsi e bugiardi. 

Poeta fUi, e cantai di quel giusto 

Flgliuol d^ Anchise, che venne da Troia, 
Poiché il superbo llion t^ combusto. 

Ma tu perché ritomi a tanta noia? 
Perché non sali U dilettoso Monta , 
eh* é principio e cagion di tutta gioia T 

1 se* tu quel Virgilio « e quella fonte , 
Che spande di parlar si largo fiume ? 
Risposi lui con vergognosa fronte. 

O degU altri poeti onore e lume. 

Vagliami il lungo studia e U grande amoi 
Che m* han fatto cercar lo tuo Volume. 

Tu se* lo mio maestro e *1 mio autore; 
Tu se* solo colui , da cui io tolsi 
ho bello stile, che m* ha fatto onore. 

Vedi la bestia, per cui io mi volsi: 
Aiutami da lei, famoso Saggio, 
Ch* ella mi fa tremar le vene e i polsi. 

A te convien tenere altro viaggio, 
Rispose, poi che lagrimar mi vide, 
Se vuoi campar d' esto loco selvaggio: 



94-120 CANTO PRIMO. 7 

Che questa bestia, per la qual tu gride, 
Non lascia altrui passar per la sua via, 
Ma tanto io impedisce, che V uccide: 

Ed ha natura si malvagia e ria, 

Che mai non empie la bramosa voglia, 
B dopo il pasto ha più fome che pria. 

Molti son gli animali, a cui s' ammoglia, 
E più saranno ancora, infln che U Veltro 
Verrà , che la farà morir di doglia. 

Questi non ciberà terra né peltro, 
Ma sapienza e amore e vlrtute, 
E sua nazion sarà tra Peltro e Feltro. 

Di queir umile Italia fla salute, 
Per cui mori la vergine Camilla , 
Burlalo, e Niso, e Turno dì ferute. 

Questi la caccerà per ogni villa. 

Fin che V avrà rimessa neir Inferno, 
Là onde Invidia prima dlpartilla. 

Ond* io per lo tuo me* penso e discerno, 
Che tu mi segui , ed io sarò tua guida, 
E trarrotti di qui per Luogo etemo, 

Ov' udirai le disperate strida. 

Vedrai gli antichi Spiriti dolenti , 
Che la seconda morte ciascun grida. 

E vederai Color, che son contenti 
Nel fuoco , perchè speran di venire , 
Quando che sia, alle beate Genti. 



8 l' inferno. 121-136 

Alle qua* poi se tu vorrai salire , 
Anima fia a ciò di me più degna ; 
Con lei ti lascerò nel mio partire. 

Che quello Imperador, che Lassù regna, 
Perch' i* fui ribellante alla sua Legge , 
Non vuol che *n sua Città per me si vegna. 

In tutte parti impera, e quivi regge, 
Quivi è la sua Cittade e V alto seggio: 
O felice colui, cui ivi elegge I 

Ed io a lui: Poeta, V ti richieggio 

Per quello Iddio che tu non conoscesti , 
Acciocch* io fugga questo male e peggio , 

Che tu mi meni là dov' or dicesti, 

Sì eh* io vegga la porta di San Pietro , 
E Color, che tu fai cotanto mesti. 

Allor si mosse , ed io gli tenni dietro. 



1-12 



9 



CANTO SECONDO. 



ARGOMENTO. 

8* arreata , e teme dell' aspro viaggio. 
Chiede a Virgilio »' ei sarà possente 
JL sostenerlo , • gli risponde U Saggio : 
Che dal più puro Cielo e più lucente 
Beatrice scesa, che cotanto Vamà, 
Lo manda a lui ; di nuovo egli acconsente , 
E piò s* accende dello andar la brama. 



LO giorno se n* andava, e V aer bruno 
Toglieva gli animai , che sono in terra , 
Dalle fatiche loro; ed io sol uno 

M' apparecchiava a sostener la guerra 
Sì del cammino e si della piotate, 
Che ritrarrà la mente, che non erra. 

O Muse , o alto ingegno , or m' aiutate ! 
O mente, che scrivesti ciò eh' io vidi, 
Qui si parrà la tua nobilitate I 

Io conùnciai : Poeta , che mi guidi , 

Guarda la mia virtù, s' ella è possente , 
prima che air alto passo tu mi fidi. 






10 l' inferno. 18^39 

Tu dici, che di Silvio lo parente, 
Corruttibile ancora , ad immortale 
Secolo andò, e fU sensibilmente. 

Però, se 1* Avversario .d' ogni male 
Cortese i fu , pensando 1* alto cretto , 
Che uscir dovea di lui , e '1 Chi , « '1 Quale, 

Non pare indegno ad uomo d* intelletto: 
Ch' ei fu deir alma Roma e di suo liQX>ero 
Neir Empireo ciel per padre eletto. 

La quale, e il quale (a voler dir lo vero) 
Pur stabiliti per lo Loco santo, 
U* siede il Successor del maggior Piero. 

Per quesV andata , onde gli d&i tu vanto , 
Intese cose che fUron* cagione ( 

Di sua vittoria e del papale Ammanto. | 

Andovvi poi lo Vas d' elezione, 

Per recarne conforto a quella Fede , 
eh' ò principio alla via di salvasione. 

Ma io perchè venirvi ì o chi '1 concede ? 
Io non Enea, io non Paolo sono: 
Me degno a ciò nò io né altri crede. 

Perchè, se del venire i* m* abbandono, | 

Temo che la venuta non sia folle: 
Se* savio, e intendi me* oh* io non ragiono 

E quale è quei, che disvuol ciò che volle, 
E per nuovi pensier cangia proposta, 
Si che del cominciar tutto si tolle; 



40-66 CANTO SECONDO. 11 

Tal mi fec* io in .quella oscura OQsta: 

Perché, pensando, consumai la impresa, 
Che fu nel cominciar cotanto tosta. 

Se io ho ben la tua parola intesa , 
Rispose del Magnanimo queir ombra, 
L* anima tua è da viltade offesa: 

La qual molte fiate Tuomo ingombra 
Si , che d' onrata impresa lo rivolve , 
Come ftilao yeder bestia, quand' ombra. 

Da questa tema acciocché tu ti solvei 

Dirotti perch' io venni , e quel eh' io 'ntesi, 
Nel primo punto che di te mi dolve. 

Io era tra color che son sospesi, 
E Donna mi chiamò beata e bella. 
Tal che di comandare lo la richiesi < 

Lucevan gli occhi suoi pii3t che la Stella : 
E cominciommi a dir soave e piana, 
Con angelica voce, in sua favella ; 

O anima cortese Mantovana, 

Di cui la fema ancor nel mondo dura, 
E durerà quaAto il mondo lontana; 

L' amico mio, e non della ventura. 
Nella diserta piaggia è impedito 
Si nel ^-^^Tw^n^n , che volto è per paura : 

B temo che non sia già si smarrito. 
Oh' io mi sia tardi al soccorso. levata, 
per quel eh' i' ho di lui nel Cielo udito. 



12 L* INFERNO. 67-98 

Or muovi , e con la tua parola ornata, 
E con ciò e' ha mestieri al suo campare, 
L* aiuta si, eh' io ne sia consolata. 

r son Beatrice, che ti faccio andare; 
Vegno di loco ove tornar disio : 
Amor mi mosse , che mi fa parlare. 

Quando sarò dinanzi al Signor mio, 
DI te mi loderò sovente a lui. 
Tacette allora, e poi comincia* io: 

Donna di virtù, sola per cui 

V umana spezie eccede ogni contento 
Da quel cìel, e* ha minori i cerchi sui; 

Tanto m* aggrada il tuo comandamento, 
Che r ubbidir, se già fosse, m' è tardi : 
Più non t' è uopo aprirmi 11 tuo talento. 

Ma dimmi la cagion , che non ti guardi 
Dello scender quaggiuso in questo Centro 
Dair ampio Loco, ove tornar tu ardi. 

Da che tu vuoi saper cotanto addentro , 
Dirotti brevemente, mi rispose, 
Perch* io non temo di venir qua entro. 

Temer si deve sol di quelle cose 

c* hanno potenza di fare altrui male : 
Deir altre no, che non son paurose. 

r son fatta da Dio, sua mercè, tale. 
Che la vostra miseria non mi tange, 
^"è fiamma d* esto incendio non m' assale. 



94-lSO CANTO SECONDO. 13 

Donna é gentil nel Ciel, che si compiange 
Di questo impedimento, oy* io ti mando, 
SI che duro giudicio Lassù frange. 

Questa chiese Lucia in suo dimando, 
E disse : Or abbisogna il tuo fedele 
Di te, ed io a te lo racconoiando. 

Lucia nimica di ciascun crudele 

Si mosse, e venne al loco dov' io era, 
Che mi sedea con Y antica Rachele. 

Disse : Beatrice , loda di Dio vera, 

Che non soccorri quei che t' amò tanto, 
eh' uscio per te della volgare schiera ? 

Non odi tu la pietà del suo pianto ? 
Non vedi tu la morte che *1 combatte 
Su la Fiumana, ov' il mar non ha vanto ? 

Al mondo non far mai persone ratte 
A far lor prò, ed a fuggir lor danno, 
Com^ io, dopo cotai parole fatte, 

Venni quaggiù dal mio beato scanno , 
Fidandomi nel tuo parlare onesto , 
Ch' onora te e quei che udito V hanno. 

Poscia che'm* ebbe ragionato questo, 
Gli occhi luéenti lagrimando volse ; 
Perchè mi fece del venir più presto. 

E venni a te cosi, com' ella volse ; 
Dinanzi a quella fiera ti levai , 
Che del bel Monte il corto andar ti tolse. 



14 L* INFERNO. 121-142 

Dunque che é ? perché, perchè ristai? 
Perché tanta viM nel coté allettò ? 
Perchè ardire e franchèssa non hai , 

Poscia che tal tre Donne benedette 
Curan di te nella corte del Cielo, 
E *1 mio parlar tanto ben V impromett^ f 

Quale i fioretti dal notturno gelo 

Chinati e chiusi, poi che *1 Sol gì* imbianca, 
Si drizzan tutti aperti in loro stelo; 

Tal mi fec* io, di mia yirtute stanca : 
B tanto buono ardire al cor mi corse, 
eh' io cominciai come persona franca : 

O pietosa colei che mi soccorse, 
E tu cortese eh' ubbidisti tosto 
Alle vere parole che ti porse ! 

Tu m' hai con desiderio il cor disposto 
Sì al venir, con le parole tue, 
Ch' io son tornato nel primo proposto. 

Or va, che Un sol volere é d' ambedue : 
Tu Duca, tu Signore, e tu Maestro. 
Cosi gli dissi, e poiché mosso fUe, 

Entrai per lo cammino alto e Silvestro. 



1-12 15 



CANTO TERZO. 



ARGOMENTO. 

jllP uscio f che rimfhiude eterna doglia , 
Giurtffe il Poeta, e teme in sull* entrata / 
Ma H ìmon Virgilio dell'andar l'invoglia. 

V V0d« geitOe 9U nel mpndo stata 

Senaa lode, ni biasimo, e la barca 
Per Acheronte da Caron guidata: 

JS come i peecaior in eeea varca. *" 



Per me si va nella città dolente, 
» Per me si va neir eterno dolore, 
» Per me si va tra la perduta gente. 

» Giustizia mosse il mio alto Fattore : 
» Pecemi la divina Potestate, 
» La sonuna Sapienza , e il primo Amore. 

» Dinanzi a me non flir cose create, 
» Se non eteme, ed io eterno duro : 
» Lasciate ogni speranza, voi eh' entrate. » 

Queste parole di colore oscuro 

Vid* io scritte al sommo d' una porta ; 
Perch' io: Maestro, il senso lor m'è duro. 



16 l' inferno. 13-39 

Ed egli a me , come persona accorta : 
Qui si convien lasciare ogni sospetto : 
Ogni viltà convien che qui sia morta. 

Noi sem venuti al loco ov* io t* ho detto 
Che tu vedrai le genti dolorose, 
C hanno perduto il Ben dell* intelletto. 

E poiché la sua mano alla mia pose , 
Con lieto volto, ond* io mi confortai. 
Mi mise dentro alle segrete cose. 

Quivi sospiri, pianti ed alti guai 
Risonavan per V aer senza stelle , 
Perch' io al cominciar ne lagrima!. 

Diverse lingue, orribili favelle. 
Parole di dolore , accenti d' ira , 
Voci alte e fioche , e suon di man con elK 

Facevano un tumulto, il qual staggirà 
Sempre in queir aria senza tempo tinta. 
Come la rena quando il turbo spira. 

• Ed io , eh' avea d* orror la testa cinta. 
Dissi: Maestro, che è quel eh' i' odo? 
E che gent' è , che par nel duol si vinta ? 

Ed egli a me : Questo misero modo 
Tengon 1* anime triste di coloro, 
Che visser senza infamia e senza lodo. 

Mischiate sono a quel cattivo coro 
Degli Angeli che non fUron ribelli. 
Né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. 



fcO-06 CANTO TERZO. 17 

CSkCGiArU i del per non esser man belli, 
Né lo profozKlo Inferno gli riceve , 
Che alcuna gloria i rei avrebber d' elli. 

Ed io: Maestro, che ò tanto greve 
▲ lor , che lamentar gli fa sì forte ? 
Rispose : Dicerolti molto breve. 

Questi non hanno speranza di morte, 
E la lor cieca vita é tanto bassa. 
Che invidiosi son d* ogni altra sorte. 

Fama di loro il mondo esser non lassa; 
Miserieordia e Giustizia gli sdegna : 
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa. 

Ed io, che riguardai, vidi un* Insegna, 
Che girando correva tanto ratta, 
Che d* ogni posa mi pareva indegna : 

£ dietro le venia si lunga tratta 
Di gente, eh* io non avere! creduto. 
Che morte tanta n* avesse disfatta. 

Poscia eh* io V* ebbi alcun riconosciuto , 
Guardai, e vidi 1* ombra di Colui 
Che fece per viltate il gran rifiuto. 

Incontanente intesi, e certo tm, 
Che quest* era la setta dei cattivi, 
A Dio spiacenti ed a* nemici sui. 

Questi sciaurati, cbe mai non ftir vivi , 
Erano ignudi, e stimolati molto 
Da mosconi e da vespe eh* eran ivi. 

2 



18 L* INTERNO.. 67. 

Elle rigavan lor di sangue il Tolto, 

Che, mischiato di lagrime, a* lor pi«di 
Da fastidiosi yermi era rioolto. 

E poi che a riguardare oltre zoi diedi , 
Vidi gente alla riva d' un gran ficune : 
Perch* io dissi : Maestro, or mi concedi, 

Ch' io sappia quali sono, e qual costume 
Le fa parer di trapassar si pronte , 
Coxol io discemo per lo fioco lume. 

Ed egli a me : Le cose ti fien conte. 
Quando noi fermerem li nostri passi 
Sulla trista riviera d' Acheronte. 

Allor con gli occhi vergognosi e bassi , 
Temendo no *1 mio dir gli fìisse grave, 
Inflno al fiume di parlar mi trassi. 

Ed ecco verso noi venir per nave 
Un Vecchio bianco per antico pelo. 
Gridando : Guai a voi, anime prave! 

Non isperate mai veder lo Cielo : 
r vegno per menarvi ali* altra riva. 
Nelle tenebre eterne , in caldo e in gelo. 

E tu che se' costi, anima viva. 
Partiti da cotesti che son morti. 
Ma poi eh' ei vide , eh* io non mi partiva , 

Disse : Per altre vie, per altri porti 

Verrai a piaggia, non qui per passare. 
Più lieve legno convien che ti porti. 



i4— 120 CANTO TERZO. 19 

K ì\ Duca a hit : Garon , non ti cnicciare : 
Vuoisi cosi Colà, dove si puote 
Ciò che si vuole , e più non dimandare. 

Quinci far quete le lanose gote 
Al nocchier della livida palude , 
Che 'ntorno agli occhi avea di fiamme rote. 

Ma queir anime eh' eran lasse e nude , 
CangilLr colore e dibatterò i denti. 
Ratto che inteser le parole crude. 

Bestemmiavano Iddio e i lor parenti, 

L.* umana specie , il luogo , il tempo , e il seme 
Di lor semenza e di lor nascimenti. 

Poi si litrasser tutte quante insieme, 
Forte piangendo , alla riva malvagia, 
eh* attende ciascun uom che Dio non teme. 

Caron dimonio, con occhi di bragia, 
Loro accennando , tutte le raccoglie ; 
Batte col remo qualunque s* adagia. 

Come d* autunno si levan le foglie 

L^una appresso delV altra, infln che *1 ramo 
Rende alla terra tutte le sue spoglie ; 

Similemente il mal seme d* Adamo 
Gittansi di quel lito ad una ad una 
Per cenni, com' augel per suo richiamo. 

Cosi sen vanno su per r onda bruna, 
Ed avanti che sian di là, discese , 
Anche di qua nuova schiera s' aduna. 



so l'inferno. IS 1-196 

Figliuol mio, disse 11 Maestro corteee, 
Quelli che muoion neirira di Dio 
Tutti convegnon qui d* ogni paese : 

E pronti sono a trapassar lo rio, 
Che la dlyìna Giustizia 11 sprona 
SI , che la tema si volge in disio. 

Quinci non passa mai anima buona ; 
E però se Caron di te si lagna. 
Ben puoi saper ornai che *1 suo dir suona. 

Finito questo, la buia campagna 
Tremò si forte, che dello spaTento 
La mente di sudore ancor mi bagna. 

La terra lagrimosa diede vento. 

Che balenò una luce vermiglia, < 

La qual mi vinse ciascun sentLoieiile; 

E caddi, come 1* uom eui sonno pi^ia. | 



1-12 21 



CANTO QUARTO. 



ARGOMENTO. 

Xel primo utreMo, che V JUbttav fii»<^, 
TratMf H P»0ta futile' afUmé otitHe, 
Che non ébher BatUsmo, e n' hanno ambeisci». 

U Ombre famose y non liete e non meste, 
ly Omero e Oraeio, (T Ovidio e Lueano 
Vanno incontro' a Virgilio : e viett fra queste 

AeeoUo Dante, né V augurio è vano. 



Ruppeml r alto sonno nella testa 

Un grere tnono , si ch^ iO' mi riscossi. 
Come persona che per forza é «testa : 

E V occhio riposato incorno mossi, 
Dritto levato, e fiso riguardai 
Per conoscer lo loco dov' io fossiw 

Vero è che in su la proda mi trovai 
Della Tallo d' Abisso dolorosa, 
Che tuono accoglie d' infiniti guai- 

Oscura, profond' era, e nebulosa 

Tanto , che per ficcar lo tì«o al fondo , 
I' non vi discemea veruna cosa. 



22 L* INPERNO. 

Or discendiam quaggiù nel cieco mondo, 
Incominciò il Poeta tutto smorto : 
Io sarò primo, e tu sarai secondo. 

Bd lo, che del color mi M accorto, 
Dissi : Come verrò , se tu paventi 
Che suoli al mio dubbiare esser conforto ? 

Bd egli a me : L* angoscia delle genti , 
Che son quaggiù, nel viso mi dipigne 
Quella pietà, ohe tu per tema senti. 

Andiam, che la via lunga ne sospigne. 
Cosi si mise e cosi mi fé entrare 
Nel primo cerchio che V Abisso cigne. 

Quivi, secondo eh* io potè* ascoltare, 
Non avea pianto , ma che di sospiri , 
Che r aura eterna facevan tremare: 

E ciò awenia di duol senza martiri, 

eh* avean le turbe , eh* eran molte e grandi, 
B d* infanti e di femmine e di viri. 

Lo buon Maestro a me : Tu non dimandi 
Che spiriti son questi che tu vedi f 
Or vo* che sappi , innanzi che più andi , 

eh* ei non peccaro ; e s* elli hanno mercedi. 
Non basta, perch* ei non ebber Battesmo, 
eh* ò porta della Fede che tu credi: 

E se f^u*on dinanzi al Cristianesmo, 
Non adorar debitamente Dio : 
E di questi cotai son io medesmo. 



4j(MI8 CANTO QUARTO. S3 

Per tei difetti, e non per altro rio, 
Semo perduti, e sol di tanto offesi, 
Che senza speme viyemo in disio. 

Gran dnol mi prese al cor quando io intesi, 
Perocché gente di molto valore 
Conobbi che in quel Limbo eran sospesi. 

Dimmi, Bfaestro mio, dimmi , Signore, 
Comincia* io, per voler esser certo 
Di quella Fede che vince ogni errore : 

Uscinne mal alcuno, o per suo merto, 
O per altrui, che poi fosse beato f 
B quei ohe intese il mio parlar coverto, 

Rispose : Io era nuovo in questo stato, 
Quando ci vidi venire un Possente 
Con segno di vittoria incoronato. 

Trasseci V ombra del primo Parente, 
D* Abel suo figlio , e quella di Noò, 
Di Moisó legisU, e r ubbidiente 

Abraam patriarca, e. David re, 

Israel con suo padre , e co' suol nati, 
B con Rachele, per cui tanto fé. 

Ed altri molti ; e feceli beati : 

B vo* che sappi che, dinanzi ad essi. 
Spiriti umani non eran salvati. 

Non lasclavam r andar, perch* ei dicessi. 
Ma passavam la selva tuttavia. 
La selva, dico, di spiriti spessi. 



24 L* INnSRNO. 67-98 

Non era lunga ancor la nostra via | 

Di qua dal sommo, quand* io yidà an fuoci| 
Ch' emisperio di tenetoe vincia. 

Di lungi T* eravamo ancora un poco^ 

Ma non si eh* io non discemessi in parte, 
Che orrevol gente possedea quel loco. 

O tu , che onori ogni soiema ed arte , 
Questi chi 8on e* hanno cotanta erranza, 
Che dal modo degli altri li diparte ì 

E quegli a me : L* onrata nominanza. 
Che di lor suona su nella tua vita^ 
Grazia acquista nel Ciel die si gU avanza. 

Intanto voce Ai per me udita : 
« Onorate r altissimo Poeta; 
L' ombra sua t(»rna, eh* era dipartita. » 

Poiché la voce fU restata e queta , 

Vidi quattro grand* Ombre a noi venire : 
Sembianza avevan nò trista né lieta. 

Lo buon Maestro cominciommi a dire : 
Mira Colui con quella spadu in mano, 
, Che vìen dinanzi a* tre si come Sire. 

Quegli é Omero, poeta sovrano, 
L* altro é Oraaio satiro che viene, 
Ovidio ò il terzo, e V ultimo ò Lucano. 

Perocché ciascun meco si conviene 
Nel nome che sonò la voce sola. 
Pannami onore, e di ciò fanno benob 



-1» CANTO QUARTO. 25 

Così Yìdi ftdtmtfr la bella scada 

Di qnel Signor dell* altissimo canto. 
Che sovra gli altri com* aquila Tola. 

Da eh* ebber ragionato insieme alquanto, 
Volsersi a me con salntetol cenno : 
E il mio Mltestro sorrise di tanto. 

E più d'onore ancora assai mi fenno, 
eh* essi mi feeer della loro schiera, 
Si eh* io tuLì sesto tra cotanto senno. 

Cosi n* andammo fino alla lumiera, 
Parlando cose, che il tacere è bellos 
Si com' era il panar col* dOT'era. 

Venimmo appiè d' un nobile Castello ^ 
Sette volte cerchiato d' alte mura , 
Difeso intomo d* un bel flumicello. 

Questo passammo com» terra dura ; 
Per sette porte intrai con questi Savi : 
Qiugnemmoin prato di fresca verdura. 

(Senti v' eran con occhi tardi e gravi, 
DI grande autorità ne' lor semManti r 
Parlavan rado , con voci soavi. 

Traemmoci cos! dall' un de* canti 
In luogo aperto, luminoso ed alto. 
Si che vedersi potean tutti quanti. 

colà diritto, sopra il verde smalto. 
Mi fùr mostmti gli Spiriti magni. 
Che di vederli in me stesso m' esalto. 



86 L* INFERNO. ISI-U7 

Io vidi Elettra con molti compagai , 
Tra* quai conobbi ed Ettore ed Enea , 
Cesare armato con occhi grifagni. 

Vidi Camilla e la Pentesilea 

Dair altra parte , e vidi il re Latino , 
Che con Lavinia sua figlia sedea. 

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, 
Lucrezia, Julia, Marzia e Corniglia, 
E solo in parte vidi il Saladino. 

Poi che innalzai un poco più le ciglia , 
Vidi il Maestro di color che sanno. 
Seder tra filosofica ^miglia. 

Tutti r ammiran, tutti onor gli fanno. 
Quivi vid* io e Socrate e Platone , 
Che innanzi agli alU'i più presso gli stanno. 

Democrito , che 1 mondo a caso pone , 
Diogenes, Anassagora e Tale, 
Bmpedocles, Eraclito e Zenone : 

E vidi il buono Accoglitor del quale , 
Dioscoride, dico ; e vidi Orfeo, 
Tullio e Livio e Seneca morale : 

Euclide geometra e Tolommeo, 
Ippocrate, Avicenna e Qalieno, 
Averrois , che U gran Cemento feo. 

Io non posso ritrar di tutti appieno ; 
Perocché si mi caccia il lungo tema, 
Che molte volte al fatto il dir vien meno. 



148-151 CANTO QUARTO. 27 

La sesta compagnia in duo si scema : 
Per altra Tia mi mena il savio Duca 
Fuor della queta neir aura che trema ; 

E vengo in parte , ove non è che luca. 



28 l' inperno. 1-^1 

CANTO QUINTO. 



ARGOMENTO. 

» 

Oltre a«n vanno i due Poeti dove 
Mino» assegna il loco della pena 
AlValmé ree, eV ivi diseendon nuove. 

Quivi un orribil turbo intorno mena 
Miseri spirti, cui lussuria cinse 
Quassù nel n%ondo in si forte catena , 

Che mata voglia in lor ragione estinse. 



Cosi discesi del cerchio primaio 

Giù nel secondo, che men loco cing^hia, 
B tanto più dolor, che pugne a guaio. 

Stawi Minos orribilmente, e ringhia : 
Esamina le colpe neir entrata, 
Giudica e manda, secondo che avvinghia. 

Dico, che quando V anima mal nata 
Li vien dinanzi, tutta si confessa; 
E quel Conoscitor delle peccata 

Vede qual loco d* Inferno è da essa : 
Cignesi colla coda tante volte. 
Quantunque gradi vuol che giù sia messa. 



13-39 CANTO QUINTO. 20 

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte ; 
Vanno a vicenda ciascuna al giudizio ; 
Dicono , e odono , e poi son giù volte. 

tu, che vieni al doloroso ospizio, 
Gridò Minos a me, quando mi vide, 
Lasciando V atto di cotanto uffizio , 

Guarda com* entri, e di cui tu ti fide : 
Non t* inganni r ampiezza deir entrare. 
B il Duca mio a lui : Perchè pur gride ? 

Non impedir lo suo fiatale andare: 
Vuoisi cosi Colà, dove si puote 
Ciò che si vuole, e più non dimandare. 

Ora incomincian le dolenti note 
A farmisi sentire : or son venuto 
LÀ dove molto pianto mi percote. 

r venni in loco d* ogni luce muto , 

Che mugghia come fa mar per tempesta, 
Se da contrai^ venti é combattuto. 

La bufera infémal, che mai non resta. 
Mena gU spirti con la sua rapina. 
Voltando e percotendo li molesta. 

Quando giungon davanti alla ruina. 

Quivi le strida, il compianto e il lamento, 
Bestemmian quivi la Virtù divina. 

Intesi che a cosi fatto torm^ento 
iìran dannati i peccator carnali. 
Che la ragion sommettono al talento. 



30 h* INFERNO. 40-66 

E come gli stornei ne portan r ali. 

Nel freddo tempo , a schiera larga e piena 
Cosi quel flato gU spiriti mali. 

Di qua, di là, di giù, di su gli mena; 
Nulla speranza gli conforta mai, 
Non che di posa, ma di minor pena. 

E come i gru van cantando lor lai. 
Facendo in aer di so lunga riga; 
Cosi Yid* io venir , traendo guai. 

Ombre portate dalla detta briga. 

Perch' io dissi: Maestro, chi son quelle 
Qenti, che V aer nero si gastiga? 

La prima di color, di cui novelle 

Tu vuoi saper, mi disse quegli allotta, 
Fu Imperatrice di molte ftivelle. 

A vizio di lussuria fu si rotta. 
Che libito fé licito in sua legge. 
Per torre il biasmo, in che era condotta. 

Bir é Semiramìs, di cui si legge, 

Che succedette a Nino, e fU sua sposa; 
Tenne la Terra, che *ì Soldan corregge. 

L* altra è Colei, che s* ancise amorosa, 

E ruppe fede al cener di Sicheo; 

Poi è Cleopatr&s lussuriosa. 
Elena vedi, per cui tanto reo 

Tempo si volse, e vedi il grande AchiUe. 

Che con amore al fine combatteo. 



67-93 CANTO QUINTO. 31 

Vedi Parig, Tristano..... e più di mille 
Ombre mostrommì , e nominone, a dito , 
Ch* amor di nostra vita dipartine. 

Poscia eh* i* ebbi il mio Dottore udito 
Nomar le Donne antiche e i Cavalieri, 
Pietà mi Tinse, e M quasi smarrito. 

1* cominciai: Poeta, volentieri 

Parlerei a que* duo, che insieme vanno, 
E paion si al vento esser leggieri. 

Ed egli a me: Vedrai quando saranno 
Più presso a noi, e tu allor li prega 
Per queir amor che i mena; e quei verranno. 

Si tosto come il vento a noi li piega. 
Mossi la voce: O anime affannate 1 
Venite a noi parlar, s* altri noi niega. 

Quali colombe, dal disio chiamate, 
Con r ali aperte e ferme, al dolce nido 
Vengon per r aer dal voler portate; 

Cotali uscir della schiera ov* ò Dido , 
A noi venendo per Vaer maligno; 
Si forte Al r affettuoso grido I 

animai gn^^Lzioso e benigno, 
Che visitando vai per r aer perso 
Noi che tignemmo il mondo di sanguigno ; 

Se fosse amico il Re dell* universo , 
Noi pregheremmo lui per la tua pace , 
Poi e* hai pietà del nostro mal perverso. 



32 L* INFERNO. 94-120 

Di quel che udire e che parlar vi piace. 
Noi udiremo e parleremo a vui. 
Mentre che '1 vento, come fa, si tace. 

Siede la terra, dove nata fui. 

Sulla marina, dove il Po discende 
Per aver pace co' seguaci sui. 

Amor, che al cor gentil ratto s'apprende, 
Prese costui della bella persona 
Che mi fU tolta, e '1 modo ancor m' offende 

Amor, eh' a nullo amato amar perdona, 
Mi prese del costui piacer si forte. 
Che, come vedi, ancor non m' abbandona. 

Amor condusse noi ad una nK>rte: 
Caina attende chi in vita ci spense. 
Queste parole da lor ci ftar porte. 

Da che io intesi quelle anime offense. 
Chinai il viso, e taato il tenni basso. 
Finché '1 Poeta mi disse: Che pensef 

Quando risposi, cominciai: O lasso, 
Quanti dolci pensier, quanto disio 
Menò costoro al doloroso passo 1 

Poi mi rivolsi a loro, e parla' io, 

E cominciai: Francesca, i tuoi xaartiri 
A lagrimar mi fanno tristo e pio. 

Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri, 
A che e come concedette Amore, 
Che conosceste i dubbiosi desiri? 



21-142 CANTO QUINTO. 33 

-*:d ella a me: Nessun maggior dolore, 
che ricordarsi del tempo felice 
Nella miseria ; e ciò sa il tuo Dottore. 

Ma se a conoscer la prima radice 

Del nostro amor tu hai cotanto affetto, 
Farò come colui che piange e dice. 

ì^oì leggevamo un giorno per diletto 
Di Lancillotto, come amor lo strinse : 
Soli eravamo e senz' alcun sospetto. 

Per più fiate gli occhi ci sospinse 
Quella lettura, e scolorocci il viso: 
Ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

Quando leggemmo il disiato riso 
Esser baciato da cotanto amante , 
Questi, che mai da me non ila diviso, 

La bocca mi baciò tutto tremante : 
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: 
Quel giorno più non vi leggemmo avante. 

Mentre che 1* uno spirto questo disse , 
L' altro piangeva sì, che di pietade 
r venni men cosi com' io morisse; 

E caddi , come corpo morto cade. 



34 l' inperno. ì-K 



CANTO SESTO. 



ARGOMENTO. 

Grandine groèsa, neve, e acqua Unta 
2fel tergo Cerchio ei riversa sopra 
Gente , che qui dalla Gola fu vinta. 

Né basta che tal noia vi ricopra 

li' anime ree/ ma Cerbero le offende 
Forte latrando t e le ir» bocche adopra, 

E coli' unghie e co' denti scuoia e fende. 



Al tornar 4eUa mente, che si chiose 
Dinanzi alla pietà de* duo cognati. 
Che di tristìzia tatto mi confuse. 

Nuovi tormenti e nuovi tormentati 

Mi veggio intorno, come eh' io mi mova, 
E come eh' io mi volga, e eh' io mi guati- 
lo sono al terzo cerchio della piova 
Eterna, maledetta, fredda e greve: 
Regola e qualità mai non V è nova. 

Grandine grossa, e acqua tinta, e neve 
Per l'aer tenebroso si riversa : 
Pute la terra che questo riceve. 



CANTO SESTO. 35 

rzserbepo, fiera crudele e diversa, 
Ck)n tre gole caninamente latra 
Sovra la gente che quivi è sommersa. 

Oli occhi ha vermigli, e la barba unta ed atra, 
E il ventre largo, e unghiate le mani ; 
Graffia gli spirti, gli scuola, ed isquatra. 

Urlar li fa la pioggia come cani : 

Dell' un de' lati fanno air altro schermo : 
Volgonsi spesso 1 miseri profani. 

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, 
Le bocche aperse, e mostrocci le sanne ; 
Non avea membro che tenesse fermo. 

E '1 Duca mio distese le sue spanne. 
Prese la terra, e con piene le pugna 
La gittò dentro alle bramose canne. 

Qual è quel cane che abbaiando agugna, 
E si racqueta poi che 1 pasto morde, 
Che solo a divorarlo intride e pugna; 

Coiai si fecer quelle fapce lorde 

Dello dimonio Cerbero, che introna 
L* anime si, eh' esser vorrebber sorde. 

Noi passavam su per V ombre che adona 
La greve pioggia, e ponevam le piante 
Sopra k>r vanità che par persona. 

Elle giacean per terra tutte quante, 
Fuor eh' una che a seder si levò , ratto 
eh' ella ci vide passarsi davante. 



3(3 l' inferno. 4(MV> 

O tu, che se' per questo Inferno tratto. 
Mi disse, riconoscimi, se sai: 
Tu fosti, prima eh* io disfatto, fatto. 

Ed io a lei : L* angoscia che tu hai , 
Forse ti tira fuor della mia mente, 
Sì che non par eh* io ti vedessi mai. 

Ma dimmi chi tu se*, che in si dolente 
Loco se* messa, ed a si fatta pena, 
Che s* altra è maggior, nulla é si spiacene 

Ed egli a me: La tua città eh* è piena 
D* invidia si, che già trabocca il sacco, 
Seco mi tenne in la vita serena. 

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: 
Per la dannosa colpa della Gola, 
Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco. 

Ed io anima trista non son sola, 

Che tutte queste a simil pena stanno 
Per simil colpa : e più non fé* parola. 

Io gli risposi: Ciacco, il tuo affanno 
Mi pesa sì, che a lagrimar m* invita : 
Ma dimmi , se tu sai, a che verranno 

Li cittadin della città partita; 

S* alcun v*è giusto: e dimmi la cagione, 
Per che 1* ha tanta discordia assalita. 

Ed egli a me : Dopo lunga tenzone 

Verranno al sangue , e la parte selvaggia 
Caccerà 1* altra con molta offensìone. 



'"ST-OS CANTO SESTO. 37 

Voi appresso convien che questa caggia 
Infra tre Soli, e che V altra sormonti 
Con la forza di Tal che testé piaggia. 
Alto terrà lungo tempo le fronti, 
Tenendo 1* altra sotto gravi pesi , 
Come che di ciò pianga, e che n'adonti. 

Giusti son duo, ma non vi sono intesi: 
Superbia, invidia ed avarizia sono 
Le tre faville e' hanno i cori accesi. 

Qui pose fine al lagrimabil suono. 

Ed io a lui: Ancor vo' che m' insegni, 
E che di più parlar mi facci dono. 

Farinata e il Tegghiaio, che fur si degni, 
Iacopo Rus ti cucci, Arrigo e il Mosca, 
E gli altri, che a ben far poser gì' ingegni, 

Dimmi ove sono, e fa eh' io li conosca; 
Che gran disio mi stringe di sapere, 
Se '1 Ciel gli addolcia, o lo Inferno gli attosca. 

K quegli: Ei son tra le anime più nere : 
Diversa colpa giù gli aggrava al fondo : 
Se tanto scendi, gli potrai vedere. 

Ma quando tu sarai nel dolce mondo, 
I^regoti eh' alla mente altrui mi rechi : 
Più non ti dico, e più non ti rispondo. 

Gli diritti occhi torse allora in biechi : 
Guardommi un poco; e poi chinò la testa: 
Cadde con essa a par degli altri ciechi. 



] 



38 L* INFERNO. 94-1 

E il Duca disse a me: Più non si desta 
Di qua dal suon deir Angelica tromba. 
Quando verrà lor nimica Podestà, 

Ciascun ritroverà la trista tomba, 
Ripiglierà sua carne e sua figura, 
Udirà quel che in eterno rimbomba. 

Si trapassammo per sozza mistura 

Deir ombre e della pioggia, a passi lenti, 
Toccando un poco la vita futura. 

Perch' io dissi: Maestro, esti torm^iti 
Cresceranno eidopo la gran Sentenza, 
O fien minori, o saran si cocenti ? 

Ed egli a me: Ritorna a tua Scienza, 
Che vuol, quanto la cosa ò più perfetta . 
Più sentali bene, e così la doglienza. 

Tuttoché questa gente maledetta 

In vera perfezion giammai non vada, 
Di là, più che di qua, essere aspetta. 

Noi aggirammo a tondo quella strada , 
Parlando più assai eh* io non ridico ; 
Venimmo al punto dove si digrada : 

Quivi trovammo Pluto il gran nemico. 



l-12f 30 



CANTO SETTIMO, 



ARGOMENTO. 

TagUa le voci nM' orrenda strozza 
Virgilio a Fiuto , onde i Poeti vannp 
Nel quarto Cerchio, ch'altre anime ingozza. 

Prodighi e avari quivi lor pene hanno. 
Portando pe»i, e con percoaee dure 
1/ aspro gastigo piit aspro si fanno. 

Poi d* Iracondia veggon le lordure. 



Pape Satàn, pape ScUàn aleppe! 
Cominciò Fiuto colla voce chioccia. 
E quel Savio gentjl, che tutto seppe, 

Disse per confortarmi : Non ti noccia 

La tua paura, che, poder ch'egli abbia, 
-Non ti torrà lo scender questa roccia. 

Poi si rivolse a quell'enfiata labbia, 
B disse: Taci, maledetto lupo: 
Consuma dentro te con la tua rabbia. 

Non é senza caglon V andare al cupo: 
Vuoisi neir Alto là dove Michele 
Fé' la vendetta del superbo strupo. 



^0 l' inferno. }3-30 

Quali dal vento le gonfiate vele 

Caggìono avvolte, poiché r alber fiacca; 

Tal calde a terra la fiera crudele. 
Così scendemmo nella quarta lacca, 

Prendendo più della dolente ripa, 

Che il mal dell* universo tutto insacca. 
Ahi giustizia di Dio, tante chi stipa 

Nuove travaglie e pene , quante io viddi ! 

E perchè nostra colpa sì ne scìpa f 

Come fa Tonda là sovra Cariddi, 

Che si frange con quella in cui s' intoppa; 
Così convien che qui la gente riddi. 

Qui vid'io gente più che altrove troppa, 
E d'una parte e d' altra, con grandmarli 
Voltando pesi per forza di poppa. 

Percotevansi incontro , e poscia pur U 
Si rivolgea ciascun , voltando a retro, 
Gridando: Perchè tieni ? e perchè burli? 

Così tornavan per lo cerchio tetro, 
Da ogni mano alP opposito punto, 
Gridando sempre in loro ontoso metro. 

Poi si volgea ciascun, quand'era giunto, 
Per lo suo mezzo cerchio, all'altra giostr 
Ed io oh' avea lo cor quasi compunto, 

Dissi; Maestro mìo, or mi dimostra 

Che gente è questa, e se tutti fur chertì 
Questi chercutì alla sinistra nostra. 



40*-66 CANTO SETTIMO. 41 

Ed egli a me: Tutti quanti fur guerci 
1^1 delia mente in la vita primaia , 
Che con misura nullo spendio ferci. 

Assai la voce lor chiaro 1* abbaia , 

Quando vengono a' duo punti del cerchio , 
. Ove colpa contraria li dispaia. 

Questi fur cherci , che non han coperchio 
Filoso al capo, e Papi e Cardinali, 
In cui usò avarizia il suo soperchio. 

Ed io: Maestro, tra questi cotali 
Dovre' io ben riconoscere alcuni , 
Che furo immondi di cotesti mali. 

Ed egli a me: Vano pensiero aduni: 
La sconoscente vita, che i fé' sozzi, 
Ad ogni conoscenza or li fa bruni. 

In eterno verranno agli due cozzi ; 
Questi rìsurgeranno del sepulcro 
Col pugno chiuso, e questi co' crin mozzi. 

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro 
Ha tolto loro , e posti a. questa zuffa: 
Qua!' ella sia , parole non ci appulcro. 

Or puoi , figlluol, veder la corta buffa 
De' ben , che son commessi alla Fortuna. 
Per che l' umana gente si rabbuffa. 

Che tutto r oro, eh' è sotto la luna, 
B che già fu, di queste anime stanche 
Non poterebbe farne posar una. 



42 l' inferno. 67*-93 

Maestro, dissi lui, or mi di' anche : 
Questa Fortuna, di che tu mi tocche. 
Che é, che i ben del mondo ha si tra branche 

E quegli a me : O creature sciocche , 

Quanta ignoranza è quella che v* ofiB^nde ! 
Or Yo' che tu mia sentenza ne imbocche. 

Colui, lo cui saver tutto trascende, 
Fece li Cieli, e dio lor chi conduce, 
Si che ogni parte ad ogni parte splende. 

Distribuendo ugualmente la luce: 
Similemente agli splendor mondani 
Ordinò general ministra e duce , 

Che permutasse a tempo li ben vani 

Di gente in gente e d' uno in altro sangue , 
Oltre la difension de* senni umani. 

Per che una gente impera, ed altra langue, 
Seguendo lo giudicio di costei , 
Che è occulto , come in erba T angue. 

Vostro saver non ha contrasto a lei : 
Ella provvede, giudica, e persegue 
Suo regno , come il loro gli altri Dei. 

Le sue permutazion non hanno triegue: 
Necessità la fa esser veloce; 
Si spesso vlen chi vicenda consegue. 

Quest' é colei , eh' è tanto posta in croce 
Pur da color, che le dovrian dar lode , 
Dandole biasmo a torto e mala voce- 



94-120 CANTO SETTIMO. 43 

Ma ella s* é beata, e ciò non ode: 
Con r altre prime Creature lieta 
Volye sua spera, e beata si gode. 

Or discendiamo ornai a maggior pietà; 
Già ogni stella cade , che saliva 
Quando mi mossi, e il troppo star si vieta. 

Noi ricidemmo il cerchio all' altra riva 
Sovra una fonte, che bolle, e riversa 
Per un fossato che da lei deriva. 

L* acqua era buia molto più che persa : 
E noi in compagnia deir onde bige 
Entrammo giù per una via diversa. 

Una palude fa, che ha nome Stige, 
Questo tristo ruscel, quand' è disceso 
Appiè delle maligne piagge grige. 

Ed io, eh* a rimirar mi stava inteso. 
Vidi genti fangose in quel pantano, 
Ignude tutte e con sembiante offeso. 

Questi si percotean, non pur con mano, 
Ma con la testa, col petto e co' piedi, 
Troncandosi coi denti a brano a brano. 

Lo buon Maestro disse : Figlio , or vedi 
L' anime di color , cui vinse Y Ira". 
Ed anche vo* che tu per certo credi. 

Che sotto r acqua ha gente che sospira, 
E fanno pullular quest' acqua al sumnio , 
Come r occhio ti dice u' che s' aggira. 



44 l'inferno. 121-130 

Fitti nel limo dicon: Tristi fummo 
Neir aer dolce che del Sol s' allegra , 
l*ortando dentro accidioso fummo : 

Or ci attristiam nella belletta negra. 
Quest' inno si gorgoglian nella strozza. 
Che dir noi posson con parola ìntegra. 

Così girammo della lorda pozza 

Grand' arco, tra la ripa secca e il mezzo, 
Con gli occhi volti a chi del fango ingozza: 

Venimmo appiè d* una torre al dassezzo. 



I 



1-12 45 



CANTO OTTAVO. 



ARGOMENTO. 

Con Pleffias tra le fangose genti 

Vanno i Poeti, e affaccinni alla barca 
L' ombra orgogliosa di Filippo Argenti. 

Da ȏ la scaccia il buon Virgilio , e varca ; 
Ma giunto a Dite, trova su le porte 
Schiera di spirti rei, che d'ira corca 

Negagli il passo a quell' eterna morte. 



lo dico seguitando , eh' assai prima 
Che noi fussimo al pie dell' alta torre , 
Gli occhi nostri n' andar suso alla cima, 

Per due flamraette che i vedemmo porre , 
E un' altra da lungi render cenno 
Tanto, che appena il potea l' occhio torre. 

Ed io rivolto al Mar di tutto il senno, 
Dissi: Questo che dice ? e che risponde 
Queir altro foco? e chi son quei che il fenno? 

Ed egli a me : Su per le sucide onde 
Già scorgere puoi quello che s' aspetta, 
Se il fummo del pantan noi ti nasconde. 



46 l' inferno. 13-39 

Corda non pinse mai da sé saetta, 
Che si corresse via per l' aere snella, 
Com* io vidi una nave piccioletta 

Venir per V acqua verso noi in quella, 
Sotto il governo d' un sol galeoto. 
Che gridava: Or se* giunta, anima fella ! 

Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vuoto, 
Disse lo mio Signore , a questa volta: 
Più non ci avrai, se non passando il loto. 

Quale colui che grande inganno ascolta 
Che gli sia fatto, e poi se ne rammarca, 
Tal si fé' Flegiàs neir ira accolta. 

Lo Duca mio discese nella barca, 
E poi mi fece entrare appresso lui , 
E sol, quand' io fui dentro, parve carca. 

Tosto che il Duca ed io nel legno ftii, 
Secando se ne va r antica prora 
Dell' acqua più che non suol con altrui. 

Mentre noi correvam la morta gora, 
Dinanzi mi si fece un pien di fango, 
E disse: Chi se' tu che vieni anzi ora? 

Ed io a luì: S' io vegno, non rimango; 
Ma tu chi se', che si sei fatto brutto t 
Rispose: Vedi che son un che piango. 

Ed io a lui: Con piangere e con lutto. 
Spirito maledetto, ti rimani, 
Ch'io ti conosco, ancor sie lordo tatto. 



45-66 CANTO OTTAVO. 47 

Allora stesa a) legno ambe le mani: 
Per che il Maestro accorto lo sospinse , 
Dicendo: Via costà con gli altri cani. 

Lo collo i>oi con le bracci^ mi cinse, 

Baciommi il volto, e disse: Alma sdegnosa, 
Benedetta colei che in te s* incinse l 

Quei fu al mondo persona orgogliosa; 
Bontà, non ò, che sna memoria fregi: 
Oo«i é r ombra sua qui furiosa. 

Quanti si tengon or lassù gran regi , 
Che qui staranno come porci in brago, 
Di sé Lasciando orribili dispregi ! 

Ed io: Maestro, molto sarei vago 

Di vederlo attuffare in questa broda , 
Prima che noi uscissimo del lago. 

Ed egli a me: Avanti che la proda 
Ti si lasci veder, tu sarai sazio: 
Di tal disio converrà che tu goda. 

Dopo ciò poco, vidi quello strazio 
Far di costui alle fangose genti, 
Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. 

Tutti grida-vano: A Filippo Argenti. 
B il fiorentino spirito bizzarro 
In se medesmo si volgea co' denti. 

Quivi il lasciammo, che più non ne narro, 
Ma negli orecchi mi percosse un duolo. 
Per eh' io avanti intento V occhio sbarro. 



48 l' inferno. 67-93 



1 



Lo buon Maestro disse: Ornala figliuolo, 
S' appressa la città e' ha nome Dite, 
Co' gravi cittadin , col grande stuolo. 

Ed io: Maestro, già le sue meschlte 
Là entro certo nella valle cerno 
Vermiglie, come se di foco uscite 

Fossero. Ed ei mi disse : Il foco eterno , 
Ch' entro le affoca, le dimostra rosse t 
Come tu- vedi in questo basso inferno. 

Noi pur giugnemmo dentro all' alte fosse , 
Che vallan quella Terra sconsolata: 
Le mura mi parea che ferro fosse. 

Non senza prima far grande aggirata, 

Venimmo in parte, dove il nocchier forte. 
Uscite, ci gridò, qui è V entrata. 

Io vidi più di mille in sulle porte 
Dal Ciel piovuti , che stizzosamente 
Dicean: Chi è costui, che senza morte 

Va per lo regno della morta gente ? 
E il savio mio Maestro fece segno 
Di voler lor parlar segretamente. 

Allor chiusero un poco il gran disdegno, 
E disser: Vìen tu solo, e quei sen vada, 
Che si ardito entrò per questo regno: 

Sol si ritorni per la folle strada: 
Provi, se sa; che tu qui rimarrai, 
Che scorto l' hai per si buia contrada. 



04-120 CANTO OTTAVO. 49 

Peiìsa, Lettor, s' io mi disconfortai 
Nel 8Uon delle parole maledette , 
eh' io Bon credetti ritornarci mai. 

caro Duca mio, che più di sette 
Volte m' hai sicurtà renduta, e tratto 
D' alto periglio che incontra mi stette, 

Non mi lasciar, dissMo, cosi disfatto; 
E se r andar più oltre e' è negato, 
Ritroviam V orme nostre insieme ratto. 

E quel Signor, che lì m' avea menato, 
Mi disse : Non temer , che il nostro passo 
Non ci può torre alcun : da Tal n' è dato; 

Ma qui m'attendi; e lo spirito lasso 
conforta e ciba di speranza buona, 
eh* io non ti lascerò nel mondo basso. 

Così sen va, e quivi m' abbandona 

Lo dolce padre, ed io rimango in forse; 
Chò il no e il si nel capo mi tenzona. 

Udir non potè' quello eh* a lor porse : 
Ma ei non stette là con essi guari. 
Che ciascun dentro a prova si ricorse, 

Chiuser le porte que* nostri avversari 
Nel petto al mio Signor, che fuor rimase, 
E rivolsesi a me con passi rari. 

Gli occhi alla terra, e le ciglia avea rase 
D' ogni baldanza, e dicea ne* sospiri: 
Chi m* ha negate le dolenti case? 

4 



50 l' inferno. 121-131' 

Ed a me disse: Tu, perch' io m' adiri. 
Non sbigottir , eh' io vincerò la prova , 
Qual eh' alla difension dentro s' aggiri. 

Questa lor tracotanza non è nova , 
Che già r usaro a men se^^eta porta , 
La qual senza serrarne ancor si trova. 

Sovr' essa vedestù la scritta morta: 
E già di qua da lei discende V erta, 
I*assando per li cerchi senza scorta, 

Tal, che per lui ne fia la Terra aperta. 



3.-12 51 



CANTO NONO. 



ARGOMENTO. 

Quattilo pensosi per entrar ai stanno , 
Veggon tre JFurie , alla cui fiera testa 
Per capelli serpenti cerchio fanno. 

JH mentre fuggon la vista molesta 

Del capo di Medusa, un Messo eterno 
Dal del disceso con ira e tempesta 

Apre lor la Città del buio inferno. 



Quel color che viltà di fuor mi pinse, 
Veggendo il Duca mìo tornare in volta, 
I*iù tosto dentro il suo nuovo ristrinse. 

Attento si fermò com' uom che ascolta; 
Che r occhio noi potea menare a lunga, 
Per l' aer nero e per la nebbia folta. 

Pur a noi converrà vincer la punga, 
Cominciò ei, se non.... Tal ne s'offerse. 
Oh quanto tarda a me eh' altri qui giunga ! 

Io vidi ben sì com' ei ricoperse 

Lo cominciar con l' altro che poi venne, 
Che fur parole alle prime diverse. 



52 l' inferno. 13-3<j 

Ma nondimen paura il suo dir dienne, 
Perch' io traeva la parola tronca 
Forse a peggior sentenza eh' ei non tenne. 

In questo fondo della trista conca 

- Discende mai alcun del primo Grado , 
Che sol per pena ha la speranza cionca? 

Questa quistion fec' io: e quei: Di rado 
Incontra, mi rispose, che di nui 
Faccia il cammino alcun, pel quale io vado 

Vero è eh' altra fiata quaggiù fui 
Congiurato da quella Eriton cruda. 
Che richiamava V ombre a' corpi sui. 

Di poco era di me la carne nuda, 

eh' ella mi fece entrar dentro a quel muro 
Per trarne un spirto del cerchio di Giuda. 

Queir è il più basso loco e il più oscuro , 
E il più lontan dal Ciel che tutto gira: 
Ben so il cammin : però ti fa sicuro. 

Questa palude, che il gran puzzo spira, 
Cinge d' intorno la città dolente, 
U* non pò temo entrare omai senz' ira. 

Ed altro disse , ma non l' ho a mente ; 
Perocché l' occhio m' avea tutto tratto 
Vèr r alta torre alla cima rovente , 

Ove in un punto vidi dritte ratto 
Tre Furie infernal di sangue tinte. 
Che membra femminili aveano ed atto ; 



^iO'GÒ CANTO NONO. 53 

"Ei con idre yerdissime eran cinte : 

Serpentelli e ceraste avean per crine , 
Onde le fiere tempie erano avvinte. 

E quei, che ben conobbe le meschine 
Della Regina dell'eterno pianto, 
anarda, mi disse, le feroci Brine. 

Questa è Megera dal sinistro canto : 

Quella, che piange dal destro , è Aletto: 
Tesifone è nel mezzo : e tacque a tanto. 

Coir unghie si fendea ciascuna il petto; 
Batteansi a palme, e gridavan si alto, 
eh' io mi strinsi al Poeta per sospetto. 

Venga Medusa , si il farem di smalto I 
(Gridavan tutte riguardando in giuso): 
Mal. non vengiammo in Teseo V assalto. 

Volgiti indietro , e tien lo viso chiuso ; 

Che se il Gorgon si mostra, e tu il vedessi , 
Nulla sarebbe del tornar mai suso. 

Cosi disse il Maestro ; ed egli stessi 

Mi volse, e non si tenne alle mie mani, 
che con le sue ancor non mi chiudessi. 

O voi, eh' avete gì' intelletti sani. 
Mirate la dottrina che s' asconde 
Sotto il velame degli versi strani. 

E già venia su per le torbid' onde 

Un fracasso d' un suon pien di spavento, 
Per cui tremavano ambedue le sponde ; 



54 L'INFERNO. 67-» 

Non altrimenti fatto che d' un vento 
Impetuoso per gli avversi ardori, 
Che fler la selva , e senza alcun rattenio 

Li rami schianta, abbatte e porta fóri , 
Dinanzi polveroso va superbo, 
E fa fuggir le fiere e li pastori. 

Gli occhi mi sciolse, e disse: Or drizza il nei»bo 
Del viso su per quella schiuma antica, 
Per indi ove quel fummo é più acerbo. 

Come le rane innanzi alla nimica 
Biscia per T acqua si dileguan tutte. 
Fin che alla terra ciascuna s* abbica; 

Vid* io più di mille anime distrutte 

Fuggir cosi dinanzi ad un , che al passo 
Passava Stige colle piante asciutte. 

Dal volto rimovea queir aer grasso. 
Menando la sinistra innanzi spesso; 
B sol di queir angoscia parea lasso. 

Ben m' accorsi eh' egli era del ciel Messo, 
E volsimi al Maestro : e quei fé' segno, 
€h'io stessi cheto, ed inchinassi ad esso. 

Ahi quanto mi parea pien di disdegno! 
Giunse alla porta, e con una verghetta 
L' aperse , che non v' ebbe alcun ritegno. 

o cacciati del Ciel, gente dispetta, 
cominciò egli in suir orribìl soglia, 
Ond' està oltracotanza in voi s' alletta? 



94-120 CANTO NONO. 55 

Perché ricalcitrate a quella Voglia, 

A cui non puote il fin mai esser mozzo, 
E che più volte v' ha cresciuta doglia ? 

Che giova nelle fata dar di cozzo ì 
Cerbero vostro , se ben vi ricorda , 
Ne porta ancor pelato il mento e il gozzo. 

I loi si rivolse per la strada lorda, 

E non te" motto a noi: ma fé* sembiante 
D' uomo, cui altra cura stringa e morda , 

Che quella di colui che gli è davante. 
E noi movemmo i piedi in vèr la Terra, 
Sicuri appresso le parole sante. 

Dentro v' entrammo senza alcvna guerra : 
Ed io, eh' avea di riguardar disio 
La condizion che tal fortezza serra, 

Cora' i' fui dentro, V occhio intorno invio; 
E veggio ad ogni man grande campagna 
Piena di duolo e di tormento rio. 

SI come ad Arli , ove il Rodano stagna. 
Si come a Pela presso del Quarnaro, 
Che Italia chiude e i suoi termini bagna , 

Fanno i sepolcri tutto il loco varo; 
Cosi facevan quivi d' ogni parte. 
Salvo che '1 modo v' era più amaro: 

Che tra gli avelli fiamme erano sparte, 
Per le quali eran si del tutto accesi, 
Che ferro più non chiede verun' arte. 



56 l' inferno. 12H3S 

Tutti gli lop coperchi eran sospesi, 
E fuor n'uscivan si duri lamenti, 
Che ben parean di miseri e d' offesi. 

Ed io: Maestro, quai son quelle genti. 
Che seppellite dentro da queir arche 
Si fan sentir con gli sospir dolenti f 

Ed egli a me; Qui son gli eresiarche 
Co' lor seguaci d' ogni setta, e molto 
Più che non credi , son le tombe carche. 

Simile qui con simile è sepolto, 

E i monimenti son più e men caldi. 
E poi eh* alla man destra si fu volto, 

Passammo tra»i martiri e gli alti spaldi. 



1-12 57 



CANTO DECIMO. 



ARGOMENTO. 

Dante neìV infernal cupa lacuna 

Desia parlar a qualche alma macchiata 
Dell'eresia, che fra V arche Ifi aduna. 

E poco aia , che vede Farinata 

nato levarsi , e seco lui favella , 
Che gli predice sua vita cambiata , 

E dell' esilio auo gli dà novella. 



Ora sen va per un segreto calle 

Tra il muro della Terra e li martiri 
Lo paio Maestro, ed io dopo le spalle. 

o virtù somma, che per gli empi giri 
Mi volvi , cominciai, come a te piace, 
Parlami , e soddisfammi a* miei desiri. 

ta gente, che per li sepolcri giace, 
Potrebbesi veder? già son levati 
Tutti i coperchi , e nessun guardia face. 

Ed egli a me: Tutti saran serrati, 
Quando di losaflfà qui torneranno 
Coi corpi che lassù hanno lasciati. 



/58 l' inperno. 13^-39 

Suo cimitero da questa parte hanno 
Con Epicuro tutti i suoi seguaci, 
Che r anima col corpo morta fanno. 

Però alla dimanda che mi faci , 

Quinc' entro soddisfatto sarai tosto, 
E al disio ancor, che tu mi taci. 

Ed io : Bifon Duca , non tegno nascosto 
A te mio cor, se non per dicer poco ; 
E tu m' hai non pur mo a ciò disposto. 

O Tosco, che per la città del foco 
Vivo ten vai cosi parlando onesto, 
Piacciati di ristare in questo loco. 

La tua loquela ti fa manifesto 
Di quella nobil Patria natio. 
Alla qual forse fUi troppo molesto. 

Subitamente questo suono uscio 

D' una deir arche : però m' accostai , 
Temendo, un poco più al Duca mio. 

Ed ei mi disse: Volgiti: che fai? 
Vedi là Farinata che s' è dritto: 
Dalla cintola in su tutto il vedrai. 

Io aveva già il mio viso nel suo fitto; 
Ed ei s'ergea col petto e colla fronte, 
Com' avesse lo Inferno in gran dispitto. 

E le animose man del Duca e pronte 
Mi pinser tra le sepolture a lui, 
Dicendo: Le parole tue sien conte. 



-4:0-66 CANTO DECIMO. 59 

T*osto eh* al piò della sua tomba Ali , 

Guardomml un poco, e poi quasi sdegnoso 
Mi dimandò: Chi far li maggior tui? 

Io, eh' era d' obbedir desideroso, 

Non gliel celai, ma tutto gliel* apersi. 
Ond* ei levò le ciglia un poco in soso ; 

Poi disse: Fieramente fUro avversi 
A me e a* miei primi ed a mia parte, 
Si che per duo fiate gli dispersi. 

S' ei fur cacciati , ei tornar d' ogni parte, 
Risposi lui, e r una e r altra fiata; 
Ma i vostri non appreser ben queir arte. 

Allor surse alla vista scoperchiata 

Un'ombra lungo questa infino al mento: 
Credo che s* era inginocchion levata. 

Dintorno mi guardò, come talento 
Avesse di veder s* altri era meco; 
Ma poi che il sospicar fu tutto spento , 

Piangendo disse: Se per questo cieco 
Carcere vai per altezza d' ingegno. 
Mio figlio ov' é ? o perchè non è teco ? 

Ed io a lui : Da me stesso non vegno : 
Colui , che attende là, per qui mi mena, 
Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. 

Le sue parole e il modo della pena 
M' avevan di costui già detto il nome : 
Però fti la risposta cosi piena. 



<50 l'inferno. 67-93 

Di subito drizzato gridò: Come 

Dicesti egli ebbeì non viv' egli ancora? 
Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome ? 

Quando s' accorse d' alcuna dimora 
Ch' io faceva dinanzi alla risposta, 
Supin ricadde, e più non parve fuora. 

Ma queir altro magnanimo , a cui posta 
Restato m* era, non mutò aspetto, 
Né mosse collo, né piegò sua costa. 

E se, continuando al primo detto. 

Egli han queir arte, disse, male appresa , 
Ciò mi tormenta più che questo letto. 

Ma non cinquanta volte fia raccesa 
La faccia della Donna che qui regge. 
Che tu saprai quanto quell' arte pesa. 

E se tu mai nel dolce mondo regge , 
Dimmi, perchè quel popolo è si empio 
Incontro a' miei in ciascuna sua legge? 

Ond' io a lui : Lo strazio e '1 grande scempio, 
Che fece l' Arbia colorata in rosso , 
Tale orazion fa far nel nostro Tempio. 

Poi eh* ebbe sospirando il capo scosso, 
A ciò non fu' io sol, disse, né certo 
Senza cagion sarei con gli altri mosso: 

Ma fu' io sol colà, dove sofferto 

Fu per ciascun di torre via Fiorenza, 
Colui che la difese a viso aperto. 



534-120 CANTO DECIMO. 61 

V)eh , se riposi mai vostra semenza , 
Prega' lo lai , solvetemi quel nodo , 
Che qui ha inviluppata mia sentenza. 

E' par che voi veggiate, se ben odo, 
Dinanzi quel che il temj/o seco adduce, 
E nel presente tenete altro modo. 

Noi veggiam , come quei e* ha mala luce , 
Le cose, disse, che ne son lontano: 
Cotanto ancor ne splende il sommo Duce : 

Quando s' appressano , o son , tutto è vano 
Nostro intelletto ; e, s' altri noi ci apporta, 
Nulla sapem di vostro stato umano. 

Però comprender puoi , che tutta morta 
Pia nostra conoscenza da quel punto, 
Che del futuro fia chiusa la porta. 

Allor, come di mia colpa compunto, 
Dissi: Or direte dunque a quel caduto, 
Che il suo nato é co' vivi ancor congiunto. 

E s'io fai dianzi alla risposta muto. 
Fate i saper che il fei , perché pensava 
Già neir error che m' avete soluto. 

E già '1 Maestro mio mi richiamava : 
Perch' io pregai lo spirito più avaccio. 
Che mi dicesse chi con lui si stava. 

Dissemi: Qui con più di mille giaccio : 
Qua entro è lo secondo Federico, 
E il Cardinale , e degli altri mi taccio. 



62 l' inferno. 181-136 

Indi s' ascose : ed io in vèr r antico 
l'oeta volsi i passi , ripensando 
A quel parlar che mi parea nimico. 

Egli si mosse; e poi così andando. 
Mi disse : Per(?hé sei tu si smarrito ? 
Ed io li soddisfeci al suo dimando. 

La mente tua conservi quel che udito 
Hai contra te, mi comandò quel Saggio, 
E ora attendi, qui , e drizzò '1 dito. 

Quando sarai dinanzi al dolce raggio 
Di Quella, il cui beli' occhio tutto vede, 
Da lei saprai di tua vita il viaggio. 

Appresso volse a man sinistra il piede : 

Lasciammo il muro, e gimmo in vèr lo mezzo 
Per un sentier che ad una valle flede, 

Che infln lassù facea spìacer suo lezzo. 



1-12 63 



CANTO DEGIMOPUIMO. 



ARGOMENTO. 

i%#- lo gran puzzo , ehe V àbiaao gitta , 
' Traggonsi dietro ad una pietra dura , 
In cui V eterna morie è d' uno scritta. 

Narra Virgilio , che nelV ombra oscura 
D^ tre cerchi di sotto hanno lor pena 
La Violenza , la Fraude e l' Usura : 

Di' questo a Dante dà contezza piena. 



In SU r estremità d' un' alta ripa, 

Che facevan gran pietre rotte in cerchio. 
Venimmo sopra più crudele stipa; 

E quivi per V orribile soperchio 

Del puzzo, che il profondo abisso gitta, 
Ci raccostammo dietro ad un coperchio 

D' un grande avello , ov' io vidi una scritta 
Che diceva: Anastasio Papa guardo. 
Lo quaZ trasse Fotin della via dritta. 

Lo nostro scender convien esser tardo. 
Si che s' ausi prima un poco il senso 
Al tristo flato; e poi non fla riguardo. 



64 l' inferno, 13-39 

Cosi '1 Maestro : ed io : Alcun compenso. 
Dissi lui, trova, che il tempo non passi 
Perduto : ed egli : Vedi che a ciò penso. 

Figliuol mio , dentro da cotesti sassi , 
Cominciò poi a dir, son tre cerchietti 
Dì grado in grado , come quei che lassi. 

Tutti son pien di spirti maledetti : 
Ma perchè poi ti basti pur la vista. 
Intendi come e perché son costretti^ 

D* ogni malìzia eh' odio in Cielo acquista, 
Ingiuria è il fine , ed ogni fin cotale 
O con forza o con frode altrui contrista. 

Ma perché frode è dell' uom proprio male , 
Più spiace a Dio ; e però stan di sutto 
Gli frodolenti e più dolor gli assale. 

De' violenti il primo cerchio é tutto ; 
Ma perché si fa forza a tre persone , 
In tre gironi é distinto e costrutto. 

A Dio, a sé, al prossimo si puone 

Far forza; dico in loro ed in lor cose, 
Com' udirai con aperta ragione. 

Morte per forza e ferute dogliose 

Nel prossimo si danno, e nel suo avere 
Ruine, incendj e toilette dannose : 

Onde omicide e ciascun che mal fiere. 
Guastatori e predon, tutti tormenta 
Lo giron primo per diverse schiere. 



5-G6 CANTO DECIMOPRIMO. 65 

:*uote Tiomo avere in sé man violenta 
E ne' suoi beni: e però nel secondo 
Giron convien che senza prò si penta 

Qualunque priva sé del vostro mondo, 
Biscazza , e froda la sua facultade 
E piange là dov' esser dee giocondo. 

Puossi far forza nella Deitade, 

Ck>l cor negando e bestemmiando quella , 
E spr^iando natura, e sua boutade: 

E però lo minor giron suggella 
Del segno suo e Sodoma e Caorsa 
E chi, spregiando Dio, col cor favella. 

r.a frode , ond' ogni coscienza è morsa , 
Può l' uomo usare in colui che si fida , 
E in quello che fidanza non imborsa. 

Questo modo di retro par che uccida 
Pur lo vincol d' amor che fa natura: 
Onde nel Cerchio secondo s* annida 

Ipocrisia, lusinghe e chi affattura. 
Falsità , ladroneccio e simonia, 
Ruffian, baratti, e simile lordura. 

Per l' altro modo queir amor s' oblia 

Che fa natura, e quel ch'é poi aggiunto, 
Di che la fede speziai si cria: 

Onde nel Cerchio minore, ov' è'I punto 
Dell'Universo, in su che Dite siede, 
Qualunque trade in eterno é consunto. 



^ 



66 l'inferno. 67-PSl 

E io: Maestro , assai chiaro procede 
La tua ragione , ed assai ben distingue 
Questo baratro e il popol che possiede. 

Ma dimmi: quei della palude pingue , 
Che mena il vento, e che batte la pioggia 
E che s'incontran con si aspre lingue, 

Perchè non dentro della città roggia 
Son ei puniti, se Dio gli ha in ira? 
E se non gli ha, perchè soiio a tal foggiai 

Ed egli a me: Perché tanto delira, 

Disse, lo ingegno tuo da quel eh' ei suole 1 
Ovver la mente tua altrove mira ? 

Non ti rimembra di quelle parole , 
Con le quai la tua Etica pertratta 
Le tre disposizion, che il Ciel non vuole 

Incontinenza, malizia, e la matta 
Bestialitade? e come incontinenza 
Men Dio offende e men biasimo accatta? 

Se tu riguardi ben questa sentenza , 
E rechiti alla mente chi son quelli, 
Che su di fuor sostengon penitenza, 

Tu vedrai ben perché da questi felli 
Sien dipartiti , e perchè men crucciata 
La divina Giustizia gli martelli. 

o Sol che sani ogni vista turbata. 
Tu mi contenti si quando tu solvi , 
Che, non men che saver, dubbiar m'aggratnj 



t4>115 CANTO DECIMOPRIMO. 67 

Ancora un poco indietro ti rivolvi , 
Diss* io, là dove dr , che usura offende 
La diTina Boutade , e il groppo syoIyì. 

Filosofia, mi disse , a chi T attende , 
Nota non pare in una sola parte. 
Come Natura Io suo corso prende 

Dal divino Intelletto e da sua Arte : 
E se tu ben la tua Fisica note, 
Tu troverai, non dopo molte carte , 

cbe r Arte vostra quella, quanto'puote, 
Segue , come il maestro fa '1 discente , 
Si che Yostr* Arte a Dio quasi d nipote. 

Da queste due, se tu ti rechi a mente 
Lo Genesi dal principio, conviene 
Prender sua vita, ed avanzar la gente. 

B perché V usuriere altra via tiene. 
Per 8ò Natura, e per la sua seguace 
Dispregia, poiché in altro pon la spene. 

Ma seguimi , oramai che il gir mi piace ; 
Che i Pesci guizzan su per V orizzonta, 
E il Carro tutto sovra il Coro giace ; ^ 

B il balzo via là oltre si dismonta. 



CS l' inferno. 1-12 

GAiNTO DEGIMOSECONDO. 



ARGOMENTO. 

JJel settiitw girone a guardia stanno 

Nesso f Chirone e Fola, att^ cui mtntbra 
jy Uom qu0U0 dsl CavaUo uHit« panno. 
Coator nel sangue, ove a giacer s' asaetnbra 
La mala compagnia de' violenti , 
Feriscon, s'uno dagli altri si smembra. 

Ed esce piò chs tu, Ciél, non tonasnti. 



Era lo loco , ove a scender la riva 

Venimmo, alpestro e, per quelchlTi er'ana 
Tal, eh' ogni vista ne sarebbe scMya. 

Qual* è quella mina , che nel fianco 
Dì qua da Trento T Adige percosse, 
O per tremuoto o per sostegno manco : 

Che da cima del monte , onde si mosse. 
Al piano , é si la roccia discoscesa , 
Ch' alcuna via darebbe a chi su fosse ; 

Cotal di quel burrato era la scesa : 
E in su la punta della rotta lacca 
L' Infamia di Greti era distesa. 



3^39 CANTO PEGliJOSECONDO. « 69 

Jhe fu concetta nella falsa vacca : 
E qu^cU^ jVida noi, i^è stesso morse 
Si come quét', icnil* fra déntro fiacca. 

Lo Savio mio in vèr lui gridò : Forse 
Tu credi che qui sia *1 Duca d' Atene, 
Che su nel mondo la morte ti porse ? 

Partiti, bestia, che questi non viene 
Ammaestrato dalla tua sorella. 
Ma vasai, per veder le vostre pene. 

Quar è quel tbvó die si staccia in quella 
C'Tia ricevuto già '1 colpo mortale, 
Che-gis non ^> ma qua e là, saltella, 

Vid' io lo Minotauro far cotale.- 

E quegli accorto gridò : Corri al varco ; 
Mentre eh' è in fUria, è buon che tu ti cale. 

Cosi prends^mpo via giù. per lo scarco 
Diquelle pietre, chespe^o moviensi 
SoUoi mim piedi per lo nuovo carco. 

Io già pensando;.© quei disse: Tu pensi 
FV)rse^ questa rovina, eh' é guardata 
Da^oell'irs^ bestiai oh' io ora spensi. 

Or vo''eb^isappì, che l'altra fiata 

Ch'i^.diae^ quaggiù nel basso Inferno, 
Queata jpoeaia non era ancor cascata. 

Ma certo, poco pria, se ben discerno. 
Che venisse Colui, che la gran preda 
Levò a Dite del Cerchio superno, 



70 l' inferno. 40-^ 

Da tutte parti V alta valle feda 

Tremò sì, eh' io pensai che V Universo 
Sentisse amor, per lo quale ò chi creda 

Più volte il mondo in caos converso : 
E in quel punto questa vecchia roccia 
Qui ed altrove tal fece riverso. 

Ma ficca gli occhi a valle; che s* approccia 
La riviera del sangue , in la qual bolle 
Qual che per violenza in altrui noccia. 

O cieca cupidigia, o ira folle, 

Che sì ci sproni nella vita corta, [ 

E neir eterna poi si mal e' immolle I i 

r vidi un* ampia fossa in arco torta, 

Ck)me quella che tutto il piano abbraccia, 
Secondo eh* avea detto la mia scorta: 

E tra *1 pie della ripa ed essa, in traccia 
Correan Centauri armati di saette , 
Come solean nel mondo andare a caccia. 

Vedendoci calar, ciascun ristette, 
E della schiera tre si dipartirò 
Con archi ed asticciuole prima elette; 

E r un gridò da lungi : A qual martire 
Venite voi, che scendete la costa? 
Ditel costinci ; se non , V arco tiro. 

Lo mio Maestro disse : La risposta 
Farem noi a Chiron costà, di presso: 
Mal fu la voglia tua sempre si tosta. 



r-93 CANTO DECIMOSECOXDO. 71 

)i mi tentò, e disse: Quegli è Nesso, 
Che mori per la bella Deianira, 
E te* dì sé la vendetta egli stesso ; 

B quel di mezzo, che al petto si mira, 
È il gran Chirone, il qual nudrl Achille : 
Queir altro è Polo, che fu si pien d* ira. 

Dintorno al fosso vanno a mille a mille , 
Saettando quale anima si svelle 
Del sangue più, che sua colpa sortille. 

Noi ci appressammo a quelle fiere snelle : 
Chiron prese uno strale , e con la cocca 
Fece la barba indietro alle mascelle. 

Quando s' ebbe scoperta la gran bocca, 
Disse ai compagni : Siete voi accorti , 
Che quel diretro move ciò eh* e' tocca ? 

Così non soglion fare i pie de' morti. 

E 11 mio buon Duca, che già gli era al petto, 
Ove le duo nature son consorti , 

Rispose: Ben è vivo, e si soletto 

Mostrargli mi convien la valle buia: 
Necessità, '1 c'induce, e non diletto. 

Tal si parti da cantare alleluia. 

Che mi commise quest' uflQcio nuovo; 
Non è ladron , né io anima fhia. 

Ma per quella virtù , per cui io muovo 
Li passi miei i)er si selvaggia strada. 
Danne un de' tuoi , a cui noi siamo a pruovo, 



''' INFERNO. g^I^ 

Che ne dimostri là ove si guada 
E che porti costui in su la gròpoa 
Che non é spirto che per r aer vada. 
Chiron si volse in sulla destra poppa, 

E disse a Nesso: Torna, e sili gm^a 
, E fa causar, s' altra schiera v' intoppa. 
Noi CI movemmo colla scorta fida 

Lungo la proda del boUor vermijrUo 
^ Ove i bolliti facean alte strida ' 

r vidi gente sotto infine al ciglio- 

E il gran Centauro disse: E' son tiranni, 
cne dier nel sangue e riell' aver di piglio. 

Quivi si piangon li spietati danni- 
Quivi é Alessandro, e Dionisio fero 
Che fé' ciciUa aver dolorosi anni - 

E quella fronte c'ha '1 pel cosi nero! 
t Azzolino; e queir altro, che é biondo, 
E Obizzo da Esti , il qual per vero 

FU spento dal figliastro su nel mondo. 

Ques'ti'?i,T''''"°'*"'«''"«''''«^«-- 
Questi ti sia or primo, ed io secondo 

Pocp Più Oltre il centauro s- affisse 

■ ^T ","* «^"'« ''^' inflno alla gola 
Parea che di quel buUcame uscisse 

mc^i ""' """"•'' ""''' "» «^'o «Ola, 
L^cor ch^"'"' ''''' '» «'^"'bo a Dio 
'°' '='•« "> sul Tamigi ancor si cola 



121-139 CANTO DECIMOSECONDO. 73 

Poi vidi gente che di fuor del rio 

Tenean la testa ed ancor tutto il casso : 
E di costoro assai riconobb' io. 

Così a più a più si facea basso 

Quel sangue sì , che copria pur li piedi : 
E quivi fu del fosso il nostro passo. 

Siccome tu da questa parte vedi 
Lo bulicame che sempre si scema, 
Disse il Centauro, voglio che tu credi. 

Che da quest' altra a più a più giù prema 
Lo fondo suo, infin eh' ei si raggiunge. 
Ove la tirannia convien che gema. 

La divina Giustizia di qua punge 
Quell'Attila che fu flagello in terra, 
E Pirro, e Sesto, ed in eterno munge 

Le lacrime , che col boiler disserra 
A Rinier da Corneto , a Rinier Pazzo, 
Che fecero alle strade tanta guerra. 

Poi si rivolse , e ripassossi il guazzo. 



74 l' inferno. 1-12 



CANTO DEGIMOTERZO. 



ARGOMENTO. 

Gittano sangue gli squareiati rami 
D'un empio bosco, dove fan lor nido 
Le Arpie, che pascon quelle foglie infatni. 

Pet^ò Dante s' avvede al sangue e al grido , 
Che in tronclii e sterpi gli uomini cambiati 
Formano selva in quelV iniquo lido / 

Ed altri son da cagne lacerati. 



Non era ancor di là Nesso arrivato, 

Quando noi ci mettemmo per un bosco , 
Che da nessun sentiero era segnato. 

Non frondi verdi, ma di color fosco, 
Non rami schietti, ma nodosi e involti, 
Non pomi V* eran , ma stecchi con tosco. 

Non han si aspri sterpi né si folti 

Quelle fiere selvagge , che in odio hanno 
Tra Cecina e Corneto i luoghi colti. 

Quivi le brutte Arpie lor nido fanno , 
Che cacciar delle Strofade i Troiani 
Con tristo annunzio di futuro danno. 



13-39 CANTO DECIMOTERZO. 75 

A-le hanno late, e colli e visi umani , 

Pie con artigli, e pennuto il gran ventre: 
Fanno lamenti in su gli alberi strani. 

E il buon Maestro: Prima che più entre , 
Sappi che se' nel secondo girone, 
Mi cominciò a dire , e sarai , mentre 

Che tu verrai neir orribil sabbione. 
Però riguarda bene; e sì vedrai 
Cose che torrien fede al mio sermone. 

Io sentia d* ogni parte tragger guaf, 
E non vedea persona che '1 facesse; 
Perch'io tutto smarrito m' arrestai. 

r credo eh' ei credette eh' io credesse, 
Che tante voci uscisser tra que' bronchi 
Da gente che per noi si nascondesse. 

Però , disse il Maestro, se tu tronchi 
Qualche fraschetta d* una d' este piante, 
Li pensier e' hai si faran tutti monchi. 

Allor porsi la mano un poco avante , 

E colsi un ramoscello da un gran pruno, 
B il tronco suo gridò : Perchè mi schianto ? 

Da che fatto fu poi di sangue bruno. 
Ricominciò a gridar: Perchè mi scerpi? 
Non hai tu spirto di pietate alcuno? 

Uomini fummo ; ed or sem fatti sterpi ; 
Ben dovrebb' esser la tua man più pia, 
Se state fbssim' anime di serpi. 



1 



76 f INFERNO. -iO-eC 

Come d' un stizzo verde , eh' arso sia 
Dall' un de* capi, che dair altro geme , 
E cigola per vento che va via ; 

Così di quella scheggia usciva insieme 
Parole e sangue: ond' lo lasciai la cima 
Cadere , e stetti come V uom che teme. 

S' egli avesse potuto creder prima , 
Rispose il Savio mio , anima lesa, 
Ciò e' ha veduto , pur colla mia rima , 

Non averebbe in te la man distesa. 
Ma la cosa incredibile mi fece 
Indurlo ad ovra , eh* a me stesso pesa. 

Ma dilli chi tu fosti, sì che, in vece 

D* alcuna ammenda , tua fama rinfreschi 
Nel mondo su , dove tornar gli lece. 

E il tronco: Si col dolce dir m* adeschi, 
eh' io non posso tacere; e voi non gravi , 
Perch' io un poco a ragionar m' inveschi. 

r son colui , che tenni ambo le chiavi 
Del cor di Federico , e che le volsi 
Serrando e disserrando si soavi. 

Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi : 
Fede portai al glorioso ufizio, 
Tanto eh' io ne perdei lo sonno e i polsi. 

I.a meretrice, che mai dall' ospizio 
Di Cesare non torse gli occhi putti. 
Morte e comune delle corti vizio , 



07-93 CANTO DECIMOTERZO. 77 

\xilìammò contra me gli animi tutti , 

E gì' infiammati infiammar si Augusto, 
Che i lieti onor tornaro in tristi lutti. 

L* animo mio, per disdegnoso gusto, 
Credendo col morir fuggir disdegno, 
Ingiusto fece me contra me giusto. 

Per le nuore radici d* esto legno 

Vi giuro, che giammai non ruppi fede 
Al mio signor, che fti d' onor si degno. 

E se di voi alcun nel mondo riede , 
Conforti la memoria mia , che giace 
Ancor del colpo che invidia le diede. 

Un poco attese, e poi: Da eh' ei si tace , 
Disse il Poeta a me, non perder 1* ora; 
Ma parla, e chiedi a lui se più ti piace. 

ond' io a lui : Dimandai tu ancora 

Di quel che credi che a me sodisfaccia ; 
Ch'io non potrei: tanta pietà m' accora ! 

Però ricominciò: Se Puom ti faccia 
Liberamente ciò che il tuo dir prega, 
Spirito incarcerato, ancor ti piaccia 

Di dirne come r anima si lega 

In questi nocchi; e dinne, se tu puoi, 
S' alcuna mai da tai membra si spiega. 

Allor soffiò lo tronco forte , e poi 
Si converti quel vento in cotal voce : 
Brevemente sarà risposto a voi. 



78 l' inferno. 94-121) 

Quando si parte V anima feroce 

Dal corpo, ond'ella stessa s'è disvelta, 
Minos la manda alla settima foce. 

Cade in la selva, e non le ò parte scelta; 
Ma là. dove fortuna la balestra, 
Quivi germoglia come gran di spelta; 

Surge in vermena ed in pianta silvestra: 
Le Arpie , pascendo poi delle sue foglie , 
Panno dolore , ed al dolor finestra. 

Come r altre, verrem per nostre spoglie, 
Ma non però eh' alcuna sen rivesta; 
Che non è giusto aver ciò eh' uom si toglie. 

Qui le strascineremo, e per la mesta 
Selva saranno i nostri corpi appesi, 
Ciascuno al prun dell' ombra sua molesta. 

Noi eravamo ancora al tronco attesi , ' 

Credendo eh' altro ne volesse dire; 
Quando noi fummo d' un rumor sorpresi , 

Similemente a colui, che venire 

Sente il porco e la caccia alla sua posta , 
eh' ode le bestie e le frasche stormire. 

Ed ecco duo dalla sinistra costa. 
Nudi e graffiati fuggendo sì forte , 
Che della selva rompiéno ogni rosta. | 

Quel dinanzi: Ora accorri , accorri , morte. 
E r altro, a cui pareva tardar troppo , 
Gridava: Lano, si non furo accorte 



i 



121-117 CANTO DECIMOTERZO. 79 

Le gambe tue alle giostre del Toppo. 
E poiché forse gli fallla la lena, 
Di sé e d' un cespuglio fece groppo. 

Diretro a loro era la selva piena 
Di nere cagne, bramose e correnti, 
Come veltri eh' uscisser di catena. 

In quel che s' appiattò miser li denti; 
E, lui dilacerato a brano a brano, 
Poi sen portar quelle membra dolenti. 

Presemi allor la mia Scorta per mano , 
E menommi al cespuglio che piangea 
Per le rotture sanguinenti, invano. 

O Iacopo , dicea , da Sant' Andrea , 
Che t' è giovato di me fare schermo? 
Che colpa ho io della tua vita r^a? 

Quando il Maestro fu sovr'esso fermo. 
Disse : Chi fusti, che per tante punte 
Soffl col sangue doloroso sermo ì 

E quegli a noi: O anime , che giunte 
Siete a veder lo strazio disonesto, 
C*ha le mie fiondi si da me disgiunte, 

Raccoglietele al pie del tristo cesto: 
r f\u della città che nel Batista 
Cangiò '1 primo Padrone; ond* ei per questo 

Sempre con T arte sua la farà trista. 
E se non fosse che in sul passo d* Arno 
Rimane ancor di lui alcuna vista; 



80 L' INFERNO. 148-151 

Quei cittadin che poi la rifondarno 
Sovra il cener che d* Attila rimase, 
Avrebber fatto lavorare indarno. 

Io fei gibetto a me delle mie case. 



1 — 12 81 



CANTO DECIMOQUARTO. 



ARGOMENTO. 

IH sotto appiedi rena ardente euoce 
E fiamma ctceesa ai versa di sopra , 
Ck' a' violenti in questo giron nuoce. 

Chi contro a JOio e a Natura s' adopra , 
E contro ali* Arte , ivi non ha difesa , 
Che sotto il salvi, o dall' aito il ricopra . 

8ì a vendetta di Dio non vai contesa / 



Poiché la carità del natio loco 

Mi strinse , raunai le fronde sparte , 
E renderle a colui eh' era già fioco. 

Indi venimmo al fine , ove si parte 
Lo secondo giron dal terzo, e dove 
Si vede di Giustizia orribil' arte. 

A ben manifestar le cose nuove, 
Dico che arrivammo ad una landa 
Che dal suo letto ogni pianta rimove. 

La dolorosa selva le è ghirlanda 

Intorno, come il fosso tristo ad essa: 
Quivi fermammo i piedi a randa a randa. 

6 



S2 L* INFERNO. \%^ 

Lo spazzo era un* arena arida e BjieBsa, 
Non d' altra foggia fatta che colei , 
Che fu da' piedi di Caton soppressa. 

O vendetta di Dio, quanto tu dei 
Esser temuta da ciascun che legge 
Ciò che fu manifesto agli occhi miei ! 

D* anime nude vidi molte gregge, 

Che piangean tutte assai miseramente; 
E parea posta lor diversa legge. 

Supin giaceva in terra alcuna gente ; 
Alcuna si sedea tutta raccolta, 
Ed altra andava continuamente. 

Quella che giva intorno era più molta, 
E quella men, che giaceva al tormento, 
Ma più al duolo avea la lingua sciolta. 

Sovra tutto il sabbion d' un cader lento 
riovean di fuoco dilatate falde, 
Come di neve in alpe senza vento. 

Quali Alessandro in quelle parti calde 
D' India vide sovra lo suo stuolo 
Fiamme cadere infino a terra salde; 

Perch' ei provvide a scalpitar lo suolo 
Con le sue schiere, perciocché *1 vapore 
Me* si stingueva, mentre eh* era solo; 

Tale scendeva l' eternale ardore, 
Onde r arena s* accendea, com* esca 
Sotto il focile, a doppiar lo dolore. 



10-66 CANTO DECIMOQUARTO. 83 

Senza riposo mai era la tresca 
Delle misere mani, or quindi or quinci 
Iscotendo da sé 1* arsura fresca. 

Io cominciai: Maestro, tu che vinci 
Tutte le cose, fuor che i Dimon duri , 
Che air entrar della porta incontro uscinci , 

Chi è quel grande che non par che curi 
L' incendio, e giace dispettoso è torto 
Sì che la pioggia non par che il marturi? 

E quel medesmo, che si ftie accorto 
Ch' io dimandava il mio Duca di lui, 
arido: Qual i* ftii vivo, tal son morto. 

Se Giove stanchi 11 suo fabbro, da cui 
Cracciato prese la folgore acuta, 
Onde r ultimò di' percosso ftii; 

E 8' egli stanchi gli altri a muta a muta 
In Mongibello alla fucina negra. 
Gridando: Buon Vulcano, aiuta aiuta: 

Si com' ei fece alla pugna di Flegra, 
E me saetti di tutta sua forza. 
Non ne potrebbe aver vendetta allegra. 

Allora il Duca mio parlò di forza 
Tanto, ch* io non r avea si forte udito: 
Capaneo , in ciò che non s' ammorza 

La tua superbia, se* tu più puftto: 
Nullo martirio, ftior che la tua rabbia. 
Sarebbe al tuo ftiror dolor compito. 



84 l' inferno. 67-93 

Poi si rivolse a me con miglior labbia , 
Dicendo: Quel fU Y un de' sette regi 
Ch'assiser Tebe ; ed ebbe , e par eh' egli abb 

Dio in disdegno, e poco par che il pregi : 
Ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti 
Sono al suo petto assai debiti fregi. 

Or mi vien dietro, e guarda che non metti 
Ancor li piedi nell* arena arsiccia; 
Ma sempre al bosco li ritieni stretti. 

Tacendo divenimmo là. ove spiccia 

Fuor della selva un picciol flumicello , | 
Lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 

Quale del Bulicame esce il ruscello, 
Che parton poi tra lor le peccatrici, 
Tal per V arena giù sen giva quello. 

Lo fondo suo ed ambo le pendici 

Fatt' eran pietra, e i margini da lato; 
Perch' io m' accorsi che il passo era liei. 

Tra tutto r altro eh' io t' ho dimostrato, 
Posciaché noi entrammo per la porta, 
Lo cui sogliare a nessuno è negato, 

Cosa non fu dagli occhi tuoi scorta 
Mirabile, com'è '1 presente rio, 
Che sopra sé tutte fiammelle ammorta. 

Queste parol^fur del Duca mio : 

Perchè il pregai, che mi largisse il pasto, 
Di cui largito m' aveva il disio. 



34-120 CANTO DECIMOQUARTO. 85 

In mezzo il mar siede un paese guasto, 
Diss* egli allora, che s* appella Creta, 
Sotto il cui rege fu già 'l mondo casto. 

Una montagna v* ó^ che già fu lieta 
D' acque e di fronde, che si chiama Ida; 
Ora ò diserta come cosa vieta. 

Rea la scelse già per cuna fida 
Del suo figliuolo, e, per celarlo meglio. 
Quando piangea, vi facea far le grida. 

Dentro dal monte sta dritto un gran Veglio 
Che tien volte le spalle in vèr Damiata, 
B Roma guarda si come suo speglio. 

La sua testa é di fin* oro formata , 
E puro argento son le braccia e il petto, 
Poi è di rame infinó alla forcata: 

Da indi in giuso é tutto ferro eletto. 
Salvo che il destro piede è terra cotta, 
E sta in su quel, più eh* in su l' altro eretto. 

Ciascuna parte, fuor che V oro, è rotta 
D^una fessura che lagrime goccia, 
Le quali accolte foran quella grotta. 

ivOp corso in questa valle si diroccia: 
Panno Acheronte, Stige e Flegetonta; 
Poi sen van giù per questa stretta doccia 

Mn là ove più non si dismonta. 
Panno Oocito ; e qual sia quello stagno , 
Tu '1 vederai ; però qui non si conta. 



86 l' inferno. 121-143 

Ed io a lui: Se il presente rigagno 
Si deriva cosi dal nostro mondo, 
Perchè ci appar pur a questo vivagno 1 

Ed egli a me : Tu sai che il luogo è tondo, 
E tutto che tu sii venuto molto 
Pur a sinistra giù calando al fondo. 

Non se* ancor per tutto il cerchio volto; 
Perché, se cosa n* apparisce nova. 
Non dee addur maraviglia al tuo volto. 

Ed io ancor: Maestro, ove si trova 
Flegetonte e Lete, che dell* un taci, 
E r altro di* che si fa d* està piova? 

In tutte tue question certo nù piaci , 
Rispose; ma il boUor dell* acqua rossa 
Dovea ben solver 1* una che tu faci. 

Lete vedrai, ma Aior di questa fossa. 
Là ove vanno le anime a lavarsi. 
Quando la colpa pentuta é rimossa. 

Poi disse: Omai è tempo da scostarsi 
Dal bosco: fa che diretro a me vegne: 
Li margini fan via, che non son arsi, 

E sopra loro ogni vapor si spegne. 



1-1^ 87 



CANTO DECIMOQUINTO. 



ARGOMENTO. 

In quelV eterne e dieperate angosce 

Dante cammina, e fra molti V aspetto 

Di Brunetto Latini riconosce. 
Come a maestro suo , laggiù rispetto 

Ancor gli mostra; e molto parla e chiede ; 

(Quegli risponde, e fa veder dispetto 
Dell'esilio di Dante, eh' ei prevede. 



Ora cen porta V un de' duri margini ; 
E il fummo del puscel di sopra aduggia 
Si , che dal fuoco salva V acqua e gli argini. 

Quale i Fiamminghi tra Guzzante e Bruggia, 
Temendo il fiotto che in vèr lor s' avventa, 
Fanno lo schermo, perché il mar si f uggia; 

E quale i Padovan lungo la Brenta, 
Per difender lor ville e'ior castelli, 
Anzi che Chiarentana il caldo senta; 

A tale imagine eran fatti quelli , 
Tuttoché né si alti né si grossi, 
Qual che si fosse, lo maestro felli. 



88 l' inferno. 13-39 

Già eravam dalla selva rimossi 

Tanto, eh* io non avrei visto dov' era, 
Perch' io indietro rivolto mi fossi ; 

Quando incontrammo d' anime una schiera, 
Che venia lungo l' argine, e ciascuna 
Ci riguardava come suol da sera 

Guardar V un V altro sotto nuova luna; 
E si vèr noi aguzzavan le ciglia. 
Come vecchio sartor fa nella cruna. 

Così adocchiato da cotal famiglia, 
Fui conosciuto da un , che mi prese 
Per lo lembo, e gridò: Qua! maraviglia? 

Ed io, quando il suo braccio a me distese, 
Fissai gli occhi per lo cotto aspetto 
Si , che il viso abbruciato non difese 

La conoscenza sua al mio intelletto; 
E chinando la mia alla sua faccia. 
Risposi: Siete voi qui, ser Brunetta? 

E quegli: O flgliuol mio, non ti dispiaccia, 
Se Brunetto Latini un poco teco 
Ritorna indietro, e lascia andar la traccia. 

Io dissi lui : Quanto posso ven prece ; 
E se volete che con voi m' asseggia, 
Paròl , se piace a costui , che vo seco. 

o flgliuol, disse, qual di questa greggia 
S' arresta punto, giace poi cent' anni 
Senza arrostarsi quando '1 ftioco il feggia. 



40-66 CANTO DECIMOQUINTO. 89 

Però va oltre : i' ti verrò a panni , 
E poi riglugnerò la mia masnada, 
Che va piangendo i suol eterni danni. 

Io non osava scender della strada 

Per andar par di lui : ma '1 capo chino 
Tenea, com' uom che riverente vada. 

Ei cominciò : Qual fortuna o destino 
Anzi r ultimo di quaggiù ti mena? 
E chi è questi che mostra il cammino ? 

Lassù di sopra in la vita serena, 

Rispos* io lui , mi smarrì' in una valle , 
Avanti che V età, mia fosse piena. 

Pur ier mattina le volsi le spalle: 

Questi m' apparve, tornand'io in quella; 
E riduQemi a ca' per questo calle. 

Ed egli a me : Se tu segui tua stella, 
Non puoi Mlire a glorioso porto , 
Se ben m* accorsi nella vita bella. 

E 8* io non fossi si per tempo morto, 
Veggendo il Cielo a te cosi benigno, 
Dato t' avrei all' opera conforto. 

Ma queir ingrato popolo maligno, 
Che discese di Fiesole ab antico, 
E tiene ancor del monte e del macigno, 

Ti si farà, per tuo ben far , nimico. 
Ed é ragion ; che tra li lazzi sorbi 
SI diaconvien fruttare il dolce fico. 



W L' inperno. 67-9^ 

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; 
Gente avara, invidiosa e superba: 
Da' lor costumi fa che tu ti forbì. 
La tua fortuna tanto onop ti serba, 

Che r una parte e r altra avranno fame 
Di te: ma lungi fla dal becco l' erba. 
Paccian le bestie Piesolane strame 

Di lor medesme, e non tocchin la pianta. 
S* alcuna surge ancor nel lor letame. 
In cui riviva la sementa santa 

Di quel Roman, che vi rimaser quando 
Fu fatto 11 nido di malizia tanta. 
Se fosse pieno tutto il mio dimajado. 
Risposi lui, voi non sareste ancora 
Deir umana natura posto in bando: 
Che in la mente m' è fitta, ed or m' accora, 
La cara e buona imagine paterna 
Di voi, quando nel mondo ad ora ad ora 
M' insegnavate come r uom s' eterna: 

E quant'io Tabbo in grado, mentr'iovivo, 
Convien che n«lla mia lingua si scerna. 
Ciò che narrate di mio corso scrivo, ( 

E serbolo a chiosar con altro testo 
A donna che il saprà, s' a lei arrivo. 
Tanto vogr io che vi sia manifesto, 
Pur che mia coscienza non mi garra, 
Ch' alla fortuna, come vuol, son presto. 



94-120 CANTO DBCIMOQUINTO. 91 

Non é nuova agli orecchi miei tal' arra: 
Però giri fortuna la sua rota 
Come le piace , e il villan la sua marra. 

Lo mio Maestro allora in su la gota 

Destra si volse indietro, e riguardommi ; 
Poi disse: Bene ascolta chi la nota. 

Né per tanto di men parlando vommi 
C3on ser Brunetto, e dimando chi sono 
Li suoi compagni più noti e più sommi. 

Ed egli a me: Saper d* alcuno é buono; 
Degli altri fia laudabile il tacerci. 
Che '1 tempo saria corto a tanto suono. 

In somma sappi, che tutti fùr cherci, 
E letterati grandi e di gran fama, 
D* un medesmo peccato al mondo lerci. 

Pris<$ian sen va con quella turba grama, 
E Francesco d'Accorso; anco vedervi, 
S** avessi avuto di tal tigna brama. 

Colui potei che dal Servo de* Servi 

Fu trasmutato d' Arno in Bacchiglione , 
Ove lasciò li mal protesi nervi. 

Di più direi ; ma il venire e il sermone 

Più lungo esser non può, però ch'io veggio 
Là surger nuovo fummo dal sabbione. 

Gente vien, colla quale esser non deggio: 
Sieti raccomandato il mio tesoro, 
Nel quale lo vivo ancora , e più non cheggio. 



92 L* INFERNO. 12 1*125 

Poi si rivolse, e parve di coloro 

Che corrono a Verona il drappo verde 
Per la campagna; e parve di costoro 

Quegli che vince, e non colui che perde. 



1-12 93 



CANTO DECIMOSESTO. 



ARGOMENTO. 

Tre grandi alme al Poeta fati riehieata 
Della sua patria r a quelle esso risponde 
Co»\, che in loro maraviglia detta. 

Poi con Virgilio giunto , ove dell' onde 
8* ode il rontor , quegli una fune cala 
Per cenno , e toato al cenno corrisponde 

Cterione, e all'insti dispiega V ala. 



Già era in loco , ove s* udia il rimbombo 
Dell' acqua che cadea neir altro giro, 
Slmile a quel che V arnie fanno rombo; 

Quando tre ombre insieme bì partirò , 
Correndo, d' una torma che passava 
Sotto la pioggia dell' aspro martiro. 

Venian vèr noi; e ciascuna gridava: 
Sostati tu, che all'abito ne sembri 
Essere alcun di nostra Terra prava. 

Àimè, che piaghe vidi ne' lor membri 
Recenti e vecchie dalle fiamme incese I 
Ancor men duol, pur eh' io me ne rimembri. 



04 l' inferno. 13^39 

Alle lor grida il mio Dottor s' atteso; 
Volse il viso vèr me, e, Ora aspetta. 
Disse; a costor si vuole esser cortese: 

E se non fosse il fuoco che saétta 
La natura del luogo, i* dicerei , 
Che meglio stesse a te, che a lor, la fretta. 

Ricominciar, come noi ristemmo, ei 

L* antico verso ; e quando a noi fur giunti , 
Fenno una ruota di sé tutti e trei. 

Qual solcano i campion far nudi ed unti, 
Avvisando lor presa e lor vantaggio. 
Prima che sien tra lor battuti e punti; 

Così, rotando, ciascuna il visaggio 

Drizzava a me , si che in contrario il collo 
Faceva a* pie continuo viaggio. 

Deh , se miseria d* esto loco sollo 

Rende in dispetto noi e nostri preghi. 
Cominciò Tuno, e il tinto aspetto e broUo; 

La fama nostra il tuo animo pieghi 
A dirne chi tu se% che i vivi piedi 
Cosi sicuro per lo Inferno fk«ghi. 

Questi, r orme di cui pestar mi vedi, 
Tutto che nudo e dipelato vada. 
Fu di grado maggior che tu non credi. 

Nepote fti della buona Oualdrada: 

Ouidoguerra ebbe nome, ed in sua vita 
Fece col senno assai e con la spada. 



40-66 CANTO DECIMOSESTO. 95 

L' altro cà* appresso me 1* arena trita, 
È Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce 
Nel mondo su dovrebbe esser gradita. 

E io, che posto son con loro in croce , 
lacoi» Rustlcuccì fui: e certo 
La fiera moglie più eh* altro mi nuoce. 

S' io fussi stato dal ftioco coverto, 
Gittato mi sarei tra lor disotto; 
E credo che il Dottor 1* avria sofferto: 

Ma perch* io mi sarei bruciato e cotto, 
Vinse paura la mia buona voglia, 
Che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 

Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia 
La vostra condizion dentro mi fisse 
Tanto, che tardi tutta si dispoglia, 

Tosto che questo mio Signor mi disse 
Parole, per le quali io mi pensai, 
Che, qual voi siete, tal gente venisse. 

Di vostra Terra sono ; e sempre mai 
L' ovra di voi e gli onorati nomi 
Con affezion ritrassi ed ascoltai. 

Lascio lo fele, e vo pei dolci pomi 
Promessi a me per lo verace Duca; 
Ma fino al centro pria convien eh' io tomi. 

Se lungamente V anima conduca 
Le membra tue, rispose quegli allora, 
E se la fama tua dopo te luca. 



96 L* INFERNO. 67-98 

Cortesia e valor, di' se dimora 
Nella nostra città si come suole, 
O se del tutto «e n' è gito fuora? 

Che Guglielmo Borsiere, il qual si duole 
Con noj. per poco, e va là coi compagni. 
Assai ne crucia colle sue parole. 

La gente nuova e i subiti guadagni, 
Orgoglio e dismisura han generata, 
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni. 

Cosi gridai colla faccia levata: 

E i tre che ciò inteser per risposta , 
Guatar 1' un V altro, com' al ver si guata. 

Se r altre volte sì poco ti costa, 
Risposer tutti, il soddisfare altrui. 
Felice te, che sì parli a tua posta. 

Però se campi d' esti luoghi bui, 
E torni a riveder le belle stelle, 
Quando ti gioverà dicere; lo fui; 

Fa che di noi alla gente favelle: 
Indi rupper la ruota, ed a fuggirsi 
Ale sembiaron le lor gambe snelle. 

Un ammen non saria potuto dirsi 
Tosto cosi, com' ei furo spariti: 
Per che al Maestro parve di partirsi. 

Io lo seguiva, e poco eravam iti. 

Che il suon dell' acqua n' era si vicino, 
Che per parlar saremmo appena uditi. 



^>4-130 CANTO DECIMOSESTO. 97 

<3ome quel fiume, e' ha proprio cammino 
Prima da monte Veso in vèr levante 
Dalla sinistra costa d* Appennino, 

Che si chiama Acquacheta suso, avante 
Che si divalli giù nel basso letto, 
E a Porli di quel nome é vacante, 

Rimbomba là sovra San Benedetto 
Dall'Alpe, per cadere ad una scesa, 
Ove dovria per mille esser ricetto ; 

cosi, giù d' una ripa discoscesa. 

Trovammo risonar queir acqua tinta, 
Si che in poc' ora avria V orecchia offesa. 

Io avea una corda intorno cinta, 
E con essa pensai alcuna volta 
Prender la Lonza alla pelle dipinta. 

Poscia che V ebbi tutta da me sciolta, 
Si come il Duca m' avea comandato, 
Porsila a lui aggroppata e ravvolta. 

Ond' ei si volse in vèr lo destro lato , 
E alquanto di lungi dalla sponda 
La gittò giuso in queir alto burrato. 

E pur convien che novità risponda, 

Dicea fra me medesmo, al nuovo cenno 
Che il Maestro con V occhio sì seconda. 

Ahi quanto cauti gli uomini esser denno 
Presso a color, che non veggon pur l' opra , 
Ma per entro i pensier miran col senno 1 



98 l' inferno. 121-13'1 

i 

Ei disse a me : Tosto verrà di sopra 

Ciò eh' io attendo; e che il tuo pensier sogl 
Tosto convien eh' al tuo viso sì scopra. 

Sempre a quel ver e' ha faccia di menzogna 
De' r uom chiuder le labbra quant' ei puoti 
Però che senza colpa fa vergogna ; 

Ma qui tacer noi posso: e per le note 
Di questa Commedia , lettor , ti giuro , 
S' elle non sien di lunga grazia vote , 

eh' io vidi per quel!' aer grosso e scuro 
Venir notando una figura in suso, 
Maravigliosa ad ogni cor sicuro ; 

Sì come torna colui che va giuso 

Talora a solver àncora, eh' aggrappa 
O scoglio od altro che nel mare è chiuso. 

Che in su si stende, e da pie si rattrappa. 



-12 99 



CANTO DECIMOSETTIMO. 



ARGOMENTO. 

Poiché dei Cerchio aettimo fu chiara 
La eondizion , che quelle anime pone 
In ftafnma *empre sì nova ed amara ; 

S" adattan »u le spalle a OerXone 

Li due Fùeti : egli all' ottavo varca , 
E, giunto coìaggiii, le lor persone 

jy una stagliata rocca al pie discarca. 



Ecco la Fiera con la coda aguzza. 
Che passa i monti, e rompe mura ed armi ; 
Ecco colei che tutto il mondo appuzza. 

Sì cominciò lo mio Duca a parlarmi, 
Ed accennolle che lenisse a proda, 
Vicino al fin de' passeggiati marmi : 

K quella sozza Imagine di Froda 
Sen venne, ed arrivò la testa e il busto; 
Ma in su la riva non trasse la coda. 

^A faccia sua era faccia d' uom giusto ; 
Tanto benigna avea di fuor la pelle ! 
E d' un serpente tutto V altro fusto. 



100 l' inferno. 13-39 

Duo branche avea pilose infln V ascelle : 
Lo dosso e '1 petto ed ambedue le coste 
Dipinte avea di nodi e di rotelle. 

Con più color sommesse e soprapposte 
Non fér mai in drappo Tartari né Turchi, 
Né far tai tele per Aragne imposte. 

Come tal volta stanno a riva i burchi, 
Che parte sono in acqua e parte in terra ; 
E come là tra li Tedeschi lurchi 

Lo bevero s* assetta a far sua guerra ; 
Così la fiera pessima sì stava 
Su l'orlo che , di pietra, il sabbion serra. 

Nel vano tutta sua coda guizzava. 
Torcendo in su la venenosa forca 
Che a guisa di scorpion la punta armava. 

Lo Duca disse : Or convien che si torca 
La nostra via un poco inflno a quella 
Bestia malvagia che colà si corca. 

Però scendemmo alla destra mammella, 
E dieci passi femmo in su lo stremo 
Per ben cessar la rena e la fiammella. 

E quando noi a lei venuti semo, 
Poco più oltre veggio in su la rena 
Gente seder propinqua al luogo scemo. 

Quivi il Maestro : Acciocché tutta piena 
Esperienza d' esto giron porti , 
Mi disse, or va, e vedi la lor mena. 



i:> — &e CANTO DECIMOSETTIMO. 101 

\X -ttioì ragionameDti sien là corti , 

Mentre che torni parlerò con questa, 
Che ne conceda i'Suoi omeri forti. 

Così ancor su per la strema testa 
Di quel settimo cerchio, tutto solo 
Andai , ove sedea la gente mesta. 

Per gli occhi ftiori scoppiava lor duolo: 
Di qua, di là soccorrien con le mani , 
Quando a* vapori , e quando al caldo suolo. 

Xon altrimenti fan di state i cani , 

Or col ceffo, or col pie, quando son morsi 
O da pulci o da monche o da tafani. 

Poi che nel viso a certi gli occhi porsi. 
Ne' quali il doloroso fuoco casca. 
Non ne conobbi alcun ; ma io m' accorsi 

Che dal collo a ciascun pendea una tasca, 
Ch'avea certo colore e certo segno, 
E quindi par che il loro occhio si pasca. 

E com' io riguardando tra lor vegno. 
In una borsa gialla vidi azzurro. 
Che di lione avea faccia e contegno. 
Poi procedendo di mio sguardo il curro, 
Vidine un* altra più che sangue rossa 
Mostrare un' oca bianca più che burro. 

Ed un , che d' una scrofa azzurra e grossa 
Segnato avea lo suo sacchetto bianco , 
Mi disse: Che fai tu in questa fossa? 



102 l' inferno. 67-55 

Or te ne va : e perchè se* vivo anco , 
Sappi che il mio vicin Vitaliano 
Sederà qui dal mio sinistro fianco. 

Con questi Fiorentin son Padovano ; 
Spesse fiate m' intronan gli orecchi , 
Gridando : Vegna il cavalier sovrano. 

Che recherà la tasca coi tre becchi : 
Quindi storse la bocca, e di ftior trasse 
La lingua, come bue che il naso lecchi. 

Ed io , temendo noi più star crucciasse 
Lui che di poco star m* avea ammonito, 
Torna* mi indietro dall' anime lasse. 

Trovai lo Duca mio eh* era salito 
Già sulla groppa del fiero animale, 
B disse a me ; Or sie forte ed ardito. 

Ornai si scende per si fatte scale : 

Monta dinanzi, eh' io voglio esser mezzo. 
Si che la coda non possa far male. 

Quale colui , eh* ò si presso al riprezzo 
Della quartana, e' ha già r unghie smorte] 
E triema tutto pur guardando il rezzo ; 

Tal divenn* io alle parole porte: 
Ma vergogna mi fér le sue minacce, 
Che innanzi a buon signor fa servo forte. 

Io m* assettai in su quelle spallacce; 
Si volli dir, ma la voce non venne 
Com* io credetti : Fa che tu m'abbracce. 



I 



94-120 CANTO DECIMOSETTIMO. 103 

Ma esso eh' altra volta mi sovvenne 
« Air alte fosse, » tosto eh' io montai, 
Con le braccia m' avvinse e mi sostenne : 

E disse : Gerion, muoviti omai: 

Le ruote larghe, e lo scender sia poco : 
Pensa la nuova soma che tu hai. 

Come la navicella esce di loco 

In dietro, in dietro; sì quindi si tolse; 
E poi eh' al tutto si senti a giuoco , 

ìà. ov' era il petto, la coda rivolse, 
E quella tesa, come anguilla mosse , 
E con le branche V aere a sé raccolse. 

Maggior paura non credo che fosse , 
Quando Fetonte abbandonò li freni. 
Perchè il ciel, come pare ancor, si cosse : 

Né quand' Icaro misero le reni 

Senti spennar per la scaldata cera. 
Gridando il padre a lui : Mala via tieni ; 

Che fu la mia , quando vidi eh' io era 
Neir aer d' ogni parte , e vidi spenta 
Ogni veduta, fuor che della fiera. 

Ella sen va nuotando lenta lenta; 

Ruota e discende, ma non me n'accorgo, 
Se non eh' al viso, e di sotto mi venta. 

ro sentia giù dalla man destra il gorgo 
Far sotto noi un orribile stroscio, 
Perché con gli occhi in giù la testa sporgo. 



104 L* INFERNO. 121-13t» 

Allor fu' io più timido allo scoscio, 

Perocch*io vidi fuochi, e sentii pianti; 
Ond' io tremando tutto mi raccoscio. 

E vidi poi , che noi vedea davanti. 

Lo scender e il girar, per li gran mali 
Che s' appressavan da diversi canti. 

Come il falcon eh' è stato assai suir ali , 
Che, senza veder logoro o uccello, 
Fa dire al falconiere : Oimè tu cali ! 

Discende lasso, onde si muove snello, 
Ter cento ruote e da lungi si pone 
Dal suo maestro disdegnoso e fello ; 

Così ne pose al fondo Gerione 

A piede a pie della stagliata rocca, 
E, discarcate le nostre persone. 

Si dileguò, come da corda cocca. 



1-12 105 



CANTO DEGIMOTTAVO. 



ARGOMENTO. 

Chi iragge alle sue voglie , od alle altrui , 
Femmina con inganno, ha qui la pena 
Sotto le sferze de' peccati sui. 

Più oltre poi gli adulatori mena 

La colpa al fondo d' una fossa lorda , 
ly alta ifnmondezza e tal feccia ripiena , 

Che col parlar fallace ben s' accorda. 



I^uogo è in Inferno , detto Malebolge , 
Tutto di pietra e di color ferrigno, 
Come la cerchia che d' intorno il volge. 

Nel dritto mezzo del campo maligno 

Vaneggia un pozzo assai largo e profondo, 
Di cui suo loco dicerò V ordigno. 

Quel cinghio che rimane adunque è tondo 
Tra il pozzo e '1 pie dell' alta ripa dura , 
Ed ha distinto in dieci valli il fondo. 

Quale , dove per guardia delle mura 
Più e più fossi cingon li castelli, 
La parte dov' ei son rende figura ; 



106 l' inferno. 13-39 

Tale imagine quivi facean quelli. 
E come a tai fortezze dai lor sogli 
Alla ripa di fuor son ponticelli ; 

Così da imo della roccia scogli 

Movién , che recidean gli argini e i fossi 
Inflno al pozzo, che i tronca e raccog'li. 

In questo luogo, dalla schiena scossi 
Di Gerion, trovammoci ; e il Poeta 
Tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. 

Alla man destra vidi nuova pietà ; 
Nuovi tormenti e nuovi frustatori, 
Di che la prima bolgia era repleta. 

Nel fondo erano ignudi i peccatori : 

Dal mezzo in qua ci venian verso il volto, 
Dì là con noi , ma con passi maggiori : 

Come i Roman, per V esercito molto, 
L' anno del Giubbileo , su per lo ponte 
Hanno a passar la gente modo tolto ; 

Che dair un lato tutti hanno la fronte 

Verso il Castello, e vanno a Santo Pietro, 
Dall' altra sponda vanno verso il Monte. 

Di qua, di là, su per lo sasso tetro 
Vidi dimon cornuti con gran ferze, 
Che li battean crudelmente di retro. 

Ahi come facén lor levar le berze 
Alle prime percosse I e già, nessuno 
Le seconde aspettava né le terze. 



40-66 CANTO DECIMOTTAVO. 107 

Meatr' io andava, gli occhi miei in uno 
Furo scontrati : ed io si tosto dissi: 
Già di veder costui non son digiuno. 

Perciò a figurarlo i piedi affissi : 
E il dolce Duca meco si ristette, 
E assentì eh' alquanto indietro gissi. 

E quel frustato celar si credette 
Bassando il viso, ma poco gli valse: 
Ch' io dissi : Tu che 1' occhio a terra gette , 

Se le fazion che porti non son false, 
Venedico se' tu Caccianimico ; 
Ma che ti mena a si pungenti salse 9 

Ed egli a me : Mal volentier lo dico ; 
Ma sforzami la tua chiara favella, 
Che mi fa sovvenir del mondo antico. 

r fUi colui, che la Ghisola bella 

Condussi a far la voglia del Marchese, 
Come che suoni la sconcia novella. 

E non pur io qui piango Bolognese: 
Anzi n' è questo luogo tanto pieno, 
Che tante lingue non son ora apprese 

A dicer sipa tra Savena e il Reno: 
E se di ciò vuoi fede o testimonio. 
Recati a mente il nostro avaro seno. 

Così parlando il percosse un demonio 
Della sua scuriada, e disse: Via, 
Rufflan, qui non son femmine da con" 



108 L* INFERNO. 07-9Ì 

10 mi raggiunsi con la Scorta mi& : 
Poscia con pochi passi divenimmo, 
Dove uno scoglio della ripa uscia. 

Assai leggieramente quel salimmo, 
E volti a destra sopra la sua scheggia , 
Da quelle cerchie eterne ci partimmo. 

Quando noi fùnmio là, dov* ei vaneggia 
Di sotto, per dar passo agli sferzati. 
Lo Duca disse : Attendi e fa che feggia 

Lo viso in te di questi altri malnati, 
A' quali ancor non vedesti la faccia. 
Perocché son con noi insieme andati. 

Dal vecchio ponte guardavam la traccia, 
Che venia verso noi dair altra banda, 
E che la ferza similmente scaccia. 

11 buon Maestro, senza mia dimanda. 

Mi disse: Guarda quel Grande che viene, 
E per dolor non par lagrima spanda : 

Quanto aspetto reale ancor ritiene I 

Quegli è lason , che per cuore e per senno 
Li Colchi del Monton privati fene. 

Egli passò per V isola di Lenno , 
Poi che le ardite fenmiine spietate 
Tutti li maschi loro a morte dienno. 

Ivi con segni e con parole ornate 
Isiflle ingannò, la giovinetta, 
Che prima V altre avea tutte ingannate. 



94- ISO CANTO DECIMOTTAVO. 109 

'L.ascioUa quivi gravida e soletta : 

Tal colpa a tal martirio lui condanna ; 
Ed anche di Medea si fa vendetta. 

Con lui sen va chi da tal parte inganna : 
B questo basti della prima valle 
Sapere, e di color che in sé assanna. 

Già eravam là *ve lo stretto calle 

Con l' argine secondo s* incrocicchia, 
E fa di quello ad un altr* arco spalle. 

Quindi sentimmo gente che si nicchia 
Nell'altra bolgia, e che col muso sbuffa, 
E sé medesma con le palme picchia. 

Le ripe eran grommate d' una muffa 
Per r alito di giù che vi si appasta. 
Che con gli occhi e col naso facea zuffa. 

Lo fondo é cupo si , che non ci basta 

L' occhio a veder senza montare al dosso 
Deirarco , ove lo scoglio più sovrasta. 

Quivi venimmo, e quindi giù nel fosso 
Vidi gente attuffata in uno sterco. 
Che dagli uman privati parca mosso. 

E mentre eh* io laggiù con 1* occhio cerco, 
Vidi un col capo si di merda lordo. 
Che non parea s' era laico o cherco. 

Quei mi sgridò : Perché se' tu si ingordo 
Di riguardar più me che gli altri brutti ? 
Ed io a lui : Perché, se ben ricordo, 



HO L' INFERNO. 121-136 

Già t' ho veduto coi capelli asciutti , 
E sei Alessio Interminel da Lucca : 
Però t' adocchio più che gli altri tutti : 

Ed egli allor, battendosi la zucca: 

Quaggiù m' hanno sommerso le lusinghe, 
Ond' io non ebbi mai la lingua stucca. 

Appresso ciò, lo Duca: Fa che pinghe, 
^ Mi disse , un poco il viso più avante. 
Si che la faccia ben con gli occhi attinghe 

Di quella sozza scapigliata fante , 

Che là si graffia con T unghie merdose , 
Ed or s' accoscia, ed ora è in piede stante. 

Taida è, la puttana, che rispose 

Al drudo suo, quando disse : Ho io grazie 
Grandi appo te ? Anzi maravigliose. 

E quinci sien le nostre viste sazie. 



1-12 111 



CANTO DEGLMONONO. 



ARGOMENTO. 

O Simon Moffo , o miseri «eguaei, 
Che patteffgieute per vili tesori 
Di sagre cose , s\ foste rapotci I 

IjO terza bolgia a voi serba que* fori , 
Dove fleeate giuso il capo, e il foco 
Succia le gambe, che appaion eli fuori, 

Né per lufigo guizzar tramutan loco. 



o Simon mago, o miseri seguaci, 
Che le cose di Dio, che di bontate 
Deon essere spose, e voi rapaci 

Per oro e per argento adulterate ; 

Or convien che per voi suoni la tromba, 
Perocché nella terza bolgia state. 

Ciià. eravamo alla seguente tomba 

Montati, dello scoglio in quella parte, 
eh' appunto sovra mezzo il fosso piomba. 

somma Sapienza, quanta è V arte 

Che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, 
E quanto giusto tua Virtù comparte ! 



112 l' inferno. 13-39 

Io vidi per le coste e per lo fondo 
Piena la pietra livida di fori 
D' un largo tutti , e ciascuno era tondo. 

Non mi parean meno ampi né maggiori, 
Che quei che son nel mio bel San Giovanni 
Fatti per luogo de' battezzatori ; 

L' un delli quali , ancor non è molt' anni, 
Rupp' io per un che dentro v* annegava: 
E questo fia suggel eh* ogni uomo sgannì. 

Fuor dalla bocca a ciascun soperchiava 
D' un peccator li piedi , e delle gambe 
Infino al grosso, e V altro dentro stava. 

Le piante erano a tutti accese intrambe ; 
Per che si forte guizzavan le giunte, 
Che spezzate averian ritorte e strambe. 

Qual suole il fiammeggiar delle cose unte 
Muoversi pur su per l' estrema buccia; 
Tal era li da* calcagni alle punte. 

Chi é colui, Maestro, che si cruccia, 

Guizzando più che gli altri suoi consorti , 
Diss' io, e cui più rossa fiamma succia f 

Ed egli a me: Se tu vuoi eh' io ti porti 
Laggiù per quella ripa che più giace, 
Da lui saprai di sé e de' suoi torti. 

Ed io: Tanto m' è bel, quanto a te piace: 
Tu se' signore , e sai eh' io non mi parto 
Dal tuo volere , e sai quel che si tace. 



^0-68 CANTO DECIMONONO. 113 

A^llor yenimmo in su V argine quarto, 

Volgemmo, e discendemmo a mano stanca 
Laggiù nel fondo foracchiato ed arto. 

B il buon Maestro ancor dalla sua anca 
Non mi dipose , sin mi giunse al rotto 
Di quei che si pingeva con la zanca. 

O qual che se* , che *1 di su tien di sotto, 
Anima trista, come pai commessa. 
Comincia' io a dir, se puoi, fa* motto. 

Io stava come il frate che confessa 

Lo perfido assassìn, che poi eh* é fìtto, 
Richiama lui , per che la morte cessa. 

Ed ei gridò: Se* tu già costi ritto. 
Se* tu già costi ritto, Bonifazio ? 
Di parecchi anni mi menti lo scritto. 

Se* tu si tosto di quell' aver sazio, 

Per lo qual non temesti torre a inganno 
La bella Donna , e di poi farne strazio ? 

Tal mi fec* io, quai son color che'stanno. 
Per non intender ciò eh* è lor risposto , 
Quasi scornati, e risponder non sanno. 

AUor Virgilio disse : Dilli tosto , 

Non son colui , non son colui che credi : 
Ed io risposi come a me fu imposto. 

Per che lo spirto tutti storse i piedi: 
Poi sospirando, e con voce di pianto, 
MI disse: Dunque che a me richiedi ? 

8 



114 l'inferno. 67-^ 

Se dì saper chi io sia ti cai cotanto. 
Che tu abbi però la ripa scorsa , 
Sappi eh' io fui vestito del gran Manto : 

E veramente fui figliuol deir Orsa, 
Cupido si per avanzar gli orsatti , 
Che su r avere , e qui me musi in borsa. 

Di sotto al capo mio son gli altri tratti , 
Che precedetter me simoneggiando. 
Per la fessura della pietra, piatti. 

Laggiù cascherò io altresì, quando 
Verrà colui eh* io credea che tu fossi , 
AUor eh' io feci il subito dimando. 

Ma più è il tempo già. che i pie mi cossi , 
E eh' io son stato cosi sottosopra, 
Ch' ei non starà piantato e coi pie rossi: 

Che dopo lui verrà di più laid* opra 
Di vèr ponente un Pastor senza legge , 
Tal che convien che lui e me ricopra. 

Nuovo lason sarà, di cui si legge 

Ne' Maccabei; e come a quel fu molle 
Suo Re , cosi fia a lui chi Francia regge. 

Io non so s' i' mi fui qui troppo folle, 
Ch' io pur risposi lui a questo metro: 
Deh or mi di', quanto tesoro volle 

Nostro Signore in prima da San Pietro , 
Che ponesse le chiavi in sua balia? 
Certo non chiese se non : Viemmi dietro. 



t-120 CANTO DECIMONONO. 115 

;é Pier né gli altri chiesero a Mattia 
Oro od argento, quando fu sortito 
Nel luogo che perde r Anima ria. 

Però ti sta, che tu se* ben punito; 
E guarda ben la mal tolta moneta , 
Ch' esser ti fece centra Carlo ardito. 

B se non fosse eh* ancor lo mi vieta 
La reverenza delle somme Chiavi, 
Che tu tenesti nella vita lieta, 

r userei parole ancor più gravi: 

Che la vostra avarizia il mondo attrista , 
Calcando 1 buoni e sollevando i pravi. 

Di voi , Pastor, s' accorse il Vangelista, 
Quando colei, che siede sovra r acque, 
Puttaneggiar co' regi a lui fti vista: ' 

Quella che con le sette teste nacque, 
E dalle dieci corna ebbe argomento. 
Fin che virtude al suo marito piacque. 

?atto v' avete Dio d' oro e d' argento: 
E che altro é da voi all' Idolatre, 
Se non eh* egli uno, e voi n* orate cento ? 

Ahi , Costantin , di quanto mal fu matre , 
Non la tua conversion , ma quella dote 
Che da te prese il primo ricco Patre ! 

E mentre io gli cantava cotai note, 
O ira o coscienza che il mordesse , 
Forte spingava con ambo le piote. 



ne l'inferno. 181-13^ 

Io credo ben eh* al mio Duca piacesse. 
Con sì contenta labbia sempre attese 
Lo suon delle parole vere espresse. 

Però con ambo le braccia mi prese , 
E poi che tutto su mi s' ebbe al petto, 
Rimontò per la via onde discese: 

Nò si stancò d' avermi a sé ristretto , 
Sin mi portò sovra il colmo dell' arco, 
Che dal quarto al quint' argine è tragett< 

Quivi soavemente spose il carco 

Soave, per lo scoglio scóncio ed erto, 
Che sarebbe alle capre duro varco. 

Indi un altro vallon mi fU scoperto. 



.12 117 



CANTO VENTESIMO. 



ARGOMENTO. 

l>ope le reni ton, volta ha la faccia 

Criii neW Inferno chi grua9*ii nel mondo 
Cose avvenire di predir procaccia. 

Cammina indietro in queìV oscuro fondo , 
Ste»doffIi tolto di vedere H paaso 
In altro modo per lo vallon tondo , 

Che dietro al terzo subito è il piit basso. 



)i nuova pena mi convien far versi , 
E dar materia al ventesimo canto 
Della prima Canzon, eh* è de' sonmiersi. 

lo era già, disposto tutto quanto 
A risguardar nello scoverto fondo. 
Che si bagnava d' angoscioso pianto: 

E vidi gente per lo vallon tondo 

Venir, tacendo e lagrimando, al passo 
Che fanno le Letane in questo mondo. 

Come il viso mi scese in lor più basso. 
Mirabilmente apparve esser travolto 
Ciascun dal mento al principio del casso; 



118 L* INFERNO. 1^: 

Che dalle reni era tornato il volto, 
E indietro venir gli convenia , 
Perché il veder dinanzi era lor tolto. 

Forse per forza già di parlasia 
Si travolse cosi alcun del tutto; 
Ma io noi vidi, né credo che sia. 

Se Dio ti lasci, lettor, prender fratto 
Di tua lezione, or pensa per te st&so, 
Com* io potea tener lo viso asciutto, 

Quafido la nostra imagine da presso 
Vidi si torta, che il pianto degli occhi 
Le natiche bagnava per lo fesso. 

Certo pìangea, poggiato ad un de* rocchi 
Del duro scoglio, si che la mia Scorta 
Mi disse: Ancor se* tu degli altri soioccbi I 

Qui vive la pietà quando é ben morta. 

Chi é più scellerato di colui j 

eh' al Qiudicio divin compassion porta ! 

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui 

S' aperse, agli occhi de' Teban, la terra, 
Per che gridavan tutti: Dove rui, 

Anflarao ? perchè lasci la guerra 1 
E non restò di minare a valle 
Fino a Minòs, che ciascheduno afferra. 

Mira, e* ha fatto petto delle spalle: 
Perchè volle veder troppo davante , 
Dirietro guarda, e fa ritroso calle. 



443-66 CANTO VENTESIMO. 119 

>redi Tiresia, che mutò sembiante. 

Quando di maschio femmina divenne, 
Cangiandosi le membra tutte quante; 

B prima poi ribatter le convenne 
Li duo serpenti avvolti colla verga, 
Che riavesse le maschili penne. 

Aronta è quei eh' al ventre gli s' atterga , 
Che nei monti di Luni, dove ronca 
Lo Carrarese che di sotto alberga. 

Ebbe tra bianchi marmi la spelonca 

Per sua dimora; onde a guardar le stelle 
E il mar non gli era la veduta tronca. 

B quella che ricopre le mammelle, 
Che tu non vedi, con le trecce sciolte, 
E ha dì là ogni pilosa pelle. 

Manto fu, che cercò per terre molte; 
Poscia si pose là dove nacqu' io: 
Onde un poco mi piace che m' ascolte. 

Posciachè il padre suo di vita uscio, 
E venne serva la città di Baco, 
Questa gran tempo per lo mondò gio. 

Suso in Italia bella giace un laco 

Appiè deir Alpe, che serra Lamagna 
Sovra Tiralli, ed ha nome Benaco. 

Per mille fonti, credo, e più, si bagna. 
Tra Garda e Val Camonica, Pennino 
DelV acqua che nel detto lago stagna. 



120 l' inferno. <S7'98 

Luogo è nel mezzo là dove il Trentino - 

Pastore , e quel di Brescia, e il Veronese [ 
Segnar potria, se fésse quel cammino. 

Siede Peschiera, bello. e forte arnese 
Da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, 
Ove la riva intomo più discese. 

Ivi convien che tutto quanto caschi 

Ciò che in grembo a Benaco star non può , 
E fassi fiume giù pei verdi paschi. 

Tosto che r acqua a correr mette co, 
Non più Benaco , ma Mincio si chiama 
Fino a Governo , dove cade in Po. 

Non molto ha corso, che trova una lama. 
Nella qual si distende e la impaluda « 
E suol di state talora esser grama. 

Quindi passando la vergine cruda 
Vide terra nel mezzo del pantant>. 
Senza coltura, e d' abitanti .nuda. 

Li , per fuggire ogni consorzio umano, 
Ristette coi suoi servi a far sue arti, 
E visse, e vi lasciò sup corpo vano. 

Gli uomini poi , che intorno erano sparti, 
S' accolsero a quel luogo, eh' era forte 
Per lo pantan eh' avea da tutte parti: 

Per la città sovra queir ossa morte; 
E per colei, che il luogo prima elesae , 
Mantova V appellar senz' altra sorte. 



-120 CANTO VENTESIMO. 1*1 

t3^ià fur le genti sue dentro più spesse, 
Prima che la mattia di Casalodi 
Da Pinamonte inganno ricevesse. 

Però V assenno che se tu mai odi 
Originar la mia terra altrimenti,. 
La verità nulla menzogna frodi. 

Ed io: Maestro, i tuoi ragionamenti 
Mi son si certi, e prendon si mia fede, 
Che gli altri mi sarian carboni spenti. 

Ma dimmi della gente che procede. 
Se tu ne vedi alcun degno di nota; 
Che solo a ciò la mia mente rivede. 

Allor mi disse: Quel, che dalla gota 
Porge la barba in sulle spalle brune, 
Fu, quando Grecia fa di maschi vota 

Sì, che appena rimaser per le cune. 
Augure, e diede il punto con Calcanta 
In Aulide a tagliar la prima fune. 

Euripilo ebbe nome^ e cosi il canta 
L* alta mia Tragedia in alcun loco: 
Ben lo sai tu, che la sai tutta quanta. 

Queir altro che ne' fianchi è-eosl4)oco. 
Michele Scotto fu, che vecapfltente 
Delle magiche frode seppe il gioco. 

Vedi Guido Bonatti, vedi Asdente, 

Che avere inteso al cuoio ed allo spago 
Ora vorrebbe , ma tardi si pente. 



^22 L' INFERNO. 121-13'. 

Vedi le triste che lasciaron r ago , 
La spola e il fuso, e fecersi indovine; 
Fecer malie con erbe e con imago. 

Ma Vienne omai, che già tiene il confine 
D' ambedue gli emisperi , e tocca r onda 
Sotto Sibilla Caino e le spine. 

E già iernotte fu la Luna tonda: 

Ben ten dee ricordar, che non tì nocque 
Alcuna volta per la Selva fonda. 

Si mi parlava, ed andavamo introcque. 



1-12 123 



CANTO VENTESTMOPRIMO. 



ARGOMENTO. 

• 
BoUe di peee nella bolgia quinta 

Un ampio lago , in eui gente «* attuffa 
Dalli ditnof^ ivi portata e spinta» 
U anime , che nel mondo fecer truffa , 
8on quivi conce, e gli spiriti felli 
Fan con uncini e raffi orribil zuffa , 
Perchè non sia chi fuor tragga i capelli. 



Cosi di ponte in ponte , altro parlando 
Che la mia Commedia cantar non cura , 
Venimmo, e tenevamo 11 colmo, quando 

Ristemmo per veder V altra fessura 
Di Malebolge , e gli altri pianti vani; 
E vidila mirabilmente oscura. 

Quale neir Arzanà de* Viniziani 
Bolle r inverno la tenace pece 
A rimpalmar li legni lor non sani , 

Che navicar non ponno , e in quella vece 
Chi fa suo legno nuovo , e chi ristoppa 
Le coste a quel che più viaggi fece ; 



121 l' inferno. 13-39 

Chi ribatte da proda, e chi da poppa; 
Altri fa remi , ed altri volge sarte; 
Chi terzeruolo ed artimon rintoppa: 

Tal, non per fuoco, ma per divina arte 
BoUia laggiuso una pegola spessa, 
Che inviscava la ripa d* ogni parte. 

Io vedea lei , ma non vedeva in essa 
Ma che le bolle che il boUor levava, 
E gonfiar tutta, e riseder compressa. 

Mentr' io laggiù fisamente mirava , 

Lo Duca mio dicendo: Guarda, guarda: 
Mi trasse a sé del loco dov' io stava. 

Allor mi volsi come V uom , cui tarda 
Di veder quel che gli convien fuggire, 
E cui paura subita sgagliarda, 

Che per veder non indugia il partire : 
E vidi dietro a noi un diavol nero 
Correndo su per lo soo'glio venire. 

Ahi quanto egli era neir aspetto fiero I 
E quanto mi parca neir atto acerbo. 
Con r ale aperte, e sovra 1 pie leggiero! 

L' omero suo, eh* era acuto e superbo , 
Carcava un peccator con ambo V anche. 
Ed ei tenea de' pie ghermito il nerbo* 

Del nostro ponte, disse: o Malebranche, 
Ecco un degli Anzian di Santa Zita: 
Mettetel sotto, eh' io torno per anche 



èO-66 CANTO VENTESIMOPRIMO. 125 

A quella terra che n' è ben fornita: 

Ogni uom V* è barattier, fuor che Bonturo: 
Del no , per li denar, vi si fa ita. 

Laggiù il buttò, e per lo scoglio duro 
Si volse , e mai non fa mastino sciolto 
Con tanta fretta a seguitar lo fUro. 

Quei 8' attuffò, e tornò su convolto; 

Ma i demon , che del ponte avean coverchio , 
Gridar: Qui non ha luogo il santo Volto; 

Qui si nuota altrimenti che nel Serchio: 
Però, se tu non vuoi de' nostri graffi, 
Non far sopra la pegola soverchio. 

Poi r addentar con più di cento raffi, 
Disser: Coverto convien che qui balli, 
Si che, se puoi, nascosamente accaffl. 

Non altrimenti i cuochi a* lor vassalli 
Fanno attuffare in mezzo la caldaia 
La carne cogli uncin, perchè non galli. 

Lo buon Maestro: Acciocché non si paia 
Che tu ci sii, mi disse, giù t* acquatta 
Dopo uno scheggio, eh' alcun schermo t' aia; 

E per nulla offension eh' a me sia fatta, 
Non temer tu, eh' lo ho le cose conte, 
Perchè altra volta fui a tal baratta. 

Poscia passò di là. dal co del ponte: 
E com' ei giunse In sulla ripa sesta, 
Mestìèr gli fU d' aver sicura fronte. 



126 L* INFERNO. 67-93 

Con quel furore e con quella tempesta 
eh' escono i cani addosso al poverello, 
Che di subito chiede , ove s' arresta, 

Usciron quei di sotto il ponticello , 
E volser contra lui tutti i roncigli. 
Ma ei gridò: Nessun di voi sia fello. 

Innanzi che V uncin vostro mi pigli , 
Traggasi avanti V un di voi che m* oda , 
E poi di roncigliarmi si consigli. 

Tutti gridaron : Vada Malacoda ; 

Per che un si mosse, e gli altri stetter fermi : 
E venne a lui dicendo : Che ti approda ? 

Credi tu, Malacoda, qui vedermi 
Esser venuto, disse il mio Maestro, 
Securo già da tutti i vostri schermì, 

Senza voler divino e fato destro? 

Lasciami andar, che nel Cielo è voluto 

Ch* io mostri altrui questo cammin Silvestro. 

Allor gli fu r orgoglio sì caduto , 

Che si lasciò cascar 1* uncino al piedi , 
E disse agli altri : Omai non sia feruto. 

E il Duca mio a me : O tu , che siedi 

Tra gli scheggion del ponte quatto quatto, 
Sicuramente omai a me ti riedi. 

Per ch'io mi mossi, ed a lui venni ratto; 
E i diavoli si fecer tutti avanti, 
Si eh' io temetti non tenesser patto. 



«;>4-l20 CANTO VENTESIMOPRIMO. 127 

^ cosi vid' io già temer gli fanti 

Ch'uscivan patteggiati di Cappona, 
Veggendo sé tra nemici cotanti. 

lo m' accostai con tutta la persona 

Lmigo il mio Duca, e non torceva gli occhi 
Dalla sembianza lor, eh' era non buona. 

Ei chinavan gli raffi , e, Vuoi eh* io il tocchi 
(Diceva V un con l' altro) in sul groppone ? 
E rispondean : Si , fa che gliele accocchi. 

Ma quel demonio che tenea sermone 
Col Duca mio , si volse tutto presto 
E disse: Posa, posa , Scarmiglione. 

Poi disse a noi : Più oltre andar per questo 
Scoglio non si potrà, perocché giace 
Tutto spezzato al fondo V arco sesto : 

E se V andare avanti pur vi piace. 
Andatevene su per questa grotta : 
Presso é un altro scoglio che via face. 

ler, più oltre cinqu* ore che quest* otta, 
Mille dugento con sessanta sei 
Anni compier, che qui la via fu rotta. 

Io mando verso là di questi miei 
A riguardar s* alcun se ne sciorina : 
Gite con lor , eh' e' non saranno rei. 

Tratti avanti, Alichino e Calcabrina, 
Cominciò egli a dire, e tu, Cagnazzo: 
E Barbariccia guidi la decina. 



128 L* INFERNO. 121-139 

Libicocco vegna oltre, e Draghignazzo, 
Ciriatto Zannuto, e Graffiacane, 
E Farfarello, e Rublcante pazzo. 

Cercate intorno le bollenti pane ; 

Costor sien salvi insino all' altro scheggio 
Che tutto intero va sopra le tane. 

Omè ! Maestro , che è quel che io veggio ? 
Diss' lo : deh ! senza scorta andiamci soli , 
Se tu sa* ir, eh' io per me non la cheggìo. 

Se tu se' si accorto come suoli , 

Non vedi tu eh' ei digrignan li denti, 
E colle ciglia ne minaccian duoli ? 

Ed egli a me : Non vo' che tu paventi : 
Lasciali digrignar pure a lor senno, 
eh' ei fanno ciò per li lessi dolenti. 

Per r argine sinistro volta dienno; 

Ma prima avea ciascun la lingua stretta 
Co' denti verso lor duca per cenno ; 

Ed egli avea del cui fatto trombetta. 



lr-12 129 



CANTO VENTESIMOSEGONDO. 



ARGOMENTO. 

Mentre di si e altrui narra le eoljte 
Un tratto fuori della pece a forza , 
E dice com' ei fu maligna vólpe : 

Ogni dimonio a mal fargli si sforza. 
Ma egli due ne inganna finalmente ; 
Sicché fra lor la rabbia si rinforza , 

E va nel lago la eoppia dolente. 



Io vidi già cavalier muover campo, 

E cominciare stormo, e far lor mostra, 
E talvolta partir per loro scampo : • 

Corridor vidi per la terra vostra, 
O Aretini, e vidi gir gualdane. 
Perir torneamenti, e correr giostra, 

Quando con trombe e quando con campane, 
Con tamburi e con cenni di castella, 
E con cose nostrali e con istrane; 

Né già con sì diversa cennamella 
Cavalier vidi muover , né pedoni ; 
Né nave a segno di terra o di stella. 

9 



130 l' inperno. 13-39 

Noi andavam con li dieci dimoni : 

Ahi Aera compagnia l ma nella chiesa 
Co* santi, ed in taverna co' ghiottoni. 

Pure alla pegola era la mia intesa, 
Per veder della bolgia ogni contegno, 
E della gente eh' entro v' era incesa. 

Come i delfini, quando fanno segno 
Ai marinar con V arco della schiena, 
Che s' argomentin di campar lor legno; 

Talor cosi ad alleggiar la pena 

Mostrava alcun dei peccatori il dosso, 
E nascondeva in men che non balena. 

E come air orlo dell' acqua d' un fosso 
Stan li ranocchi pur col muso fuori. 
Si che celano i piedi e l' altro grosso; 

Si stavan d' ogni parte i peccatori. 
Ma come s'appressava Barbariccia, 
Così si ritraean sotto i bollori. 

Io vidi, ed anche il cuor mi s' accapriccia, 
Uno aspettar così, com' egli incontra 
Ch' una rana rimane , e l' altra spiccia. 

E Grafflacan, che gli era più di contra. 
Gli arroncigliò le impegolate chiome, 
E trassel su , che mi parve una lontra. 

Io sapea già di tutti quanti il nome , 
Sì li notai , quando furon eletti , 
E poi che si chiamerò, attesi come. 



-40--66 CANTO YENTESmoSECONDO. 131 

O RubicaDte , fa che tu li metti 

Oli unghioni addosso si che tu lo scuoi : 
Oridavan tutti insieme i maladetti. 

Bd io : Maestro mio , fa , se tu puoi, 
Che tu sappi chi é lo sciagurato 
Venuto a man degli avversarj suoi. 

Lo Duca mio gli s* accostò allato , 

Domandone ond' ei fosse , e quei rispose: 
Io fui del Regno di Navarra natp. 

Mia madre a servo d' un signor mi pose , 
Che m* avea generato d* un ribaldo 
Distruggitor di sé e di sue cose. 

Poi fui famiglio del buon re Tebaldo : 
Quivi mi misi a far baratteria , 
Di che rendo ragione in questo caldo. 

E Ciriatto , a cui di bocca uscia 

D' ogni parte una sauna come a porco , 
Gli fé' sentir come V una sdrucia. 

Tra male gatte era venuto il sorco; 

Ma Barbariccia il chiuse con le braccia, 
E disse: State in là, mentr' io lo inforco. 

Ed al Maestro mio volse la faccia: 
Dimandai, disse, ancor, se più disii 
Saper da lui, prima eh' altri *1 disfaccia. 

Lo Duca : Dunque or di' degli altri rii ; 
Ck>nosci tu alcun che sia Latino 
Sotto la pecef B quegli: lo mi partii 



132 V INPERNO. 07-93 

Poco è da Un , che fu di là vicino : 
Cosi fos8* io ancor con lui coverto! 
Ch'io non temerei unghia, né uncino. 

E Libicocco: Troppo avem sofferto. 

Disse; e presegli '1 braccio col runciglio, 
Si che , stracciando , ne portò un lacerto. 

Draghignazzo anche i volle dar di piglio 
Giù dalle gambe; onde il Decurio loro 
Si volse intorno intorno con mal piglio. 

Quand' elli un poco rappaciati fóro , 
A lui che ancor mirava sua ferita. 
Dimandò *1 Duca mio senza dimoro: 

Chi fu colui , da cui mala partita 
Di* che facesti per venire a proda? 
Ed ei rispose: Fu frate Gomita, 

Quel di Gallura, vasel d' ogni fìx>da, 
eh' ebbe i nimici di suo donno in mano, 
E fé* lor si, che ciascun se ne loda: 

Denar si tolse , e lasciolli di piano , 

Si com* ei dice : e negli altri uHcj anche 
Barattier fu non picciol, ma sovrano. 

Usa con esso donno Michel Zanche 
Di Logo doro ; e a dir di Sardigna 
Le lingue lor non si sentono stanche. 

OmèI vedete l' altro che digrigna: 
r direi anche; ma io temo eh' elio 
Non s'apparecchi a grattarmi la tigna. 



O4-I20 CANTO VENTESIMOSECONDO. 133 



il gran Proposto volto a Farfarello , 
Che stranulava gli occhi per ferire , 
Disse: Fatti in costà, malvagio uccello. 

Se voi volete vedere o udire , 

Ricominciò lo spaurato appresso, 
Toschi o Lombardi , io ne farò venire. 

^fa stien le male branche un poco in cesso , 
Si che non teman delle lor vendette : 
Ed io, seggendo in questo loco stesso, 

Per un eh' io son , ne farò venir sette, 
Quando sufolerò, com'è nostr'uso 
Di fare allor che fuori alcun si mette. 

Cagnazzo a cotal motto levò *1 muso, 
Crollando il capo, e disse: Odi malizia 
eh' egli ha pensato per gittarsi giuso. 

Ond' ei eh* avea lacciuoli a gran divizia , 
RiBi>ose: Malizioso son io troppo, 
Quando procuro a' miei maggior tristizia. 

Àlichin non si tenne, e di rin toppo 
Agli altri, disse a lui: Se tu ti cali , 
Io non ti verrò dietro di galoppo, 

Ma batterò sovra la pece l' ali: 

Lascisi '1 collo, e sia la ripa scudo, 
A veder se tu sol più di noi vali. 

o tu, che leggi, udirai nuovo ludo. 

Ciascun dall' altra costa gli occhi volse; 
Quel prima, eh' a ciò fare era più crudo. 



1S4 l' inperno. 121-147 

Lo Navarrese ben suo tempo colse, 

Fermò le piante a terra, e in un punto 
Saltò , e dal proposto lor si sciolse. 

Di che ciascun di colpo fu compunto , 
Ma quei più, che cagìon fu del difetto; 
Però si mosse , e gridò : Tu se' giunto. 

Ma poco valse: che r ale al sospetto 
Non poterò avanzar: quegli andò sotto, 
E quei drizzò, volando, suso il petto: 

Non altrimenti V anitra di botto. 

Quando il falcon s* appressa, giù s* attuffa, 
Ed ei ritorna su crucciato e rotto. 

Irato Calcabrina della buffa, 

Volando, dietro gli tenne, invaghito 
Che quei campasse, per aver la zuffa. 

E come il barattier fu disparito, 

Cosi volse gli artigli ai suo compagno, 
E fu con lui sovra 11 fosso ghermito. 

Ma r altro fu bene sparvier grifagno 
Ad artigliar ben lui, ed ambedue 
Cadder nel mezzo del bollente stagno. 

Lo caldo sghermitor subito fue: 
Ma però di levarsi era niente. 
Si aveano inviscate V ale sue. 

Barbariccia con gli altri suoi dolente 
Quattro ne fé' volar dair altra costa 
Con tutti i raffi , ed assai prestamente 



148-151 CANTO VBNTESIMOSECONDO. 135 

D^ qua, di là discesero alla posta: 
Porser gli uncini verso gr impaniati , 
eh* eran già cotti dentro dalla crosta: 

E coi lasciammo lor cosi impacciati. 



136 L* INFERNO. !~i2 



CANTO VENTESIMOTERZO. 



ARGOMENTO. 

A passo a passo per la bolgia sesta 
DegV Ipocriti van V anime vinte , 
Cui nuovo peso ed etemo tnolesta. 

Cappe di fuori a color d* oro tinte ; 

Ma piombo dentro gravan loro U dosso 
E il capo, sì ch'esser vorrieno estinte, 

Pria che sì fatto incarco avere addosso. 



Taciti, soli, senza compagnia, 

N* andavam , r un dinanzi e V altro dopo, 
Come i frati minor vanno per via. 

Volto era in su la favola d' Isopo 

Lo mio pensier per la presente rissa, 
Dov* ei parlò della rana e del topo: 

Che più non si pareggia mo ed issa , 

Che r un coir altro fa, se ben s'accoppia 
Principio e fine con la mente fìssa. 

E come r un pensier dell' altro scoppia. 
Così nacque di quello un altro poi , 
Che la prima paura mi fé' doppia. 



13-39 CANTO VENTBSIMOTERZO. 137 

Io pensava così : Questi per noi 

Sensi « ghermiti , » e con danno e con beffa 
Sì fatta, eh' assai credo che lor nói. 

Se r ira sovra il mal voler s' aggueffa, 
Ei ne verranno dietro più crudeli, 
Che cane a quella levre eh' egli acceffa. 

Già mi sentia tutto arricciar li peli 
Della paura , e stava indietro intento , 
Quand' io dissi : Maestro , se non celi 

Te e me tostamente, io pavento 

Di Malebranche: noi gli avem già dietro : 
Io gr imagino si , che già li sento. 

E quei: S' io fossi d' impiombato vetro, 
L' imagine di fuor tua non trarrei 
Più tosto a me , che quella d'entro impetro. 

Pur mo venieno i tuoi pensier tra' miei 
Con simil atto e con simile faccia , 
Sì che d' entrambi un sol consiglio fei. 

S' egli è che si la destra costa giaccia, 

Che noi possiam nell' altra bolgia scendere, 
Noi fuggirem l' imaginata caccia. 

Già non compio di tal consiglio rendere, 
Chi io gli vidi venir con l' ali tese , 
Non molto lungi , per volerne prendere. 

Lo Duca mio di subito mi prese , 

Come la madre eh' al remore è desta , 
E vede presso a sé le fiamme accese. 



188 L* INFERNO. 40-66 

Che prende il figlio e fugge , e non s* arresta. 
Avendo più di lui che di sé cura. 
Tanto che solo una camicia vesta. 

E giù dal collo della ripa dnra 

Supin si diede alla pendente roccia, 
Che r un dei lati air altra bolgia tura. 

Non corse mai si tosto acqua per doccia 
A volger ruota di mulin terragno, 
Quand' ella più verso le pale approccia; 

Come il Maestro mio per quel vivagno , 
Portandosene me sovra il suo petto, 
Come suo figlio , e non come compagno. 

Appena furo i pie suoi giunti al letto 
Del fondo giù , eh* ei giunsero sul colle 
Sovresso noi: ma non gli era sospetto; 

Che 1* alta Providenza che lor volle 
Porre ministri della fossa quinta , 
Poder di partire' indi a tutti toUe. 

Laggiù trovammo una gente dipinta, 
Che giva intorno assai con lenti passi 
Piangendo, e nel sembiante stanca e vinta 

Egli avean cappe con cappucci bassi 
Dinanzi agli occhi, fatte della taglia 
che per li monaci in Cologna fassi. 

Di fuor dorate son, si eh' egli abbaglia; 
Ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, 
Che Federico le mettea di paglia. 



67-03 CANTO VENTESIMOTKRZO. 130 

O in eterno faticoso manto I 

Noi ci volgemmo ancor pure a man manca 
Ck>n loro insieme, intenti al tristo pianto: 

Ma per lo peso quella gente stanca 
Venia si pian , che noi eravam nuovi 
Di compagnia ad ogni muover d' anca. 

Perch* io al Duca mio: Fa che tu trovi 
Alcun , eh* al fatto o al nome si conosca , 
E gli occhi si andando intorno muovi. 

Ed un, che intese la parola Tosca, 
Diretro a noi gridò: Tenete i piedi , 
Voi , che correte si per 1* aura fosca; 

Forse eh' avrai da me quel che tu chiedi. 
Onde il Duca si volse, e disse: Aspetta, 
E poi secondo il suo passo procedi. 

Ristetti , e vidi due mostrar gran fretta 
Deir animo , col viso, d' esser meco; 
Ma tardavali '1 carco e la via stretta. 

Quando fùr giunti , assai con 1* occhio bieco 
Mi rimiraron senza far parola: 
Poi si volsero in sé, e dic^an seco: 

Costui par vivo air atto della gola : 
E s* ei son morti, per qual privilegio 
Vanno scoverti della grave stola ? 

poi mi disser : O Tosco , eh' al collegio 
Degr ipocriti tristi se' venuto , 
Dir chi tu se' non avere in dispregio. 



140 l' inferno. 94^ÌSù 

Ed io a loro: V fìii nato e cresciate 

Sovra '1 bel fiume d' Arno alla gran villa , 
E son col corpo eh* io ho sempre avuto. 

Ma voi chi siete, a cui tanto. distilla , 

QuanV io veggio , dolor giù per le guance ; 
E che pena è in voi che sì sfavilla ? 

E r un rispose a me : Le cappe rance 
Son di piombo sì grosse, che li pesi 
Fan cosi cigolar le lor bilance. 

Prati Godenti fummo, e Bolognesi, 
Io Catalano , e costui Loderingo 
Nomati, e da tua terra insieme presi , 

CJome suol esser tolto un uom solingo 
Per conservar sua pace; e fummo tali, 
Ch' ancor si pare intorno dal Gardingo. 

Io cominciai: O frati, i vostri mali.... 
Ma più non dissi; che agli occhi mi corse 
Un, crocifisso in terra con tre pali. 

Quando mi vide, tutto si distorse. 
Soffiando nella barba co' sospiri. 
E il frate Catalan , eh' a ciò s* accorse, 

Mi disse: Quel confitto, che tu miri, 
Consigliò i Farisei , che convenia 
Porre un uom per lo popolo a' martiri. 

Attraversato e nudo è per la via , 

Come tu vedi , ed è mestier eh' e' senta 
Qualunque passa com' ei pesa pria: 



121-148 CANTO VENTESIMOTERZO. 141 

E a tal modo il Suocero sì stenta 

In questa fossa, e gli altri del concilio, 
Che fu per li Giudei mala sementa. 
AUor vid' io maravigliar Virgilio 
Sopra colui eh' era disteso in croce 
Tanto vilmente nell* e.terno esilio. 
Poscia drizzò al frate cotal voce: 
Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci 
S** alla man destra giace alcuna foce , 
Onde noi ambedue possiamo uscirci 
Senza costringer degli angeli neri , 
Che vegnan d' esto fondo a dipartirci. 
Rispose adunque : Più che tu non speri 

S' appressa un sasso, che dalla gran cerchia 
Si muove, e varca tutti i vallon feri, 
Salvo eh' a questo è rotto , e noi coperchia : 
Montar potrete su per la ruina , 
Che giace in costa, e nel fondo soperchia. 
Lo Duca stette un poco a testa china ; 
Poi disse : Mal contava la bisogna 
Colui che i peccator di là uncina. 
E il frate: l' udi' già dire a Bologna 
Del diavol vizj assai, tra' quali udi' 
Ch' egli ò bugiardo , e padre di menzogna. 
Appresso , il Duca a gran passi sen gì , 
Turbato un poco d' ira nel sembiante: 
Ood' io dagV incappati mi parti' 
Dietro alle poste delle care piante. 



U2 L* INPERNO. 1-12 



CANTO VENTESIMOQUARTO. 



ARGOMENTO. 

Oiò per lo dosso scosceso e dirotto 

ly un aspro sasso , dalla bolgia sesta 
Scendon li due Pósti piò di sotto. 

Di Vanni Fucci lo caso gli arresta , 
Ch' ivi co' ladri fra le serpi giace, 
E cener fatto di nuovo ai desta , 

K conosciute sue colpe non tace. 



In quella parte del giovinetto anno , 

Che il Sole i crin sotto r Aquario tempra, 
E già le notti al mezzo di sen vanno: 

Quando la brina in sulla terra assempra 
L' imagine di sua sorella bianca, 
Ma poco dura alla sua penna tempra ; 

Lo villanello , a cui la roba manca, 
Si leva e guarda, e yede la campagna 
Biancheggiar tutta, ond'ei si batte Tanca; 

Ritorna a casa, e qua e là, si lagna. 
Come 11 tapin che non sa che si fàccia; 
Poi riede, e la speranza ringavagna, 



1»— 39 CANTO VENTESIMOQUARTO. 143 

Vergendo il mondo aver cangiata faccia 
In poco d*ora, e prende suo vincastro, 
E fuor le pecorelle a pascer caccia : 

Cosi mi fece sbigottir lo Mastro, 

Quand* io gli vidi sì turbar la fronte, 
E cosi tosto al mal giunse lo impiastro: 

Che come noi venimmo al guasto ponte , 
Lo Duca a me si volse con quel piglio 
Dolce, ch'io vidi in prima a pie del monte. 

Le braccia aperse , dopo alcun consiglio 
Eletto seco , riguardando prima 
Ben la ruina, e diedemi di piglio. 

E come quei che adopera ed istima, 

Che sempre par che innanzi si proveggia; 
Cosi, levando me su vèr la cima 

D' un ronchione , avvisava un' altra scheggia ; 
Dicendo : Sopra quella poi t* aggrappa , 
Ma tenta pria se è tal eh' ella ti reggia. 

Non era vìa da vestito di cappa , 

Che noi appena, ei lieve, ed io sospìnto, 
Potevam su montar di chiappa in chiappa. 

E se non fosse, che da quel precinto. 
Più che dair altro, era la costa corta. 
Non so di lui, ma io sarei ben vinto. 

Ma perchè Malebolge in vèr la porta 
Del bassissimo pozzo tutta pende , 
Lo sito di ciascuna valle porta, 



144 l' inferno. 40-66 

Che V una costa surge e V altra scende : 
Noi pur venimmo alfine in su la punta 
Onde r ultima pietra si scoscende. 

La lena m* era del polmon si munta 

Quando fui su, ch'io non potea più oltre. 
Anzi mi assisi nella prima giunta. 

Ornai convien che tu cosi ti spoltre. 

Disse il Maestro , che , seggendo in piuma , 
In fama non si vlen, né sotto coltre : 

Senza la qual chi sua vita consuma, 
Cotal vestigio in terra di sé lascia , 
Qual fumo in aere od in acqua la schiuma. 

E però leva su, vinci V ambascia 

Con r animo che vince ogni battaglia, 
Se col suo grave corpo non a" accascia. 

Più lunga scala convien che si saglia : 
Non basta da costoro esser partito : 
Se tu m* intendi, or fa si che ti vaglia. 

Leva' mi allor mostrandomi fornito 
Meglio di lena eh' io non mi sentia: 
E dissi: Va, eh' io son forte ed ardito. 

Su per lo scoglio prendemmo la via, 
Ch' era ronchiosOf stretto e malagevole, 
Ed erto più assai che quel di pria. 

Parlando andava per non parer fievole; 
Onde una voce uscio dall' altro fosso, 
A parole formar disconvenevole. 



67-93 CANTO VENTESIMOQUARTO. 145 

Non so che disse , ancor che sovra il dosso 
Fossi deir arco già che varca quivi; 
Ma chi parlava ad ira parea mosso. 

lo era volto in giù ; ma gli occhi vivi 
Non potean ire al fondo per 1* oscuro : 
Perch' io: Maestro, fa che tu arrivi 

Dair altro cinghio , e dismontìam lo muro ; 
Che com* i* odo quinci , e non intendo, 
Cosi giù veggio, e niente afflguro. 

Altra risposta, disse, non ti rendo, 
Se non lo far : che la dimanda onesta 
Si dee seguir con r opera tacendo. 

Noi discendemmo il ponte dalla testa, 
Ove s' aggiunge coir ottava ripa, 
E poi mi fu la bolgia manifesta : 

E vidivi entro terribile stipa 

Di serpenti, e di si diversa mena. 

Che la memoria il sangue ancor mi scipa. 

Più non si vanti Libia con sua rena ; 
Che se chelidri , iaculi e faree 
Produce, e ceneri con anfesibena; 

Né tante pestìlenzie né si ree 

Mostrò giammai con tutta V Etiopia , 
Né con ciò che di sopra il mar rosso ee. 

Tra questa cruda e tristissima copia 
Correvan genti nude e spaventate. 
Senza sperar pertugio o eutropia. 

10 



146 L* INFERNO. 04-120 

Con serpi le man dietro avean legate: 
Quelle flccavan per le ren la coda 
E il capo , ed eran dinanzi aggroppate. 

Ed ecco ad un , eh* era da nostra proda , 
S' avventò un serpente, che il trafisse 
Là dove il collo alle spalle »' annoda. 

Né O si tosto mai, nò I si scrisse, 

Com* ei s' accese e arse , e cener tutto 
Ck)nvenne che cascando divenisse : 

E poi che fu a terra si distrutto , 
La cener sì raccolse per sé stessa , 
E in quel medesmo ritornò di butto ; 

Cosi per li gran Savi si confessa , 
Che la Penice muore e poi rinasce, 
Quando al cinquecentesimo anno appressa. 

Erba né biada in sua vita non pasce, 
Ma sol d* incenso lagrime e d* amomo; 
E nardo è mirra son V ultime fasce. 

E qual é quei che cade , e non sa corno. 
Per forza di demon eh' a terra il tira, 
O d' altra oppilazion che lega 1* uomo , 

Quando si leva, che intorno si mira. 
Tutto smarrito dalla grande angoscia 
eh' egli ha sofferta, e guardando sospira; 

Tale era il peccator levato poscia. 
O giustizia di Dio quant' è severa. 
Che cotai colpi per vendetta croscia ! 



121-147 CANTO VENTESIMOQUARTO. 147 

Lo Duca il dimandò poi chi egli era: 
Perch' ei rispose: l' piovvi di Toscana, 
Poco tempo è, in questa gola fera. 

Vita bestiai mi piacque, e non umana. 
Si come a mul eh' io fui: son Vanni Pucci 
Bestia , e Pistoia mi fu degna tana. 

E io al Duca: Digli che non mucci , 

E dimanda qual colpa quaggiù *1 pinse ; 
eh' io '1 vidi uom già di sangue e di corrucci. 

B il peccatop , che intese, non s' infinse. 
Ma drizzò verso me V animo e il volto , 
E di trista vergogna si dipinse ; 

Poi disse : Più mi duol che tu m' hai colto 
Nella miseria, dove tu mi vedi, 
Che quand' io fui dell' altra vita tolto. 

r non posso negar quel che tu chiedi: 
In giù son messo tanto, perch' io fUi 
Ladro alla sagrestia de' belli arredi ; 

E falsamente già fu apposto altrui. 
Ma perché di tal vista tu non godi , 
Se mai sarai di fuor de' luoghi bui , 

Apri gli orecchi al mio annunzio e odi. 
Pistoia in pria di Neri si dimagra , 
Poi Firenze rinnova genti e modi. 

Traggo Marte vapor di vai di Magra , 
eh' è di torbidi nuvoli involuto: 
B con tempesta impetuosa ed agra 



148 l'inferno. 148-1 

Sovra Campo Picen fla combattuto; 
Ond' ei repente spezzerà la nebbia. 
Si eh' ogni Bianco ne sarà feruto: 

E detto r ho , perchè doler ten debbia. 



1-12 149 



CANTO VENTESIMOQUINTO. 



ARGOMENTO. 

Ecco di serpi cinto 9Ì mariira 

Caco ladron con quelli della setta , 
Che eostaggm de' suoi furti sospira. 

Ej>iH ferisce divina vendetta,- 

CW or nov'uomo ed or fera divenuta 
Costà sen va la gente maladetta , 

E spesso V un nelV altro si tramuta. 



Al fine delle sue parole il ladro 

Ijq mani alzò con ambedue le fiche , 
Gridando: Togli, Dio, che a te le squadro. 

Da indi in qua mi fur le serpi amiche , 
perch' una gli s' avvolse allora al collo , 
Come dicesse : V non vo' che più diche; 

Ed un' altra alle braccia, e rilegoUo 
Ribadendo sé stessa si dinanzi , 
Che non potea con esse dare un crollo. 

Ah Pistoia, Pistoia I che non stanzi 
D'incenerarti, si che più non duri, 
poi che in mal far lo seme tuo avanzi ? 



150 l' inferno. 13-3J 

Per tutti i cerchi dell' Inferno oscuri 
Spirto non vidi in Dio tanto superbo , 
Non quel che cadde a Tebe giù de' muri. 

Ei si fUggi , che non parlò più verbo : 
Ed io vidi un Centauro pien di rabbia 
Venir gridando : Ov* è, ov' é V acerbo ? 

Maremma non cred' io che tante n' abbia. 
Quante bisce egli avea su per la groppa , 
Infin dove comincia nostra labbia. 

Sopra le spalle, dietro dalla coppa. 
Con r ale aperte gli giaceva un draco , 
E quello affoca qualunque s* intoppa. 

Lo mio Maestro disse: Quegli è Caco, 
Che sotto il sasso di monte Aventino 
Di sangue fece spesse volte laco. 

Non va co' suoi fratei per un cammino, 
Per lo furar frodolente eh' ei fece 
Del grande armento, eh ' egli ebbe a vicino 

Onde cessar le sue opere biece 

Sotto la mazza d' Ercole, che forse 
Gliene die cento, e non senti le dìece. 

■ 

Mentre che si parlava, ed ei trascorse; ' 

E tre spiriti venner sotto noi, 
De* qua! nò io nò U Duca mio s' accorse, | 

Se non quando gridar : Chi siete voi ¥ 
Perchè nostra novella si ristette , 
E intendemmo pure ad essi poi. 



40-66 CANTO VENTESIMOQUINTO. 151 

r non gli conosceva, ma ei seguette, 
Come suol seguitar per alcun caso, 
Che r un nomare air altro convenette, 

Dicendo : Clanfa dove fla rimaso ? 

Pepch' io, acciocché il Duca stesse attento , 
Mi posi U dito su dal mento al naso. 

Se ta sei or, lettore, a creder lento 
Ciò eh* io dirò, non sarà maraviglia. 
Che io, che *1 vidi, appena il mi consento. 

Com* 1* tenea levate in lor le ciglia , 
E un serpente con sei pie si lancia 
Dinanzi ali* uno, e tutto a lui s* appiglia. 

Co^ pie di mezzo gli avvinse la pancia, 
E con gli anterior le braccia prese ; 
Poi gli addentò e 1* una e 1* altra guancia : 

Oli diretani alle cosce distese, 
E miseli la coda tr* ambedue , 
E dietro per le ren su la ritese. 

Ellera abbarbicata mai non f\ie 
Ad alber sì, come Torribil fiera 
Per 1* altrui membra avviticchiò le sue : 

Poi s' appiccar, come di calda cera 
Fossero stati , e mischiar lor colore ; 
Nò r un né 1* altro già. parea quel eh* era : 

Come procede innanzi dall' ardore 
Per lo papiro suso un color bruno. 
Che non é nero ancora, e 11 bianco muore. 



152 l' inferno. 07-tì 

Gli altri due rigaardavano , e ciascuno 
Gridava: O me, Agnél, come ti muti I 
Vedi che già, non se* nò due nò uno* 

Già eran li due capi un divenuti , 

Quando n' apparver due figure miste 
In una faccia, ov' eran due perduti. 

Pèrsi le braccia due di quattro liste; 

Le cosce colle gambe , il ventre e il casso 
Divenner membra che non fur mai viste. 

Ogni primaio aspetto ivi era casso : 
Due e nessun V imagine perversa 
Parca, e tal sen già con lento passo. 

Come il ramarro , sotto la gran fersa 
De' di canicular , cangiando siepe. 
Folgore pare, se la via attraversa : 

Così parca, venendo verso V epe 

Degli altri due, un serpentello acceso, 
Livido e nero come gran di pepe. 

E quella parte, donde prima è preso 
Nostro alimento, air un di lor trafisse: 
Poi cadde giuso innanzi lui disteso. 

Lo trafitto il mirò, ma nulla disse: 
Anzi co' pie fermati sbadigliava, 
Pur come sonno o febbre r assalisse. i 

Egli il serpente , e quei lui riguardava: 
L' un per la piaga, e V altro per la bocca 
Fumavan forte, e il ftimo s'Incontrava. 



94-120 CANTO VENTESIMOQUINTO. 153 

Taccia Lucano ornai , là dove tocca 
Del misero Sabello e di Nassidio, 
E attenda a udir quel eh' or si scocca. 
Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio : 

Che se quello in serpente , e quella in fonte 
CJonverte poetando , io non r invidio : 
Che due nature nmi a fronte a fronte 
Non trasmutò si , eh' ambedue le forme 
A cambiar lor materie fosser pronte. 

Insieme si risposero a tai norme , 

Che il serpente la coda in forca fesse , 
B il teruto ristrinse insieme Y orme. 

L.e gambe con le cosce seco stesse 

S' appiccar si, che in poco la giuntura 
Non facea segno alcun che si paresse. 

Togliea la coda fessa la figura , 
Che si perdeva là, e la sua pelle 
Si facea molle , e quella di là dura. 

Io vidi entrar le braccia per V ascelle, 
B i duo pie della fiera eh' eran corti , 
Tanto allungar , quanto accorciavan quelle. 

Poscia li pie diretro insieme attorti 

Diventaron lo membro che V uom cela, 
E il misero del suo n' avea due porti. 

Mentre che il fumo 1' uno e l' altro vela 
Di color nuovo ^ e genera il pel suso 
Per r una parte , e dall' altra il dipela, 



154 L' INFERNO. 121-14'3 

L*un si levò, e V altro cadde giuso. 
Non torcendo però le lucerne empie. 
Sotto le quaì ciascun cambiaya muso. 

Quel ch'era dritto il trasse in vèr lo tempie, 
E di troppa materia che in là venne , 
Uscfr gli orecchi delle gote scempie : 

Ciò che non corse indietro , e si ritenne , 
Di quel soverchio fé' naso alla faccia, 
E le labbra ingrossò quanto convenne. 

Quel che giaceva, il muso innanzi caccia, 
E gli orecchi ritira per la testa, 
Come face le corna la lumaccia : 

E la lingua, eh' aveva unita e presta 
Prima a parlar, si fende, e la forcuta 
Neir altro si richiude , e il ftimo resta. 

L' anima eh' era fiera divenuta. 
Si fugge sufolando per la valle, 
E l' altro dietro a lui parlando sputa. 

Poscia gli volse le novelle spalle , 

E disse all' altro : l' vo' che Buoso corra, 
Com' ho fatt' io, carpon per questo calle. 

Cosi vid' io la settima zavorra 

Mutare e trasmutare ; e qui mi scusi 
La novità , se fior la penna aborra. 

Ed avvegnaché gli occhi miei contasi 
Fossero alquanto, e l' animo smagato, 
Non poter quei fuggirsi tanto chiusi , 



148-151 CANTO VENTESIMOQUINTO. 155 

Ch' io non scorgessi ben Puccio Sciancato; 
Bd era quei che sol de' tre compagni , 
Che venner prima, non era mutato : 

L.* aiti'O era quel che tu, Oaville, piagni. 



156 



L* INFERNO. 1-12 



CANTO VENTESIMOSESTO. 



ARGOMENTO. 



Chi fraudolento altrui porge consiglio , 

Laggià aen vola nella fossa ottava; 

A lui fiamma novella dà di piglio, 
E il fascia sì , che d' essa non si cava 

Eternamente. Ed ogni fiamma un prende : 

Salvo che insieme nella fiera cava 
Ulisse e Diomede un foco accende. 

Godi, Fiorenza, poi che se' si grande. 
Che per mare e per terra batti 1 ali, 
E per lo Inferno il tuo nome si spande. 

Tra li ladron trovai cinque cotali 

Tuoi cittadini, onde mi vien vergogna , 
E tu in grande onranza non ne sali. 

Ma se presso al mattin del ver si sogna, 
TU sentirai di qua da picciol tempo 
Di quel che Prato , non eh' altri , t' agogna: 

E se già fosse , non saria per tempo. 
Cosi foss' ei, da che pur esser dee I 
Che più mi graverà , com' più m' attempo. 



13-39 CANTO VENTESIMOSESTO. 157 

Noi Ci partimmo , e su per le scalee , 

Che n' avean fette i borni a scender pria, 
Rimontò il Duca mio, e trasse mee. 

E proseguendo la solinga via 

Tra le schegge e tra' rocchi dello scoglio, 
Lo pie senza la man non si spedia. 

Allor mi dolsi, ed ora mi ridoglio , 

Quando drizzo la mente a ciò eh' io vidi ; 
E più lo ingegno affreno eh' io non soglio, 

perchè non corra, che virtù noi guidi ; 
Si che se stella buona, o miglior cosa 
M' ha dato il ben , eh' io stesso noi m' invidi. 

Quante il villan, eh' al poggio si riposa. 
Nel tempo che colui, che il mondo schiara, 
La faccia sua a noi tien meno ascosa , 

Come la mosca cede alla zanzara , 
Vede lucciole giù per la vallea , 
Forse colà, dove vendemmia ed ara; 

Di tante iìamme tutta risplendea 

L' ottava bolgia, si com' io m' accorsi, 
Tosto che fui là 've il fondo parca. 

E qual colui che si vengiò con gli orsi, 
Vide il carro d' Elia al dipartire , 
Quando i cavalli al cielo erti levórsi ; 

Che noi potea si con gli occhi seguire , 
Che vedesse altro che la fiamma sola, 
SI come nuvoletta , in su salire : 



158 L* INFERNO. 40-66 

Tal si movea ciascuna per la gola 

Del fosso: che nessuna mostra il furto, 
E ogni fiamma un peccatore iuTola. 

Io stava sovra *1 ponte a veder surto , 

Si che s* io non avessi un ronchion preso, 
Caduto sarei giù senza esser urto. 

E il Duca, che mi vide tanto atteso, 
Disse : Dentro da' fuochi son gli spirti : 
Ciascun si fascia di quel eh* egli è inceso. 

Maestro mio , risposi , per udirti 

Son io più certo ; ma già m* era avviso 
Che cosi tasse , e già voleva dirti : 

Chi è in quel fuoco , che vien sì diviso 
Di sopra, che par surger della pira, 
Ov* Eteòcle col fìratel fu miso ? 

Risposemi : Là entro si marti ra 
Ulisse e Diomede, e cosi insieme 
Alla vendetta corron com' air ira : 

E dentro dalla lor fiamma si geme . 
L* aguato del cavai , che fé' la porta , 
Ond' usci de' Romani il gentil seme. 

Piangevìsi entro V arte, perchè morta 
Deidamia ancor si duo! d'Achille , 
E del Palladio pena vi si porta. 

S' ei posson dentro da quelle faville 

Parlar, diss'io, Maestro, assai ten priego, 
E ripriego che il priego vaglia mille. 






67-93 CANTO VENTESIMOSESTO. 159 

Che non mi facci deir attender niego , 
Finché la fiamma cornuta qua vegna : 
Vedi che del disio vèr lei mi piego. 

Ed egli a me : La tua preghiera é degna 
Di molta lode, ed io però r accetto : 
Ma fa che la tua lingua si sostegna. 

Lascia parlare a me, eh' i* ho concetto 
Ciò che tu vuoi ; eh' e' sarebbero schivi , 
Perch' ei fur Greci , forse del tuo detto. 

Poiché la fiamma fu venuta quivi, 
Ove parve al mio Duca tempo e loco, 
In questa forma lui parlare audivi : 

O voi, che siete duo dentro da un foco, 
S' i' meritai di voi, mentre eh' io vissi, 
S' io meritai di voi assai o poco, 

Quando nel mondo gli alti versi scrissi, 
Non vi movete ; ma l' un di voi dica 
Dove per lui perduto a morir gissi. 

Lo maggior corno della fiamma antica 
Cominciò a crollarsi mormorando , 
Pur come quella , cui vento affatica. 

Indi la cima qua e là menando , 
Come fosse la lingua che parlasse , 
Gittò voce di fuori , e disse : Quando 

Mi diparti' da Circe, che sottrasse 
Me più d' un anno là presso a Gaeta, 
Prima che si Enea la nominasse ; 



160 L* INFERNO. 94-120 

Né dolcezza di Aglio, né la pietà 

Del vecchio padre, né il debito amore, 
Lo qual dovea Penelope far lieta , 

Vincer poterò dentro a me r ardore 

eh' io ebbi a divenir del mondo esperto , 
E degli vi:g umani e del valore : 

Ma misi me per V alto mare aperto 

Sol con un legno , e con quella compagna 
Picciola , dalla qual non fui deserto. 

L' un lito e V altro vidi infln la Spagna, 
Fin nel Marrocco e V isola de' Sardi, 
E le altre che quel mare intorno bagna. 

Io e i compagni eravam vecchi e tardi, 
Quando venimmo a quella foce stretta , 
Ov' Ercole segnò li suoi riguardi, 

Acciocché r uom più oltre non si metta : 
Dalla man destra mi lasciai Sibilia , 
Dair altra già m' avea lasciata Setta. 

O frati, dissi, che per cento milia 
Perigli siete giunti air occidente, 
A questa tanto picciola vigilia 

De' vostri sensi, eh* é del rimanente. 
Non vogliate negar V esperienza , 
Diretro al Sol, del mondo senza gente. 

Considerate la vostra semenza : 
Fatti non foste a viver come bruti. 
Ma per seguir virtute e conoscenza. 






121-142 CANTO "VENTESIMOSESTO, 161 

Li miei compagni fec* io si acuti , 

CJon questa orazion picciola, al cammino, 
Ch' appena poscia gli avrei ritenuti. 

E, volta nostra. poppa nel mattino, 
De' remi facemmo ali al folle volo, 
Sempre acquistando dal lato mancino. 

Tutte le stelle già dell' altro polo 

Vedea la notte, e il nostro tanto basso. 
Che non surgeva fuor del marin suolo. 

Cinque volte racceso, e tante casso, 
Lo lume era disotto dalla luna, 
Poi eh' entrati eravam neir alto passo. 

Quando n' apparve una montagna bruna 
Per la distanza, e parvemi alta tanto. 
Quanto veduta non ne aveva alcuna. 

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto ; 
Che dalla nuova terra un turbo nacque , 
E percosse del legno il primo canto. 

Tre volte il fé' girar con tutte l' acque, 
Alla quarta levar la poppa in suso, 
E la prora ire in giù , com' altrui piacque , 

Infln che il mar fu sopra noi ricj^iuso. 



11 



162 L* INFERNO. 



1-12 1 



CANTO VENTESIMOSETTIMO. 



ARGOMENTO. 

D' un' altra flavtma coperto 9 vestito 
Guido di Montefeltro fuor parole 
Manda , che fanno ad ascoltare invitta, 

E narra quelle colpe , onde ài due^e 

Sì trasformato j e come altrui non giova 
Chieder perdon di quel che far poi vuole. 

Chi così fa perdon da Dio non trova. 



Già era dritta in su la fiamma e queta 
Per non dir più, e già da noi sen già 
Con la licenza del dolce Poetai 

Quando un'altra, che dietro a lei venia, 
Ne fece volger gli occhi alla sua cima, 
Per un confuso suon che fuor n* uscìa. 

Come '1 budCicilian, che mugghiò prima 
Col pianto di colui (e ciò fU dritto) 
Che r avea temperato con sua lima, 

Mugghiava con la voce dell* afflitto, 
Si che, con tutto eh* e' fosse di rame. 
Pure el pareva dal dolor traflitto ; 



I 

i 



13-39 CANTO VKNTESIMOSETTIMO. 163 

CcMsi, per non aver via, né forame 

Dal principio nel fuoco, in suo linguaggio 
Si convertivan le parole grame. 

Ma poscia eli' ebber colto lor viaggio 
Su per la punta, dandole quel guizzo 
Che dato avea la lingua in lor passaggio , 

Udimmo dire: O tu , a cui io drizzo 
La voce , e che parlavi mo Lombarda , 
Dicendo : Issa ten va, più non t' aizzo: 

Perch' io sia giunto forse alquanto tardo , 
Non t' incresca ristare a parlar meco : 
Vedi che non incresce a me, ed ardo. 

Se tu pur mo in questo mondo cieco 
Caduto se* di quella dolce terra 
Latina , onde mia colpa tutta reco ; 

' Dimmi se i Romagnuoli han pace , o guerra ; 
Oh' io fui de' monti là intra Urbino 
E '1 giogo di che Tever si disserra. 

Io era ingiuso ancora attento e chino. 
Quando il mio Duca mi tentò di costa , 
Dicendo : Parla tu , questi è Latino. 

Ed io eh' avea già pronta la risposta. 
Senza indugio a parlare incominciai : 
O anima, che se' laggiù nascosta, 

Romagna tua non è, e non fu mai. 

Senza guerra ne' cuor de' suoi tiranni ; 
Ma palese nessuna or ven lasciai. 



154 l'inferno. 40-6Ò 

Ravenna sta, com* é stata molt' anni : 
L' aquila da Polenta la si cova , 
Sì che Cervia ricopre co' suoi vanni. 

La terra che fé' già la lunga prova, 
E di Franceschi sanguinoso mucchio. 
Sotto le branche verdi si ritrova. 

Il Mastin vecchio, e*l nuovo da Verrucchìo, 
Che fecer di Montagna il mal governo. 
Là, dove soglion , fan de* denti succhio. 

Le città di Lamone e di Santerno 
Conduce il lioncel dal nido bianco. 
Che muta parte dalla state al verno : 

E quella, a cui il Savio bagna il fianco, 
Così com' ella siè tra *1 piano e il monte, 
Tra tirannia si vive e stato franco. 

Ora chi se' ti prego che ne conte : 

Non esser duro più eh' altri sia stato. 
Se '1 nome tuo nel mondo tegna fronte. 

Poscia che '1 fuoco alquanto ebbe rugghiato 
Al modo suo, r aguta punta mosse 
Di qua, di là, e poi die cotal fiato : 

S' io credessi che mia risposta fosse 
A persona che mai tornasse al mondo, 
Questa fiamma starla senza più scosse: 

Ma perciocché giammai di questo fondo 
Non tornò vivo alcun, s' i' odo il vero. 
Senza tema d' infamia ti rispondo. 



67-93 CANTO VENTESIMOSETTIMO. 165 

Io fui uom d' arme, e poi fu' cordigliero, 
Credendomi, si cinto, fare ammenda: 
E certo il creder mio veniva intero ; 

Se non fosse il gran Prete, a cui mal prenda, 
che mi rimise nelle prime colpe ; 
E come e quare voglio che m* intenda. 

Mentre eh* io forma fui d* ossa e di polpe, 
Che la madre mi die, V opere mie 
Non furon leonine, ma di volpe. 

Gli accorgimenti e le coperte vie 
Io seppi tutte ; e si menai lor arte , 
Ch' al fine della terra il suono uscie. 

Quando mi vidi giunto in quella parte 
Di mia età, dove ciascun dovrebbe 
Calar le vele e raccoglier le sarte ; 

Ciò che pria mi piaceva, allor m' increbbe, 
E i>entuto e confesso mi rendei. 
Ahi miser lasso I e giovato sarebbe. 

Lo Principe de' nuovi Farisei 

Avendo guerra presso a Laterano, 
E non con Saràcin , nò con Giudei ; 

Che ciascun suo nimico era Cristiano, 
E nessuno era stato a vincer Acri, 
Né mercatante in terra di Soldano : 

Né sommo uficio, né ordini sacri 

Guardò in sé, né in me quel capestro 
Che solea far li suoi cinti più niacri : 



166 L* INFERNO. 94-12 

Ma come CostantiD chiese Silvestro 
Dentro Siratti a guarir della lebbre ; 
Cosi mi chiese questi per maestro 

A guarir della sua superba febbre : 
Pomandommi consiglio, ed io tacetti. 
Perchè le sue parole parver ebbre. 

E poi mi disse : Tuo cor non sospetti: 
Pinor t' assolvo , e tu m* insegna fìure 
Si come Prenestino in terra getti. 

Lo Ciel poss' io serrare e disserrare, 
Ck>me tu sai ; però son due le chiavi. 
Che il mio antecessor non ebbe care. 

Allor mi pinser gli argomenti gravi 
Là Ve U tacer mi fu avviso il peggio, 
E dissi: Padre, da che tu mi lavi 

Di quel peccato, ove mo cader deggio. 
Lunga promessa con V attender corto 
Ti f&rà trionfar neir alto seggio. 

Francesco venne poi , com' io fUi morto. 
Per me ; ma un de* neri Cherubini 
Oli disse : Noi portar ; non mi far torto. 

Venir se ne dee giù tra* miei meschini. 
Perché diede il consiglio frodolente. 
Dal quale in qua stato gli sono a* crini : 

Che assolver non si può chi non si pente ; 
Né pentere e volere insieme puossi , 
Per la contraddizion che noi consente. 



—136 CANTO VKNTESIMOSETTIMO. 167 

Q xxie dolente I come mi riscossi, 

<2uando mi prese ^ dicendomi : Forse 
Tu non pensavi ch'io loico fossi l 

A Minos mi portò : e quegli attorse 
Otto volte la coda al dosso duro ; 
E , poiché per gran rabbia la si morse, 

Disse : Questi è de* rei del fuoco furo. 
Perch' io là dove vedi son perduto , 
E si vestito andando mi rancuro. 

Quand' egli ebbe il suo dir cosi compiuto, 
I.a fiamma dolorando si partio, 
Torcendo e dibattendo il corno aguto. 

Noi passamm* oltre , il Duca mio ed io , 
Su per lo scoglio infino in su V altr' arco 
Che copre '1 fosso , in che si paga il fio 

Da quei che scommettendo acquistan carco. 



168 l'inferno. 1-lS 



CANTO VENTESIMOTTAVO. 



ARGOMENTO. 

Sotti e forati da spada celeste 

Van per la nona bolgia peccatori , 

Che qui scandali han mossi, e seisme deste. 

JBertram dal Bornio fra gli altri esce fuori 't 
E il capo suo spiccato alza con mano , 
E a' due Poeti racconta gli errori , 

Ond* è dal busto il suo capo lontano. 



Chi pori a mai pur con parole sciolte 

Dicer del sangue e delle piaghe appieno, 
eh' i' ora vidi, per narrar più volte? 

Ogni lingua per certo verria meno 

Per lo nostro sermone e per la mente, 
C hanno a tanto comprender poco seno. 

Se s' adunasse ancor tutta la gente. 
Che già in su la fortunata terra 
Di Puglia fu del suo sangue dolente 

Per li Romani , e per la lunga guerra 
Che deiranella fé* si alte spoglie, 
Come Livio scrive , che non erra ; 



13-39 CANTO VENTESIMOTTAVO. 169 

Con quella che sentio di colpi doglie, 
• Per contrastare a Roberto Guiscardo; 
E r altra, il cui ossame ancor s' accoglie 

A Ceperan , là dove fu bugiardo 

Ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo, 
Ove senz* arme vinse il vecchio Alardo; 

E qual forato suo membro , e qual mozzo 
Mostrasse, d' agguagliar sarebbe nulla 
11 modo della nona bolgia sozzo. 

Qià reggia, per mezzul perdere o lulla, 
Com* io vidi un , cosi non si pertugia , 
Rotto dal mento insin dove si trulla. 

Tra le gambe pendevan le minugia ; 
La corata pareva, e il tristo sacco 
Che merda fa di quel che si trangugia. 

Mentre che tutto in lui veder m' attacco , 
Guardommi, e con le man s* aperse il petto, 
Dicendo: Or vedi come io mi dilacco : 

Vedi come storpiato è Maometto: 
Dinanzi a me sen va piangendo Ali , 
Fesso nel volto dal mento al ciuffetto : 

E tutti gli altri , che tu vedi qui ^ 
Seminator di scandalo e di scisma 
Fur vivi, e però son fessi cosi. 

Un diavolo è qua dietro che n' accisma - 
Si crudelmente, al taglio della spada 
Rimettendo ciascun di questa risma, 



170 l' inferno. 40-66 

Quando avem volta la dolente strada; 
Perocché le ferite son richiuse 
Prima eh' altri dinanzi gli rivada. 

Ma tu chi se' che in sullo scoglio muse , 
Porse per indugiar d' ire alla pena, 
eh' è giudicata in su le tue accuse? 

Né morte il giunse ancor, né colpa il nu^na, 
Rispose il mio Maestro , a tormentarlo ; 
Ma, per dar lui esperienza piena, 

A me, che morto son, convien menarlo 
Per lo Inferno quaggiù di giro in giro : 
E questo é ver cosi com' io ti parlo. 

Pii\ fur di cento che , quando V udirò, 
S' arrestaron nel fosso a riguardarmi , 
Per maraviglia obliando il martiro. 

Or di' a Fra Dolcin dunque che s' armi , 
Tu che forse vedrai il sole in Jbreve, 
S' egli non vuol qui tosto seguitarmi , 

Si di vivanda , che stretta dì neve 
Non rechi la vittoria al Noarese , 
Ch' altrimenti acquistar non saria lieve. 

Poiché r un pie per girsene sospese, 
Maometto mi disse està parola; 
Indi a partirsi in terra lo distese. 

Un altro, che forata avea la gola 
R tronco il naso infln sotto le ciglia, 
E non avea ma che un' orecchia sola, 



67-03 CANTO VENTESIMOTTAVO. 171 

Restato a riguardar per maraviglia 

Con gli altri , innanzi agli altri apri la canna , 
eh' era di fuor d* ogni parte vermìglia; 

E disse: tu, cui colpa non condanna, 
E cui già, vidi su in terra Latina, 
Se troppa simiglianza non m' inganna , 

Rimembriti di Pier da Medicina , 
Se mai torni a veder lo dolce piano , 
Che da Vercello a Marcabò dichina. 

E fa saper a* due miglior di Panò, 

A messer Guido ed anche ad Angiolello , 
Che, se V antiveder qui non è Vano, 

Gittati saran fuor di lor vasello , 
E mazzerati presso alla Cattolica, 
Per tradimento d' un tiranno fello. 

Tra r isola di Cipri e di Maiolica 
Non vide mai sì gran fallo Nettuno, 
Non da Pirati, non da gente Argolica. 

Quel traditor che vede pur con V uno , 
E tien la terra, che tal é qui meco 
Vorrebbe di vedere esser digiuno, 

I^arà venirli a parlamento seco; 
Poi farà si, eh* al vento di Focara 
Non farà lor mestier voto né preco. 

Ed io a lui; Dimostrami e dichiara, 
Se vuoi eh* io porti.su di te novella , 
Chi é colui dalla veduta amara. 



172 L* INFERNO. 94-120 

Allor pose la mano alla mascella 

D' un suo compagno, e la bocca gli aperse , 
Gridando: Questi è desso, e non favella. 

Questi, scacciato, il dubitar sommerse 
In Cesare, affermando che il fornito 
Sempre con danno T attender sofferse. 

quanto mi pareva sbigottito, 

Con la lingua tagliata nella strozza, 
Curio , eh' a dicer fu cosi ardito 1 

Ed un eh' àvea V una e V altra man mozza, 
Levando i moncherin per V aura fosca, 
Si eh' il sangue facea la faccia sozza , 

Gridò: Ricordera'ti anche del Mosca, 
Che dissi, lasso 1 Capo ha cosa fatta: 
Che fu il mal seme della gente Tosca. 

Ed io v' aggiunsi: E morte di tua schiatta. 
Perch' egli accumulando duol con duolo , 
Sen gio come persona trista e matta. 

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo , 
E vidi cosa eh' io avrei paura, 
Sanza più prova, di contarla solo; 

Se non che coscienza m' assicura , 

La buona compagnia che l' uom francheggia. 
Sotto r usbergo del sentirsi pura. 

r vidi certo, ed ancor par eh' io *1 veggia, 
Un busto senza capo andar, si come 
Andavan gli altri della trista greggia. 



121-142 CANTO VENTESIMOTTAVO. 173 

£ il capo tronco tenea per le chiome 
Pesol con mano a guisa di lanterna, 
E quei mirava noi, e dicea: O mei 

Di sé faceva a sé stesso lucerna, 
Ed eran due in uno, ed uno in due: 
Com' esser può, Quei sa che si governa. 

Quando diritto appiè del ponte fue , 
Levò il braccio alto con tutta la testa 
Per appressarne le parole sue , 

Che furo: Or vedi la pena molesta 

Tu che, spirando, vai veggendo i morti: 
Vedi s' alcuna è grande come questa. 

E perché tu di me novella porti , 

Sappi eh' i' son Bertram dal Bornio , quelli 
Che diedi al Re Giovanni i ma' conforti. 

Io feci il padre e '1 figlio in sé ribelli: 
Achitòfel non fé' più d' Absalone 
E di David co' malvagi pungelli. 

Perch' io partii così giunte persone. 
Partito porto il mio cerebro, lasso! 
Dal suo principio , eh' é in questo troncone. 

Cosi s' osserva in me lo contrappasso. 



174 l' inferno. 1-1* 



CANTO VENTESIMONONO. 



ARGOMENTO. 

Polla decima bolgia il grembo abbraccia 
I falsatori ribaldi alchimisti. 
Che fecero a* metalli mutar f ancia. 

Quivi stan giù li sciagurati artisti 

Dolenti e gravi sì , che ognun s' accascia 
Per qualche infermità , che gli fa tristi,' 

E traggon guai con dolorosa ambascia. 



La molta gente e le diverse piaghe 
Avean le luci mie sì inebriate , 
Che dello stare a piangere eran vaghe. 

Ma Virgilio mi disse: Che pur guate? 
Perchè la vista tua pur si soffolge 
Laggiù tra T ombre triste smozzicate! 

Tu non hai fatto sì air altre bolge: 
Pensa, se tu annoverar le credi, 
Che miglia ventidue la valle volge ; 

E già la luna è sotto 1 nostri piedi : 

LO tempo ò poco ornai che n' è concesso. 
Ed altro è da veder, che tu non vedi. 



13-39 CANTO VENTESIMONONO. 175 

Se tu avessi , rispos' io appresso , 

Atteso alla cagion perch'io guardava, 
Forse m* avresti ancor lo star dimesso. 

Parte sen già, ed io retro gli andava, 
Lo Duca, già facendo la risposta, 
E soggiugnendo ; Dentro a quella cava, 

Dov' io teneva gli occhi sì a posta, 

Credo che un spirto del mio sangue pianga 
La colpa che laggiù cotanto costa. 

Allor disse '1 Maestro: Non si franga 
Lo tuo pensier da qui innanzi sovr' elio : 
Attendi ad altro , ed ei là si rimanga ; 

eh' io vidi lui a pie del ponticello 
Mostrarti e minacciar forte col dito , 
E udii nominar Geri del Bello. 

Tu eri allor si del tutto impedito 
Sovra colui che già tenne Altaforte , 
Che Bon guardasti in là, si fu partito. 

O Duca mio, la violenta morte 

Che non gli è vendicata ancor , diss' io , 
Per alcun che dell' onta sia consorte, 

Fece lui disdegnoso ; onde sen glo 
Senza parlarmi, si com' io stimo; 
Ed in ciò m'ha el fatto a sé più pio. 

Così parlammo insino al luogo primo 
Che dello scoglio r altra valle mostra, 
Se pia lume vi fosse , tutto ad imo. 



17« l'inferno. 40-66 

Quando noi fummo in su V ultima chiostra 
Di Malebolge, sì che i suoi conversi 
Potean parere alla veduta nostra. 

Lamenti saettaron me diversi , 

Che di pietà, ferrati avean gli strali ; 
Ond' io gli orecchi colle man copersi. 

Qual dolor fora, se degli spedali 

Di Valdichiana tra il luglio e U settembre , 
E di Maremma e di Sardigna i mali 

Fossero in una fossa tutti insembre ; 
Tal era quivi, e tal puzzo n' usciva, 
Qual suole uscir delle marcite membre. 

Noi discendemmo in su V ultima riva 
Del lungo scoglio, pur da man sinistra, 
E allor fu la mia vista più viva 

Giù vèr lo fondo , dove la ministra 
Dell'alto Sire, infallibil giustizia, 
Punisce i falsator che qui registra. 

Non credo eh' a veder maggior tristizia 
Fosse in Egina il popol tutto infermo. 
Quando fu Y aer si pien di malìzia, 

Che gli animali, inflno al picciol vermo, 
Cascaron tutti, e poi le genti antiche. 
Secondo che i poeti hanno per fermo , 

Si ristorar di seme di formiche ; 

Ch' era a veder per quella oscura valle 
Languir gli spirti per diverse biche. 



-C7-93 CANTO VENTESIMONONO. 177 

Qual sovra il ventre, e qual sovra le spalle 
L* un dell* altro gìacea, e qual carpone 
Si trasmutava per lo tristo calle. 

Passo passo andavam senza sermone, 
Guardando ed ascoltando gli ammalati. 
Che non potean levar le lor persone* 

Io vidi due sedere a sé poggiati, 

Ck>me a scaldar s*appoggia tegghia ategghia, 
Dal capo a* pie di schianze maculati: 

E non vidi giammai menare stregghia 
A ragazzo aspettato dal signorso. 
Ned a colui che mal volentier vegghia: 

Come ciascun menava spesso il morso 
Deir unghie sovra sé per la gran rabbia 
Del pizzicor, che non ha più soccorso. 

E si traevan giù 1* unghie la scabbia, 
Come coltel di scardova le scaglie, 
O d' altro pesce che più larghe r abbia. 

O tu che colle dita ti dismaglie, 

Cominciò '1 Duca mio ad un di loro, 
E che fai d* esse talvolta tanaglie. 

Dimmi 8* alcun Latino é tra costoro 

Che son quinc* entro, se V unghia ti basti 
Etemalmente a cotesto lavoro. 

Latin Sem noi, che tu vedi si guasti 
Qui amendue, rispose V un piangendo : 
Ma tu chi se*, che di noi dimandasti? 

12 



178 l' inferno. 94-120 

E il Duca disse : lo son un che discendo 
Con questo vivo giù di balzo in balzo, 
E di mostrar l' Inferno a lui intendo. 

Allor si ruppe lo comun rincalzo ; 
£ tremando ciascuno a me si volse 
Con altri che V udiron di rimbalzo. 

ho buon Maestro a me tutto s* accolse. 
Dicendo: Di' a lor ciò che tu vuoli. 
Ed io incominciai, poscia eh' ei volse: 

Se la vostra memoria non s' imboli 
Nel primo mondo dall' umane menti. 
Ma s' ella viva sotto molti soli, 

Ditemi chi voi siete e di che genti : 
La vostra sconcia e fastidiosa pena 
Di palesarvi a me non vi spaventi. 

Io fui d' Arezzo, ed Albero da Siena, 
Rispose r un, mi fé' mettere al fuoco; 
Ma quel perch' io mori' qui non mi mena. 

Ver è eh' io dissi a lui, parlando a giuoco: 
r mi saprei levar per l' aere a volo : 
E quei eh' avea vaghezza e senno poco, 

Volle eh' io gli mostrassi l' arte, e solo 
Perch' i' noi feci Dedalo, mi fece 
Ardere a tal che V avea per figliuolo. 

Ma neir ultima bolgia delle diece 

Me per l' alchimia che nel mondo usai, 
Dannò Minos, a cui fallir non lece. 



121-139 CANTO VENTESIMONONO. 179 

Ed io dissi al Poeta : Or fu giammai 
Gente si vana come la Sanese ? 
Certo non la Francesca si d* assai. 

Onde r altro lebbroso che m' intese, 

Rispose al detto mio : Tranne lo Stricca , 
Che seppe far le temperate spese ; 

E Niccolò , che la costuma ricca 
Del garofano prima discoperse 
Neir orto, dove tal seme s' appicca ; 

E tranne la brigata, in che disperse 

Caccia d' Ascian la vigna e la gran fronda , 
E r Abbagliato il suo senno proferse. 

Ma perchè sappi chi si ti seconda 

Contra i Sanesi , aguzza vèr me V occhio 
Si che la faccia mia ben ti risponda : 

Si vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio, 
Che falsai li metalli con alchimia ; 
E ten dee ricordar, se ben t' adocchio, 

Tom' io fui di natura buona sdraia. 



180 l' inferno. 1-12 



CANTO TRENTESIMO. 



ARGOMENTO. 



Correndo sempre per gli etemi piani 
Color, che finger «è altra persona , 
Mordonsi a guisa di bramosi cani. 

E chi falsò monete vi ragiona 

Per sete a pena : e acuta febbre preme 
Chi per falso parlar danno cagiona / 

£e2 hanno KMffa di parole insieme. 



Nel tempo che Giunone era crucciata 
Per Semelè contra il sangue Tebano, 
Ck>me mostrò già una ed altra fiata, 

Atamante divenne tanto insano, 

Che veggendo la moglie co' due figli 
Andar carcata da ciascuna mano. 

Gridò: Tendiam le reti, sì eh' io pigU 
La lionessa e i lioncini al varco: 
E poi distese i dispietati artigli, 

Prendendo V un eh' avea nome Learco, 
E roteilo, e percosselo ad un sasso; 
E quella s' annegò con l' altro incarco. 



13-39 CANTO TRENTESIMO. 181 

E quando la fortuna volse in basso 
L' altezza de' Troian che tutto ardiva, 
Si che insieme col regno il Re fu casso ; 

Ecuba trista , misera e cattiva , 
Poscia che vide Polisena morta, 
E del suo Polidoro in su la riva 

Del mar si fu la dolorosa accorta, 
Forsennata latrò si come cane ; 
Tanto il dolor le fé' la mente torta! 

Ma né di Tebe furie né Troiane 
SI vider mai in alcun tanto crude, 
Non punger bestie , non che membra umane , 

Quant' io vidi in due ombre smorte e nude, 
Che mordendo correvan di quel modo, 
Che il porco quando del porcil si schiude. 

L* una giunse a Capocchio, ed in sul nodo 
Del collo r assannò, si che, tirando, 
Grattar gli fece *1 ventre al fondo sodo. 

E r Aretin, che rimatie tremando. 

Mi disse: Quel folletto è Gianni Schicchi , 
E va rabbioso altrui cosi conciando. 

Oh , diss* io lui , se V altro non ti ficchi 
Li denti addosso, non ti sia fatica 
A dir chi é , pria che di qui si spicchi. 

Ed egli a me: Queir é V anima antica 
Di Mirra scellerata, che divenne 
Al padre , fuor del dritto amore , amica. 



182 l' inferno. 40>66 

Questa a peccar con esso cosi venne^ 
Falsificando sé in altrui forma ; 
Come r altro, che in là sen va, sostenne, 

Per guadagnar la donna della torma, 
Falsificare in sé Buoso Donati, 
Testando, e dando al testamento norma. 

E poi che 1 due rabbiosi fUr passati , 
Sovra i quali io avea V occhio tenuto, 
Rivolsilo a guardar gli altri malnati. 

Io vidi un fatto a guisa di liuto. 

Pur eh' egli avesse avuta V anguinaia 
Tronca dal lato che V uomo ha forcuto. 

La grave idropisia che si dispaia 

Le membra con V umor ohe mal converte , 
Che '1 viso non risponde alla ventraia, 

Faceva lui tener le labbra aperte. 
Come r etico fa, che per la sete 
L' un verso il mento e r altro in su riverte 

O voi, che senza alcuna pena siete 

(E non so io perché) nel mondo gramo, 
Diss' egli a noi, guardate e attendete 

Alla miseria del maestro Adamo: 

Io ebbi , vivo, assai di quel eh* i* volli , 
E ora, lasso! un gocciol d* acqua bramo. 

Li ruscelletti, che de' verdi colU 

Del Casentin discendon giuso in Amo , 
Facendo i lor canali freddi e molli. 



67-93 CANTO TRENTESIMO. 183 

Sempre mi stanno innanzi , e non indarno , 
Che r imagine lor via più m' asciuga, 
Che ilmale, ond' io nel volto mi discarno. 

La rigida Giustizia che mi fruga, 

Tragge cagion del luogo, ov'io peccai, 
A metter più gli mìei sospiri in fuga. 

Ivi é Romena, là dov' io falsai 
I>a lega suggellata del Batista, 
Perch' io '1 corpo suso arso lasciai. 

Ma s* io vedessi qui V anima trista 

Di Guido, o d'Alessandro, o di lor frate, 
Per Fonte Branda non darei la vista. 

Dentro e' é V una già, se V arrabbiate 
Ombre che vanno intorno dicon vero: 
Ma che mi vai, e* ho le membra legate ? 

S' io fossi pur di tanto ancor leggiero, 

eh' i' potessi in cent' anni andare un' oncia , 
lo sarei messo già per lo sentiero , 

Cercando lui tra questa gente sconcia, 
Con tutto eh' ella volge undici miglia, 
E men d' un mezzo di traverso non ci ha. 

Io son per lor tra si fatta famiglia: 
Ei m' indussero a battere i fiorini , 
Ch' avevan tre carati di mondiglia. 

Ed io a lui: Chi son li due tapini. 

Ohe fuman come man bagnata il verno , 
Giacendo stretti a' tuoi destri confini ? 



184 L' inferno. 94^100 

Qui li trovai, e poi volta non dierno, 

Rispose, quando piovvi in questo grepi>o , 
E non credo che dieso in sempiterno. 

L* una è la falsa che accasò Ginseppo ; 
L' altro è il falso Sinon greco da Troia: 
Per febbre acuta gittan tanto leppo. 

E r un di lor che si recò a noia 
Forse d' esser nomato si oscuro , 
Col pugno gli percosse V epa croia : 

Quella sonò, come fosse un tamburo : 
E mastro Adamo gli percosse il volto 
Ck)l braccio suo , che non parve men duro , 

Dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto 

Lo muover per le membra che son gravi , 
Ho io '1 braccio a tal mestier disciolto. 

Ond' ei rispose: Quando tu andavi 
Al fuoco, non Tavei tu cosi presto; 
Ma sì e più r avei quando coniavi. 

E r idropico : Tu di' ver di questo ; 
Ma tu non fosti sì ver testimonio, 
Là Ve del ver fosti a Troia richiesto. 

S* io dissi falso, e tu falsasti il «onio, 
Disse Sinone, e son qui per un fallo, 
E tu per più che alcun altro dimonio. 

Ricorditi, spergiuro, del cavallo. 
Rispose quei eh' aveva enfiata V epa; 
E sieti reo, che tutto il mondo sallo. 



191-148 CANTO TRENTESIMO. 185 

>x. te sìa rea la sete onde ti crepa , 

Disse il Greco, la ling^ua, e Y acqua marcia 
Che '1 ventre innanzi agli occhi si t' assiepa. 

Allora li monetier: Cosi si squarcia 
La bocca tua per dir mal come suole ; 
Che s*io ho sete , ed umor mi rinfarcia, 

Tu hai r arsura, e il capo che ti duole; 
E per leccar lo specchio di Narcisso, 
Non vorresti a invitar molte parole. 

Ad ascoltarli er*io del tutto fisso, 

Quando '1 Maestro mi disse: Or pur mira, 
Che per poco é che teco non mi risso. 

Quand* io '1 senti' a me parlar con ira, 
Volsimi verso lui con tal vergogna, 
eh' ancor per la memoria mi si gira. 

E quale é quei che suo dannaggio sogna, 
Che sognando desidera sognare , 
Si che quel eh' é, come non fosse , agogna: 

Tal mi fec' io , non potendo parlare , 
Che disiava scusarmi, e scusava 
Me tuttavia , e noi mi credea fare. 

Maggior difetto men vergogna lava, 
Disse il Maestro , che '1 tuo non è stato ; 
Però d' ogni tristizia ti disgrava: 

E fa ragion eh* io ti sia sempre allato. 
Se più avvien che fortuna t' accoglia , 
Dove sien genti In slmigliante piato: 

Che voler ciò udire è bassa voglia. 



186 L' mFERNO. I-i 



CANTO TRENTESLMOPRIMO. 



ARGOMENTO. 



L' empio gigante , per cui le /avelie 
Furon divise/ e Fialte, che prove 
Fece centro a gli Dai, fatto ribelle , 

Ritrovan quivi , e Anteo , cui già tli Oiove 
Lo figlio uccise , *) lo strinse allora. 
Questi i Poeti giuso cala , dove 

Luci/ero con Giuda fa dimora. 



Una medesma lingua pria mi morse, 
8i che mi tinse V una e r altra guancia , 
E poi la medicina mi riporse. 

Cosi od* io, che soleva la lancia 

D' Achille e del suo padre esser cacone 
Prima di trista e poi di buona mancia. 

Noi demmo il dosso al misero vallone. 
Su per la ripa che '1 cinge dintorno. 
Attraversando senza alcun sermone. 

Quivi era men che notte e men che glcNrno. 
Si che il viso m' andava innanzi poco: 
Ma io senti* sonare un alto corno, 



13-39 CANTO TRENTESIMOPRIMO. 187 

Tanto eh' avrebbe ogni tuon fatto fioco, 
Che , contra sé la sua via seguitando , 
Dirizzò gli occhi miei tutti ad un loco. 

Dopo la dolorosa rotta , quando 
Carlo Magno perde la santa gesta. 
Non sonò si terribilmente Orlando. 

Poco portai in là volta la testa, 

Che mi parve veder molte alte torri ; 
Ond' io: Maestro , di', che terra é questa ? 

Ed egli a me: Però che tu trascorri 
Per le tenebre troppo dalla lungi , 
Avvien che poi nel maginare aborri. 

Tu vedrai b§n , se tu là ti congiungi , 
Quanto il senso s' inganna di lontano: 
Però alquanto più te stesso pungi. 

Poi caramente mi prese per mano, 
E disse: Pria che noi siam più avanti , 
Acciocché '1 flatto men ti paia strano , 

Sappi che non son torri, ma giganti , 
E son nel pozzo intorno dalla ripa 
Dair umbilico in giuso tutti quanti. 

Come, quando la nebbia si dissipa. 
Lo sguardo a poco a poco raffigura 
Ciò che cela il vapor che V aere stipa; 

Così, forando r aura grossa e scura , 
Più e più appressando in vèr la sponda , 
Fuggii errore, e giugnèmi paura. 



188 L INFERNO. 40-661 

Perocché come in su la cerchia tonda 
Montereggion di torri si corona; 
Cosi la proda, che *1 pozzo circonda, 

Torreggiavan di mezza la persona 
Gli orribili giganti , cui minaccia 
Giove dal cielo ancora, quando tuona. 

Ed io scorgeva già d' alcun la faccia, 

Le spalle e il petto, e del ventre gran part4 
E per le coste giù ambo le braccia. 

Natura certo, quando lasciò V arte 
Di si fatti animali, assai fé* bene. 
Per tòr cotali esecutori a Marte. 

E s* ella d* elefanti e di balene • 

Non si pente, chi guarda sottilmente, 
Più giusta e più discreta la ne tiene; 

Che dove V argomento della mente 

S' aggiugne al mal volere ed alla possa, 
Nessun riparo vi può far la gente. 

La faccia sua mi parea lunga e grossa. 
Come la pina di San Pietro a Roma ; 
E a sua proporzion eran V altr* ossa. 

Si che la ripa, eh' era perizoma 

Dal mezzo in giù , ne mostrava ben tanto 
Di sopra, che di giugnere alla chioma 

Tre Frison s' averian dato mal vanto ; 
Perocch' io ne vedea trenta gran palmi 
Dal luogo in giù, dov* uom s'affibbia il manto. 



(7<--®3 CANTO TRENTESIMOPRIMO. 189 

iBuBLfél mai améch zabi almi , 

Cominciò a gridar la fiera bocca, 
Cui non si conyenian più dolci salmi. 

E il Duca mio yér lui : Anima sciocca, 
Tienti col corno, e con quel ti disfoga, 
Quand* ira o altra passion ti tocca. 

Cercati al collo e troverai la soga 
Che '1 tien legato, o anima confusa, 
E vedi lui che il gran petto ti doga. 

Poi disse a me : Egli stesso s* accusa ; 
Questi è Nembrotto, per lo cui mal coto 
Pur un linguaggio nel mondo non s' usa. 

Lasciamlo stare , e non parliamo a vóto : 
Che cosi é a lui ciascun linguaggio, 
Come il suo ad altrui, oh' a nullo è noto. 

Facemmo adunque più lungo viaggio 

Volti a sinistra ; ed al trar d' un balestro 
Trovanmio V altro assai più fiero e maggio. 

A cinger lui, qual che fosse il maestro, 
Non so io dir, ma eì tenea succinto 
Dinanzi l' altro, e dietro il braccio destro, 

D* lina catena che *1 teneva avvinto 

Dal collo in giù, si che in su lo scoperto 
Si ravvolgeva infino al giro quinto. 

Questo superbo voir essere sperto 

Di sua potenza contra '1 sommo Qiove , 
Disse il mio Duca, ond' egli ha cotal merlo. 



190 l' inferno. 94*120 

Pialte ha nome ; e fece le gran prove , 
Quando i giganti fér paura ai Dei : 
Le braccia eh' ei menò , giammai non muove 

Ed io a lui : S* esser puote, V vorrei 
Che dello smisurato Briareo 
Esperienza avesser gli occhi miei. 

Ond* ei rispose : Tu vedrai Anteo 

Presso di qui, che parla, ed é disciolio. 
Che ne porrà nel fondo d* ogni reo. 

Quel che tu vuoi veder , più lÀ é molto, 
Ed é legato e fatto come questo, 
Salvo che più feroce par nel volto. 

Non fu tremoto già tanto rubesto. 
Che scotesse una torre cosi forte, 
Come Fialte a scotersi fu presto. 

Àllor temetti più che mai la morte ; 
E non V* era mestier più che la dotta, 
S' io non avessi viste le ritorte. 

Noi procedemmo più avanti allotta, 

E venimmo ad Anteo , che ben cìnqu' alle. 
Senza la testa, uscia fuor della grotta. 

O tu, che nella fortunata valle, 
Che fece Scipion di gloria reda. 
Quando Annibal co' suoi diede le spalle , 

Recasti già mille lion per preda; 
E che se fossi stato all' alta guerra 
De' tuoi fratelli , ancor par eh' e' si creda , 



1 ^ 1.— 145 CANTO TRENTESIMOPRIMO. 191 

CYv* avrebber vinto i figli della terra; 

Mettine giuso (e non ten venga schifo) , 
Dove Oocito la freddura serra. 

^on ci far ire a Tizio , né a Tifo: 

Questi può dar di quel che qui si brama: 
Però ti china, e non torcer lo grifo. 

Ancor ti può nel mondo render fama; 
eh' ei vive, e lunga vita ancora aspetta, 
Se innanzi tempo grazia a sé noi chiama. 

Cosi disse il Maestro; e quegli in fretta 
Le man distese , e prese il Duca mio, 
Ond' Ercole senti già grande stretta. 

Virgilio, quando prender si sentio. 

Disse a me: Fatti in qua, si eh* io ti prenìa: 
Poi fece si, che un fascio er* egli ed io. 

Qual pare a riguardar la Carisenda 

Sotto il chinato, quando un nuvol vada 
Sovr' essa sì , eh* ella in contrario penda : 

Tal parve Anteo a me che stava a bada 
Di vederlo chinare, e fu tal' ora 
eh* io avrei \oluto ir per altra strada. 

Ma lievemente al fondo, che divora 
Lucifero con Giuda, ci posò; 
Né si chinato li fece dimora, 

E com* albero in nave si levò. 



192 1/ INFERNO. 1-12 



CANTO TRENTESIMOSEGOJVDO. 



ARGOMENTO. 

Un lago tutto quivi entro 8* agghiaeeia. 
Dove dal freddo i traditor trafitti 
Lividi e mesti in già volgon la faccia, 

n Bocca traditor fra que'oon/UH 

Nel gelo tace, onde a' capelli il prende 
Dante, e lo scrolla, ed un degli altri afflitti 

Lui manifesta , e Dante lo riprende. 



S' io avessi le rime e aspre e chiocce, 
Come si converrebbe al tristo buco, 
Sovra il qual pontan tutte V altre rocce , 

r premerei di mio concetto il suco 

Più pienamente; ma perch'io non Tabbo. 
Non senza tema a dicer mi conduco. 

Che non è impresa da pigliare a gabbo, 
Descriver fondo a tutto V universo , 
Né da Lingua che chiami mamma e babbo. 

Ma quelle Donne aiutino il mio verso, 
Ch' aiutare Anfione a chiuder Tebe , 
Sì che dal fatto il dir non sia diverso. 



13-39 CANTO TRENTESIMOSECONDO. 103 

Oh sovra tutte mal creata plebe , 

Che stai Del loco, onde '1 parlare è duro, 
Me* foste state qui pecore o zebe ! 

Come noi fummo ^ù nel pozzo scuro 
Sotto i pie del gigante , assai più bassi , 
Ed io mirava ancora air alto muro , 

Dicere udimmo : Guarda , come passi ; 
Fa si , che tu non calchi con le piante 
Le teste de* fratei miseri lassi. 

Perch' io mi volsi , e vidimi davante 
E sotto i piedi un lago, che per gelo 
Avea di vetro e non d' acqua sembiante. 

Non fece al corso suo sì grosso velo 
Di verno la Danoia in AÙstericch , 
Né *1 Tanai là sotto il freddo cielo, 

Com' era quivi : che , se Tabernicch 
Vi fosse su caduto , o Pietrapana , 
Non avria pur dair orlo fatto cricch. 

E come a gracidar si sta la rana 

Col muso fuor dell' acqua, quando sogna 
Di spigolar sovente la villana; 

Livide insin là dove appar vergogna 
Eran l' ombre dolenti nella ghiaccia , 
Mettendo i denti in nota di cicogna. 

Ognuna in giù tenea volta la faccia: 

Da bocca il freddo, e dagli occhi '1 cor tristo 
Tra lor testimonianza si procaccia. 

13 



194 L* INFERNO. 40-66 

Quand' io ebbi d' intorno alquanto visto, 
Volsimi a* piedi, e vidi due sì stretti , 
Che il pel del capo aveano insieme misto. 

Ditemi voi, che sì stringete i petti, 

Diss' io, chi siete. E quei piegàro i colli ; 
E poi eh' ebber li visi a me eretti. 

Gli occhi lor, eh' eran pria pur dentro molli. 
Gocciar giù per le labbra, e '1 gelo strinse 
Le lagrime tra essi, e riserrolli: 

Legno con legno spranga mai non cinse 
Forte così; ond' ei, come due becchi. 
Cozzare insieme: tant' ira li vinse I 

Ed un, eh' avea perduti ambo gli orecchi 
Per la freddura, pur col viso in giue 
Disse : Perchè cotanto in noi ti specchi! 

Se vuoi saper chi son cotesti due. 
La valle, onde Bisenzio si dichina. 
Del padre loro Alberto e di lor fue. 

D' un corpo uscirò: e tutta la Caina 
Potrai cercare, e non troverai ombra 
Degna più d' esser fitta in gelatina: 

Non quegli , a cui fu rotto il petto e l' ombra 
Con esso un colpo, per la man d' Artù: 
Non Focaccia: non questi che m'ingombra 

Col capo si, eh' io non veggio oltre più, 
E fu nomato Sassol Mascheroni: 
Se Tosco se', ben dèi saper chi fU. 



67-93 CANTO TRENTESIMOSECONDO. 195 

E perché non mi metti in più sermoni , 
Sappi ch'i' fui il Camicion de' Pazzi, 
Ed aspetto Carlin che mi scagioni. 

Poscia vid' io mille visi cagnazzi 

Fatti per freddo : onde mi vien ribrezzo , 
E verrà sempre, de* gelati guazzi. 

E mentre eh' andavamo in vèr lo mezzo , 
Al quale ogni gravezza si rauna, 
Ed io tremava nell' eterno rezzo; 

Se voler fu, o destino , o fortuna, 

Non so : ma passeggiando tra le teste , 
Forte percossi il pie nel viso ad una. 

Piangendo mi sgridò: Perchè mi peste? 
Se tu non vieni a crescer la vendetta 
Di Mont' Aperti, perchè mi moleste? 

Ed io: Maestro mio, or qui m' aspetta, 
Si eh' i' esca d' un dubbio per costui: 
Poi mi fiorai, quantunque vorr^ai, fretta. 

Lo Duca stette ; ed io dissi a colui 
Che bestemmiava duramente ancora: 
Qual se' tu che cosi rampogni altrui ? 

Or tu chi se', che vai per V Antenora 
Percotendo, rispose, altrui le gote 
Si, che se fossi vivo, troppo fora? 

Vivo son io, e caro esser ti puote, 
Fu mia risposta, se domandi fama , 
Ch' io metta il nome tuo tra l' altre note. 



196 l' inferno. 94-12C 

Ed egli a me : Del contrario ho io brama: 
Levati quinci e non mi dar più lagna ; 
Che mal sai lusingar per questa lama. 

Allor lo presi per la cuticagna, 

E dissi: E* converrà che tu ti nomi» 
O che capei qui su non ti rimagna. 

Ond' egli a me: Perchè tu mi dischiomi. 
Non ti dirò chi io sia, né mostrerolti. 
Se mille fiate in sul capo mi tomi. 

Io avea già i capelli in mano avvolti, 
E tratti glien avea più d* una ciocca. 
Latrando lui con gli occhi in giù raccolti 

Quando un altro gridò : Che hai tu , Bocca ! 
Non ti basta sonar con le mascelle , 
Se tu non latri? qual diavol ti tocca t 

Omai, dlss' io, non vo'che tu ftivelle. 
Malvagio traditor, eh' alla tua onta 
Io porterò di te vere novelle. 

Va via, rispose, e ciò che tu vuoi, conta; 
Ma non tacer, se tu di qua entr* eschi , 
Di quel eh' ebbe or cosi la lingua pronta 

Ei piange qui V argento de' Franceschi: 
Io vidi, potrai dir, quel da Duera 
Là dove i peccatori stanno ft*eschi. 

Se fossi dimandato altri chi v'era. 
Tu hai da lato quel di Beccheria, 
Di cui segò Fiorenza la gorgiera. 



igl-139 CANTO TRENTESIMOSECONDO. 197 

I3tianni de* Soldanier credo che sia 
Più là con Ganellone e Trìbaldello , 
Ch* apri Faenza quando si dormia. 

»oi eravam partiti già da elio, 

eh* io vidi due ghiacciati in una buca, 
Si che r un capo air altro era cappello : 

E come il pan per fame si manduca, 
CJosl '1 sovran li denti ali* altro pose 
Là 've '1 cervel s* aggiunge colla nuca. 

Non altrimenti Tideo si rose 

Le tempie a Menalippo per disdegno, 
Glie quei faceva il teschio e 1* altre cose. 

O tu che mostri per sì bestiai segno 
Odio sovra colui che tu ti mangi. 
Dimmi '1 perchè , diss* io, per tal convegno ; 

Che se tu a ragion di lui ti piangi , 

Sappiendo chi -voi siete, e la sua pecca. 
Nel mondo suso ancor io te ne cangi , 

Se quella con eh* io parlo non si secca. 



19S L* INFERNO. 



CANTO TRENTESIMOTERZO, 



ARGOMENTO. 

Dell' inimico teschio empia pastura 
Conte Ugolino gii^ fa nella ghiaccia f 
E narra il modo di sua tnorte dura. 

Poi vèr la Tolommea lo pie s' avaceia 
De' due Poeti, e nella fredda crosta 
Frate Alberigo a favellar a* oifF accia. 

Che Dante prega, e nulla n' ha risposta. 



La bocca sollevò dal fiero pasto 
Quel peccator, forbendola a' capelli 
Del capo eh' egli avea di retro guasto. 

Poi cominciò: Tu vuoi ch'io rinnovelli 
Disperato dolor che '1 cor mi preme , 
Già pur pensando , pria eh' i' ne favelli. 

Ma se le mie parole esser dèn seme, 

Che frutti infamia al traditor eh* i'rodo. 
Parlare e lagrimar vedrai insieme. 

r non so chi tu sie , né per che modo 
Venuto se' quaggiù ; ma Fiorentino 
Mi sembri veramente quand' lo f odo. 






3-89 CANTO TRENTESIMOTERZO. 199 

Tu dèi saper eh' i' fui *1 Conte Ugolino, 
E questi l'Arcivescovo Ruggieri: 
Or ti dirò perch' io son tal vicino. 

Che per V effetto de' suo' ma' pensieri, 
Fidandomi di lui , io fossi preso 
E poscia morto, dir non é mestieri. 

Però, quel che non puoi avere inteso. 
Cioè come la morte mia fu cruda , 
Udirai, e saprai se m' ha offeso. 

Breve pertugio dentro dalla muda, 
I^ qual per me ha '1 titol della fame, 
E in che conviene ancor eh' altri si chiuda, 

M' avea mostrato per lo suo forame 

Più lune già, quand' io feci '1 mal sonno, 
Che del futuro mi squarciò il velame. 

Questi pareva a me maestro e donno , 
Cacciando il lupo e i lupicini al monte. 
Per che % Pisan veder Lucca non ponuo. 

Con cagne magre, studiose e conte: 

Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi 
S' avea messi dinanzi dalla fronte. 

In picciol corso mi pareano stanchi 
Lo padre e i figli, e con le agute scane 
Mi parea lor veder fender li fianchi. 

Quando M desto innanzi la dimane. 

Pianger senti' fra '1 sonno i miei figliuoli , 
Ch'eran con meco, e dimandar del pane. 



200 L^ INFERNO. 4Ù'9& 

Ben se* crudel , se tu già non ti duoli. 

Pensando ciò che il mio cor s* annumiara 
E se non piangi, di che pianger suoli f 

Già, eran desti, e V ora trapassava 
Che *1 cibo ne soleva essere addotto, 
E per suo sogno ciascun dubitava; 

Ed io sentii chiavar V uscio di sotto 
Air orribile torre; ond*io guardai 
Nel viso a* miei flgliuoi senza far-motto. 

Io non piangeva; si dentro impietrai I 
Piangevan elli , ed Anselmuccìo mio 
Disse : Tu guardi si , padre : che hai ì 

Però non lagrima!, né risposto 

Tutto quel giorno, nò la notte appresso, 
infln che 1* altro Sol nel mondo uscio. 

Come un poco di raggio si fu messo 
Nel doloroso carcere, ed io scòrsi 
Per quattro visi il mio aspetto stesso; 

Ambo le mani per dolor mi morsi. 

E quei, pensando eh* io *1 féssi per voglia 
Di manicar, di subito levorsi, 

E disser: Padre, assai ci fla men doglia, 
Se tu mangi di noi : tu ne vestisti 
Queste misere carni, e tu le spoglia. 

Queta* mi allor per non farli più tristi; 
Quel di e T altro stemmo tutti muti : 
Ahi dura terra, perchè non t* apristi f 



67-93 CANTO TRENTESIMOTERZO. 201 

Posciachè fiimmo al quarto di ve^uti, 
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi, 
Dicendo: Padre mio, che non m' ^uti? 

Quivi mori: e come tu me vedi, 
Vid' io cascar li tre ad uno ad uno 
Tra n quinto di e '1 sesto: ond' io mi diedi 

Già cieco a brancolar sovra ciascuno, 
E due di li chiamai poi eh' e' fur morti: 
Poscia, più che '1 dolor, potè il digiuno. 

Quand' ebbe detto ciò, con gli occhi torti 
Riprese il teschio misero co' denti, 
Che firo all' osso, come d' un can , forti. 

Ahi Pisa, vituperio delle genti 
Del bel Paese là dove il Si suona; 
Poiché i vicini a te punir son lenti , 

Muovasi la Capraia e la Gorgona, 

E faccian siepe ad Arno in su la foce , 
Si eh' egli annieghi in te ogni persona. 

Che se il Conte Ugolino avea voce 
D' aver tradita te delle castella , 
Non dovei tu 1 figliuoi porre a tal croce. 

Innocenti facea V età, novella. 

Novella Tebe, Uguccione e il Brigata , 
E gli altri due che il canto suso appella. 

Noi passamm' oltre , là 've la gelata 
Ruvidamente un' altra gente fascia, 
Non volta in giù, ma tutta riversata. 



202 L* INFERNO. 94-120 

Lo pianto stesso li pianger non lascia , 

E il duol , che trova in su gli occhi rintoppo, 
Si volve in entro a far crescer 1* ambascia. 

Che le lagrime prime fanno groppo , 
E , si come visiere di cristallo, 
Riempìon sotto *1 ciglio tutto il coppo. 

Ed awegna che , si come d' un callo , 
Per 1^ freddura ciascun sentimento 
Cessato avesse del mio viso stallo,' 

Già mi parea sentire alquanto vento; 

Perch'io: Maestro mio, questo chi muove ? 
Non è quaggiuso ogni vapore spento t 

Ond' egli a me : Avaccio sarai dove 
Di ciò ti farà 1* occhio la risposta, 
Veggendo la caèion che '1 fiato piove. 

Ed un de* tristi della fredda crosta 
Gridò a noi : O anime crudeli 
Tanto, che data v' è V ultima posta, 

Levatemi dal viso i duri veli, 

Si ch'io sfoghi il dolor che '1 cor m'impregna, 
Un poco , pria che '1 pianto si raggeli. 

Perch' io a lui: Se vuoi eh' io ti sowegna. 
Dimmi chi se' ; e s' io non ti disbrigo. 
Al fondo della ghiaccia ir mi convegna. 

Rispose adunque: r son Frate Alberigo, 
Io son quel dalle frutta del mal orto, 
Che qui riprendo dattero per figo. 



121-147 CANTO TRENTESIMOTERZO. 203 

Oh , dissi lui, or se* tu ancor morto ? 
Ed egli a me; Come il mio corpo stea 
Nel mondo su, nulla scienza porto. 

Cotal vantaggio ha questa Tolomea, 
Che spesse volte 1* anima ci cade 
Innanzi eh' Atropòs mossa le dea. 

E perchè tu più volentier mi rade 
Le invetriate lagrime dal volto , 
Sappi che tosto che V anima trade. 

Come fec' io , il corpo suo V è tolto 

Da un dimenio, che poscia il governa, 
Mentre che '1 tempo suo tutto sia volto. 

Ella mina in si fatta cisterna; 
E forse pare ancor lo corpo suso 
Deir ombra che di qua dietro mi verna. 

Tu '1 dèi saper, se tu vien pur mo giuso: 
Egli è ser Branca d' Oria, e son più anni 
Poscia passati eh' ei fu si racchiuso. 

r credo, diss' io lui , che tu m' inganni ; 
Che Branca d' Oria non mori unquanche , 
E mangia e bee e dorme e veste panni. 

Nel fosso su, diss' ei, di Malebranche, 
Là dove bolle la tenace pece. 
Non era giunto ancora Michel Zanche, 

Che questi lasciò un diavolo in sua vece 
Nel corpo suo, e d' un suo prossimano. 
Che '1 tradimento insieme con lui fece. 



^ L* INFERNO. 148-157 

Ma distendi oramai in qua la mano; 

Aprimi gli occhi: ed io non gliele ax>ersì: 
E cortesia fu lui esser villano. 

Ahi Genovesi, uomini diversi, 

D' ogni costume, e pien d* ogni magagna, 
Perchè non siete voi del mondo spersi ? 

Che col peggiore spirto di Romagna 
Trovai un tal di voi , che per su' opra 
In anima in Oocito già si bagna, 

Ed in corpo par vivo ancor di sopra. 



1-12 205 



CANTO TRENTESIMOQUARTO. 



ARGOMENTO. 

1/ Iwpgrador del doloroso regno 

Con V ali tue fa il vento, onde ai desta 
Il gel, che serve ivi a divino sdegno. 

14 due Poeti f che la gente mesta 

TuHa han veduta, dell' Angiol ribelle 
Scala si fanno ripida e molesta. 

Ed eseon quindi a riveder le stelle. 



Vexilla Regis prodeunt Inferni 
Verso di noi: però dinanzi mira, 
Disse il Maestro mio , se tu '1 discemi. 

Come, quando una grossa nebbia spira, 
O quando l' Emisperìo nostro annotta, 
Par da lungi un mulin cbe il vento gira; 

Veder mi parve un tal dificio allotta: 
Poi per lo vento mi ristrinsi retro 
Al Duca mio; che non v' era altra grotta. 

Già era (e con paura il metto in metro) 
Là, dove r ombre tutte eran coperte, 
E trasparean come festuca in vetro. 



206 L* INFERNO. 13-39 

Altre stanno a giacere; altre stanno erte, 
Quale col capo, e quale con le piante; 
Altra, com' arco, il volto a' piedi inverte. 

Quando noi fummo fatti tanto avante, 
Ch' al mio Maestro piacque di mostrarmi 
La creatura eh' ebbe il bel sembiante, 

Dinanzi mi sì tolse , e fé' ristarmi , 
Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco 
Ove convien che di fortezza t' armi. 

Com' io divenni allor gelato e fioco. 

Noi dimandar , lettor, eh' io non lo scrivo. 
Però eh' ogni parlar sarebbe poco. 

Io non morii, e non rimasi vivo : 

Pensa oramai per te , s' hai fior d' ingegno . 
Qual io divenni , d' uno e d' altro privo. 

Lo Imperador del doloroso regno 

Da mezzo '1 petto uscia fUor della ghiaccia ; 
E più con un gigante io mi convegno , 

Che i giganti non fan con le sue braccia : 
Vedi oggimai quant' esser dee quel tutto 
eh' a così fatta parte si confaccia. 

S'ei fti sì bel com' egli è ora brutto, 
E contra '1 suo Fattore alzò le ciglia, 
Ben dee da lui procedere ogni lutto. 

O quanto parve a me gran maraviglia , 
Quando vidi tre facce alla sua testa ! 
L' una dinanzi, e quella era vermiglia. 



40-66 CANTO TRENTESIMOQUARTO. 207 

Deir altre due, che s' aggiugnéno a questa 
Sovresso *1 mez^o di ciascuna spalla, 
E si giugnéno al luogo della cresta, 

La destra mi parca tra bianca e gialla; 
La sinistra a veder era tal, quali 
Vengon di là, onde il Nilo s' avvalla. 

Sotto ciascuna uscivan due grand' ali. 
Quanto si conveniva a tanto uccello : 
Vele di mar non vid' io mai cotali. 

Non avean penne , ma di vipistrello 
Era lor modo; e quelle svolazzava. 
Si che tre venti si movean da elio. 

Quindi Oocito tutto s'aggelava: 

Con sei occhi piangeva, e per tre menti 
Gocciava al petto sanguinosa bava. 

Da ogni tocca dirompea co* denti 
Un peccatore, a guisa di maciulla. 
Si che tre ne facea cosi dolenti. 

A quel dinanzi il mordere era nulla 

Verso 1 graffiar, che talvolta la schiena 
Rimanea della pelle tutta brulla. 

Queir anima lassù che ha maggior pena , 
Disse '1 Maestro, è Giuda Scariotto, 
Che il capo ha dentro, e fuor le gambe mena. 

Degli altri due e' hanno il capo di sotto. 
Quei che pende dal nero ceffo è Bruto: 
Vedi come si storce, e non fa motto: 



208 l' inperno. 67-93 

E r altro è Cassio, che par si membruto. 
Ma la notte risurge; p oramai 
È da partir, che tutto avem veduto. 

Com' a lui piacque, il collo gli avvinghiai; 
Ed ei prese di tempo e loco poste: 
E , quando T ale furo aperte assai, 

Appigliò sé alle vellute coste: 

Di vello in vello giù discese poscia 
Tra U folto pelo e le gelate croste. 

Quando noi fummo là dove la coscia 

Si volge appunto in sul grosso dell* anche. 
Lo Duca con fatica e con angoscia 

Volse la testa ov' egli avea le zanche. 

Ed aggrappossi al pel com* uom che sale , 
Si che in Inferno io credea tornar anche. 

Attienti ben, che per cotali scale, 
* Disse il Maestro ansando com^uom lasso, | 
Conviensi dipartir da tanto male. 

roi usci fuor per lo foro d* un sasso , 
E pose me in su 1* orlo a sedere: 
Appresso porse a me V accorto passo. 

r levai gli occhi , e credetti vedere 
Lucifero comMo V avea lasciato, 
E vidigli le gambe in su tenere. 

E s* io divenni allora travagliato, 

La gente grossa il pensi , che non vede 
Qual era il punto eh' io avea passalo. 



ML<->120 CANTO TKENTESIMOQUARTO. 209 

Vj^-vati SU, disse '1 Maestro, in piede: 

La yia è lunga, e il cammino è malvagio , 
E già il Sole a mezza terza riede. 

T7on era camminata di palagio 

Là 'v' eravam, ma naturai burella 
Ch' avea mal suolo, e di lume disagio. 

Prima eh' io dell' abisso mi divella. 
Maestro mio, diss'io quando fui dritto, 
A trarmi d' erro un poco mi favella. 

Ov'é la ghiaccia? e questi com' è fitto 
Si sottosopra? e come in si poc' ora 
Da sera a mane ha fatto il Sol tragitto? 

Ed egli a me : Tu immagini ancora 

D' esser di là dal centro , ov' io m' appresi 
Al pel del vermo reo che il mondo fora. 

Di là fosti cotanto , quant' io scesi: 
Quando mi volsi, tu passasti il punto. 
Al qual si traggon d' ogni parte i pesi : 

B se' or sotto l' emisperio giunto 

Ch' é contrapposto a quel che la gran Secca 
Coverchia, e sotto '1 cui colmo consunto 

Pu r Uom che nacque e visse senza pecca: 
Tu hai i piedi in su picciola spera 
Che r altra faccia fa della Giudecca. 

Qai è da man, quando di là é sera: 
E questi che ne fé' scala col pelo , 
Pitto è ancora, sì come prim' era. 

14 



210 L* INFERNO. 121-135 

Da questa parte cadde giù dal Cielo; 
E la terra, che pria di qua si sporse. 
Per paura di lui fé* del mar yelo, 

E venne air emisperio nostro, e forse 
Per fuggir lui lasciò qui il luogo voto 
Quella che appar di qua, e su ricorse. 

Luogo è laggiù da Belzebù rimoto 
Tanto, quanto la tomba si distende , 
Che non per vista ? ma per suono é noto 

D' un ruscelletto che quivi discende 
Per la buca d' un sasso eh' egli ha roso 
Col corso eh* egli avvolge, e poco pende. 

Lo Duca ed io per quel cammino aseoso 
Entrammo a ritornar nel chiaro mondo : 
E senza cura aver d* alcun riposo 

Salimmo su, ei primo ed io secondo. 
Tanto eh* io vidi delle cose belle, 
Che porta il Ciel, per un pertugio tondo: 

E quindi uscimmo a riveder le stelle. 



CANTICA SECONDA 



DL. PURGATORIO. 



1-12 213 



CANTO PRIMO. 



ARGOMENTO. 

Dove si purga V anima e risorge 

Vanno * Poeti, e ìor di quél cammino 
Consiglio V ombra di Catone porge. 

Con la rugiada del lido vicino 

Virgilio toglie il mal color che tingo 

Le guance all' altro , che sia cheto e chino , 

E con un giunco schietto lo ricinge. 



Per correr miglior acqua alza le vele 
Ornai la navicella del mio ingegno , 
Che lascia dietro a sé mar sì crudele : 

E canterò di quel secondo Regno , 
Ove r umano spirito si purga, 
E di salire al Ciel diventa degno. 

Ma qui la morta poesia risurga , 
O sante Muse, poiché vostro sono, 
Equi Calliope alquanto surga, 

Seguitando il mio canto con quel suono , 
Di cui le Piche misere sentirò 
Lo colpo tal, che disperar perdono. 



214 IL PURGATORIO. 13-3 

Dolce color d' orientai zaffiro, 

Che s' accoglieva nel sereno aspetto 
Deir aer puro inflno al primo giro , 

Agli occhi miei ricominciò diletto , 

Tosto eh' io usci' fuor dell' aura morta, , 
Che m' avea contristato gli occhi e il pett* 

Lo bel Pianeta, che ad amar conforta, ì 

Faceva tutto rider 1' oriente, ' 

Velando i Pesci eh' erano in sua scorta. 

Io mi volsi a man destra , e posi mente 
All' altro polo, e vidi quattro stelle 
Non viste mai fuor eh' alla prima gente. 

Goder pareva il ciel di lor fiammelle : 
O settentrional vedovo sito , 
Poiché privato se' di mirar quelle I 

Com' io dal loro sguardo fui partito , 
Un poco me volgendo all' altro polo , 
Là onde il Carro già. era sparito ; 

Vidi presso di me un Veglio solo, 
Degno di tanta reverenza in vista, 
Che più non dee a padre alcun figliuolo. 

Lunga la barba e di pel bianco mista 
Portava, a' suoi capegli simlgliante, 
De' quai cadeva al petto doppia lista. 

Li raggi delle quattro luci sante 
Pregìavan si la sua faccia di lume, 
Ch* io '1 vedea come il Sol fosse davante. 



CANTO PRIMO. 215 

Li 6iet« voi, che contra *1 cieco fiume 
Fuggito avete la prigione eterna? 
' Diss* ei, muovendo queir oneste piume: 

Chi v' ha guidati! o chi vi fu lucerna, 
Uscendo fuor della profonda notte 
Che sempre nera fa la valle infema? 

Son le leggi d' abisso cosi rotte? 
O ò mutato in Ciel nuovo consiglio , 
Che dannati venite alle mie grotte? 

Lo Duca mio allor mi die di piglio, 
K con parole e con mani e con cenni 
Reverenti mi fé* le gambe e il ciglio. 

Poscia rispose lui: Da me non venni: 
Donna scese dal Ciel , per li cui preghi 
Della mia compagnia costui sovvenni. 

Ma da eh* é tuo voler che più si spieghi 
Di nostra condizion com* ella ò vera. 
Esser non può che il mio a te si nieghi. 

Questi non vide mai r ultima sera , 
Ma per la sua follìa le fa si presso , 
Che molto poco tempo a volger era. 

Si come i* dissi , fui mandato ad esso 
Per lui campare , e non e' era altra via 
Che questa, per la quale io mi son messo. 

Mostrata ho lui tutta la gente ria ; ' 

E ora intendo mostrar quegli spirti I 

Che purgan sé sotto la tua balia. | 



216 IL PURGATORIO. 



63-d 



Com* io r ho tratto , saria lungo a dirti: 
Deir alto scende virtù che m* aiuta 
Conducerlo a vederti , e a udirti. 

Or ti piaccia gradir la sua venata : 
Libertà va cercando , eh' è sì cara. 
Come sa chi per lei vita rifiuta. 

Tu *I sai , che non ti tu. per lei smiara 
In Utica la morte, ove lasciasti 
La veste eh' al gran di sarà si chiara. 

Non son gli editti eterni per noi guasti. 
Che questi vive, e Minos me non lega; 
Ma son del cerchio, ove son gli occhi easti 

Di Marzia tua , che in vista ancor ti prega, 
O santo petto , che per tua la tegni; 
Per lo suo amore adunque a noi ti iiiega. 

Lasciane andar per li tuoi sette regni: 
Grazie riporterò di te a lei, 
Se d' esser mentovato laggiù degni. 

Marzia piacque tanto agli occhi miei, 
Mentre eh' io fUi di là, diss' egli allora, 
Che quante grazie volle da me, fei. 

Or che di là dal mal fiume dimora, 
Più muover non mi può per quella legge 
Che fatta fu quand' io me n' usci'iUora. 

Ma se Donna del Ciel ti muove e regge, 
Come tu di' , non e' ò mestier lusinga: 
Bastiti ben, che per lei mi richegge. 



120 CANTO PRIMO. 217 

dunque, e fa che tu costui ricinga 
D'un giunco schietto, e che gli lavi il viso, 
SI che ogni sudiciume quindi stinga: 

Clio non si converria V occhio sorpriso 
D* alcuna nebbia andar davanti al primo 
Ministro, eh' è di quei di Paradiso. 

Questa isoletta intomo ad imo ad imo, 
Laggiù , colà dove la batte V onda. 
Porta de' giunchi sovra il molle limo. 

Nuir altra pianta che facesse fronda , 
O indurasse, vi puote aver vita, 
• Però eh' alle percosse non seconda. 

Poscia non sia di qua vostra reddita; 
Lo Sol vi mostrerà, che surge ornai. 
Prender il monte a più lieve salita. 

Cosi spari ; ed io su mi levai 

Senza parlare , e tutto mi ritrassi 
Al Duca mio, e gli occhi a lui drizzai. 

Bi cominciò: Pigliuol, segui i miei passi: 
Volgiamci indietro, che di qua dichina 
Questa pianura a' suoi termini bassi. 

L' alba vinceva l' ora mattutina, 

Che fùggia innanzi, si che di lontano 
Conobbi il tremolar della marina. 

Noi andavam per lo solingo piano 

Com'uom che torna alla smarrita strada, 
Che inllno ad essa gli par ire invano. 



218 IL PURGATORIO. 121-136 

Quando noi fummo dove la rugiada 
Pugna col Sole, e per essere in parto 
Ove adorezza, poco si dirada; 

Ambo le mani in su V- erbetta sparte 
Soavemente il mio Maestro pose ; 
Ond'io che fUi accorto di su' arte, 

Porsi vèr lui le guance lagrimose : 
Quivi mi fece tutto discoperto 
Quel color che V Inferno mi nascose. 

Venimmo poi in sul lito diserto, 

Che mai non vide navicar sue acque 
Uom, che di ritornar sia poscia esperto. 

Quivi mi cinse, si come altrui piacque: 
O maravigliai che qual egli scelse 
L' umile pianta, cotal si rinacque 

Subitamente là onde la svelse. 



:i-12 210 



CANTO SECONDO. 



ARGOMENTO. 

Ali* apparire del Noechier celèste , 
Che a farai belle V anime conduce 
Nude di qua di lor terrena veete. 

Vinto n Poeta da cotanta luce. 
Cala con umiltade le ginocchia 
Davante al Messo dell'eterno Duce. 

Indi fr%k V o»^re il ano Casella adocchia. 



Già era il Sole air orizzonte giunto, 
Lo cui meridian cerchio coverchia 
lerusalèm col suo più alto punto: 

E la'notte che opposita a lui cerchia, 
Uscia di Gange fuor colle bilance, 
Che le caggion di man quando soverchia; 

SI che le bianche e le vermiglie guance, 
Là dove io era, della bella Aurora, 
Per troppa etate divenivan rance. 

Noi eravam lunghesso il mare ancora. 
Come gente che pensa suo cammino , 
Che va col core, e col corpo dimora: 



220 IL PURGATORIO. 13-39 

Ed ecco qual , sul presso del mattino , 
Per li grossi vapor Marte rosseggia 
Giù nel ponente sopra il suol marino ; 

Cotal m* apparve, s' io ancor lo veggia. 
Un lume per lo mar venir si ratto, 
Che '1 muover suo nessun volar paregg^ia; 

Dal qual com' io un poco ebbi ritratto 
L* occhio per dimandar lo Duca mio, 
Rividil più lucente e maggior fò,tto. 

Poi d' ogni lato ad esso m' apparìo 
Un non sapea che bianco , e dì sotto 
A poco a poco un altro a lui n* uscio. 

Lo mio Maestro ancor non fece motto , 
Mentre che i primi bianchi apparser ali. 
Allor che ben conobbe il galeotto, 

Gridò: Fa, fa che le ginocchia cali; 
Ecco r Angel di Dio, piega le mani : 
Ornai Vedrai di si fatti uflciali. 

Vedi che sdegna gli argomenti umani , 
Si che remo non vuol , né altro velo 
Che Tale sue, tra liti sì lontani. 

Vedi come V ha dritte verso '1 cielo , 
Trattando V aere con Y eterne penne, 
Che non si mutan come mortai pelo. 

Poi come più e più verso noi venne 
L' uccel divino, più chiaro appariva; 
Perchè V occhio da presso noi sostenne , 



-IO— 66 CANTO SECONDO. 221 

^^^m chìnail giuso ; e quei sen venne a riva 
Con un vasello snelletto e leggiero, 
Tanto che r acqua nulla ne inghiottiva. 

Da poppa stava il celestial Nocchiero, 
Tal , che parca beato per iscripto ; 
E più di cento spirti entro sediero. 

In exUu Israel de JEgyptOf 

Cantavan tutti insieme ad una voce , 
Con quanto di quel salmo è poscia scripto. 

Poi fece il segno lor di santa Croce ; 
Ond' ei si gittàr tutti in sulla piaggia, 
Ed el sen gì, come venne, veloce. 

La turba che rimase li , selvaggia 
Parea del loco , rimirando intomo , 
Come colui che nuove cose assaggia. 

Da tutte parti saettava il giorno 
Lo Sol, eh' avea colle saette conte 
Di mezzo '1 ciel cacciato il Capricorno: 

Quando la nuova gente alzò la fronte 
Vèr noi, dicendo a noi: Se voi sapete. 
Mostratene la via di gire al monte. 

E Virgilio rispose: Voi credete 
Forse che siamo spirti d' esto loco; 
Ma noi Sem peregrin , come voi siete. 

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco , 
Per altra via, che fu sì aspra e forte. 
Che lo salire omai ne parrà gioco. 



222 IL PURGATORIO. 67-93 

L' anime che si fur di me accorte , 
Per lo spirar, che io era ancor vivo. 
Maravigliando diventaro smorte ; 

E come a messagger, che porta olivo, 
Tragge la gente per udir novelle, 
E di calcar nessun si mostra schivo; 

Cosi al viso mio s' affisar quelle 
Anime fortunate tutte quante, 
Quasi obbUando d' ire a farsi belle. 

Io vidi una di lor trarresi ayante 

Per abbracciarmi con si grande aftetto, 
Che mosse me a far il simigliante. 

O ombre vane , fuor che neir aspetto ! 
Tre volte dietro a lei le mani avvinsi, 
E tante mi tornai con esse al petto. 

Di maraviglia, credo , mi dipinsi: 
Perchè l'ombra sorrise e si ritrasse, 
Ed io, seguendo lei , oltre mi pinsi. 

Soavemente disse, eh' io posasse: 
Allor conobbi chi era, e pregai 
Che per parlarmi un poco s' arrestasse. 

Risposemi: Cosi com' io t' amai 

Nel mortai corpo, cosi t' amo sciolta; 
Però m' arresto: ma tu perchè vai? 

Casella mio, per tornare altra volta 
Là dove son, fo io questo viaggio , 
Diss'io; ma a te come tant' ora è tolta? 



04—120 CANTO SBCONDO, 223 

^<jl egli a me: Nessun m* é fatto oltraggifO« 
Se quei , che leva e quando e cui gli piace, 
Più volte m* ha negato esto passaggio; 

Che di giusto voler lo suo si face. 
Veramente da tre mesi egli ha tolto 
Chi ha voluto entrar con tutta pace. 

Ond' io che er' ora alla marina volto, 
Dove r acqua di Tevere s' insala, 
Benignamente fui da lui ricolto. 

A quella foce ha egli or dritta V ala; 
Perocché sempre quivi si raccoglie , 
Qual verso d' Acheronte non si cala. 

Ed io: Se nuova legge non ti toglie 
Memoria o uso ali* amoroso canto, 
Che mi solea quetar tutte mie voglie, 

Di ciò ti piaccia consolare alquanto 
L' anima mia, che, con la sua persona 
Venendo qui, è affannata tanto. 

— Amor che nella mente mi ragiona,— 
Cominciò egli allor si dolcemente , 
Che la dolcezza ancor dentro mi suona. 

Lo mio Maestro, ed lo , e quella gente 
Ch' eran con lui , parevam si contenti , 
Com* a nessun toccasse altro la mente. 

Noi eravam tutti fissi ed attenti 

Alle sue note, ed ecco il veglio onesto, 
Gridando: Che è ciò, spiriti lenti? 



224 IL PURGATORIO. 121-133 

Qual negligenza, quale stare è questo) 
Correte al monte a spogliaryi lo scoglio, 
eh* esser non lascia a voi Dio manifesto. 

Come quando, cogliendo biada o loglio, 
Gli colombi adunati alla pastura , 
Queti, senza mostrar V usato orgoglio, 

Se cosa appare ond' elli abbian paura , 
Subitamente lasciano star V esca, 
Perché assaliti son da maggior cura; 

Cosi vid' io quella masnada fresca 

Lasciare il canto, e fuggir vèr la costa^ 
Com' uom che va, né sa dove riesca: 

Né la nostra partita fu men tosta. 



1-X2 225 

CANTO TERZO. 



ARGOMENTO. 

Kon aan li Sue come ai taiga al monte, 
Però pensosi del eammin si stanno 
Col core incerto , e con lor voglie pronte. 

Ma una schiera di spiriti che vanno 
A farsi belli pel Regno felice , 
Mostran la via. Manfredi apre il suo affanno, 

Nipote di Costan/ea imperadriee. 



Avvegnaché la subitana fuga 

Dispergesse color per la campagna , 
Rivolti al monte, ove ragion ne fruga; 

Io mi ristrinsi alla fida compagna. 
E come sare* io senza lui corso? 
Chi m' avria tratto su per la montagna? 

Ei mi parea da sé stesso rimorso: 
O dignitosa coscienza e netta, 
Come t' è picciol fallo amaro morso ! 

Quando li piedi suoi lasciar la fretta , 
Che r onestade ad ogni atto dismaga. 
La mente mia, che prima era ristretta, 

15 



2?6 IL PURGATORIO. 1^39 

Lo intento rallargò, si come vaga, 

E diedi il viso mio incontro al poggio, 
Che inverso il ciel più alto si dislaga. 

Lo Sol , che dietro fiammeggiava roggio , 
Rotto m' era dinanzi alla figura , 
eh' aveva in me de* suoi raggi 1* appoggio. 

Io mi volsi da lato con paura 

D' essere, abbandonato , quando i' vidi 
Solo dinanzi a me la terra oscura: 

E *1 mio Conforto : Perché pur diffidi, 
A dir mi cominciò tutto rivolto; 
Non credi tu me teco, e eh' io ti gaidit 

Vespero è già colà dov' è sepolto 

Lo corpo, dentro al quale io facev' ombra: 
Napoli r ha, e da Brandizio è tolto. . 

Ora, se innanzi a me nulla s' adombra, 
Non ti maravigliar più che de' cieli, 
Che r uno all' altro raggio non ingombra. 

A sofferir tormenti e caldi e geli 
Simili corpi la Virtù dispone, 
Che come fa non vuol eh' a noi si sveli. 

Matto è chi spera che nostra ragione 
Possa trascorrer la infinita via , 
Che tiene una Sustanza in tre Persone. 

State contenti , umana gente , al quia; 
Che, se potuto aveste veder tutto, 
Mestier non era partorir Maria; 



40— G6 CANTO TERZO. 227 

^ desiar vedeste senza frutto 

Tai , che sarebbe Iop disio quetato , 
eh' eternalmente è dato lor per lutto. 

Io dico d'Aristotile e di Plato, 

E di molti altri : e qui chinò la fronte ; 
E più non disse , e rimase turbato. 

Noi divenimmo intanto appiè del monte: 
Quivi trovammo la roccia si erta, 
Che Indarno vi sarien le gambe pronte. 

Tra Lerici e Turbia, la più diserta, 
La più rotta ruina è una scala, 
Verso di quella, agevole ed aperta. 

Or chi sa da qual man la costa cala , 
Disse '1 Maestro mio fermando il passo , 
SI che possa salir chi va senz' ala? 

E mentre che, tenendo il viso basso , 
Esaminava del cammin la mente , 
Ed io mirava suso intorno al sasso, 

Da man sinistra m' appari una gente 
D' anime, che movieno i pie vèr noi, 
E non pareva , si venivan lente. 

Leva, dissi al Maestro, gli occhi tuoi: 
Ecco di qua chi ne darà consiglio , 
Se tu da te medesmo aver noi puoi. 

Guardò allora, e con libero piglio 

Rispose: Andiamo in là, eh' ei vengon piar' 
E tu ferma la speme , dolce figlio. 



230 IL PURGATORIO. 121-lió 

Orribil furon li peccati miei , 

Ma la Bontà infinita ha si gran braccia, 
Che prende ciò che si rivolve a lei. 

Se *1 pastor di Cosenza, eh' alla caccia 
Di me fu messo per Clemente, allora 
Avesse in Dio ben letta questa faccia, 

L' ossa del corpo mio sarieno ancora 
In co' del ponte presso Benevento , 
Sotto la guardia della grave mora. 

Or le bagna la pioggia e muove il vento 
Di fuor dalRegno, quasi lungo il Verde, 
Ove le trasmutò a lume spento. 

Per lor maladizion si non si perde , 
Che non possa tornar l' eterno amore. 
Mentre che la speranza ha fior del verde. 

Vero è , che quale in contumacia muore 
Di Santa Chiesa , ancor che alfln si penta 
Star li convien da questa ripa in fuore 

Per ogni tempo, eh' egli è stato, trenta. 
In sua presunzion, se tal decreto 
Più corto per buon prieghi non dìYenta. 

Vedi oramai se tu mi puoi far lieto. 
Rivelando alla mia buona Costanza . 
Come m' hai visto, ed anco esto divieto; 

Che qui per quei di là molto s' avanza. 



l'-w ni 



CANTO QUARTO. 



ARQOMBNTO. 

SUmeopéT lo •aìtr, mi poggio oMU 
Dante, 9d ammira gli rat rUaemUi 
IM Sol, che ^ivi da oiniotra ilftedo. 

E colà trova che dtf negligenti 

Si purga ii oiaio f » Bolaoqua eoaooe» , 
Cko là osa giace fra gli spirti lonH 

S oreufJon deaira alle eue angoeee. 



Quando p«r dilettanze ower per doglie, 
Che alcuna virtù nostra comprenda, 
L* anima bene ad essa si raccoglie, 

Par eh* a nulla potenza più intenda: 

B. questo ò centra quello error, che crede 
Che un* anima sovr* altra in noi s* accenda. 

E però quando s* ode cosa o vede, 
Che tenga forte a sé T anima vòlta, 
Vassene il tempo , e V uom non se n* avvede : 

eh* altra potenza ò quella che eir ascolta, 
E altra é quella che ha V anima intera; 
«Quella ò quasi legata, e questa é sciolta.» 



232 IL PUROATORIO. lS-30 

Di ciò ebb' io esperienza vera. 

Udendo quello spirto, ed ammirando; 
Che ben cinquanta gradi salito era 

Lo Sole, ed io non m' era accorto, quando 
Venimmo dove queir anime ad una 
Gridare a noi: Qui è vostro dimando. 

Maggiore aperta molte volte impruna. 
Con una forcatella di sue spine, 
L' uom della villa, quando V uva imbruna , 

Che non era la calla, onde saline 
Lo Duca mio ed io appresso soli , 
Come da noi la schiera si partine. 

Vassi in Sanleo, e discendesi in Noli; 
Montasi su Bismantova in cacume 
Con esso i pie; ma qui convien eh* uom voli 

Dico con r ali snelle e con le piume 

Del gran disio diretro a quel Condotto, 
Che speranza mi dava, e facea lume. 

Noi salivam per entro il sasso rotto 
E d' ogni lato ne stringea lo stremo, 
E piedi e man voleva il suol di sotto. 

Quando noi fummo in su V orlo supremo 
Dell' alta ripa, alla scoperta piaggia: 
Maestro mio , diss' io , che via faremo t | 

Ed egli a me: Nessun tuo passo caggla: 
Pur su al monte dietro a me acquista, 
Fin che n' appaia alcuna scorta saggia. 



CANTO QUARTO. 283 

Xjo sommo er' alto che vincea la vista, 
E la cosca superba più assai, 
Che da mezzo quadrante al centro lista. 

lo era lasso « quando cominciai: 
O dolce Padre, volgiti e rimira 
Com* io rimango sol, se non ristai. 

O flgliuol, disse, insin quivi ti tira, 
Additandomi un balzo poco in sue. 
Che da quel lato il poggio tutto gira. 

Si mi spronaron le parole sue, 

Ch* io mi sforzai , carpando appresso lui , 
; Tanto che il cinghio sotto i pie mi fue. 

A seder ci ponemmo ivi ambedui 
Vòlti a Levante, ond' eravam saliti; 
Che suole a riguardar giovare altrui. 

Gli occhi prima drizzai a' bassi liti ; 
Poscia gli alzai al Sole, ed ammirava 
Che da sinistra n' eravam feriti. 

Ben s' avvide il Poeta, che io stava 
Stupido tutto al carro della luce, 
Ove tra noi ed Aquilone intrava. 

Ond* egli a me: Se Castore e Polluce 

Fossero In compagnia di quello Specchio , 
Che su e giù del suo lume conduce , 

Tu vedresti il Zodiaco rubecchlo 
Ancora air Orse più stretto rotare , 
Se non uscisse Aior del cammin vecchio . 



S84 IL PURGATORIO. 67-03 

Come ciò sia, se *1 vuoi poter pensare. 
Dentro raccolto, immagina Sion 
Con questo monte in su la terra stare 

Si, ch^ ambedue hanno un solo oriszòn, 
E diversi emisperi; onde la strada, 
Che mal non seppe carreggiar Petòn, 

Vedrai com* a costui oonvien che vada 
Dair un, quando a colui daU* altro fianco , 
Se r intelletto tuo ben chiaro bada. 

Certo, Maestro mio, diss* io, unqoanco 
Non vid* io chiaro si, compio discemo 
Là, dove mio ingegno parea manco; 

Che '1 mezzo cerchio del moto superno • 
Che si chiama Equatore in alcun* arte, 
E che sempre riman tra '1 Sole e il Verno , 

Per la ragion che di', quinci si parte 
Verso Settentrion, quando gli Ebrei 
Vedevan lui verso la calda parte. 

Ma se a te piace, volentier saprei 

Quanto avemo ad andar, che il poggio sale 
Più che salir non posson gli occhi miei. 

Ed egli a me: Questa montagna è tale, 
Che sempre al cominciar di sotto è grave 
E quanto uom più va su, e men & male. 

Però quand* ella ti parrà soave 

Tanto, che '1 suo andar ti sia leggiero, 
* Come a seconda giù 1* andar per nave; 



M-1£0 CANTO QUARTO. 235 

Ajlor sarai al fin d' esto sentiero; 
Quivi di riposar l'affanno aspetta: 
Più non rispondo, e questo so per vero. 

B, com' egli ebbe sua parola detta, 
Una voce di presso sonò : Forse 
Che di sedere in prima avrai distretta. 

Al suon di lei ciascun di noi si torse , 
E vedemmo a mancina un gran petrone, 
Del qual né io, ned ei prima s' accorse. ' 

Là ci traemmo; ed ivi eran persone 

Cile si stavano aU' ombra dietro al sasso, 
CJome r uom per negghienza a star si pone. 

E un di lor, che mi sembrava lasso, 

Sedeva ed abbracciava le ginocchia, 
Tenendo il viso giù tra esse basso. 

O dolce Signor mio, dissMo, adocchia 
Colui che mostra sé più negligente. 
Che se pigrizia fosse sua sirocchia. 

AUor si volse a noi , e pose mente , 
Movendo il viso pur su per la coscia, 
B disse: Va su tu, che se' valente. 

Conobbi allor chi era; e quell'angoscia 
Che m'avacciava un poco ancor la lena, 
Non m' impedi d' andare a lui: e poscia 

Che a lui fui giunto, alzò la testa appena. 
Dicendo: Hai ben veduto, come il Sole 
Dall' òmero sinistro il carro mena ? 



236 fL PXJRaATORlO. 121-139 

Gli atti suoi pigri , e le corte parole 
Mossoti le labbra mie un poco a riso; 
Poi cominciai: Belacqua, a me non duole 

Di te ornai ; ma dimmi , perché assiso 
Quiritta se* ì attendi tu iscorta, 
O pur lo modo usato t^iiai riprisof 

Ed ei: Frate, V andar in su che porta, 
Che non mi lascerebbe ire a* martiri 
L* Angel di Dio che siede in su la portai 

Prima convien che tanto il ciel m' aggiri 
Di fuor da essa, quanto fece In vita, 
Perch* io indugiai al fine i buon sospiri; 

Se orazione in prima non m*aita, 

Che surga su di cor che in grazia viva: 
L* altra che Tal, che in Ciel non é udita t 

E già '1 Poeta innanzi mi saliva, 

E dicea: Vienne ornai, Tedi ch*é tocco 
Meridian dal Sole, ed alla riva 

Copre la notte già col piò Marrocco. 



1 — 12 237 

CANTO QUINTO. 



ARGOMENTO. 

Che dentro al terren corpo alma aen vaila 
Han maraviglia »piriti novelli; 
In quella di lor pene aspra contrada 

Cerne ueeiron del mondo tre di quelli 

Narrano, e i modi di lor morte amari. 
Cessando sol d* essere a Dio rubali 

Alla lor fine; ond' Egli pur gli ha cari. 



Io era già da queir ombre partito, 
E seguitava r orme del mio Duca , 
Quando diretro a me, drizzando il dito, 
Una gridò: Ve*, che non par che luca 
Lo raggio da sinistra a quel di sotto, 
E come vivo par che si conduca. 
■ Gli occhi rivolsi al suon di questo motto, 
E Yidile guardar per maraviglia 
Pur me , pur me , e il lume eh' era rotto. 
. Perchè r animo tuo tanto s* impiglia, 
i Disse il Maestro , che r andare allenti ? 
Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? 



23S IL PURGATORIO. IJ-SO 

Vien dietro a me, e lascia dir le genti; 
Sta come torre ferma, che non crolla 
Giammai la cima per soffiar de' venti. 

Che sempre l' uomo, in cui pensier rampolla 
Sovra pensier, da sé dilunga il segno, 
Perchè la foga V un dell' altro insella. 

Che potev' io ridir, se non : V vegno ? 
Dissilo, alquanto del color consperso 
Che fa r uom di perdon talvolta degno. 

E intanto per la costa da traverso 
Venivan genti innanzi a noi un poco , 
Cantando Misererò a verso a verso. 

Quando s' accorser eh' io non dava loco , 
Per lo mio corpo , al trapassar de' raggi , 
Mutar lor canto in un O lungo e roco. 

E due di loro in forma di messaggi 
Corser incontr' a noi, e dimandarne: 
Di vostra condizion fatene saggi. 

E il mio Maestro: Voi potate andarne, 
E ritrarre a color che vi mandare, 
Che il corpo di costui è vera carne. 

Se per veder la sua ombra ristaro , 
Com' io avviso, assai è lor risposto: 
Faccianli onore, ed esser può lor caro. 

Vapori accesi non vid' io sì tosto 
Di prima notte mai fender sereno. 
Né, Sol calando, nuvole d' agosto. 



lO— 66 CANTO QUINTO. 239 

^lie color non tornasser suso in meno: 

E giunti là, con gli altri a noi diép volta, 
Come schiera che corre senza freno. 

Questa gente che preme a noi, è molta, 
E Tengonti a pregar, disse il Poeta; 
Però pur va, e in andando ascolta. 

O anima, che vai per esser lieta 

con quelle membra, con le quai nascesti, 
Venian gridando, un poco il passo quota. 

Guarda, se alcun di noi unque vedesti, 
Sì che di lui di là novelle porti : 
Deh , perché vai ? deh , perchè non t' arresti ? 

Noi fummo già tutti per forza morti, 
E peccatori inflno air ultim* ora: 
Quivi lume del Ciel ne fece accorti, 

SI che, pentendo e perdonando, ftiora 
Di vita uscimmo a Dio pacificati , 
Che del disio di sé veder n' accora. 

Ed io : Perchè ne' vostri visi guati , 
Non riconosco alcun ; ma s' a voi piace 
Cosa eh* io possa, spiriti ben nati. 

Voi dite , ed lo farò per quella pace , 
Che, dietro a' piedi di si fatta guida, 
Di mondo in mondo cercar mi si face. 

Ed uno incominciò: Ciascun si fida 
Del beneficio tuo senza giurarlo , 
Pur che il voler non possa non ricida. 



240 IL PURGATORIO. 67*9^ 

Ond* io, che solo, innanzi agli altri, parlo, 
Ti prego, se mai vedi quel paese 
Che siede tra Romagna e quel di Carlo, 

Che tu mi sie de' tuoi prieghi cortese 
In Fano si, che ben per me s* adori, 
Perch' io possa purgar le gravi offese. 

Quindi fti* io, ma li profondi fori, 

Ond* usci *1 sangue, in sul quale io sedea. 
Fatti mi furo in grembo agli Antenori, 

Là dov'io più sicuro esser credea: 

Quel da Esti il fé' far, che m' avea in ira 
Assai più là che dritto non volea. 

Ma s' io fossi fuggito invér la Mira, 
Quand' i* fui sovraggiunto ad Oriaco, 
Ancor sarei di là dove si spira. 

Corsi al padule, e le cannucce e il braco 
M* impigliar si , eh' io caddi, e li vid' io 
Delle mie vene farsi in terra laco. 

Poi disse un altro: Deh, se quel disio 
Si compia che ti traggo air alto monte. 
Con buona pì'etate aiuta il m^o. 

Io fUi di Montefeltro, i' son Buonconte: 
Giovanna, o altri non ha di me cura; 
Perch' io vo tra costor con bassa flronte. 

Ed io a lui: Qual forza, o qual ventura 
Ti traviò si fuor di Campaldino, 
Che non si seppe mai tua sepoltura t 



14^120 CANTO QUINTO. 241 

"Sti, rispostegli, appiè del Casentino 

Traversa un' acqua e' ha nome V Archiano, 
Che sopra V Ermo nasce in Apennino. 

Là 've il vocabol suo diventa vano 
Arriva* io forato nella gola , 
Fuggendo a piede, e sanguinando il piariO. 

Quivi perdei la vista, e la parola 
Nel nome di Maria fini', e quivi 
Caddi, e rimase la mia carne sola. 

r dirò il vero, e tu '1 ridi' tra i vivi: 

L' Angel di Dio mi prese, e quel d' Inferno 
Gridava: O tu dal Ciel, perchè mi privi? 

Tu te ne porti di costui l' eterno 

Per una lagrimetta che '1 mi toglie ; 
Ma io farò dell' altro altro governo. 

Ben sai come nell' aer si raccoglie 

Queir umido vapor che in acqua riede 
Tosto che sale dove '1 fìreddo il coglie. 

Giunse quel mal voler , che pur mal chiede 
Con r intelletto, ^ mosse il flimo e il vento 
Per la virtù, che sua natura diede. 

Indi la valle, come il di fu spento. 
Da Pratomagno al gran giogo coperse 
Di nebbia, e il ciel di sopra fece intento 

Si , che '1 pregno aere in acqua si converse: 
I^ pioggia cadde, ed a' fossati venne 
Di lei ciò che la terra non sofferse: 

16 



242 IL PURGATORIO, 121-136 

E come a' rivi grandi si convenne , 
Vèr lo fiume real tanto veloce 
Si minò, che nulla la ritenne. 

LO corpo mio gelato in su \s, foce 

Trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse 
Neir Arno, e sciolse al mio petto la croce 

eh* io féi di me quando il dolor mi vinse: 
Voltommi per le ripe e per lo fondo, 
Poi di sua preda mi coperse e cinse. 

Deh , quando tu sarai tornato al mondo, 
E riposato della lunga via , 
Seguitò il terzo spirito al secondo, 

Ricorditi di me , che son la Pia : 
Siena mi fé*, disfecemi Maremma: 
Salsi colui che, innanellata pria. 

Disposato m* avea con la sua gemma. 



- 12 243 

CANTO SESTO. 



ARGOMENTO. 

Mentre il Poeta a qutlV alme promette 
Qualche aussidio nelV acerba pena , 
Acciocché ognuna piò, al Ciel a' affretta, ' 

Vede Bordello Mantovan, che appena, 

Mantova udita , il buon Virgilio accoglie, 
E tanta gentilezza indi lo mena 

Contro all'Italia a disfogar sue doglie. 



Quando si parte il' giuoco della zara, 
Colui che perde si riman dolente 
Ripetendo le volte, e tristo impara: 

Con V altro se ne va tutta la gente : 

Qual va dinanzi, e qual diretro il prende, 
B qual da lato gli si reca a ùiente. 

Ei non s'arresta, e questo e quello intende; 
A cui porge la man, più non fa pressa; 
E cosi dalla calca si difende. 

Tal era io in quella turba spessa , 
Volgendo a loro e qua e là la faccia, 
E promettendo mi sciogliea da essa. 



244 IL PURGATORIO. 13-: 

Quivi era V Aretin , che dalle braccia 
Fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte; 
E r altro che annegò correndo in caccia. 

Quivi pregava con le mani sporte 
Federigo Novello, e quel da Pisa, 
Che fé' parer lo buon Marzucco forte. 

Vidi Cont* Orso, e T anima divisa 

Dal corpo suo per astio e per inveggia. 
Come dicea, non per colpa commisa; 

Pier dalla Broccia dico: e qui proweggia, 
Mentr' è di qua, la donna di Brabante, 
Si che però non sia di peggior greggia. 

Come libero fui da tutte quante 

Quelle ombre che pregar pur ch^altri pregh 
Si che s' avaccl il lor divenir sante. 

Io cominciai: E* par che tu mi uieghi, 
O Luce mia, espresso in alcun testo. 
Che decreto del Cielo orazion pieghi; 

E queste genti pregan pur di questo. 
Sarebbe dunque loro speme vana? 
O non m' è il detto tuo ben manifestot 

Ed egli a me: La mia scrittura è piana, ^ 
E la speranza di costor non falla. 
Se ben si guarda con la mente sana; 

Che cima di giudicio non s' avvalla. 

Perchè fuoco d* amor compia in un punto 
Ciò che dee soddisfar chi qui 8* astalla: 



3 ^66 CANTO SESTO. 245 

^ là doT* io fermai cotesto punto, 

Non si ammendava, per pregar, difetto. 
Perché il prego da Dio era disgiunto. 

Veramente a cosi alto sospetto 

Non ti fermar, se quella noi ti dice, 
Cbe lume fla tra il vero e r intelletto. 

Non so se intendi : io dico di Beatrice : 
Tu la vedrai di sopra, in su la vetta 
Di questo monte , ridente e felice. 

Ed io: Buon Duca, andiamo a maggior fletta; 
Che gìò, non m* affatica come dianzi; 
E vedi omai che il poggio r ombra getta. 

Noi anderem con questo giorno innanzi. 
Rispose, quanto più potremo omai; 
Ma il fatto é d* altra forma che non stanzi. 

Prima che sii lassù, tornar vedrai 
Colui che ^iéi si copre della costa, 
Si che i suoi raggi tu romper non fai. 

Ma vedi là un* anima, che posta 
Sola soletta verso noi riguarda: 
Quella ne insegnerà la via più tosta. 

Venimmo a lei! O anima Lombarda, 
Come ti stavi altera e disdegnosa, . 
E nel muover degli occhi onesta e tarda ! 

Blla non ci diceva alcuna cosa: 
Ma lasciavano gir, solo guardando 
A guisa di leon quando si posa. 



246 IL PURGATORIO. 67-9; 

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando 
Che ne mostrasse la miglior salita; 
E quella non rispose al suo dimando ; 

Ma di nostro paese e della vita 

C" inchiese. E il dolce Duca incominciava: 
Mantova.... E T ombra, tutta in sé romita 

Surse vèr lui del luogo, ove pria stava, 
bicendo: O Mantovano, io son Sordello 
Della tua terra. E V un V altro abbracciai 

Ahi, serva Italia, di dolore ostello, 

Nave senza nocchiero in gran tempesta, 
Non donna di provincie , ma bordello I 

Queir anima gentil fu così presta, 
Sol per lo dolce suon della sua terra. 
Di fare al cittadin suo quivi festa; 

Ed ora in te non stanno senza guerra 
Li vivi tuoi, e r un V altro si rode 
Di quei che un muro ed una fossa serra 

Cerca, misera, intorno dalle prode 
Le tue marine, e poi ti guarda in seno 
S' alcuna parte in te di pace gode. 

Che vai perché ti racconciasse il freno 
Giustiniano, se la sella è vota? 
Senz' esso fora la vergogna meno. 

Ahi gente, che dovresti esser devota, 
E lasciar seder cesar nella sella, 
Se bene intendi ciò che Dio ti notai 



94-120 CANTO SESTO. 247 

Guarda com* està fiera è fatìa fella , 
Per non esser corretta dagli sproni , 
Poi che ponesti mano alla predella. 

Alberto Tedesco, che abbandoni 

Costei eh' é fatta indomita e selvaggia , 
E dovresti inforcar li suoi arcioni, 

Giusto giudicio dalle stelle caggia 

Sovra "1 tuo sangue , e sia nuovo ed aperto , 
Tal che il tuo successor temenza n' aggia: 

Che avete tu e il tuo padre sofferto, 
Per cupidigia di costà, distretti , 
Che il giardin dell* Imperio sia diserto. 

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, 
Monaldi e Pilippeschi, uom senza cura, 
Color già tristi , e costor con sospetti. 

Vien , crudel , vieni ,te vedi la pressura 
De* tuoi gentili, e cura lor magagne, 
E vedrai Santafior com* é sicura. 

Vieni a veder la tua Roma che piagne , 
Vedova, sola, e di e notte chiama: 
Cesare mio, perché non m* accompagne? 

Vieni a veder la gente quanto s* ama; 
E se nulla di noi pietà ti muove, 
A vergognar ti vien della tua fama. 

E se licito m* è, o sommo Giove , 
Che fosti in terra per noi cruciflsso, 
Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? 



248 IL PUROATORIO. 121-147 

O é preparazion , che neir abisso 

Del tuo consiglio fai per alcun bene. 
In tutto <lair accorger nostro scisso? 

Che le terre d* Italia tutte piene 

Son di tiranni , ed un Marcel diventa 
Ogni villan che parteggiando viene. 

Fiorenza mia , ben puoi esser contenta 
Di questa digression che non ti tocca, 
Mercé del popol tuo che si argomenta. 

Molti han giustizia in cor, ma tardi scocca, 
Per non venir senza consiglio ali* arco: 
Ma il popol tuo r ha in sommo della bocca. 

Molti rifiutan lo comune incarco; 
Ma il popol tuo sollecito risponde 
Senza chiamare, e grida: V mi sobbarco. 

Or ti fa lieta, chò tu hai ben onde: 
Tu ricca, tu con pace, tu con senno: 
S' io dico ver, V efletto noi nasconde. 

Atene e Lacedemona, che fénno 
L' antiche leggi , e fùron si civili, 
Fecero al viver bene un picciol cenno 

Verso di te, che fai tanto sottili 

Provvedimenti, eh' a mezzo novembre 
Non giugne quel che tu d* ottobre fili. 

Quante volte del tempo che rimembre. 
Legge, moneta, e ufici, e costume 
Hai tu mutato, e rinnovato membre! 



148-151 CANTO SESTO. 849 

B se ben ti ricorda, e vedi lume , 

Vedrai te simigliante a quella inferma, 
Che non può trovar posa in su le piume, 

Ma con dar volta suo dolore scherma. 



250 IL PURGATORIO. 1-12 

CANTO SETTIMO. 



ARGOMENTO. 

Di gir pia oltre a' dut Poeti toglie 

Sordel la speme , in sin che novo giorno 
La notte non iagonibri, eh' ivi coglie. 

Intanto vanno con lor guida intomo , 
Etrovan alme sederei cantando 
Salve Regina, in luogo verde e adorno. 

Che di lorpctee al del fanno dimando. 



Posciachè le accoglienze oneste e liete 
Furo iterate tre e quattro volte , 
Sordel si trasse, e disse: Voi chi siete Y 

Prima eh* a questo monte fosser vòlte 
L' anime degne di salire a Dio, 
Fùr Tossa mie per Ottavian sepolte. 

r son Virgilio; e per nuli* altro rio 
Lo del perdei, che per non aver fé: 
cosi rispose allora il Duca mio. 

Qual è colui che cosa innanzi a sé 
Subita vede, ond* ei si maraviglia. 
Che crede e no, dicendo: eli* è, non è; 



13-39 CANTO SETTIMO. 251 

Tal parve quegli, e poi chinò le ciglia, 
E umilmente ritornò vèr lui , 
E abbraccioUo ove il minor s' appiglia. 

O gloria de* Latin, disse, per cui 

Mostrò ciò che potea la lingua nostra: 
O pregio eterno del loco , ond' io fui : 

Qual merito o qual grazia mi ti mostra? 
S' io son d' udir le tue parole degno, 
Dimmi se vien d* Inferno, e di qual chiostra. 

Per tutti i cerchi del dolente regno. 
Rispose lui, son io di qua venuto: 
Virtù del Ciel mi mosse , e con lei vegno. 

Non per far, ma per non fare, ho perduto 
Di veder T alto Sol che tu di siri, 
E che fu tardi da me conosciuto. 

Luogo é laggiù non tristo da martiri, 
Ma di tenebre solo, ove i lamenti 
Non suonan come guai, ma son sospiri. 

Quivi sto io co' parvoli innocenti, 
Da* denti morsi della morte , avante 
Che fosser dair umana colpa esenti. 

Quivi sto io con quei che le tre sante 
virtù non si vestirò, e senza vizio 
Conobber V altre, e seguir tutte quante. 

Ma se tu sai e puoi , alcuno indìzio 

Da' noi, perchè venir possiam più tosto 
Là dove il Purgatorio ha dritto inizio. 



252 IL PURGATORIO. 40-66 

Rispose: Luogo certo non e* ò posto: 
Licito m' ò andar suso ed intorno: 
Per quanto ir posso, a guida mi t* accosto. 

Ma vedi già come dichina il giorno, 
E andar su di notte non si puote; 
Però è buon pensar di bel soggiorno. 

Ànime sono a destra qua remote: 
Se '1 mi consenti, menerotti ad esse, 
E non senza diletto ti flen note. 

CJom' è ciò? fu risposto: chi volesse 
Salir di notte, fora egli impedito 
D' altrui? ovver saria che non potesse? 

E il buon Sordello in terra fregò U dito, 
Dicendo: Vedi, sola questa riga 
Non varcheresti dopo il Sol partito: 

Non però che altra cosa desse briga. 
Che la notturna tenebra, ad ir suso: 
Quella col non poter la voglia intriga. 

Ben si porla con lei tornare in giuso, 
E passeggiar la costa intorno errando, 
Mentre che r orizzonte il di tien chiuso. 

Allora il mio Signor, quasi ammirando: 
Menane, disse, dunque là 've dici . 
Gh* aver si può diletto dimorando. 

Poco allungati e' eravam di liei, 

QuandMo mi accorsi che '1 monte era scemo, 
A guisa che i valloni sceman qulci. 



67-93 CANTO SETTIMO. 253 

Colà, disse queir ombra, n* anderemo, 
Dove la costa face di so grembo, 
E quivi il nuovo giorno attenderemo. 

Tra erto e piano era un sentiero sghembo, 
Che ne condusse in fianco della lacca, 
LÀ dove più eh* a mezzo muore il lembo. 

Oro ed argento fino e cocco e biacca,* 
Indico legno lucido e sereno , 
Fresco smeraldo in V ora che si fiacca, 

Dair erba e dalli fior dentro a quel seno 
Posti, ciascun saria di color vinto, 
Come dal suo maggiore é vinto il meno. 

Non avea pur natura ivi dipinto, 
Ma di soavitéi di mille odori 
Vi faceva un incognito indistinto. 

ScUve Regina, in sul verde e in su' fiori 
Quindi seder cantando anime vidi. 
Che per la valle non parean di f\iori. 

Prima che il poco Sole omai s' annidi. 
Cominciò *1 Mantovan che ci avea vòlti, 
Tra color non vogliate eh' io vi guidi. 

Da questo balzo meglio gli atti e i volti 
Conoscerete voi dì tutti quanti, 
Che nella lama giù tra essi accolti. 

Colui che più sied' alto, e fa sembianti 
D' aver negletto ciò che far dovea, 
E che non muove bocca agii altrui canti, 



254 IL PURGATORIO. 94-120 

Ridolfo imperador fu , che potea 

Sanar le piaghe e' hanno Italia morta, 
Sì che tardi per altri si ricrea. 

L' altro, che nella vista lui conforta. 
Resse la terra, dove V acqua nasce. 
Che Molta in Àlbia, ed Albia in mar ne porta 

Ottachèro ebbe nome, e nelle fasce 

Fu meglio assai che Vincislao suo figlio 
Barbuto, cui lussuria ed ozio pasce. 

E quel Nasetto , che stretto a consiglio 
Par con colui e' ha si benigno aspetto. 
Mori fuggendo e disfiorando il Giglio: 

Guardate là , come si batte il petto. 
V altro vedete e' ha fatto alla guancia 
Della sua palma, sospirando, letto. 

Padre e suocero son del mal di Francia: 
Sanno la vita sua viziata e lorda , 
E quindi viene il duol che si li lancia. 

Quel che par si membruto, e che s* accorda 
Cantando con colui dal maschio naso, 
D* ogni valor portò cinta la corda. 

E se Re dopo lui fosse rimaso 

Lo giovinetto che retro a lui siede*, 
Bene andava il valor di vaso in vaso; 

Che non si puote dir dell' altre rede. 
Jacopo e Federigo hanno i reami : 
Del retaggio miglior nessun possiede. 



121-136 CANTO SETTIMO. 255 

Rade volte risupge per li rami 

L' umana probitate : e questo vuole 
Quei che la dà, perché da lui si chiami. 

Anco al Nasuto vanno mie parole 

(Non men ch'all'altro^Pier, che con lui canta), 
Onde Puglia e Provenza già si duole. 

Tant* é del seme suo minor la pianta, 
Quanto, più che Beatrice e Margherita, 
Costanza di marito ancor si vanta. 

Vedete 11 Re della semplice vita 

Seder là solo, Arrigo d' Inghilterra: 
Questi ha ne' rami suoi migliore uscita. 

Quel che più basso tra costor s' atterra, 

Guardando in suso , è Guglielmo marchese , 
Per cui ed Alessandria e la sua guerra 

Fa pianger Monferrato e il Canavese. 



256 IL PURGATORIO. 1-12 

CANTO OTTAVO. 



ARGOMENTO. 

SetHdono a guardia di qurì haè»o loco 

Due vttghi Spirti, eh» verdi han le vesti. 
Verdi le penne, e apode hanno di foco, 

Xii guai ei muovon minaeeioai e presti 
Contro la forza di quel mal Serpente, 
Che sempre a' danni altrui gli occhi tien detti; 

Ond' ei *en fugge ratto, che gli sente. 



Era già V ora che volge il disio 
Ai naviganti e intenerisce il core, 
Lo di e' han detto a' dolci amici addio; 

E che lo nuovo peregrin d* amore 
Punge, se ode squilla di lon^ino, 
Che paia il giorno pianger che si muore: 

Quand* io cominciai a render vano 
L* udire , ed a mirare una deir alme 
Surta, che l' ascoltar chiedea con mano. 

Ella giunse e levò ambo le palme. 
Piccando gli occhi verso V oriente. 
Come dicesse a Dio: D* altro non calme. 



3—3© CANTO OTTAVO. 25? 

re Iticis ante si divotamente 

Le usci di bocca, e con si dolci note, 
Che fece me a me uscir di mente. 

ES 1* altre poi dolcemente e di^ote 
Seguitar lei per tutto V inno intero, 
Avendo gli occhi alle superne ruote. 

Aguzza qui, Lettor, ben gli occhi al vero, 
Che 11 velo é ora ben tanto sottile, 
Certo, che '1 trapassar dentro ò leggiero. 

Io vidi quello esercito gentile 
Tacito poscia riguardare in sue. 
Quasi aspettando pallido ed umile: 

E vidi uscir dell'alto, e scender giue 
Due Angeli con duo spade affocate. 
Tronche e private delle punte sue. 

Verdi, come foglietto pur mo nate. 
Brano in veste, che da verdi penne 
Percosse traean dietro e ventilate. 

L' un poco sovr' a noi a star si venne, 
E r altro scese neir opposta sponda. 
Si che la gente in mezzo si contenne. 

Ben discerneva in lor la testa bionda; 
Ma nelle facce V occhio si smarria. 
Come virtù eh* a troppo si confonda. 

Ambo vegnon del grembo di Maria, 
Disse Bordello, a guardia della valle. 
Per lo Serpente che verrà via via. 

17 



258 IL PURGATORIO. 40-6» 

Ond'io che non sapeva per qual calle. 
Mi volsi intorno, e stretto m' accostai 
Tutto gelato alle fidate spalle. 

-E Bordello anche: Ora avvalliamo ornai 
Tra le grandi ombre, e parleremo ad ess( 
Grazioso fìa lor vedervi assai. 

solo tre passi credo eh' io scendesse , 
E fui di sotto, e vidi un che mirava 
Pur me, come conoscer mi volesse. 

Tempo era già che r aer s* annerava. 
Ma non si, che tra gli occhi suoi e* miei 
Non dichiarasse ciò che pria serrava. 

Vèr me si fece, ed io vèr lui mi fei: 
Giudice Nin gentil, quanto mi piacque. 
Quando ti vidi non esser tra' rei ! 

Nullo bel salutar tra noi si tacque ; 
Poi dimandò : Quant' è che tu venisti 
Appiè del monte per le lontane acque! 

Oh ! dissi lui , per entro i luoghi tristi 
Venni stamane, e sono in prima vita, 
Ancor che r altra si andando acquisti. 

E come fu la mia risposta udita, 

Bordello ed egli indietro si raccolse. 
Come gente di subito smarrita. 

L' uno a Virgilio, e 1' altro ad un si volse 
Che sedea li, gridando: Su, Currado, 
Vieni a veder che Dio per grazia volse. 



57-93 CANTO OTTAVO. 259 

F»oi vòlto a me : Per quel singular grado, 
Che tu dèi a colui, che si nasconde 
Lo suo primo perché, che non gli é guado, 

Quando sarai di là dalle larghe onde, 
Di' a Giovanna mia, che per me chiami 
Là dove agr innocenti si risponde. 

Non credo che la sua madre più m' ami, 
Poscia che trasmutò le bianche bende. 
Le quai convien che misera ancor brami. 

Per lei assai di lieve si comprende. 

Quanto in femmina fuoco d'amor dura. 
Se r occhio il tatto spesso noi raccende. 

Non le farà si bella sepoltura 

La Vipera che i Milanesi accampa, 
Ctom' avria fatto il Gallo di Gallura. 

Così dicea , segnato della stampa 
Nel suo aspetto di quel dritto zelo. 
Che misuratamente in core avvampa. 

Gli occhi miei ghiotti andavan pure al cielo. 
Pur là dove le stelle son più tarde, 
Si come ruota più presso allo stelo. 

E il Duca mio: Pigliuol, che lassù guarde ? 
Ed io a lui: A quelle tre facelle, 
Di che il polo di qua tutto quanto arde. 

Ed egli a me: Le quattro chiare stelle 
Che vedevi staman , son di là basse, 
E queste son salite ov' eran quelle. 



260 IL PURGATORIO. 9i-l: 

Com' ei parlava, e Sordello a sé '1 trasse 
Dicendo: Vedi là il nostro Avversare ; 
E drizzò '1 dito, perchè in là guardasse 

Da quella parte, onde non ha riparo 
La picciola vallea, era una biscia, 
Forse qual diede ad Eva il cibo amaro. 

Tra r erba e i fior venia la mala striscia , 
Volgendo ad or ad or la testa, e il dosso 
Leccando come bestia che si liscia. 

Io noi vidi, e però dicer noi posso, 
Come mosser gli Astor celestiali , 
Ma vidi bene e V uno e V altro mosso. 

Sentendo fender l' aere alle verdi ali, 
Fugglo '1 Serpente, e gli Angeli diér voli 
Suso alle poste rivolando iguali. 

1/ ombra che s* era al Giudice raccolta, 
Quando chiamò, per tutto queir assalt*:) 
Punto non fu. da me guardare sciolta. 

Se la lucerna che ti guida in alto 
Trovi nel tuo arbitrio tanta cera, 
Quant' è mestiere infine al sommo Smalt 

Cominciò ella, se novella vera 
Di Valdimagra, o di parte vicina 
Sai, dilla a me, che già grande là era. 

Chiamato M Currado Malaspina: 
Non son r antico, ma di lui discesi: 
A* miei portai r amor che qui raffina. 



121-139 CANTO OTTAVO. 261 

O ! dissi lui , per li vostri paesi 

Giammai non fui ; ma dove si dimora 
Per tutta Europa, eh' ei non sien palesi? 

La fama che la vostra Casa onora, 
Grida i signori , e grida la contrada, 
Si che ne sa chi non vi fu ancora. 

Ed io vi giuro , s* io di Sopra vada, 
che vostra gente onrata non si sfregia 
Del pregio della borsa e della spada. 

Uso e natura si la privilegia, 

Che, perchè il Capo reo lo mondo torca, 
Sola va dritta, e il mal cammin dispregia. 

Ed egli: Or va, che il Sol non si ricorca 
Sette volte nel letto che il Montone 
Con tutti e quattro i piò copre ed inforca, 

Che cotesta cortese opinione 

Ti fla chiavata in mezzo della testa 

Con maggior chiovi che d' altrui sermone. 

Se corso di Giudicio non s' arresta. 



262 IL PURGATORIO. 1-] 



CANTO NONO. 



ARGOMENTO. 

Al corpo laaao del Poeta apporta 

Qutetg il 0OHi^ f ond« sognando 9i Vede 
U Aquila, che per V aria alto nel porta. 

E intende poi, eh* egli ha mutata aede/ 
E V Angiol trova, che delle sue brame, 
E della nuova via ragion gli chiede. 

Poi di grand' uaeio aehiudegli il aerrame. 



La Concubina di Titone antico 

Già s' imbiancava al balzo d* oriente, 
Fuor delle braccia del suo dolce amico: 

Di gemme la sua fronte era lucente , 
Poste in figura del freddo animale, 
Che con la coda percuote la gente : 

E la Notte de' passi, con che sale, 
Fatti avea due nel loco ov' eravamo, 
E il terzo già chinava in giuso 1* ale; 

Quand* io che meco avea di quel d' Adamo, 
Vinto dal sonno, in su V erba inchinai 
Là *ve già tutti e cinque sedevamo. 



1. 36-39 CANTO NONO. 263 

'^^ell' ora che comincia i tristi lai 
La rondinella presso alla mattina , 
Forse a memoria de' suoi primi guai , 

ES che la mente nostra peregrina 

Più dalla carne, e men da*pensier presa, 
Alle sue vision quasi è divina; 

In sogno mi parea veder sospesa 

Un' aquila nel ciel con penne d' oro, 
Con r ale aperte, ed a calare intesa: 

Ed esser mi parea là dove foro 
Abbandonati i suoi da Ganimede, 
Quando fu ratto al sommo Concistoro. 

Fra me pensava: Forse questa flede 
Pur qui per uso, e forse d* altro loco 
Disdegna di portarne suso in piede. 

Poi mi parea che, più rotata un poco, 
Terribil come folgor discendesse, 
A me rapisse suso infino al Foco. 

Ivi pareva eh' ella ed io ardesse , 
E si r incendio immaginato cosse , 
Che convenne che il sonno si rompesse. 

Non altrimenti Achille si riscosse, 

Gli occhi svegliati rivolgendo in giro, 
E non sappiendo \k dove si fosse, 

Quando la madre da Chirone a Schiro 
Traf^igò lui dormendo in le sue braccia, 
Là onde poi gli Greci il dipartirò; 



£64 IL PURGATORIO. 40*66 

Che mi scoss"^ io, si oome dalla faecia 
Mi fuggi U sonno, e diventai smorto , 
Come fa V uom che spaventato agghiaccia. 

Dallato m' era solo il mio Conforto, 
B il Sole er' alto già più di due ore, 
E '1 viso m^ era alla marina torto. 

Non aver tema, disse il mio Signore: 

Fatti sicur, che noi siamo a buon punto : 
Non stringer, ma raUarga ogni vigore. 

Tu se* omal al Purgatorio giunto : 

Vedi là '1 balzo che il chiude d' intorno; 
Vedi r entrata là 've par disgiunto. 

Dianzi , neir alba che precede il giorno, 
Quando l' anima tua dentro dormia 
Sopra li fiori, onde laggiù è adorno, 

Venne una donna, e disse: V son Lucia; 
Lasciatemi pigliar costui che dorme. 
Si r agevolerò per la sua via< 

Sordel rimase, e V altre gentil forme: 
Ella ti tolse, e come il di fu chiaro, 
Sen venne suso , ed io per le sue orme. 

Qui ti posò: e pria mi dimostrare 

Gli occhi suoi belli queir entrata aperta; 
Poi ella e il sonno ad una se n' andaro. 

A guisa d' uom che in dubbio si raccerta, 
E che muta in conforto sua paura, 
Poi che la verità gli è discoverta. 



67-93 CANTO NONO. 865 

Mi cambia* io: e come senza cura 
Videmi il Duca mio, su per lo balzo 
Si inofise , ed io diretro in vèr r altura. 

Lettor, tu vedi ben com* io innalzo 
La mia materia, e però con più arte 
Non ti BaavavigUar s* io la rincalzo. 

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte, 
Che là, dove pareami in prima un rotto , 
Pur com^un fesso che muro diparte, 

Vidi una porta, e tre gradi di sotto, 
Per gire ad essa, di color diversi. 
Ed un portier che ancor non facea motto. 

E come V occhio più e più v' apersi, 
Vidil seder sopra '1 grado soprano, 
Tal nella faccia, eh* io non lo soffersi : 

Ed una spada nuda aveva in mano, 
Che rifletteva i raggi si vèr noi , 
eh* io dirizzava spesso 11 viso invano. 

Ditel costinci^ che volete voi? 

Cominciò egli a dire: ov' ó la scorta? 
Guardate che *1 venir su non vi nói. 

Donna del Ciel, di queste cose accorta, 
Rispose il mio Maestro a lui, pur dianzi 
Ne disse: Andate là, quivi è la porta. 

Ed ell^ 1 passi vostri in bene avanzi. 
Ricominciò il cortese Portinaio: 
Venite dunque a* nostri gradi innanzi. 



866 IL PURGATORIO. 94-130 

LÀ ne venimmo ; e lo scaglion primaìo 
Bianco marmo era si pulito e terso, 
eh* io mi specchiava in esso quale i* paio. 

Era il secondo, tinto più che perso, 
D* una petrina ruvida ed arsiccia , 
Crepata per lo lungo e per traverso. 

Lo terzo, che di sopra s' ammassiccia,^ 
Porfido mi parea si fiammeggiante, 
Ck>me sangue che fuor di vena spiccia. 

Sopra questo teneva ambo le piante 

L' Angel di Dio, sedendo in su la soglia , 
Che mi sembiava pietra di diamante. 

Per li tre gradi su, di buona voglia. 
Mi trasse il Duca mio, dicendo: Chiedi 
Umilemente che il serrarne scioglia. 

Divoto mi gittai ansanti piedi: 

Misericordia chiesi, che m* aprisse; 
Ma pria nel petto tre fiate mi diedi. 

Sette P nella fronte mi descrisse 

Col punton della spada, e: Fa che lavi, 
Quando se' dentro, queste piaghe, disse. 

Cenere o terra che secc'a si cavi, 
D' un color fora col suo vestimento , 
E di sotto da quel trasse due Chiavi. 

L' una era d' oro , e V altra era d* argento : 
Pria con la bianca, e poscia con la gialla 
Fece alla porta si, eh' io fui contento. 



121-145 CANTO NONO. 267 

Quandunque V una d* este chiavi falla, 
Che non si volga dritta per la toppa, 
Diss' egli a noi, non s* apre questa calla. 

Più cara é r una; ma V altra vuol troppa 
D* arte e d' ingegno avanti che disserri. 
Perchè eli* ò quella che il nodo disgroppa. 

Da Pier le tengo; e dissemi , eh' io erri 
Anzi ad aprir , eh* a tenerla serrata, . 
Pur che la gente a* piedi mi s' atterri. 

Poi pinse r uscio alla porta sacrata , 
Dicendo: Intrate; ma facciovi accorti, 
Che di fuor torna chi indietro si guata. 

E quando fùr ne' cardini distorti 
Gli spigoli di quella regge sacra, 
Che di metallo son sonanti e forti, 

Non ruggio si , né si mostrò si aera 
Tarpeia, come tolto le fu il buono 
Metello, per che poi rimase macra. 

Io mi rivolsi attento al primo tuono, 
E , Te Beum laudamus , mi parea 
Udir in voce mista al dolce suono. 

Tale imagine appunto mi rendea 

Ciò eh* io udiva, qual prender si suole, 
Quando a cantar con organi si stea: 

Che or si or no s* intendon le parole. 



268 IL PURGATORIO. 1-12 



CANTO DECIMO. 



ARGOMENTO. 

Della aatUa Umiltà tOorié scolpite 
Vede il Poeta là dov* è V entrata 
Del Purgatorio , diverse ed unite; 

Che specchio sono itila prima brigata 
Dell* alme , eh' ivi purgan la lordura 
Della Superbia da* pesi appressata 

Sìf che ben paga la mal nata altura. 



Poi fummo dentro al soglio della porta 
Che il malo amor dell* anime disusa , 
Perché fa parer dritta la via torta, 

Sonando la senti* esser richiusa; 

E s' io avessi gli occhi vòlti ad essa , 
Qual fora stata al fallo degna scusa? 

Noi salivam per una pietra fessa , 

Che si moveva d* una e d' altra parte, 
Si come r onda che fUgge e s* appressa. 

Qui si conviene usare un poco d* arte , 
Cominciò '1 Duca mio, in accostarsi 
Or quinci or quindi al lato che si parte. 



13-39 CANTO DECIMO. 269 

E ciò fece li nostri passi scarsi 

Tanto, che pria lo stremo della Luna 
Rigiunse al letto suo per ricorcarsi , 

Che noi fossimo fuor di quella cruna. 
Ma quando fummo liberi ed aperti 
Su dove *1 monte indietro si rauna, 

Io stancato, ed ambedue incerti 

Di nostra via, ristemmo su in un piano 
Solingo più che strade per diserti. 

Dalla sua sponda, ove confina il vano, 
A* pie dell'alta ripa, che pur sale, 
Misurrebbe in tre volte un corpo umano: 

E quanto V occhio mio potea trar d* ale 
Or dal sinistro, ed or dal destro fianco, 
Questa cornice mi parca cotale. 

Lassù non eran mossi i pie nostri anco, 
Quand* io conobbi quella ripa intorno. 
Che dritto di salita aveva manco , 

Esser di marmo candido, e adomo 
D'intagli si, che non pur Policleto, 
Ma la natura li avrebbe scorno. 

L' Angel che venne in terra col decreto 
Della molt'anni lagrimata pace, 
eh' aperse il Ciel dal suo lungo divieto , 

Dinanzi a noi pareva si verace 
Quivi intagliato in un atto soave. 
Che non sembiava imagine che tace. 



270 IL PURGATORIO 40-66 

Giurato si saria eh* ei dicess' At?^; 

Perchè quivi era immaginata Quella, 
Ch* ad aprir V alto Amor volse la chiave. 

Ed avea in atto impressa està favella, 
Ecce Ancilla Dei, sì propriamente, 
Come figura in cera si suggella. 

Non tener pure ad un luogo la mente. 
Disse il dólce Maestro, che m' avea 
Da quella parte, onde il core ha la gente. 

Per eh' io mi mossi col viso , e vedea 
Diretro da Maria, per quella costa, 
Onde m' era colui che mi movea, 

Un' altra istoria nella roccia imposta: 
Per eh* io varcai Virgilio, e fe*mi presso, 
Acciocché fosse agli ocelli miei disposta. 

Era intagliato li nel marmo stesso 

Lo carro e i buoi traendo 1* Area santa. 
Per che si teme ufieio non commesso. 

Dinanzi parca gente; e tutta quanta, 
Partita in sette cori, a due miei sensi 
Facea dicer 1* un No, 1* altro Si canta. 

Simìlemente al fumo degl* incensi ' 

Che V* era immaginato, e gli occhi e il naso ! 
Ed al Si ed al No discordi fénsi. 

Li precedeva al benedetto vaso, , 

Trescando alzato, 1* umile Salmista, 
" più e men che Re era in quel caso. 



67-93 CANTO DECIMO. 271 

Di contra effigiata, ad una vista 

D* un gran palazzo, Micol ammirava, 
Si come donna dispettosa e trista. 

Io mossi i pie del loco dovMo stava. 
Per avvisar da presso un* altra storia 
Che diretro a Micol mi biancheggiava. 

Quivi era storiata V alta gloria 

Del Roman Prence, lo cui gran valore 
Mosse Gregorio alla sua gran vittoria: 

Io dico di Traiano imperadore; 
Ed una vedovella gli era al freno , 
Di lagrime atteggiata e di dolore. 

Dintorno a lui parca calcato e pieno 
Di cavalieri , e l' Aquile nel!' oro 
Sovresso in vista al vento si movieno. 

La miserella infra tutti costoro 

Parca dicer : Signor , fammi vendetta 

Del mio figliuol ch*é morto , ond' io m' accoro. 

Ed egli a lei rispondere: Ora aspetta 
Tanto eh* io torni. Ed ella: Signor mio. 
Come persona in cui dolor s* affretta, 

Se tu non torni? Ed ei: Chi fia dov' io, 
La ti farà.. Ed ella: L* altrui bene 
A te che fia, se '1 tuo metti in obbliof 

Ond* egli: Or ti conforta, che conviene 

eh' io solva il mio dovere , anzi eh' io muova : 
Giustizia vuole, e pietà mi ritiene. 



272 IL PURGATORIO. 94-120 

Colui, che mai non vide cosa nuova. 
Produsse esto visibile parlare, 
Novello a noi , perchè qui non si trova. 

Mentr* io mi dilettava di guardare 
Le imagini di tante umìlitadì, 
E per lo Fabbro loro a veder care ; 

Ecco di qua, ma fanno i passi radi, 
Mormorava il Poeta, molte genti: 
Questi ne invieranno agli alti gradi. 

Oli occhi miei eh* a mirare eran contenti. 
Per veder novitadi, onde son vaghi. 
Volgendosi vèr lui non furon lenti. 

Non vo* però, Lettor, che tu ti smaghi 
Di buon proponimento, per udire 
Come Dio vuol che il debito si paghi. 

Non attender la forma del martire : 

Pensa la succession; pensa che, a peggio. 
Oltre la gran Sentenza non può ire. 

r cominciai: Maestro, quel ch'io veggio 
Muovere a noi, non mi sembran persone, 
E non so che: si nel veder vaneggio. 

Ed egli a me : La grave condizione 
Di lor tormento a terra gli rannicchia 
Si , che i miei occhi pria n* ebber tenzone. 

Ma guarda fiso là, e disviticchia 

Col viso quel che vien sotto a quel sassi : 
Qià scorger puoi come ciascun si picchia. 



121-139 CANTO DECIMO. 273 

O superbi Cristian miseri lassi ! 

Che, della vista della mente infermi. 
Fidanza avete ne' ritrosi passi; 

Non v' accorgete voi, che noi siam vermi 
Nati a formar r angelica farfalla. 
Che vola alla Giustizia senza schermi ? 

Di che r animo vostro in alto galla? 
Voi siete quasi entomata in difetto, 
Si, come verme, in cui formazion falla. 

Come, per sostentar solaio o tetto. 
Per mensola talvolta una figura 
Si vede giunger le ginocchia al petto , 

La qual fa del non ver vera rancura 
Nascere a chi la vede ; cosi fatti 
Vid' io color, quando posi ben cura. 

Vero è che più e meno eran contratti. 
Secondo eh' avean più e meno addosso; 
E qual più pazienza avea negli atti. 

Piangendo parea dicer: Più non posso. 



18 



274 IL PURGATORIO. 1-12 

CANTO DEGFMOPRIMO. 



ARGOMENTO. 

Pregan gli 9pirH per lo ben cavivi; 

Tra essi è Omberto, ehé di gva ai altero. 
Sopra di aè ha gli occhi aperti quivi. 

Così coHoaee di aua fama il vero 
Oderiai d'Agobbio, e cede altrui 
Di aua beli* arte, con umil penaiero , 

1/ oHor che Dante dar vorrebbe a lui. 



O Padre nostro, che ne' cieli stai, 

Non clrconscritto , ma per più amore 
eh' a' primi effetti di lassù Tu hai, 

Laudato sia il tuo Nome e il tuo valore 
Da ogni creatura, com' è degno 
Di render grazie al tuo alto Vapore. 

Vegna vèr noi la pace del tuo Regno, 
Che noi ad essa non potem da noi, 
s' ella non vien , con tutto nostro ingegno. 

Come del suo voler gli Angeli tuoi 

Fan sacrificio a Te, cantando Osanna, 
Cosi facciano gli uomini de* suoi. 



L3'39 CANTO DECIHOPRIMO. 275 

l>à Oggi a noi la cotidiana manna, 

Senza la qual per questo aspro diserto 
A retro va chi più di gir s' affanna. 

E come noi lo mal eh* avem sofferto 
Perdoniamo a ciascuno, e Tu perdona 
Benigno, e non guardare al nostro morto. 

Kostra virtù che di leggier s* adona, 

Non spermentar con V antico Awersaro, 
Ma libera da lui, che si la sprona. 

Quest* ultima preghiera. Signor caro, 
Già. non si fai per noi, che non bisogna, 
Ma per color che dietro a noi restaro. 

Cosi a sé e a noi buona ramogna 

Quell'ombre orando, andavan sotto il pondo, 
Simile a quel che talvolta si sogna, 

Disparmente angosciate tutte a tondo, 
£ lasse su per la prima cornice. 
Purgando le caligini del mondo. 

Se di là, sempre ben per noi si dice, 
Di qua che dire e far per lor si puote 
Da quei, e' hanno al voler buona radice? 

Ben si dee lor aitar lavar le note. 

Che portar quinci , si che mondi e lievi 
Possano uscire alle stellate rote. 

Deh 1 se giustizia e pietà vi disgrevi 
Tosto, si che possiate muover r ala, 
Che secondo il disio vostro vi levi , 



276 IL PURGATORIO. 40-66 

Mostrate da qual mano in vèr la scala 
Si va più corto; e se e* è più d' un varco, 
Quel ne insegnate che men erto cala ; 

Che questi che vien meco, per l' incarco 
Della carne d' Adamo , onde si veste , 
Al montar su, centra sua voglia , è parco. 

Le lor parole , che renderò a queste , 
Che dette avea colui cu' io seguiva. 
Non fùr da cui venisser manifeste; 

Ma fti detto: A man destra per la riva 
Con noi venite , e troverete il passo 
Possibile a salir persona viva. 

E s' io non fossi impedito dal sasso , 
Che la cervice mia superba doma, 
Onde portar conviemmi il viso basso. 

Cotesti che ancor vive, e non si noma, 
Guardere' io, per veder s' io '1 conosco, 
E per farlo pietoso a questa soma. 

r fui Latino, e nato d' un gran Tosco: 
Guglielmo Aldobrandeschi fU mio padre : 
Non so se *1 nome suo giammai (U tosco. 

L' antico sangue e V opere leggiadre 
De' miei maggior mi fér si arrogante , 
Che , non pensando alla comune madre , 

Ogni uomo ebbi in dispetto tanto avante , 
Ch' io ne mori' , come i Senesi sanno, 
E sallo in Compagnatico ogni fante. 



67-93 CANTO DECIMGPRIMO. 277 

lo sono Omberto: e non pure a me danno 
Superbia fé', che tutti i miei consorti 
Ha ella tratti seco nel malanno. 

E qui convien che questo peso porti 
Per lei, tanto eh' a Dio si soddisfaccia, 
Poi eh' io noi fei 4.ra' vivi, qui tra' morti. 

Ascoltando, chinai in giù la faccia, 
Ed un di lor (non questi che parlava) 
Si torse sotto '1 peso che lo impaccia: 

E videmi e conobbemi , e chiamava, 
Tenendo gli occhi con fatica fisi 
A me che tutto chin con lui andava. 

O , dissi lui , non se tu' Oderisi, 

L' Gnor d' Agubbio, e 1' onor di queir arte 
Che alluminare è chiamata in Parisi ? 

Frate, diss' egli, più ridon le carte 
Che pennelleggia Franco Bolognese : 
" L.' onore è tutto or suo, e mio In parte. 

Ben non sare' io stato si cortese 

Mentre eh' io vissi, per lo gran disio 
Dell' eccellenza, ove mio core intese. 

Di tal superbia qui si paga il fio: 
E ancor non sarei qui, se non fosse 
Che, possendo peccar, mi volsi a Dio. 

O vana gloria delle umane posse, 
Com' poco verde in sulla cima dura, 
Se non è giunta dall' etati grosse ! 



278 IL PURGATORIO. 94rì& 

Credette Cimabue nella pintura 

Tener lo campo , ed óra ha Giotto il gridd 
Sì che la fama di colui oscura. 

Così ha tolto r uno all' altro Guido 
La gloria della Lingua; e forse ò nato 
Chi r uno e V altro caccerà di nido. 

Non è il mondan rumore altro che un fiato 
Di vento , ch'or vien quinci ed or vien quin^ 
E muta nome, perchè muta lato. 

Che fama avrai tu più , se vecchia scindi 
Da te la carne , che se fossi morto 
Innanzi che lasciassi il pappo e il dindi, 

Pria che passin miir anni? eh' è più corto 
spazio air eterno, che un muover di cigli 
Al cerchio che più tardi in cielo è torto. 

Colui, che del cammin sì poco piglia 
Dinanzi a me, Toscana sonò tutta, 
Ed ora appena in Siena sen pispiglia", 

Ond' era Sire, quando fu distrutta 
La rabbia fiorentina, che superba 
Fu a quel tempo , si com' ora è putta. 

La vostra nominanza è color d' erba. 
Che viene e va, e quei la discolora. 
Per cui eir esce della terra acerba. 

Ed io a lui: Lo tuo ver dir m' incuora 
Buona umiltà, e gran tumor m' appiani 
Ma chi è quei , di cui tu parlavi ora? 



121' 142 CANTO DECIMOPRIMO. 279 

Quegli é , rispose , Provenzan Salvani ; 
Ed é qui , perché fìi presuntuoso 
A recar Siena tutta alle sue mani. 

Ito ò cosi, e va senza riposo, 

Poi che mori : cotal moneta rende 
A soddisfar « chi é di là tropp* oso. 

Bd io : Se quello spirito eh* attende, 
Pria che si penta, r orlo della vita, 
Laggiù dimora, e quassù non ascende, 

Se buona oraz'ion lui non aita, 

Prima che passi tempo quanto visse, 
Come fu la venuta a lui largita? 

Quando vivea più glorioso, disse. 
Liberamente nel campo di Siena, 
Ogni vergogna deposta, s* affisse: 

E li, per trar V amico suo di pena. 
Che sostenea nella prigion di Carlo, 
Si condusse a tremar per ogni vena. 

Più non dirò, e scuro so che parlo. 

Ma poco tempo andrà, che i tuoi vicini 
Faranno si , che tu potrai chiosarlo. 

Quest* opera gli tolse quei confini. 



280 IL PURaATORIO. 1-12 

CANTO DECIMOSEGONDO. 



ARGOMENTO. 

Di aoUo a* potai scolpiti gli —«mpj 
8on di Superbia , e veggonai aehgrniti 
Quei che di qua per tal vizio fùr empf. 

Ma tu intanto i due Poeti aiti, 

Angiol beato f onde al secondo giro 
Ha Dante i piedi piil lievi e spediti , 

Poiché gli spinge in su miglior desiro. 



Di pari, come buoi che vanno a giogo, 
N' andava io con queir anima carca. 
Fin che *1 sofferse il dolce Pedagogo. 

Ma quando disse: Lascia lui, e varca, 
Che qui ò buon con la vela e co' remi, 
Quantunque può ciascun, pinger sua barca; 

Dritto , si com' andar vuoisi, rife'mi 
Con la persona, avvegna che 1 pensieri 
Mi rimanessero e chinati e scemi. 

lo m* era mosso , e seguia volentieri 
Del mio Maestro i passi, ed ambedue 
Già mostra vam com*eravam leggieri; 



13-90 CANTO DECIMOSECONDO. SSl 

C^uando mi disse: Volgi gli occhi in giae: 
Buon ti sarà, , per alleggiar la via, 
Veder lo letto delle piante tae. 

Come, perché di lor memoria sia, 
SoYr* a* sepolti le tombe terragne 
Portan segnato quel eh* elli eran pria; 

Onde li molte volte si ripìagne 

Per la puntura della rimembranza, 
Che solo a* pii dà delle calcagne; 

SI vid* io 11, ma di miglior sembianza, 
Secondo V artificio, figurato, 
Quanto per via di fuor dal monte avanza. 

Vedea Colui che fU nobil creato 
Più d' altra creatura, giù dal cielo 
Folgoreggiando scendere , da un lato. 

vedeva Briareo, fitto dal telo 

Celestial, giacer dair altra parte, 
Grave alla terra per lo mortai gelo. 

Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, 
Armati ancora, intorno al padre loro, 
Mirar le membra de' aiganti sparte. 

Vedea Nembrotte appiè del gran Lavoro, 
Quasi smarrito, riguardar le genti 
Che in Sennaar con lui superbi foro* 

O Niobe , con che occhi dolenti 

Vedeva io te segnata in su la strada 
Tra sette e sette tuoi figliuoli spenti ! 



2S2 IL PURGATORIO. 40-66 

O Saul, come in su la propria spada 
Quivi parevi morto in Qelboé , 
Che poi non senti pioggia né rugiada I i 

O folle Aragne, si vedea io te^ 

Già mezza aragna, trista in su gii stracci 
Deir opera che mal per te si fé* 1 

O Roboam , già non par che minacci 
Quivi il tuo segno; ma pien di spavento 
Nel porta un carro prima ch^ altri il cacci 

Mostrava ancor lo duro pavimento 
Come Àlmeone a sua madre fé* caro 
Parer lo sventurato adornamento. 

Mostrava come i figli si gittaro 

Sovra Sennacherib dentro dal tempio , 
E come, morto lui, quivi il lasciaro. 

Mostrava la ruina e il crudo scempio 
Che fe'Tamiri, quando disse a Ciro: 
Sangue sitisti, ed io di sangue t* empio. 

Mostrava come in rotta si fuggirò 
Gli Assiri, poi che fu morto Oloferne, 
Ed anche le reliquie del martire. 

Vedeva Troia in cenere e in caverne: 
O Iliòn, come te basso e vile 
Mostrava il segno che li si discerne I 

Qual di pennel fu maestro e di stile, 
Che ritraesse V ombre e i tratti, eh* ivi 
Mirar farleno ogni ingegno sottile f 



G7-93 CANTO DECIMOSECONDO. 283 

ftlorti li morti, e i vivi parean vivi: 
Non vide me' di me chi vide il vero , 
Quant* io calcai fin che chinato givi. 

Or superbite , e via col viso altiero, 

Figlinoli d' Eva, e non chinate il volto, 
Sì che veggiate il vostro mal sentiero. 

Più era già per noi del monte vòlto, 
E del cammin del Sole assai più speso. 
Che non stimava V animo non sciolto; 

Quando colui , che sempre innanzi atteso 
Andava, cominciò: Drizza la testa; 
Non è più tempo da gir sì sospeso. 

Vedi colà un Angel che s* appresta 
Per venir verso noi: vedi che torna 
Dal servigio del di V ancella sesta. 

Di riverenza gli atti e il viso adorna. 
Sì che i diletti lo inviarci in suso: 
Pensa che questo di mai non raggiorna. 

Io era ben del suo ammonir uso , 

Pur di non perder tempo, si che in quella 
Materia non potea parlarmi chiuso. 

A noi venia la Creatura bella 

Bianco vestita, e nella faccia quale 
Par tremolando mattutina stella. 

Le braccia aperse, e indi aperse l' ale ; 
Disse: Venite; qui son presso i gradi, 
Ed agevolemente ornai si sale. 



Menocci^Y6^a,;roQCiAe^,^JJtaJta,^,,. ji ,.,, 

Poi mi jv*px^i^^«ir»,Jl'WW^4fr -.il r'M 
Come a mafl.,^^pa p^r «aW?:^fl4 ^<w;^ico 

Si rompe. del.jQapi^fi^^:^^Ìta»ifttìHi«[ f,r. ^ t- ' 

cii* 9^A^lcu|?p.^.ft^^af^^w!ftI«J \^ 4fifif%h3 

Cosi 8' al\e^\^^}^rimnfii;^m^ tiub -il noj .. 
QuivA;i)^l^,r4ta dftJi^-c^llTQ^iirftJietijvr.Tr 

Noi volg^j3^.jyj.lfi,^0^|fleip§B|f»|ftuur5 .„!.. . 
J3eatt pauperes spiritu, voci 
Cantaron sì, che noi diria »ermoiie. 

Ahi , quanto Bon diverse quelle foci 
Dalle infernali I che quivi per canti 
S* entra, e laggiù per lamenti feroci. 

Olà montavam su per-lhseaglion santi , 
Ed esser mi parea troppo più lieve. 
Che per lo pian non mi parea davanti; 

Ond' io: Maestro, di*, qual cosa greve 
Levata s* é da me, che nulla quasi 
Per me fatica andando si riceve? 



12I-13d CANTO DECIMOSECONDO. 285 

Rispose : Quando i P, che son rimasi 
Ancor nel volto tuo presso che stinti , 
Saranno come r un del tutto rasi , 

Flen 11 tuoi pie dal buon voler si vìnti , 
Che non pur non fatica sentiranno.', 
Ma fia diletto loro esser su pinti. 

AUor fec' io come color che vanno 
Con cosa in capo non da lor saputa, 
Se non che i cenni altrui sospicar fanno ; 

Per che la mano ad accertar s' aiuta , 
E cerca e trova > e queir uficio adempie 
Che non si può fornir per la veduta : 

B con le dita della destra scempie 
Trovai pur sei le lettere, che incise 
Quel dalle chiavi a me sovra le tempie : 

A che guardando il mio Duca sorrise. 



286 II* PURGATORIO. 1-12 

CANTO DEGIMOTERZO. 



ARGOMENTO. 

Livida pietra questo giro cinge , 
JB di lividi manti ricoperti 
Sono gli 9pirtif cui l' Invidia tinge. 

La divina Giustizia gli occhi aperti 

ITon lascia lor , perclih guardaron torto. 
Mentre viveano , gli altrui beni e i merti. 

8ap\a fa Dante di suo stato aoeorto. 



Noi eravamo al sommo della scala, 
Ove secondamente si risega 
Lo Monte che , salendo , altrui dismala. 

Ivi cosi una cornice lega 

Dintorno il poggio, come la primaia , 

Se non che V arco suo più tosto piega. 
Ombra non gli è, né segno che si paia; 

Par si la ripa , e par si la via schietta , 

Col livido color della petraia. 

Se qui per dimandar gente s* aspetta , 
Ragionava il Poeta, io temo forse 
Che troppo avrà d' indugio nostra eletta- 



13-39 CANTO DECIMOTERZO. 287 

Poi fisamente al Sole gli occhi porse ; 
Fece del destro lato al mover centro, 
B la sinistra parte di sé torse. 

O dolce Lume, a cui fidanza i' entro 
Per lo nuovo cammin, tu ne conduci, 
Dicea, come condur si vuol quinc' entro: 

Tu scaldi il mondo, tu sovr* esso luci: 
S* altra cagione in contrario non pronta, 
Bsser dén sempre li tuoi raggi duci. 

Quanto di qua per un migliaio si conta. 
Tanto di là eravam noi già iti , 
Con poco tempo , per la voglia pronta. 

E verso noi volar furon sentiti, 
Non però. visti, spiriti, parlando 
Alla mensa d* amor cortesi inviti. 

La prima voce che passò volando, 

Vinum non ìiabent , altamente disse, 
E dietro a noi V andò reiterando. 

E prima che del tutto non s' udisse 

Per allungarsi, un' altra: l'sono Oreste: 
passò gridando, ed anche non s' affisse. 

O , diss' io , Padre , che voci son queste ? 
E com' io dimandai , ecco la terza 
Dicendo: Amate da cui male aveste. 

LO buon Maestro : Questo cinghio sferza 
La colpa della Invidia; e però sono 
Tratte da amor le corde della ferza. 



888 IL PURGATORIO. 40-60 

Lo fren vuol esser del contrario saono ; 
Credo che V udirai, per mio avviso. 
Prima che giunghi al passo del perdono. 

Ma ficca gli occhi per T aer ben fiso , 
E vedrai gente innanzi a noi sedersi, 
E ciascun ò lungo la grotta assiso. 

Allora più che prima gli occhi apersi; 

Guardarmi innanzi , e vidi ombre con man 
Al color della pietra non diversi. 

E poi che fummo un poco più avanti , 
Udi' gridar: Maria, óra per noi: 
Gridar Michele, e Pietro, e tutti i Santi. 

Non credo che per terra vada ancoi 
Uomo si duro, che non fosse punto 
Per compassion di quel ch'io vidi poi: 

Che quando fUi sì presso di lor giunto, 
Che gli atti loro a me venivan certi , 
Per gli occhi fui di grave dolor munto. 

Di vii cilicio mi parean coperti, 

E Y un sofferia 1* altro con la spalla, 
E tutti dalla ripa eran sofferti. 

Cosi li ciechi, a cui la roba falla, 

Stsuino a' perdoni a chieder lor bisogna, 
E r uno il capo sopra V altro avvalla , . 

Perché in altrui pietà tosto si pogna, 
Non pur per lo sonar delle parole. 
Ma per la vista che non meno agogna. 



67-93 CANTO PECIMOTERZO. 289 

E come agli orbi non approda il Sole, 
Cosi air ombre , di eh' io parlav' ora, 
Luce del ciel di sé largir non vuole. 

Che a tutte un fll di ferro il ciglio fora, 
B cuce si , com* a sparvier selvaggio 
Si fii, però che queto non dimora. 

A me pareva andando fare oltraggio, 
Vedendo altrui , non essendo veduto ; 
Per eh* io mi volsi al mio Consiglio saggio. 

Ben sapev* ei, che volea dir lo muto; 
E però non attese mia dimanda; 
Ma disse: Parla, e sii breve ed arguto. 

Virgilio mi venia da quella banda 
Della cornice, onde cader si puote, 
Perché da nulla sponda s' inghirlanda: 

Dall' altra parte m' eran le devote 
Ombre , che per V orribile costura 
Premevan si, che bagnavan le gote. 

Volsimi a loro, ed: O gente sicura, 
Incominciai, di veder V alto Lume 
Che il disio vostro solo ha in sua cura ! 

Se tosto grazia risolva le schiume 
Di vostra coscienza, si che chiaro 
Per essa scenda della mente il Fiume , 

Ditemi (che mi fla grazioso e caro) , 
S' anima è qui tra voi, che sia Latina; 
E forse a lei sarà buon, s' io V apparo. 

19 



290 IL PURGATORIO. 94- ISO 

O frate mio , ciascuna è cittadina 
D' una vera Città ; ma tu vuoi dire , 
Che vivesse in Italia peregrina. 

Questo mi parve per risposta udire 

Più innanzi alquanto, che là, dov* io stava: 
Ond' io mi feci ancor più là sentire. 

Tra r altre vidi un* ombra che aspettava 
In vista: e se volesse alcun dir come. 
Lo mento, a guisa d* orbo, in su levava. 

Spirto, diss' io , che per salir ti dome. 
Se tu se* quegli che mi rispondesti , 
Fammiti conto per luogo o per nome. 

r fui Sanese, rispose, e con questi 
Altri rimondo qui la vita ria, 
Lagrimando a Colui, che sé ne presti. 

Savia non fui , avvegna che Sapia 

Fossi chiamata, e fui degli altrui danni 
Più lieta assai , che di ventura mia. 

E perchè tu non credi ch'io t* inganni, 
Odi se fui, com' io ti dico, folle. 
Già discendendo l' arco de' miei anni. 

Erano 1 cittadin miei presso a Colle 
In campo giunti co' loro avversari. 
Ed io pregava Dio di quel eh' ei volle. 

Rotti fùr quivi, e vòlti negli andari 
Passi di fuga , e veggendo la caccia , 
Letizia presi ad ogni altra dispari: 



121-147 CANTO DECIMOTERZO. 891 

Tanto eh' io leyai in su l'ardita faccia, 
Gridando a Dio: Ornai più non ti temo, 
Come fa il merlo per poca bonaccia. 

Pace volli con Dio in su lo stremo 
Della mia yita ; ed ancor non sarebbe 
Lo mio dover per penitenza scemo, 

Se ciò non fosse, eh' a memoria m' ebbe 
Pier Pettinagno in sue sante orazioni, 
A cui di me per caritade increbbe. 

Ma ta chi se' , che nostre condizioni 

Vai dimandando, e porti gli occhi sciolti, 
Si come io credo , e spirando ragioni ? 

Gli occhi, diss' io, mi fieno ancor qui tolti ; 
Ma picciol tempo, che poca è l' offesa 
Fatta per esser con invidia vòlti. 

Troppa é più la paura, ond' é sospesa 
L' anima mia, del tormento di sotto, 
Che già lo incarco di laggiù mi pesa. 

Ed ella a me: Chi t' ha dunque condotto 
Quassù tra noi , se giù ritornar credi f 
Ed io: Costui eh' è meco, e non fa motto: 

B vivo sono; e però mi richiedi , 

Spirito eletto, se tu vuoi eh' io muova 
Di là per te ancor li mortai piedi. 

Oh questa é ai udir si cosa nuova, 

Rispose, che gran segno ò che Dio t' ami ; 
Però col prego tuo talor mi giova. 



292 IL PURGATORIO. 148-154 

E chieggoti per quel che tu più brami. 
Se mai calchi la terra di Toscana, 
eh' a' mìei propinqui tu ben mi rinfami. 

Tu li vedrai tra quella gente vana 
Che spera in Talamone, e perderagli 
Più di speranza, eh* a trovar la Diana: 

Ma più vi metteranno gli ammiragli. 



'-'^ m 



CANTO DECIMOQUARTO. 



ARGOMENTO. 

Guido del Duca il Poeta ritrova, 
ERinieri da Calholi, che etanno 
Purgando Invidia in quella vita nova. 

E mentre inaiente a paeao a paaeo vanno , 
1/ un di gue due di lor paese il vizio 
Va ricordando con doglioso affanno, 

Dando d' un mal, ch'avvenir deve, indizio. 



Chi é costui Che il nostro monte cerchia, 
Prima che morte gli abbia dato il volo, 
Ed apre gli occhi a sua voglia e coperchia ? 

Non so chi sia; ma so eh* ei non é solo: 
Dimandai tu che più gli V avvicini, 
E dolcemente, si che parli, accolo. 

Così due spirti, r uno ali* altro chini, 
Ragionavan di me ivi a man dritta; 
Poi fér li visi, per dirmi, supini; 

E disse r uno: O anima, che fitta 

Nel corpo ancora in vèr lo Ciel ten vai, 
Per carità ne consola, e ne ditta, 



894 IL PURGATORIO. 13-3. 

Onde vieni, e chi se' ; che tu ne fai 
Tanto maravigliar della tua grazia. 
Quanto vuol cosa, che non fu più mai. 

Ed io : Per mezza Toscana si spazia 
Un flumicel che nasce in Falterona, 
E cento miglia di corso noi sazia. 

Di sovr' esso rech' io questa persona; 
Dirvi eh' i' sia, saria parlare indamo ; 
Che il nome mio ancor molto non suona. 

Se ben lo intendimento tuo accarno 
Con r intelletto , allora mi rispose 
Quei che prima dicea, tu parli d' Arno. 

E r altro disse a lui: Perchè nascose 
Questi il vocabol di quella riviera, 
Pur com' uom fa delle orribili coset 

E r ombra che di ciò dimandata era, 
Si sdebitò cosi : Non so , ma degno 
Ben è che '1 nome di tal valle pera; 

che dal principio suo (dov* è sì pregno 
V alpestro monte, ond' è tronco Peloro, 
Che in pochi luoghi passa oltra quel seg* 

In fin là, *ve si rende per ristoro 

Di quel che il ciel della marina asciuga, 
Ond* hanno i fiumi ciò che va con loro, 

Virta così per nimica si fuga 

Da tutti, come biscia, o per sventura 
Del loco, o per mal uso che li fruga: 



\ 



40-66 CANTO DECIMOQUARTO. 295 

Ond* hanno si mutata lor natura 
Gli abitator della misera valle. 
Che par che Circe gli avesse in pastura. 

Tra brutti porci, più degni di galle, 
Che d' altro cibo fatto in uman uso, 
Dirizza prima il suo povero calle. 

Botoli trova poi, venendo giuso. 

Ringhiosi più che non chiede lor possa, 
E da lor disdegnosa torce il muso. 

Vassi caggendo, e quanto ella più ingrossa, 
Tanto più trova di can farsi lupi 
La maladetta e sventurata fossa. 

Discesa poi per più pelaghi cupi, 
Trova le volpi si piene di froda, 
Che non temono ingegno che le occupi. 

Né lascerò di dir, perch' altri m' oda: 
E buon sarà costui se ancor s' ammenta 
Di ciò che vero spirto mi disnoda. 

Io veggio tuo nipote, che diventa 
Cacciator di que* lupi in sulla riva 
Del fiero fiume, e tutti gli sgomenta; 

Vende la carne loro, essendo viva, 
Poscia gli ancide come antica belva: 
Molti di vita , e sé di pregio priva. 

Sanguinoso esce della trista selva; 
Lasciala tal, che di qui a miir anni 
Nello stato primato non si riusciva. 



296 IL PURGATORIO. 67-93 

Come air annunzio de' futuri danni 
Si turba il viso di colui che ascolta. 
Da qual che parte il periglio lo assanni; 

Cosi vid' io r altr* anima , che vòlta 
Stava ad udir, turbarsi e farsi trista , 
Poi eh' ebbe la parola a sé raccolta. 

Lo dir deir una , e dell' altra la vista 
Mi fé' voglioso di saper lor nomi, 
E domanda ne féi con prieghi mista. 

Per che lo spirto, che di pria parlòmi , 
Ricominciò: Tu vuoi eh' io mi deduca 
Nel tare a te ciò che tu fìar non vuoimi; 

Ma dacché Dio in te vuol che traluca 
Tanta sua grazia, non ti sarò scarso ; 
Però sappi eh' io son Guido del Daca. 

Fu il sangue mio d' invidia si riarso. 
Che, se veduto avessi uom farsi lieto. 
Visto m' avresti di livore sparso. 

Di mia sementa cotal paglia mieto. 
O gente umana, perchè poni il core 
LÀ 'v' ò mestier di consorto divieto? 

Questi è Rinier ; questi è '1 pregio e V onore 
Della casa da Calboli , ove nullo 
Fatto s' ò reda poi del suo valore. 

E non pur lo suo sangue ò fatto brullo 

Tra 1 Po e il monte, e la marina e 11 Reno, 
Del ben richiesto al vero ed al trastullo; 



94-llSO CANrO DECIMOQUARTO. 29? 

Che dentro a questi termini è ripieno 
Di venenosi sterpi, si clie tardi 
Per coltivare ornai verrebbe meno* 

Ov* è il buon Lizio, ed Arrigo Manardl, 
Pier Traversavo, e Guido di Carpi gna ? 
O Romagnuoli tornati in bastardi I 

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? 
Quando in Faenza un Bernardin di Fosco, 
Verga gentil di pi^ciola gramigna ¥ 

Non ti maravigliar, s* io piango, Tosco, 
Quando rimembvo con Guido da Prata 
Ugolin d* Azzo che vivette nosco , 

Federigo Tignosa e sua brigata , 
La casa Traversar*, e gli Anaslagi; 
B T una e V altra gente, diredata. 

L.e donne e i cavalier , gli affanni e gli agir. 
Che ne *nvogliava amore e cortesia. 
Là dove i cuor son fotti si malvagi. 

O Brettinoro, che non fuggi via. 
Poiché gita se n' è la tua famiglia, 
E molta gente per non esser rial 

Ben fa Bagnacaval, che non rlflglitf, 
E mal fa Castrocaro', e peggio Ctonio „ 
Che di figliar tai Conti più s' impiglia. . 

Ben faranno i Pagan, da che il Demonio 
Lor sen gira; ma non però che pura 
Giammai rimanga d* essi testimonia. 



898 IL PUaGATORIO* 121-147 

O Ugolin de* Fantoli, sicuro 

È il nome tuo, da che più non s* aspetta 
Chi £ar lo possa tralignando oscuro. 

Ma va via. Tosco, ornai , eh* or mi diletta 
Troppo di pianger più che di parlare , 
Si m* ha nostra ragion la mente stretta. 

Noi sapevam che queir anime care 
Ci sentivano andar : pprò tacendo 
Facevan noi del cammin confidare. 

Poi fummo fìitti soli procedendo , 
Folgore parve, quando Taer fende, 
Voce che giunse di centra dicendo: 

Anciderammi qualunque m* apprende; 
E fuggio, come tuon che si dilegua, 
Se subito la nuvola scoscende. 

Come da lei V udir nostro ebbe tregua , 
Ed ecco r altra con si gran fracasso , 
Che somigliò tonar che tosto segua : 

Io sono Aglauro , che divenni sasso. 
Ed allor per ìstringermi al Poeta, 
Indietro feci e non innanzi il passo. 

Già era V aura d' ogni parte queta. 
Ed ei mi disse : Quel fti il duro camo. 
Che dovria V uom tener dentro a sua méta. 

Ma voi prendete 1* esca, si che V amo 
Dell* antico Avversario a sé vi tira; 
E però poco vai treno o richiamo. 



148*- 151 CANTO DECIMOQUARTO. 299 

Cbiàmavi il Cielo, e intorno vi si gira, 
Mostrandovi le sue bellezze eterne , 
E r occhio vostro pure a terra mira; 

Onde vi batte Chi tutto discerne. 



300 IL PUROATORIO. 1-12 



CANTO DECIMO QUINTO. 



ARGOMENTO. 

Per »<air «imo ai ter»o haJeo invito 

Sanno da un AngM ai bello o spìémdenis, 
Che Dante n* ha lo suo vi»o smarrito. 

E oltre andando si ferma la mente 

In alU esemiJ, onde distrutta è Vira, 
Che guanto quivi a lui non i presente 

In visione estatica rimira. 



Quanto tra 1' ultimar dell' ora terza, 
E il principio del di par della Spera, 
Che sempre a guisa di fanciullo scherza, 

Tanto pareva già in vèr la sera 
Essere al Sol del suo corso rimase ; 
Vespero là , e qui mezza notte era. 

E i raggi ne ferian per mezzo il naso , 
Perchè per noi girato era si il monte, 
Che già dritti andavamo in vèr 1* occaso; 

Quand' io senti' a me gravar la ft*onte 
Allo splendore assai più che di prima, 
E stupor m' eran le cose non conte. 



13-39 CANTO DECIBIDQUINTO. 301 

Ond' io levai le mani in yér la cima 
Delle mie ciglia , e fecemi U solecchio , 
Che del soverchio visibile lima. 

Come quando dall' acqua o dallo specchio 
Salta lo raggio air opposita parte , 
Salendo su per lo modo parecchio 

A quel che scende, e tanto si diparte 
Dal cader della pietra in egual tratta , 
Si come mostra esperienza ed arte ; 

Cosi mi parve da luce rifratta 
Ivi dinanzi a me esser percosso; 
Perchè a fuggir la mia vista fu ratta. 

Che è quel, dolce Padre, a che non posso 
Schermar lo viso tanto che mi vaglia, 
Diss' io, e pare in vèr noi esser mosso? 

Non ti maravigliar se ancor t* abbaglia 
La famiglia del Cielo, a me rispose: 
Messo ò, che vieiie ad invitar eh' uom saglia. 

Tosto sarà eh' a veder queste cose 
Non ti fia grave, ma fleti diletto. 
Quanto natura a sentir ti dispose. 

Poi giunti fUmmo air Angel benedetto. 
Con lieta voce disse: Intrate quinci 
Ad un scaleo vie men che gli altri eretto. 

Noi montavamo, già, partiti linci, 
E, BecUimisericordes j tue 
Cantato retro, e: Godi tu che vinci. 



302 IL PUROATORIO. 40^-66 

Lo mio Maestro ed lo soli ambedue 

Suso andavamo, ed io pensava, andando, 
Prode acquistar nelle parole sue; 

E drizzarmi a lui si dimandando: 
Che volle dir lo spirto di Romagna, 
E divieto e consorto menzionando t 

Perch* egli a me: Bi sua maggior magagna 
Conosce il danno; e però non s' ammiri 
Se ne riprende, perché men sen piagna. 

Perché 8* appuntano i vostri deslri. 
Dove per compagnia parte si scema , 
Invidia muove il mairtaco a* sospiri. 

Ma se r amor della Spera suprema 
Torcesse in suso il desiderio vostro. 
Non vi sarebbe al petto quella tema: 

Che per quanti si dice più li nostro, 
Tanto possiede più di ben ciascuno, 
E più di caritate arde in quel chiostro. 

Io son d* esser contento più digiuno, 
Diss* io, che se mi fossi pria taciuto, 
E più di dubbio nella mente aduno. 

Com' esser puote che un ben dtstributo 
I più posseditor fkccia più ricchi 
Dì sé, che se da pochi é posseduto? 

Ed egli a me: Perocché tu riflcchl 
La mente pure alle cose terrene, 
Di vera luce tenebre dispicchi. 



67-93 CANTO DBCIMOQUINTO. 303 

Quello infinito ed ineffabil Bene 
Che Lassù é, cosi corre ad amore, 
Come a Incido corpo raggio Tiene. 

Tanto si dà, quanto trova d* ardore: 
Si che quantunque carità si stende, 
Cresce sovt'essa 1' eterno Valore. 

E quanta gente piùLassù 8* intende. 
Più V* ò da bene amare , e pilli vi s* ama . 
E oome specchio V uno alV aitro rende. 

E se lafnia ragion non ti disfkma, 
Vedrai Beatrice, ed ella pienamente 
Ti torrà questa e ciascun* altra brama. 

Procaccia pur, che tosto sieno spente, 
Come son già le due, le cinque piaghe, 
Che si ri(iiittdon per esser dolente. 

Com* io voleva dicer: Tu m' appaghe: 
Vidimi giunto in sa V altro girone , 
Si che taow mi fér le luci vaghe. 

Ivi mi parve in una visione 
Estatica di subito esser tratto, 
E vedere in un Tempio più persone: 

Ed una Donna in su V entrar , con atto 
Dolce di madre, dicer: Figliuol mio, 
Perché hai tu cosi verso noi fatto ? 

Ecco dolenti lo tuo padre ed io 

Ti cercavama Bcome qui si tacque, 
Ciò che pareva prima dispario. 



304 IL PURGATORIO. 94*1«0 

Indi m* apparve un* altra con quelle acque 
aiA per le gote, che il dolor distilla. 
Quando per gran dispetto in altrui nacque; 

B dir: Se tu se* sire della Villa, 
Del cui nome ne* Dei to. tanta lite, 
E onde ogni scienza disfiBiyilla, 

Vendica te di quelle braccia ardite 

Che abbracciar nostra figlia, o Pisistrato. 
E il signor mi parea benigno e mite 

Risponder lei con viso temperato : * 
Che farem noi a chi mal ne desira. 
Se quei che ci ama é per noi condannato T 

Poi vidi genti accese in fuoco d* ira, 
Con pietre un giovinetto ancider, forte 
Gridando a sé pur: Martira, martira. 

E lui vedea chinarsi per la morte. 
Che r aggravava già, in vèr la terra, 
Ma degli occhi facea sempre al Ciel porte; 

Orando air allo Sire in tanta guerra, 
Che perdonasse a* suoi persecutori. 
Con queir aspetto che piet& disserra. 

Quando V anima mia tornò di fuori 
Alle cose, che son f^or di lei vere. 
Io riconobbi i miei non falsi errori. 

Lo Duca mio, che mi potea vedere 

Far si com* uom che dal sonno si slega, 
Disse: Che hai , che non ti puoi tenere; 



121-145 CANTO DECIMOQUINTO. 305 

Ma se* venuto più che mezza lega 

Velando gli occhi , e con le gambe avvolte 
A guisa di cui vino o sonno piega ì 

O dolce Padre mio , se tu m* ascolte, 
r ti dirò, diss' io, ciò che mi apparve 
Quando le gambe mi furon si tolte. 

Ed ei : Se tu avessi cento larve 

Sovra la faccia, non mi sarien chiuse 
Le tue cogitazion quantunque parve. 

Ciò che vedesti fu , perché non scuse 
D' aprir lo cuore all' acque della pace, 
Che dall' eterno Fonte son diffuse. 

Non dimandai , Che hai f per quel che face 
Chi guarda pur con l' occhio che non vede 
Quando disanimato il corpo giace; 

Ma dimandai per darti forza al piede : 
Cosi frugar conviensi i pigri , lenti 
Ad usar lor vigilia quando riede. 

Noi andavam per lo vespero attenti 

Oltre, quanto potean gli occhi allungarsi, 
Centra i raggi serotini e lucenti: 

Ed ecco a poco a poco un fumo farsi 
Verso di noi, come la notte, oscuro, 
Nò da quello era loco da causarsi : 

Questo ne tolse gli occhi e r aer puro. 



20 



306 IL PURaATORIO. 1-X* 



CANTO DECIMOSESTO. 



ARGOMENTO. 

Ih gtteato loco la colpa »i monda 

Dell' Ira, « intorno denso fumo « tardo 
Tutto lo copre, e gli spirti circonda. 

Fra gV iracondi pa Marco Lombardo, 
Lo qual libero arbitrio ai difende. 
Che ragionando fa parer bugiardo 

Chi per celesti ii\flusai oprare intende. 



Buio d' inferno , e di notte privata 
D' ogni pianeta sotto pover cielo, 
Quant' esser può di nuvol tenebrata, 

Non fece al viso mio si grosso velo , 
Come quel fumo eh* ivi ci coperse , 
Né a sentir di cosi aspro pelo ; 

Che r occhio stare aperto non sofferse: 
Onde la Scorta mia saputa e fida 
Mi s' accostò , e V òmero m* offerse. 

Sì come cieco va dietro a sua guida 

Per non smarrirsi, e per non dar di coao 
In cosa che il molesti, o forse ancida; 



1 



( 
13-39 , CANTO DECIMOSESTO. 307 

M^ andava io per T aere amaro e sozzo, 
Ascoltando il mio Duca che diceva 
Pur: Guarda, che da me tu non sie mozzo. 

Io sentia voci , e ciascuna pareva 
Pregar per pace e per misericordia 
L*Agnel di Dio, che le peccata leva. 

Pure Agnus Dei eran le loro esordia : 
Una parola in tutte era ed un modo, 
SI che parca tra esse ognf concordia. 

Quei sono spirti, Maestro , eh* i* odo? 

Diss* io. Ed egli a me : Tu vero apprendi , 
E d' iracondia van solvendo il nodo. 

Or tu chi se* che il nostro fUmo fendi , 
E di noi parli pur, come se tue 
Partissi ancor lo tempo per calendi ? 

Cosi per una voce detto fùe. 

Onde il Maestro mio disse: Rispondi, 
E dimanda se quinci si va sue. 

Ed io: O creatura, che ti mondi , 
Per tornar bella a Colui che ti fece , 
Maraviglia udirai se mi secondi. 

Io ti seguiterò quanto mi lece,' 

Rispose; e se veder fumo non lascia, 
L* udir ci terrà giunti in quella vece. 

Allora incominciai: Con quella fascia, 
Che la morte dissolve, men vo suso , 
E venni qui per la infernale ambascia; 



308 IL PURGATORIO. 40-66 

£ se Dio m* ha in sua grazia richiuso 

Tanto, che vuol eh* io veggia la sua- Corte ^ 
Per modo tutto fuor del modem* uso , 

Non mi celar chi fosti anzi la morte. 

Ma dilmi, e dimmi s' io vo bene al varco; 
E tue parole fien le nostre scorte. 

Lombardo fui, e fui chiamato Marco: 
Del mondo seppi, e quel valore amai, 
Al quale ha or ciascun disteso 1* arco: 

Per montar su dirittamente vai. 

Cosi rispose; e soggiunse: Io ti prego 
Che per me preghi , quando su sarai. 

Ed io a lui: Per fede mi ti lego 

Di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio 
Dentro da un dubbio, s* 1* non me ne spiego 

Prima era scempio, ed ora è fatto doppio 
Nella sentenza tua , che mi fa certo 
Qui ed altrove quello ov* io V accoppio. 

Lo mondo é ben cosi tutto diserto 
D* ogni virtute, come tu mi suone , 
E di malizia gravido e coverto; 

Ma prego che m* additi la cagione , 

Si eh' io la veggia, e eh' io la mostri altrui: 
Che nel cielo uno, ed un quaggiù la pone. 

Alto sospir, che duolo strinse in hui, 
Mise fuor prima, e poi cominciò: Frate, 
Lo mondo é cieco, e tu vien ben da lui. 



67-93 CANTO DECIMOSESTO. 309 

Voi che vivete ogni cagion recate 

pur suso al cielo , sì come se tutto ^ 

Movesse seco di necessitate.' 

se così fosse, in voi fora distrutto 
Libero arbitrio, e non fora giustizia, 
Per ben, letizia, e per male, aver lutto. 

Lo cielo i vostri movimenti inizia; 

Non dico tutti ; ma, posto eh' io '1 dica, 
Lume v' è dato a bene ed a malizia, 

E Ubero voler, che, se fatica 

Nelle prime battaglie col ciel dura. 
Poi vince tutto, se ben si nutrica. 

A maggior Forza ed a miglior Natura 
Liberi soggiacete , e quella cria 
La mente in voi, che il ciel non ha in sua cura 

Però, se il mondo presente disvia. 
In voi è la cagione , in voi si cheggia. 
Ed io te ne sarò or vera spia. 

Esce di mano a Lui, che la vagheggia 
Prima che sia, a guisa di fanciulla, 
Che ^angendo e ridendo pargoleggia, 

L' anima semplicetta, che sa nulla. 
Salvo che, mossa da lieto Fattore, 
Volentier torna a ciò che la trastulla. 

Di piccìol bene in pria sente sapore; 

Quivi s' inganna, e dietro ad esso corre. 
Se guida o fren non torce il suo amore. 



310 IL PURGATORIO. 94-lSO 

Onde convenne legge per frcn porre; 
Convenne Rege aver, che discemesse 
Della vera Cittade almen la torre. 

Le leggi son, ma chi pon mano ad essef 
Nullo: perocché il pastor che precede 
Ruminar può, ma non ha F unghie fesse. 

Per che la gente , che sua Qulda vede 

Pure a quel ben ferire, ond* ella é ghiotta. 
Di quel si pasce e più oltre non chiede. 

Ben puoi veder che la mala condotta 
È la cagion che il mondo ha fatto reo, 
E non natura che in voi sia corrotta. 

Soleva Roma, che il buon mondo feo , 
Duo Soli aver, che V una e V altra strada 
Facean vedere, e del mondo e di Deo. 

L* un r altro ha spento; ed d giunta la Spada 
Col Pastorale; e r uno e l' altro insieme 
Per viva forza mal convien che vada; 

Perocché, giunti, 1* un 1* altro non teme. 
Se non mi credi, pon mente alla spiga, 
Oh* ogni erba si conosce per lo seme. 

In sul paese eh* Adige e Po riga 
Solca valore e cortesia trovarsi 
Prima che Federigo avesse briga: 

Or può sicuramente ìndi passarsi 

Per qualunque lasciasse, per vergogna, 
M ragionar co' buoni o d' appressarsi. 



121-145 CANTO DECIMOSESTO. 311 

Ben V* en tre vecchi ancora, in cui rampogna 
U* antica etéi la nuova, e par lor tardo 
Che Dio a miglior vita li rlpogna: 

Currado da Palazzo, e il buon Gherardo, 
B Guido da Castel , che me* si noma 
Francescamente il semplice Lombardo. 

Di* oggimai che la Cliiesa di Roma, 
Per confondere in sé due reggimenti, 
Cade nel fango, e sé brutta e la soma. 

O Marco mio, diss* io, bene argomenti; 
Ed or discerno, perchè dal retaggio 
Li figli di Levi furono esenti: 

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio 
Di* eh* è rimase della gente spenta. 
In rimproverio del secol selvaggio? 

O tuo parlar m* inganna, o e* mi tenta. 
Rispose a me: che, parlandomi Tosco, 
Par che del buon Gherardo nulla senta. 

Per altro soprannome io noi conosco, 
S* i* noi togliessi da sua figlia Gaia. 
Dio sia con voi , che più non vegno vosco. 

Vedi r albòr , che per lo fUmo raia. 

Già biancheggiare^ e me convien partirmi, 
L' Angelo è ivi , prima eh' egli paia. 

Cosi parlò , e più non volle udirmi. 



312 IL PURGATORIO. 1-12 



CANTO DECIMOSETTIMO. 



ARGOMENTO. 

Volgt il Po€ta in «è tutto rittrétto 
EaemjiJ d'ira, e voce ode cortese, 
Che tu lo invita, e scuote 9uo intelletto. 

Ha fin che di cJUaror lo del a* aeeeao 
Ivi arrestato intende, che purgata 
JBwi l'Accidia, che di qua contese 

Lo beli' oprar, che a Dio V aima fa gretta. 



Ricorditi, lettor, se mai neiralpe 
Ti colse nebbia, per la qual vedessi 
Non altrimenti che per pelle talpe; 

Come, quando i vapori umidi e spessi 
A diradar cominciansi, la spera 
Del Sol debilemente entra per essi; 

E Da la tua imagine leggiera 

In giugnere a veder ^ com' io rividi 
Lo Sole in pria, che già nel corcare era. 

Si pareggiando i miei co' passi fidi 

Del mio Maestro, usci' fuor di tal nube, 
A' raggi morti già ne' bassi lidi. 



13-39 CANTO DECIMOSETTIMO. 313 

O immaginativa, che ne rube 

Tal valta si di fuor, ch'uom non s' accorge 
Perchè dMntorno suonin mille tube, 

Chi muove te, se il senso non ti porge? 
Muoveti lume, che nel Ciel s* informa, 
Per sé, o per voler che giù lo scorge. 

Dell' empiezza di lei , che mutò forma 
Neir uccel che a cantar più si diletta, 
Neir imagine mia apparve Torma: 

E qui fu la mia mente si ristretta 
Dentro da sé, che di fuor non venia 

- Ck)sa che fosse allor da lei recetta. 

Poi piovve dentro all' alta fantasia 
Un crocifisso dispettoso e fiero 
Nella sua vista, e cotal si moria. 

Intorno ad esso era il grande Assuero, 
Ester sua sposa e il giusto Mardocheo, 
Che fu al dire e al far cosi intero. 

E come questa imagine rompeo 

Sé per sé stessa, a guisa d' una bulla, 
Cui manca V acqua sotto qual si feo, 

Surse in mia visione una fanciulla. 
Piangendo forte, e diceva: Regina, 
Perché per ira hai voluto esser nulla? 

Àncisa t' hai per non perder Lavina; 

Or m' hai perduta: i' sono essa che lutto, 
Madre, alla tua pria eh' all' altrui ruina. 



314 IL PURGATORIO. 40-66 

Come si frange il sonno, ove di butto 
Nuo^a luce percuote il viso chiuso. 
Che fratto guizza pria che muoia tutto; 
Così r Immaginar mio cadde giuso. 

Tosto che un lume il volto mi percosse, 
Maggiore assai, che quello ch'è in nostr'usc, 
V mi volgea per vedere ov' io fosse, 
Quand' una voce disse: Qui si monta: 
Che da ogni altro intento mi rimosse; 
E fece la mia voglia tanto pronta 
Dì riguardar chi era che parlava, 
Che mai non posa, se non si raffronta. 
Ma come al Sol, che nostra vista gravai 
B per soverchio sua figura vela. 
Cosi la mia virtù quivi mancava. 

Questi è divino spirito, che ne la 

Via d' andar su ne drizza senza prego, 
E col suo lume sé medesmo cela. 

Si fa con noi, come V uom si fe sego; 
, Che quale aspetta prego, e r uopo vede, 
Malignamente già si mette al nego. 

Ora accordiaAio a tanto invito il piede: 
Procacciam di salir pria che s'abbui. 
Che poi non si poria, se il di non riede. 

Così disse il mio Duca; ed io con lui 
Volgemmo i nostri passi ad una scala: 
E tosto eh* io al primo grado fui , 



67-93 CANTO DECIMOSETTIMO. 313 

Sentirmi presso quasi un muover d' ala, 
ES ventarmi nel volto , e dir : Beati 
Paci/lei, che son senz' ira mala. 

Già. eran sopra noi tanto levati 

Oli ultimi raggi che la notte segue, 
Che le stelle apparivan da più lati. 

O Tirtù mia, perchè si ti dileguet 
Fra me stesso dicea, che mi sentiva 
La possa delle gambe posta in tregue. 

Noi eravam dove più non saliva 
La scala su, ed eravamo affissi. 
Pur come nave eh' alla piaggia arriva. 

Ed io attesi un poco s' io udissi 
Alcuna cosa nel nuovo girone; 
Poi mi rivolsi al mio Maestro, e dissi: 

Dolce mio Padre, di*, quale offensione 
Si purga qui nel giro, dove semot 
Se i pie si stanno, non stea tuo sermone. 

Ed egli a me: L* amor del bene, scemo 
Di suo dover, quiritta si ristora. 
Qui si ribatte il mal tardato remo. 

Ma perché più aperto intendi ancora , 
Volgi la mente a me , e prenderai 
Alcun buon frutto di nostra dimora. 

Né Creator, né creatura mai. 

Cominciò ei, figlluol, fU senza amore, 
O naturale, o d' animo; e tu '1 sai. 



316 IL PURGATORIO. 94-120 

Lo naturai fu sempre senza errore; 

Ma r altro puote errar per malo obbieito , 
O per troppo o per poco di vigore. 

Mentre eh' egli è ne' primi ben diretto, 
E ne' secondi sé stesso misura, 
Esser non può cagion dì mal diletto; 

Ma quando al mal si torce, o con più cura, 
O con men che non dee, corre nel bene, 
Ctontra il Fattore adopra sua fattura. 

Quinci comprender puoi, eh' esser conviene 
Amor sementa in voi d' ogni virtute, 
E d' ogni operazion che merta pene. 

Or perchè mai non può dalla salute 
Amor del suo suggetto volger viso. 
Dall' odio proprio son le cose tute. 

E perchè intender non si può diviso. 
Né per sé stante, alcun esser dal Primo, 
Da quello odiare ogni affetto è deciso. 

Resta, se, dividendo, bene stimo. 

Che il mal che s' ama è del prossimo , ed esso 
Amor nasce in tre modi in vostro limo. 

È chi, per esser suo vicin soppresso, 

Spera eccellenza, e sol per questo brama 
eh' el sia di sua grandezza in basso messo. 

È chi podere, grazia, onore e fama 
Teme di perder perch' altri sormonti , 
Onde s' attrista sì , che il contrario ama: 



121-130 CANTO DECIMOSETTIMO. 317 

Kd é chi per ingiuria par eh* adonti 
Si, che si fa della vendetta ghiotto: 
E tal convien, che il male altrui impronti. 

Questo triforme amor quaggiù disotto 

Si piange. Or vo* che tu dell* altro intende , 
Che corre al ben con ordine corrotto. 

Ciascun confusamente un bene apprende, 
Nel qual si quieti 1* animo, e desira: 
Perché di giugner lui ciascun contende. 

Se lento amo;re in lui veder vi tira, 
O a lui acquistar, questa cornice, 
Dopo giusto penter, ve ne martira. 

Altro ben é che non fii 1* uom felice ; 
Non è felicità , non è la buona . 
Essenza, d* ogni ben frutto e radice. 

L* amor, eh* ad esso troppo s* abbandona, 
Di sovr* a noi si piange per tre cerchi; 
Ma come tripartito si ragiona, 

Tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi. 



■ i 
318 IL PUROATORK). 1-1? 

CANTO DEGIMOTTAYO. 



ARGOMENTO. 

Come 9i formi in noi détio d* amore 
Chiede il Poeta, e n'ha amoocimenio 
Dal favellar di suo chiaro Dottore. 

Indi alme vede ratte come vento. 

Passare f e stimolarsi a gir piò preaU , 
Per compensar tardanza e V oprar lento, 

0ìefu lor caro ndV umana veste. 



Posto ave a fine al suo ragionamento 
L* alto Dottore, ed attento guardava 
Nella mia vista s* io parea contento. 

Ed io, cui nuova sete ancor frugava, 
Di fuor taceva, e dentro dicea: Forse 
Lo troppo dimandar cV io fo, gli grava. 

Ma quel Padre verace, che s* accorse 
Del timido voler che non s' apriva, 
Parlando, di parlare ardir mi porse. 

Ond' io: Maestro, il mio veder s' avviva 
Si nel tuo lume, eh' io discerno chiaro 
Quanto la tua ragion porti o descriva: 



13-39 CANTO DBCIMOTTAVO. 319 

Però ti prego, dolce Padre caro, 

Che mi dimostri amore , a cui riduci 
Ogni buono operare e il suo contraro. 

Drizza, disse, yèr me V acute luci 
Dello intelletto, e fleti manifesto 
L* error de* ciechi che si fanno duci. 

U* animo, eh' è creato ad amar presto, 
Ad ogni cosa è mobile che piace , 
Tosto che dal piacere in atto è desto. 

Vostra apprensiva da esser verace 

Tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,, 
Si che r animo ad essa volger face. 

E se, rivolto, in vèr di lei si piega. 
Quel piegare é amor , quello é natura , 
Che per piacer di nuovo in voi si lega. 

Poi come il fuoco muovesi in altura, 
Per la sua forma, eh' é nata a salire 
L& dove più in sua materia dura; 

Cosi r animo preso entra in disire, 
Che è moto spiritale , e mai non posa 
Fin che la cosa amata il fa, gioire. 

Or ti puote apparer quant' è nascosa ^ 
La veritade alla gente eh' avvera 
Ciascun amore in sé laudabil cosa; 

Perocché forse appar la sua matera 

Sempr' esser buona; ma non ciascun segno 
fi: buono, ancor che buona sia la cera. 



320 IL PURaATORIO. 40-66 

Le tue parole e il mio seguace ingegno. 
Risposi lui, m'hanno amor discoverto; 
Ma ciò m' ha fatto di dubbiar più pregno: 
Che se amore è di fuori a noi offerto, 
E r anima non va con altro piede, 
Se dritto o torto va, non è suo merto. 
Ed egli a me : Quanto ragion qui vede 
Dir ti poss' io; da indi in là t* aspetta 
Pure a Beatrice , eh' è opra di fede. 
Ogni forma sustanzial, che setta 
È da materia, ed è con lei unita, 
Specifica virtude ha in sé colletta , 
La qual senza operar non è sentita. 
Né si dimostra ma che per effetto. 
Come per verdi fronde in pianta vita. 
Però, là onde vegna lo intelletto 

Delle prime notizie , uomo non sape, 
E de' primi appetibili V affetto. 
Che sono in voi, si come studio in ape 
Di far lo mèle; e questa prima voglia 
Merto di lode o di biasmo non cape. 
Or, perchè a questa ogni altra si raccoglia, 
Innata v* è la virtù che consiglia, 
E deir assenso de' tener la soglia. 
Quest'é il principio, là onde si piglia 
Cagion di meritare in voi , secondo 
Che buoni e rei amori accoglie e viglia. 



57-03 CANTO DECIMOTTAVO. 321 

Color che ragionando andaro al fondo , 
S* accorser d' està innata libertate ; 
Però moralità lasciaro al mondo. 

Onde pognam che di necessitate 

Surga ogni amor, che dentro a roi s^accende, 
Di ritenerlo è in voi la potestate. 

La nobile virtù Beatrice intende 

Per lo libero arbitrio, e però guarda 

Che r abbi a mente , s' a parlar ten prende. 

La Luna, quasi a mezza notte tarda, 
Facea le stelle a noi parer più rade , 
Fatta com' us secchione che tutt' arda; 

E correa contra il elei , per quelle strade 
Che il Sole infiamma allor che quel da Roma 
Tra* Sardi e* Corsi il vede quando cade; 

E queir Ombra gentil , per cui si noma 
Pietola più che villa Mantovana, 
Del mio carcar dlposto avea la soma. 

perch' io, che la ragione aperta e piana 
Sovra le mie questioni avea ricolta, 
Stava com* uom che sonnolento vana. 

Ma questa sonnolenza mi fu tolta 
Subitamente da gente, che dopo 
Le nostre spalle a noi era già volta. 

E quale Ismene già vide ed Asopo 
Lungo di sé di notte fùria e calca. 
Pur che i Teban di Bacco avesser uopo; 

21 



322 IL PURGATORIO. 94-130 

Tale per quel giron suo passo falca. 
Per quel eh' io vidi di color , Tenendo , 
Cui buon volere e giusto amor cavalca. 

Tosto ftir sovra noi, perché correndo 
Si movea tutta quella turba magna; 
E due dinanzi gridavan piangendo: 

Maria corse con ft>etta alla montagna; 
E Cesare, per soggiogare Ilerda, 
Punse Marsilia , e poi corse in Ispagna. 

Ratto , ratto , che il tempo non si perda 
Per poco amor, gridavan gli altri appressa 
Che studio di ben far Grazia rinverda. 

O gente, in cui fervore acuto adesso 
Ricompie forse negligenza e indugio 
Da voi per tiepidezza in ben far messo ! 

Questi che vive (e certo io non vi bugio) 
Vuole andar su, purché il Sol ne riluca: 
Però ne dite ond' é presso il pertugio. 

Parole fUron queste del mio Duca: 
Ed un di quegli spirti disse : Vieni 
Diretro a noi, che troverai la buca. 

Noi Siam di voglia a muoverci si pieni, 
Che ristar non potem; però perdona. 
Se villania nostra giustizia tieni. 

r fui Abate in San Zeno a Verona, 
Sotto r imperio del buon Barbarossa , 
Di cui dolente ancor Milan ragiona. 



S1'145 CANTO DECIMOTTAVO. 323 

: tale ha già V un pie dentro la fossa, 
Che tosto piangerà quel monistero, 
E tristo fia d' avervi avuta possa; 

>erché suo figlio , mal del corpo intero , 
E della mente peggio, e che mal nacque, 
Ha posto in luogo di suo Pastor vero. 

o non so se più disse, o s' ei si tacque, 
Tant' era già, di là da noi trascorso; 
Ma questo intesi, e ritener mi piacque. 

5 quei, che m'era ad ogni uopo soccorso. 
Disse: Volgiti in qua, vedine due 
Air accidia venir dando di morso. 

Piretro a tutti dicean: Prima fue 
Morta la gente, a cui il mar s' aperse, 
Che vedesse Qiordan le rede sue. 

3 quella, che 1* affanno non sofferse 
Fino alla fine col flgliuol d' Anchise, 
Sé stessa a vita senza gloria offerse. 

Poi quando fùr da noi tanto divise 

Queir ombre, che veder più non potersi, 
Nuovo pensier dentro da me si mise, 

Del qual più altri nacquero e diversi: 
E tanto d' uno in altro vaneggiai , 
Che gli occhi per vaghezza ricopersi, 

E il pensamento in sogno trasmutai. 



324 IL PURGATORIO. I-I 

CANTO DECIMONONO. 



ARGOMENTO. 

Con falao canto una femmina lorda 
Sogna U Poeta ; ma questa è eeacetata 
Tosto dall' altra, che da M discorda. 

Svegliasi, e sale ove la terra guata 

Pur chino in giuso chi quctssH dovisia 
Volle d' averi con voglia assetata, 

Sviandosi da Dio per Avarizia. 



Neir ora che non può il calor diurno 
Intiepìdar più il freddo della Luna, 
Vinto da Terra o talor da Saturno; 

Quando i geomantl lor maggior fortuna 
Veggiono in oriente» innanzi air alba, 
Surger per via che poco le sta bruna; 

Mi venne in sogno una femmina balbaj 
Negli occhi guercia, e sovra i pie distorta. 
Con le man monche , e di colore scialba. 

Io la mirava; e, come il Sol conforta 
Le fredde membra che la notte aggrava. 
Cosi lo sguardo mio le facea scorta 



( 



3-39 CANTO DECIMONONO. 325 

La lingua , e poscia tutta la drizzava 
In poco d' ora, e lo smarrito volto, 
Com' amor vuol , cosi le colorava. 

Poi eh' ella avea il parlar cosi disciolto , 

Cominciava a cantar si , che con pena 

Da lei avrei mio intento rivolto. 
Io son, cantava, io son dolce sirena. 

Che i marinari in mezzo al mar dismago; 

Tanto son di piacere a sentir piena. 

Io trassi Ulisse del suo cammin vago 
Al canto mìo; e qual meco s' ausa 
Rado sen parte, si tutto V appago. 

Vncor non era sua bocca richiusa, 
Quando una donna apparve santa e presta 
Lunghesso me per far colei confusa. 

) Virgilio, Virgilio, chi é questa? 
Fieramente dicea (ed ei venia. 
Con gli occhi fitti pure in quella onesta): 

/ altra prendeva, e dinanzi r apria 
Fendendo i (Irappi, e mostravami il ventre: 
Quel mi svegliò col puzzo che n* uscia. 

volsi gli occhi ; e il buon Virgilio: Almen tre 
Voci t' ho messe, dicea: surgi e vieni, 
Troviam Y aperto, per lo qual tu entre. 

u mi levai, e tutti eran già pieni 
Dell' alto di i giron del sacro monte , 
E andavam col Sol nuovo alle reni. 



326 IL PURGATORIO. 40-- 

Seguendo lui, portava la mia fronte 
Ck>me colui che r ha di pensier cajrca , 
Che fa di sé un mezzo arco di ponte ; 

QuandMo udf: Venite, qui si varca: 
Parlare in modo soave e benigno, 
Qual non si sente in questa mortai mare 

Con r ale aperte che parean di cigno, 
Volseci in su colui che si parlonne. 
Tra i due pareti del duro macigno. 

Mosse le penne poi e ventilonne, 
Qui lugent affermando esser beati, 
Ch* avran di consolar V anime donne. 

Che hai , che pure in vèr la terra guati t 
La Guida mia incominciò a dirmi , 
Poco ambedue dall* Angel sormontati. 

Ed io : Con tanta suspizion fa irmi | 

Novella vision eh* a sé mi piega, 
Si eh* io non posso dal pensar partirmi. 

Vedesti, disse, queir antica strega. 
Che sola sovra noi ornai si piagne ? 
Vedesti come V uom da lei si slega t 

Bastiti, e batti a terra le calcagno. 
Oli occhi rivolgi al logoro, che gira 
Lo Rege eterno con le ruote magne. 

Quale il falcon che prima a* pie si mira, 
Indi si volge al grido, e si protende, 
Per lo disio del pasto che là il tira; 



©7-93 CANTO DECIMONONO. 327 

Tal mi fec* io, e tal, quanto si fende 
La roccia per dar via a chi va suso, 
N' andai infln dove il cerchiar si prende. 

Com* io nel quinto giro fui dischiuso, 
Vidi gente per esso che piangea, 
Giacendo a terra tutta vòlta in giuso. 

Adhcesit pavimento anima mea , 
Sentia dir lor con si alti sospiri, 
Che la parola appena s* intendea. 

O eletti di Dio, gli cui soffriri 

B giustizia e speranza fan men duri , 
Drizzate noi verso gli alti saliri. 

Se voi venite dal giacer sicuri, 
E volete trovar la via più tosto, 
Le vostre destre sien sempre di fòri. 

Cosi pregò il Poeta, e sì risposto 
Poco dinanzi a noi ne fu; per eh* io 
Nel parlare avvisai V altro nascosto; 

E volsi gli occhi allora al Signor mio: 
" Ond* egli m* assenti con lieto cenno 
Ciò che chiedea la vista del disio. 

poi eh* io potei di me fare a mio senno , 
Trasslmi sopra quella creatura. 
Le cui parole pria notar mi fenno . 

Dicendo: Spirto, in cui pianger matura 

Quel , senza il quale a Dio tornar non puossi . 
Sosta un poco per me tua maggior cura. 



328 IL PURQATORIO. 94-12C 

Chi fosti, 6 perché vòlti avetd i dossi 
Al su, mi di*, e se vuoi eh* io t* impetri 
Cosa di là, OQd*io vivendo mossi. 

Ed egli a me: Perchè i nostri diretri 

Rivolga il Cielo a sé, saprai: ma prima, 
Scias quod ego fui Successor Petri. 

Intra Siestri e Chìaveri s* adima 
Una fiumana bella, e del suo nome 
Lo titol del mio sangue fa sua cima. 

Un mese e poco più prova* io come 

Pesa il gran Manto a chi dal fango il guarda. 
Che piuma sembran tutte V altre some. 

La mia conversione, oimé! fU tarda: 
Ma, come fatto fui Roman Pastore, 
Cosi scopersi la vita bugiarda. 

Vidi che li non si quotava il core. 
Né più salir poteasi in quella vita; 
Perché di questa in me s* accese amore. 

Fino a quel punto misera e partita 
Da Dio anima fui, del tutto avara: 
Or , come vedi, qui ne son punita. 

Quel eh* avarizia fa, qui si dichiara 
In purgazion dell* anime converse , 
E nulla pena il Monte ha più amara. 

Si come r occhio nostro non s* aderse 
In alto, fisso alle cose terrene. 
Cosi aiustizia qui a terra il merse. 



121-145 CANTO DECIMONONO. 329 

Come avarizia spense a ciascun bene 
Lo nostro amore, onde operar perdési, 
Ck)si Giustizia qui stretti ne tiene 

Ne* piedi, e nelle man legati e presi; 
E quanto fla piacer del giusto Sire, 
Tanto staremo immobili e distesi. 

Io m' era inginocchiato , e volea dire; 
Ma com* io cominciai , ed ei s' accorse , 
Solo ascoltando, del mio riverire: 

Qual cagion, disse, in giù cosi ti torse? 
Ed io a lui: Per vostra dignitate 
Mia coscienza dritto mi rimorse. 

Drizza le gambe, e levati su, frate. 
Rispose; non errar, conservo sono 
Teco e con gli altri ad una Potestate. 

Se mai quel santo evangelico suono , 
Che dice I^eque nubent^ intendesti. 
Ben puoi veder perch* io cosi ragiono. 

Vattene ornai; non vo'che più t'arresti, 
Che la tua stanza mio pianger disagia. 
Col qual maturo ciò che tu dicesti. 

Nepote ho io di là e' ha nome Alagia, 
Buona da sé, purché la nostra casa 
Non faccia lei per esemplo malvagia; 

E questa sola m' é di là. rimasa. 



330 II* PURGATORIO. 1-12 



CANTO VENTESIMO. 



ARGOMENTO. 

Mentre pel bahso va, dove ei piange 

Avara voglia, ohe tenne ristretta 

La mente al mondo, che acquietando a* ange; 
Trova il Poeta atarai Ugo Ciapetta 

Fra quegli affiitH, ohe dtf auoi ai lagna , 

E aopra lor predice aapra vendetta. 
Poi tremar aente tt^n V alta montagna» 



Contra miglior voler, voler mal pugna; 
Onde contra il piacer mio , per piacerli , 
Trassi deir acqua non sazia la spugna. 

Mossimi, e il Duca mio si mosse per li 
Luoghi spediti pur lungo la roccia, 
Come si va per muro stretto a* merli; 

Che la gente che fonde a goccia a goccia 

Per gli occhi il mal che tutto il mondo occupa 
Dair altra parte in fuor troppo s* approccia. 

Maladetta sie tu, antica Lupa, 

Che più che tutte V altre bestie hai preda, 
^er la tua fame senza fine cupa I 



13-39 CANTO VENTESIMO. 331 

O ciel , nel cui girar par che si creda 
Le condizion di quaggiù trasmutarsi. 
Quando verrà per cui questa disceda? 

Noi andavam co' passi lenti e scarsi , 
Ed io attento air ombre eh' i* sentia 
Pietosamente piangere e lagnarsi. 

E per ventura udi' : Dolce Maria , 

Dinanzi a noi chiamar cosi nel pianto , 
Come fa donna che in partorir sia ; 

E seguitar: Povera fosti tanto, 

Quanto veder si può per queir ospizio , 
Ove sponesti il tuo Portato santo. 

Seguentemente intesi: O buon Fabrizio, 
Con povertà volesti anzi virtute, 
Che gran ricchezza posseder con vizio. 

Queste parole m' eran si piaciute, 

eh' io mi trassi oltre per aver contezza 
Di quello spirto, onde parean venute. 

Esso parlava ancor della larghezza 
Che fece Niccolao alle pulcelle, 
Per condurre ad onor lor giovinezza. 

O anima , che tanto ben favelle , 

Dimmi chi fosti, dissi, e perché sola 
Tu queste degne lode rinnovelle ? 

Non fia senza mercè la tua parola, 

S' io ritorno a compier lo cammin corto 
Di quella vita eh' al termine vola. 



332 IL PURGATORIO. 40-66 

Ed egli: r ti dirò, non per conforto 
eh* io attenda di là , ma perchè tanta 
Grazia in te luce prima che aie morto. 

Io fui radice della mala pianta, 

Che la terra cristiana tutta aduggia 
Si , che buon flutto rado se ne schianta. 

Ma se Doagio , Guanto, Lilla e Bruggia 
Potesser , tosto ne saria vendetta; 
Ed io la cheggio a Lui che tutto giuggia. 

Chiamato fui di là Ugo Ciapetta: 
Di me son nati 1 Filippi e i Luigi , 
Per cui novellamente è Francia retta. 

Figliuol fUi d' un beccaio di Parigi. 
Quando li Regi antichi venner meno 
Tutti, fuor eh' un renduto in panni bigi , 

Trovarmi stretto nelle mani il freno 
Del governo del Regno, e tanta possa 
Dì nuovo acquisto, e si d' amici pieno, 

Ch* alla Corona vedova promossa 
La testa di mio figlio fu , dal quale 
Cominciar di costor le sacrate ossa. 

Mentre che la gran dote provenzale 
Al sangue mio non tolse la vergogna, 
Poco valea, ma pur non facea male. 

Lì cominciò con forza e con menzogna 
La sua rapina; e poscia, per ammenda, 
Ponti e Normandia prese, e Guascogna. 



67-93 CANTO VENTESIMO. 333 

Carlo venne in Italia, e per ammenda, 
Vittima fé' di Curradino; e poi 
Ripinse al Ciel Tommaso, per ammenda. 

Tempo vegg* lo, non molto dopo anco!, 
Che tragge un altro Carlo fUor dì Francia, 
Per far conoscer meglio e sé e i suoi. 

Senz* arme n* esce, e solo con la lancia. 
Con la qual giostrò Giuda ; e quella ponta 
SI , eh* a Fiorenza fa scoppiar la pancia. 

Quindi non terra , ma peccato ed onta 
Guadagnerà, per sé tanto più grave. 
Quanto più lieve simil danno conta. 

L' altro, che già, usci preso di nave. 

Veggio vender sua figlia , e patteggiarne , 
Come ftin li corsar dell* altre schiave. 

O avarizia, che puoi tu più farne, 

Poi e* hai il sangue mio a te si tratto, 
C^e non si cura della propria carne? 

Perché men paia il mal futuro e il fatto. 
Veggio in Alagna entrar lo Fiordaliso, 
E nel Vicario suo Cristo esser catto. 

Veggiolo un* altra volta esser deriso: 
Veggio rinnovellar l' aceto e il fele, 
B tra nuovi ladroni essere anciso. 

Veggio il nuovo Pilato si crudele. 
Che ciò noi sazia, ma senza decreto 
Porta nel Tempio le cupide vele. 



334 IL PURGATORIO. 94-120 

O Signor mio, quando sarò io lieto 
A veder la vendetta, che nascosa 
Fa dolce V ira tua nel tuo segreto ¥ 

Ciò eh* i* dicea di queir unica Sposa 
Dello Spirito Santo, e che ti fece 
Verso me volger per alcuna chiosa, 

Tant*è disposto a tutte nostre prece, 

Quanto il di dura; ma, quando s* annotta. 
Contrario suon prendemo in quella vece. 

Noi ripetiam Pigmalione allotta. 
Cui traditore e ladro e patricida 
Fece la voglia sua dell'oro ghiotta; 

E la miseria dell' avaro Mida, 

Che segui alla sua dimanda ingorda. 
Per la qual sempre convien che si rida. 

Del folle Acàm ciascun poi si ricorda. 
Come furò le spoglie, si che V ifa 
Di Josué qui par che ancor lo morda. 

Indi accusìam col marito Safira: 
Lodiamo i calci eh' ebbe Eliodoro; 
Ed in infamia tutto il monte gira 

Pollnestòr che ancise Polidoro. 
Ultimamente ci si grida: Crasso, 
Dicci, che '1 sai, di che sapore è V oro. 

Talor parliam V un alto, e V altro basso. 
Secondo V affezion eh' a dir ci sprona, 
Ora a maggiore , ed ora a minor passo. 



121-147 CANTO VENTESIMO. 335 

Però al ben che il di ci si ragiona, 

Dianzi non er^ io sol; ma qui da presso 
Non alzava la voce altra persona. 

Koi eravam partiti già da esso , 

E brigavam di soverchiar la strada 
Tanto, quanto al poder n* era permesso; 

Quand* io senti*, come cosa che cada. 

Tremar lo Monte: onde mi prese un gielo, 
Qual prender suol colui eh* a morte vada. 

Certo non si scotea si forte Delo 

Pria che Latona in lei facesse il nido 
A partorir li due Occhi del cielo. 

Poi cominciò da tutte parti un grido 
Tal, che *1 Maestro in vèr di me si feo. 
Dicendo: Non dubbiar, mentr*io ti guido. 

Gloria in Excelsis, tutti, Deo, 

Dicean, per quel eh* io da vicin compresi. 
Onde intender lo grido si poteo. 

Noi ci restammo immobili e sospesi. 

Come i pastor che prima udir quel canto. 
Fin che *1 tremar cessò , ed el compiasi. 

Poi ripigliammo nostro cammin santo, 
Guardando 1* ombre che giacean per terra, 
Tornate già in su 1* usato pianto. 

Nulla ignoranza mai con tanta guerra 
Mi fé* desideroso di sapere. 
Se la memoria mia in ciò non erra , 



336 IL PUROATQRIO. 148-15S 

Quanta pareami allor pensando avere: 
Né per la fretta dimandare er* oso , 
Né per me li potea cosa vedere. 

Cosi m' andava timido e pensoso. 



—12 337 

CANTO VENTESIMOPRIMO. 



ARGOMENTO. 

Sagion per che lo monte ivi si scuote 
Ode il Poeta da Stazio , che ascende 
Quindi purgato alle superne ruote. 

Lo qual gli narra quanto amor V accende 
Del buon Virgilio , e mentre s\ favella 
Nel rieonOBce , tal che gli sorprende 

Zietiaia il cor disusata e novella. 



I^a sete naturai , che mai non sazia , 

Se non con V acqaa, onde la femminetta 
Samaritana dimandò la grazia , 

Mi travagliava; e pungeami la fretta 

Per la impacciata via retro al mio Duca; 
E condoliémi alla giusta vendetta. 

Ed ecco (si come ne scrive Luca, 

Che Cristo apparve a' due eh* erano in via, 
Già surto fuor della sepulcral buca) , 

Ci apparve un' ombra , e dietro a noi venia 
Dappiè guardando la turba che giace ; 
Né ci addemrao di lei, si parlò pria, 

22 



338 IL PURGATORIO. 1^3? 

Dicendo: Frati miei, Dio vi dea pace. 
Noi ci volgemmo subito, e Virgilio 
Hendé lui '1 cenno eh' a ciò si conface. 

Poi cominciò: Nel beato Concilio 
Ti ponga in pace la verace Corte , 
Che me rilega nell' eterno esilio. 

Come ! diss* egli (e parte andavam forte), 
Se voi siete ombre che Dio sa non degni , 
Chi v'ha per la sua scala tanto scorte Y 

E il Dottor mio: Se tu riguardi i segni 
Che questi porta e che V Angel proffila, 
Ben vedrai che co' buon convien eh' e' regni 

Ma perché lei che di e notte fila, 

Non gli avea tratta ancora la conocchia. 
Che Cloto impone a ciascuno e compila; 

L' anima sua, eh' è tua e mia sirocchia, 
Venendo su, non potea venir sola; 
Però eh' al nostro modo non adocchia: 

Ond' io fui tratto fuor dell' ampia gola 

D' Inferno per mostrarli, e mostrerolli 
* Oltre quanto '1 potrà menar mia scuola. 

Ma dinne, se tu sai, perchè tai crolli 
Die dianzi il Monte, e perchè tutti ad una 
Parver gridare infino a' suoi pie molli f 

Si mi die dimandando per la cruna 
Del mio disio, che pur con la speranza 
Si fece la mia sete men digiuna. 



-40-66 CANTO VENTESIMOPRIMO. 330 

<3uei cominciò: Cosa non é che sanza 
Ordine senta la religione 
Della Montagna, o che sia fuor d' usanza. 

Libero é qui da ogni alterazione: 

Di quel che U cielo in sé da sé riceve 
Esserci puote, e non d' altro, cagione : 

Perchè non pioggia, non grando, non nere, 
Non rugiada, non brina pia su cade, 
Che la scaletta de' tre gradi breve. 

Nuvole spesse non paion, né rade, 
Né corruscar, né figlia di Taumante, 
Che di là cangia sovente contrade. 

Secco vapor non surge pia avante 

Ch' al sommo de' tre gradi eh' io parlai 
Ov' ha '1 vicario di Pietro le piante. ' 

Trema forse più giù poco od assai- 

Ma, per vento che in terra si nasconda, 
Non so come, quassù non tremò mai: 

Tremaci quando alcuna anima monda 
Si sente si, che surga, o che si mova 
Per salir su, e tal grido seconda. 

)ella mondizia il sol voler fa prova. 
Che, tutto libero a mutar convento, 
L' alma sorprende, e di voler le giova. 

^rima vuol ben; ma non lascia il talento. 
Che divina Giustizia centra voglia,. 
Come fa al peccar, pone al tormento. 



340 IL PURGATORIO. 57-9 ^ 

Ed io che son giaciuto a questa doglia 
Cinquecento anni e più, pur mo sentii 
Libera volontà di miglior soglia. 

Però sentisti il tremoto , e li pii 
Spiriti per lo Monte render lode 
A quel Signor, che tosto su gì' invìi. 

Ck>sl gli disse ; e però che si gode 

Tanto del ber, quant* ò grande la sete. 
Non saprei dir quant* e* mi fece prode. 

E il savio Duca: Ornai veggio la rete 
Che qui vi piglia, e come si scalappia* 
Perchè ci trema, e di che congaudete. 

Ora chi fosti piacciati eh' io sappia , 

E, perché tanti secoli giaciuto 
- Qui se', nelle parole tue mi cappi a. 

Nel tempo che il buon Tito con Y aiuto 
Del sommo Rege vendicò le fora , 
Ond' usci '1 Sangue per Giuda venduto . 

Col nome che più dura e più onora 
Er' io di là, rispose quello spirto. 
Famoso assai, ma non con fede ancora. 

Tanto fu dolce mio vocale spirto. 

Che, Tolosano, a sé mi trasse Roma, 
Dove mertai le tempie ornar di mirto. 

Stazio la gente ancor di là mi noma; 
Cantai di Tebe, e poi del grande Achille 
Ma- caddi in via con la seconda soma. 



^^120 CANTO VENTESIMOPRIMO. 341 

. X mio ardor fùr seme le faville, 

Che mi scaldar, della divina fiamma, 
Onde sono allumati più di mille; 

DeirENEiDA dico, la qual mamma 
Fammi, e fùmmi nutrice poetando: 
Senz* essa non fermai peso di dramma. 

b: , per essere vivuto di là quando 
Visse Virgilio, assentirei un sole 
Più eh* i* non deggio al mio uscir di bando. 

Volser Virgilio a me queste parole 
Con viso che tacendo dicea : Taci ; 
Ma non può tutto la virtù che vuole : 

Che riso e pianto son tanto seguaci 

Alla passion da che ciascun si spicca , 
Che men seguon voler ne' più veraci. 

Io pur sorrisi, come Tuom che ammicca; 
Perchè l' ombra si tacque , e riguardommi 
Negli occhi, ove '1 sembiante più si ficca. 

E , se tanto lavoro in bene assommi. 
Disse, perchè la faccia tua testeso 
Un lampeggiar di riso dìmostrommi ? 

Or son io d' una parte e d* altra preso : 
L' una mi fa tacer , V altra scongiura 
ChT dica; ond'io sospiro, e sono inteso 

Dal mio Maestro: e non aver paura. 
Mi disse, di parlar; ma parla, e digli 
Quel eh' e' dimanda con cotanta cura. 



342 IL PURGATORIO. 121-139 

Ond' io: Forse che tu ti maravigli. 
Antico spirto , del rider eh' io fei; 
Ma più d' ammirazion vo* che ti pìgli* 

Questi, che guida in alto gli occhi miei, 
È quél Virgilio, dal qual tu togliesti 
Forza a cantar degli uomini e de' Dei. 

Se cagione altra al mio rider credesti. 
Lasciala per non vera; ed esser credi 
Quelle parole che di lui dicesti. 

Già si chinava ad abbracciar li piedi 
Al mio Dottor; ma e' gli disse: Frate, 
Non far, che tu se' ombra, e ombra vedi. 

Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate 
Comprender dell* amor eh' a te mi scalda. 
Quando dismento nostra vanitate, 

Trattando r ombre come cosa salda. 



1-12 343 

CANTO VENTESIMOSEGONDO. 



ARGOMENTO. 



Quale in qttel balzo sua colpa purgasse 
S<»ceOfUa Stcuio, ed a credenza santa 
Da qualfaeella guideUo n' andaeee. 

Oltre poi vanno , e trovano una pianta. 
Che tutti li auoi rami all' ingiù piega 
E (T odorosi e bei pomi s' ammanta. 
In questo giro Oola si disleg<u 



Già era r Angel dietro a noi rimaso, 
L' Angel che n' avea vòlti al sesto giro, 
ATendomi dal viso un colpo raso: 

E quei e* hanno a giustizia lor disiro 
Detto n' avea Beati; e le sue voci 
Ck)n sitiunt, senz' altro, ciò fornirò. 

Ed io, più lieve che per V altre foci , 
M' andava si , che senza alcun labore 
Seguiva in su gli spiriti veloci: 

Quando Virgilio cominciò: Amore, 
Acceso di virtù , sempre altro accese , 
Pur che la fiamma sua paresse fuore. 



344 IL PURGATORIO. 13-3f 

Onde , d' allora che tra noi discese 
Nel limbo dell* Inferno Giovenale, 
Che la tua affezion mi fé' palese , 

Mia benvoglienza inverso te fa quale 
Più strinse mai di non vista persona, 
Si eh' or mi parran corte queste scale. 

Ma dimmi , e come amico mi perdona 
Se troppa sicurtà m' allarga il freno, 
E come amico omai meco ragiona: 

Come poteo trovar dentro al tuo seno 
Luogo avarizia , tra cotanto senno , 
Di quanto per tua cura fosti pieno? 

Queste parole Stazio muover fenno 
Un poco a riso pria ; poscia rispose : 
Ogni tuo dir d' amor m'è caro cenno. 

Veramente più volte appaion cose, 

Che danno a « giudicar > falsa matera, 
Per le vere cagion che son nascose. 

La tua dimanda tuo creder m* avvera 
Esser , eh' io fossi avaro in r altra vita , 
Forse per quella cerchia dov' io era. 

Or sappi eh' avarizia fu partita 
Troppo da me, e questa dismisura 
ftfigliaia di lunari hanno punita. 

E se non fosse eh* io drizzai mia cura, 
Quand' io intesi là. dove tu chiame , 
Crucciato quasi all' umana natura : 



-i.O-66 CANTO VENTESIMOSECONDO. 345 

I^crché non reggi tu , o sacra fame 
Dell' oro , r appetito de' mortali ? 
Voltando sentirei le giostre grame. 
AUor m' accorsi che troppo aprir r ali 
Potean le mani a spendere, e pentémi 
Cosi di quel come degli altri mali. 

Quanti risurgeran co' crini scemi , 

Per r ignoranza , che di questa pecca 
Toglie il pentir vivendo, e negli estremi ! 

E sappi che la colpa, che rimbecca 
Per dritta opposizione alcun peccato. 
Con esso insieme qui suo verde secca. 

Però s' io son tra quella gente stato 
Che piange V avarizia, per purgarmi. 
Per lo contrario suo m' è incontrato. 

Or, quando tu cantasti le crude armi 
Della doppia tristizia di Giocasta, 
Disse il Cjintor de' bucolici carmi, 

Per quel che Clio lì con teco tasta, 
Non par che ti facesse ancor fedele 

' La Fé' , senza la qual ben far non basta. 

se cosi é , qual Sole o quai candele 
Ti stenebraron si , che tu drizzasti 
Poscia diretro al Pescator le vele ? 

Ed egli a lui : Tu prima m' inviasti 
Verso Parnaso a ber nelle sue grotte , 
E poi appresso Dio m' alluminasti. 



346 IL PURGATORIO. «7-9: 

Facesti come quei che va di notte , 

Che porta il lume dietro , e sé non gioTS, 
Ma dopo sé fe le persone dotte, 

Quando dicesti: Secol si rinnova. 

Torna giustizia e primo tempo umano; 
E progenie discende dal Ciel nova. 

Per te Poeta fui , per te Cristiano : 

Ma perché veggi me' ciò eh» io disegno, 
A colorar distenderò la mano. 

Già era il mondo tutto quanto pre^o 
Della vera Credenza, seminata 
Per li messaggi dell'eterno Regno; 

E lif parola tua sopra toccata 

Si consonava a' nuovi predicanti: 
Ond' io a visitarli presi usata. 

Vennermi poi parendo tanto santi , 
Che, quando Domizian li perseguette, 
Senza mio lagrimar non fftr lor pianti. 

E mentre che di là per me si stette, 
lo gli sovvenni, e lor dritti costumi 
Fór dispregiare a me tutr altre sètte; 

E pria eh' io conducessi i Greci a' fiumi 
Di Tebe poetando , ebb' io Battesmo; 
Ma per paura chiuso Cristian fu'mi, 

Lungamente mostrando paganesmo: 
E questa tiepidezza il quarto cerchio 
Cerchiar mi fe'pitì che '1 quarto centesmo. 



-120 CANTO VENTESIMOSECONDO. 347 

dunque , ciie levato hai U coperchio 
Che m* ascondeva quanto bene io dico , 
Mentre che del salire avem soverchio, 

Dimmi dov' è Terenzio nostro antico, 
Cecilio, Plauto e Varrò, se lo sai; 
Dimmi se son dannati , ed in qual vico. 

Costoro , e Persio , ed io, ed altri assai , 

Rispose il Duca mio, slam con quel Greco, 

Che le Muse lattar più eh' altro mai , 

• 

Nel primo cinghio del carcere cieco. 
Spesse fiate ragioniam del monte , 
C* ha le nutrici nostre sempre seco. 

Euripide v' è nosco, e Antifonte, 

Simonide, Agatone, ed altri pìue 

Greci , che già di lauro ornar la fronte. 
Quivi si veggion delle genti tue 

Antigone, Deiflle, ed Argia, 

Ed Ismene si trista come fue. 
Vedasi quella che mostrò Langia; 

Ervi la figlia di Tiresia, e Teti, 

E con le suore sue Deidamia. 
TacevansL ambedue già li Poeti , 

Di nuovo attenti a riguardare intorno, 

Liberi dal salire e da' pareti; 

E già le quattro ancelle eran del giorno 
Rimase addietro , e la quinta era al tèmo , 
Drizzando pur in su V ardente corno, 



348 IL PURGATORIO. 121—147 

Quando '1 mio Duca: Io credo eh' allo streme/ 
Le destre spalle volger ci convegna, ' 

Girando il monte come far solemo. 

Cosi r usanza fu li nostra insegna, 

E prendemmo la via con men sospetto 
Per r assentir di queir anima degna. 

EUi givan dinanzi , ed io soletto 
Diretro , ed ascoltava i lor sermoni 
eh* a poetar mi davano intelletto. 

Ma tosto ruppe le dolci ragioni 

Un alber che trovammo«in mezza strada. 
Con pomi a odorar soavi e buoni. 

E come abete in alto si digrada 

Di ramo in ramo, cosi quello in giuso; 
Cred* io perché persona su non vada. 

Dal lato, onde il cammin nostro era chiaso. 
Cadea dair alta roccia un liquor chiaro , 
E si spandeva per le foglie suso. 

Li due Poeti air alber s' appressare; 
Ed una voce per entro le fronde 
Gridò : Di questo cibo avrete caro. 

Poi disse: Più pensava Maria, onde 
Fosser le nozze orrevoli ed intere, 
Ch* alla sua bocca, eh' or per voi risponde. 

E le Romane antiche per lor bere 
Contente furon d' acqua; e Daniello 
Dispregiò cibo, ed acquistò savere. 



;148-155 CANTO VENTESIMOSECONDO. 349 

E_.o Secol primo quant' oro fu bello ; 
Fé' savorose con fame le ghiande, 
E nettare con sete ogni ruscello. 

Ttfèle e locuste furon le vivande, 

Che nudriro il Batista nel diserto ; 
Perch' egli é glorioso, e tanto grande , 

Quanto per 1' Evangelio v* è aperto. 



350 IL PURGATORIO. l-ìi 

CANTO VENTESIMOTERZO. 



ARGOMENTO. 

Deaio d«lV arbor , che spiega suoi rctmi 
Vérao all' ittgiò, e a«t« di pura onda 
Tutti dimagra , • andar ne gli fa grami. 

Narra Forese , che quivi ai tnonda 

Sue colpe f e loda' detta moglie il pianto. 
Che il auo purgarai avaeeia ed aaaeeonda , 

E all' altre donne dà biaaimo intanto. 



Mentre che gli occhi per la fronda verde 
Ficcava io cosi , come far suole 
Chi dietro air uccellin sua vita perde; 

Lo più che padre mi dicea: Figliuole, 

Vienne oramai , che *ì tempo che e* ò imposto 
Più utilmente compartir si vuole. 

r volsi *1 viso e il passo non men tosto 
Appresso a' Savi, che parlavan sie , 
Che r andar mi facean di nullo costo. 

Ed ecco piangere e cantar s' udie, 
Labia niea , Domine , per modo 
"^^ì , che diletto e doglia parturie. 



3—39 CANTO VENTESIMOTERZO. 351 

> dolce Padre, che è quel eh.' i* odo ? 

Comincia' io; ed egli : Ombre che vanno , 
Forse di lor dover solvendo il nodo. 

Si come i peregrin pensosi fanno, 

GiugDeudo per cammin gente non nota, 
Che si volgono ad essa e non ristanno ; 

Cosi diretro a noi, più tosto mota. 
Venendo e trapassando , ci ammirava 
D' anime turba tacita e devota. 

Negli occhi era ciascuna oscura e cava , 
Pallida nella faccia, e tanto scema, 
Che dair ossa la pelle s' informava. 

Non credo che cosi a buccia strema 
Erisiton si fosse fatto secco, 
Per digiunar, quando più n'ebbe tema. 

Io dicea, fra me stesso pensando: Ecco 
La gente che perde Gerusalemme , 
Quando Maria nel figlio die di becco. 

Parean le occhiaie anella senza gemme : 
Chi nel viso degli uomini legge omo , 
Ben avria quivi conosciuto 1' emme. 

Chi crederebbe che l' odor d' un pomo 
Si governasse, generando brama, 
E quel d' un' acqua , non sappiendo corno ? 

Già era in ammirar che si gli affama. 
Per la cagione ancor non manifesta 
Di lor magrezza e di lor trista squama; 



352 IL PURGATORIO. 40-6e 

Ed ecco del profondo della testa f 

Volse a me gli occhi an*ombra, e guardd fise- 
Poi gridò forte : Qual grazia m* é questa ? 

Mai non V avrei riconosciuto al viso; 
Ma nella voce sua mi fu palese 
Ciò che r aspetto in sé avea conquiso. 

Questa favilla tutta mi raccese 

Mia conoscenza alla cambiata labbia, 
E ravvisai la fàccia di Forese. 

Deh, non contendere all'asciutta scabbia. 
Che mi scolora, pregava, la pelle , 
Né a difetto di carne che io abbia; 

Ma dimmi il ver di te, e chi son quelle 
Due anime che là ti fanno scorta; 
Non rimaner che tu non mi favelle. 

La faccia tua, chMo lagrimai già morta. 
Mi dà, di pianger mo non minor doglia. 
Risposi lui , veggendola si torta. 

Però mi di\ per Dio, che si vi sfoglia; 
Non mi far dir mentrMo mi maraviglio. 
Che mal può dir chi è pien d' altra voglia. 

Ed egli a me: Dell* eterno Consiglio 
Cade virtù nell'acqua, e nella pianta 
Rimasa addietro, ond'io si m* assottiglio. 

Tutta està gente che piangendo canta, 
Per seguitar la Gk)la oltre misura. 
In fame e in sete qui si rifa santa. 



r-^ CANTO ySNTESIMOTERZO. 353 

i bere e di mangiar n* accende cura 

L* odor eh* esce del pomo, e dello sprazzo 
Che si distende su per la yerdura. 

E non pur una volta, questo spazzo 
Girando, si rinfresca nostra pena: 
Io dico pena, e dovre* dir sollazzo; 

Che quella voglia air arbore ci mena, 
Che menò Cristo lieto a dire Eli, 
Quando ne liberò con la sua vena. 

Ed io a lui: Forese, da quel di, 

Nel qual mutasti mondo a miglior vita, 
Cinqu* anni non son vòlti insino a qui. 

Se prima fU la possa in te finita 
Di peccar più , che sorvenisse V ora 
Del buon dolor eh* a Dio ne rimarita, 

Come se* tu quassù venuto ancora? 
Io ti credea trovar laggiù di sotto, 
Dove tempo per tempo si ristora. 

Ed egli a me : Si tosto m* ha condotto 
A ber lo dolce assenzio de' martiri 
La Nella mia col suo pianger dirotto. 

Con suoi preghi devoti e con sospiri 
Tratto m* ha della costa, ove s* aspetta, 
B liberato m* ha degli altri giri. 

Tant* è a Dio più cara e più diletta 
La vedovella mia , che tanto amai , 
Quanto in bene operare è più soletta; 

23 



354 IL PURGATORIO. M-Ui* 

Che la Barbagia di Sardigna assai 
Nelle fenunine sue è più pudica. 
Che la Barbagia , dov' io la lasciai. 

O dolce frate, che tuo! tu eh* io dicat 
Tempo futuro m* è già nel cospetto. 
Cui non sarà quest'ora molto tmtlca, 

Nel qual sarà in pergamo interdetto 
Alle sfacciate donne fiorentine 
L* andar mostrando con le poppe il petto 

Quai Barbare fùr mai , quai Saracino, 
Cui bisognasse, per farle ir coverte, 
O spiritali o altre discipline ! 

Ma se le svergognate fosser certe 

Di quel che il Ciel veloce loro ammanna, 
Già per urlare avrian le bocche aperte. 

Che, se l'antiveder qui non m'inganna. 
Prima fien triste, che le guance impeli 
Colui che mo si consola con nanna. 

Deh , frate , or fit che più non mi ti celi ; 
Vedi che non pur io , ma questa gente 
Tutta rimira là dove il Sol veli. 

Perch'io a lui: Se ti riduci a mente 
Qual fosti meco e quale io teco fui , 
Ancor fia grave il memorar presente. 

Di quella vita mi volse Costui 

Che mi va innanzi, Taltr'ier, quando tondi 
Vi si mostrò la suora di colui; 



^1-133 CANTO VENTESIMOTERZO. 355 

\ il Sol mostrai. Costui per la profonda 
Notte menato m* ha de' veri morti , 
Con questa vera carne che il seconda. 

Cadi m* han tratto su gli suoi conforti, 
Salendo e rigirando la montagna, 
Che drizza voi che il mondo fece torti. 

Tanto dice di formi sua compagna, 
eh' io sarò là dove fia Beatrice: 
Quivi convien ehe senza lui rimagna. 

Virgilio é questi che cosi mi dice, 

E addita*lo, e quest' altro è quell'ombra, 
Per cui scosse dianzi ogni pendice 

Lo vostro Regno che da sé la sgombra. 



356 IL PURGATORIO. l-7f / 

CANTO VENTESIMOQUARTO, 



ARGOMENTO. 

Un' olirà pianta qui spiega sue frutts, 
Sotto a cui stridon le bramose genti. 
Col disio acceso e colle labbra asciutte/ 

Alzan le mani, e a vuoto usano i denti. 
Fai si diparton li Poeti , e vanno 
Dove un d^ Cherubini rilueenii 

Piit su gV invita, ov^ altre anims sfanno. 



Né il dir r andar, nò T andar lui più lento 
Facea; ma ragionando andayam forte, 
Si come nave pinta da buon vento. 

B r ombre, che parean cose rimorte. 
Per le fosse degli occhi anmiirazione 
Traean di me , di mio vivere accorte. 

Ed io , continuando il mio sermone , 
Dissi : Ella sen va su forse più tarda 
Che non farebbe, per l'altrui cagione. 

Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda; 
Dimmi s* io veggio da notar persona 
Tra questa gente che si mi riguarda. 



3—30 CANTO VENTESIMOQUARTO. 357 

^£L mia sorella, che tra bella e buona 
Non so qual fosse più , trionfa lieta 
Nell'alto Olimpo già di sua corona. 

Si disse prima ; e poi : Qui non si vieta 
Di nominar ciascun, da ch'é si munta 
Nostra sembianza via per la dieta. 

Questi (e mostrò col dito) ò Buonagiunta , 
Buonagiunta da Lucca : e quella faccia 
Di là da lui, più che T altre trapunta, 

Ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: 
Dal Torso fu, e purga per digiuno 
L* anguille di Bolsena e la vernaccia. 

Molti altri mi mostrò ad uno ad uno; 
E nel nomar parean tutti contenti, 
Si eh* io però non vidi un atto bruno. 

Vidi per fame a vuoto usar li denti 
Ubaldin dalla Pila, e Bonifazio 
Che pasturò col Rocco molte genti. 

Vidi messer Marchese, eh' ebbe spazio 
Qìk di bere a Forlì con men secchezza , 
E si fu tal, che non si senti sazio. 

Ma, come fa chi guarda, e poi fa prezza 
Più d*un che d'altro, fé' io a quel da Lucca, 
Che più parea di me voler contezza. 

Ei mormorava ; e non so che Gentucca 
Sentiva io là ov'ei sentia la piaga 
Della giustizia che si gli pilucca. 



358 IL PURGATORIO. 4ft-65 

O anima, dissMo, che par si vaga 

Di parlar meco, fa si eh* io t* intenda, \ 
E te e me col tuo parlare appaga. 

Femmina è nata, e non porta ancor benda. 
Cominciò ei, che ti farà piacere 
La mia città, come eh* uom la riprenda. 

Tu te n'andrai con questo antivedere: 
Se nel mio mormorar prendesti errore, 
Dichiareranti ancor le cose vere. 

Ma di' s' io veggio qui colui che fUore 
Trasse le nuore Rime , cominciando : 
Donne, eh* avete intelletto d* amore. 

Ed io a lui : r mi son un che, quando 
Amore spira, noto, ed a quel modo 
Che detta dentro, vo significando. 

frate, issa vegg'io, diss'egU, il nodo 
Che il Notaio, e Guittone, e me ritenne 
Di qua dal dolce stil nuovo eh* i* odo. 

Io veggio ben come le vostre penne 
Diretro al dittator sen vanno strette ; 
Che delle nostre certo non avrenne. 

E qual più a gradire oltre si mette , 
Non vede più dall'uno all'altro stilo: 
E quasi contentato si tacette. 

Come gli augei che vernan lungo il Nilo, 
Alcuna volta di lor fanno schiera, 
Poi volan più in fretta e vanno in filo; 



—^3 CANTO VENTESIMOQUARTO. 350 

osi tutta la gente che 11 era, 

'Volgendo il viso , raffrettò suo passo, 
B per magrezza e per voler leggiera. 

2 come l' uom che di trottare é lasso, 
Lascia andar li compagni , e si passeggia 
Fin che si sfoghi V affollar del casso ; 

Sì lasciò trapassar la santa greggia 
Forese, e dietro meco sen veniva, 
Dicendo: Quando fia ch'i* ti rimeggia? 

Non so , risposi lui, quant* io mi viva; 
Ma gi& non fla *1 tornar mio tanto tosto, 
Ch'io non sia col voler prima alla riva. 

Perocché il luogo , u'fui a viver posto. 
Di giorno in giorno più di ben si spolpa, 
E a trista ruina par disposto. 

Or va, diss'ei, che quei che più n'ha colpa 
Vegg' io a coda d' una bestia tratto 
Verso la Valle, ove mai non si scolpa. 

La bestia ad ogni passo va più ratto 

Crescendo sempre, infln ch'ella il percuote, 
E lascia il corpo vilmente disfatto. 

Non hanno molto a volger quelle ruote 

(E drizzò gli occhi al ciel), eh' a te fia chiaro 
Ciò che '1 mio dir più dichiarar non puote. 

TU ti rimani omai , che '1 tempo è caro 
In questo regno si , eh' io perdo troppo 
Venendo teco si a paro a paro. 



960 IL PURGATORIO. 94^W 

Qual esce alcuna volta di galoppo 
Lo cavalier di schiera che cavalchi , 
E va per farsi onor del primo intoppo ; 

Tal si parti da noi con maggior valchi: 
Ed io rimasi in via con esso i due , 
Che tur del mondo si gran maliscailclii. 

E quando innanzi a noi si entrato fUe, 
Che gli occhi miei si fero a Ini seguaci , 
Come la mente alle parole sue ; 

Parvermi i rami gravidi e vivaci 

D'un altro pomo, e non molto lontani, 
Per esser pur allora vòlto in l&eL 

Vidi gente sott*esso alzar le mani, 

E gridar non so che verso le ftonde, j 

Quasi bramosi fieintolini e vani. 

Che pregano, e il pregato non risponde; 
Ma per fare esser ben lor voglia acuta, 
Tien alto lor disio , e noi nasconde. 

Poi si parti si come ricreduta; 

E noi venimmo al grande arbore appresso 
Che tanti preghi e lagrime rifiuta. 

Trapassate oltre senza farvi presso ; 
Legno é più su che fu morso da Eva, 
E questa pianta si levò da esso. 

Si tra le fìrasche non so chi diceva ; 

Per che Virgilio e Stano ed io ristretti, 
Oltre andavam dal lato che si leva. 



<^X-v-147 CANTO VENTESIMOQUARTO. 361 

Xloopdivi , dicea , de* maladetti 
Ve* navoU formati, che satolli 
Teseo combatter co* doppj petti: 

B degli Ebrei ch'ai ber si mostrar molli, 
Per che non gli ebbe Gedeon compagni, 
Quando in vèr Madian discese i colli. 

Si, accostati all'un de' due vivagni, 
Passammo, udendo colpe della gola, 
Seguite già da miseri guadagni. 

Poi , rallargati per la strada sola, 

Ben mille passi e più ci portammo oltre , 
Contemplando ciascun senza parola. 

Che andate pensando sì voi sol tre ? 
Subita voce disse; ond' io mi scossi. 
Come fan bestie spaventate e poltre. 

Drizzai la testa per veder chi fossi; 
B giammai non si videro in fornace 
Vetri o metalli si lucenti e rossi, 

Com' io vidi un che dicea: S'a voi piace 
Montare in su, qui si convien dar volta; 
Quinci si va chi vuole andar per pace. 

L' aspetto suo m' avea la vista tolta: 

Perch' io mi volsi indietro a' miei dottori, 
Com' uom che va secondo ch'egli ascolta. 

E quale, annunziatrice degli albori, 
L'aura di maggio movesi ed olezza, 
Tutta impregnata dair erba e da' fiori ; 



362 IL PURaATORIO. 148^154 

Tal mi senti* un vento dar per mezza 
La fì*onte, e ben senti' muover lapiama, 
Che fé* sentir d* ambrosia V orezza; 

E senti* dir : Beati, cui alluma 

Tanto di grazia , che 1* amor del gusto 
Nel petto lor troppo disir non fuma, 

Gsuriendo sempre quanto ò giusto. 



-•1® 363 



CANTO VENTESIMOQUINTO. 



AROOMENTO. 

Comèsi può far magro, ove non sia 
Uopo di cibo, Dante chiede, e Stazio 
Gli solve il dubbio, mentre sono in via» 

Poi trovanjlamma nell'ultimo spazio. 
Che quM ardendo quel peccato monda , 
Ond* hanno l* alme sulla terra strazio , 

Se mal volere Venere asseconda. 



Ora era che il salir non volea storpio, 
Che '1 Sole avea lo cerchio di merigge 
Lasciato al Tauro, e la Notte allo Scorpio. 

Per che, come fa Tuom che non s' affigge, 
Ma Tassi alla Tla sua, checché gli appaia, 
Se di bisogno stimolo il trafigge; 

Cosi entrammo noi per la callaia, 

Uno innanzi altro , prendendo la scala 
Che per artezza i salitor dispaia. 

E quale il cicognin che leva V ala 
Per voglia di volare , e non s' attenta 
D'abbandonar lo nido , e giù la cala; 



364 IL PURGATORIO. lS-39 



/ 



Tal era io, con voglia accesa e spenta 
Di domandar , venendo infino air atto 
Che fa colui cli'a dicer- s'argomenta. 

Non lasciò, per T andar che fosse ratto. 
Lo dolce Padre mio , ma disse : Scocca 
L'arco del dir, che insino al ferro hai tratu^ 

Allor sicuramente aprii la bocca , 

E cominciai: Ck>me si può far magro 
Là. dove r^iopo di nutrir non tocca t 

Se t* ammentassi come Meleagro 

Si consumò al consumar d*un tizzo, ^ 

Non fora, disse, questo a te si agro: 

E , se pensassi come al vostro guizzo 
• Guizza dentro allo specchio vostra image, 
Ciò che par duro ti parrebbe vizzo. 

Ma perchè dentro a tuo voler t' adage , 

Ecco qui Stazio , ed io lui chiamo e prego, , 
Che sìa or sanator delle tue piago. ' 

Se la veduta « interna » gli dislego, 
Rispose Stazio, laddove tu sìe , 
Discolpi me non potert'io far niego 

Poi cominciò: Se le parole mie. 

Figlio, la mente tua guarda e riceve , 
Lume ti fieno al come che tu die. 1 

Sangue perfetto , che mai non si beve 
Dall'assetate vene, e si rimane 
Quasi alimento che di mensa leve , 



tO— ^6 CANTO VENTESIMOQUINTO. 365 

^TC^nde nel cuore a tutte membra umane 
Virtute informativa, come quello 
eh' a farsi quelle per le vene vane. 

Ancor digesto, scende ov'è più bello 
Tacer che dire; e quindi poscia geme 
Sovr' altrui sangue in naturai vasello. 

Ivi s' accoglie 1* uno e V altro insieme, 
L' un disposto a patire e V altro a fare , 
Per lo perfetto luogo, onde si preme; 

E giunto lui, comincia ad operare. 
Coagulando prima , e poi avviva 
Ciò che per sua materia fé' constare. 

Anima fatta la virtute attiva , 

Qual d'una pianta, in tanto differente, 
Che quest'è in via , e quella é già a riva, 

Tanto ovra poi, che già si muove e sente, 
Come fungo marino ; ed ivi imprende 
Ad organar le posse , ond* è semente. 

Or si piega, figliuolo , or si distende 
La virtù eh* è dal cuor del generante , 
Dove natura a tutte membra intende. 

Ma, come d'animai divegna fante, 
Non vedi tu ancor : quest' è tal punto 
Che più savio di te già fece en-ante ; 

SI che, per sua dottrina, fé' disgiunto 
Dair anima il possibile intelletto, 
Perché da lui non vide organo assunto. 



Bèd IL PURGATORIO. 67-? 

Apri alla verità che viene il petto, 
E sappi che, si tosto com*al feto 
L'articolar del eerebro è perfetto, 

Lo Motor primo a lui si volge lieto 
Sovra tant* arte di natura, e spira 
Spirito nuovo di virtù repleto. 

Che ciò che trova attivo quivi tira 
In sua sustanza, e fassi un* alma sola, 
Che vive, e sente, e sé in so rigira. 

E perché meno ammiri la parola. 
Guarda il calor del Sol che si fa vino, 
Giunto air umor che dalla vite cola. 

E quando Lachesis non ha più lino, 
Solvesi dalla carne , ed in virtute 
Seco ne porta e V umano e 11 divino. 

L* altre potenzie tutte quante mute; 
Memoria, intelligenza e volontade, 
In atto, molto più che prima, acute. 

Senza ristarsi , per sé stessa cade 
Mirabilmente ali* una delle rive: 
Quivi conosce prima le sue strade. 

Tosto che luogo li la circonscrive , 
La virtù formativa raggia intorno, 
Così e quanto nelle membra vive. 

E come r aer, quand* é ben piorno, 
Per r altrui raggio che in so si riflette. 
Di diversi color si mostra adorno; 



4—120 CANTO YENTESIMOQUINTO. 367 

^osi r aer vicin quivi si mette 

In quella forma, che in lui suggella 
Virtualmente Talma che ristette: 

B simìgliante poi alla fiammella 

Che segue il fuoco là Vunque si muta, 
Segue allo spirto sua forma novella. 

Perocché quindi ha poscia sua paruta, 
"È chiamata Ombra; e quindi organa poi 
Ciascun sentire insino alla veduta. 

Quindi parliamo, e quindi ridiam noi , 
Quindi facciam le lagrime e i sospiri 
Che per lo monte aver sentiti puoi. 

Secondo che ci affigon li disiri 

E gli altri affetti, V ombra si figura; 
E questa é la cagion di che tu miri. 

E già venuto air ultima tortura 

S' era per noi , e vòlto alla man destra , 
Ed eravamo attenti ad altra cura. 

Quivi la ripa fiamma in fUor balestra» 
E la cornice spira fiato in suso, 
Che la reflette, e via da lei sequestra. 

Ond' ir ne convenia dal lato schiuso 
Ad uno ad uno, ed io temeva il ftioco 
Quinci, e quindi temeva il cader giuso. 

Lo Duca mio dicea: Per questo loco 

Si vuol tenere agli occhi stretto il freno, 
Però eh' errar potrebbesi per poco. 



368 IL PURGATORIO. 121-18? 

Summce Deus clementice , nel seno 
Del grand' ardore allora udì' cantando, 
Che di volger mi fé' caler non mena 

E vidi Spirti per la fiamma andando; 
Perch* io guardava ai loro ed a' miei passi 
compartendo la vista a quando a quando. 

Appresso il fine eh' a queir inno fessi, 
Gridavan alto : Virum non coffnosco; 
Indi ricominciavan V inno bassi. 

Finitolo, anche gridavano: Al bosco 
Si tenne Diana, ed Elice caccionne, 
Che di Venere avea sentito il tosco. 

Indi al cantar tornavano; indi donne 
Gridavano , e mariti che fùr casti , 
Come virtute e matrimonio imponne. 

E questo modo credo che lor basti 

Per tutto il tempo che '1 fuoco gli abbruci» 
Con tal cura conviene e con tai pasti 

Che la piaga dasàezzo si ricucia. 



12 969 



CANTO VENTESIMOSESTO. 



ARGOMENTO. 

Inpf€mto e fuoco V anima a* affina, 

E ardendo purpa quegli errar perversi, 
IH cui lussuria fa studio e dottrina. 

Tra que* tapini spiriti diversi 
Dante conosce Guido Guinicelli, 
Testar sì dolce d' amorosi tersir 

E jlmaldo Danfielìo anch' è con ^elli. 



Mentre che si per r orlo , uno innanzi altro, 
Ce n' andavamo, spesso il buon Maestro 
Diceva: Guarda; giovi eh' io ti scaltro. 

Feriami il Sole in su r omero destro, 
Che già, raggiando, tutto V Occidente 
Mutava in bianco aspetto di cilestro : 

Ed lo fSacea con V ombra più rovente 
Parer la fiamma, e pur a tanto indizio 
Vidi molt' ombre, andando, poner mente. 

Questa fu la cagion che diede inizio 
Loro a parlar di me ; e cominciarsi 
A dir: Colui non par corpo fittizio. 

24 



370 IL PURGATORIO. 13-3k 

Poi verso me, qaanto potevan farsi, I 

Certi si féron, sempre con riguardo 
Di non uscir dove non fosser arsi. 

O tu, che vai , non per esser più tardo. 
Ma forse reverente, agli altri dopo. 
Rispondi a me , che in sete e in fuoco ard--> 

Né solo a me la tua risposta ò uopo; 
Che tutti questi n' hanno maggior sete, 
Che d* acqua fredda Indo o Etiopo. 

Dinne com* é che fai di te parete 
Al Sol , come se tu non fossi ancora 
Di morte entrato dentro dalla rete. 

SI mi parlava un d* essi, ed io mi fora 
Qià manifesto , s' V non fossi atteso 
Ad altra novità eh* apparse allora: ' 

Che per lo mezzo del cammino acceso 
Venia gente col viso incontro a questa, 
La qual mi fece a rimirar sospeso. 

Lì veggio d* ogni parte farsi presta 

Ciascun' ombra , e baciarsi una con una, 
Senza ristar, contente a breve festa. 

Cosi per entro loro schiera bruna 

S* ammusa V una con V altra formica , 
Forse a spiar lor via e lor fortuna. 

Tosto che parton 1* accoglienza amica , 
Prima che *1 primo passo li trascorra, 
Sopraggridar ciascuna s* affatica : 



40-66 CANTO VENTESIMOSESTO. 371 

l^ nuova gente : Soddoma e (Gomorra ; 
E r altra: Nella vacca entrò Pasife, 
Perché il torello a sua lussuria corra. 

Poi come gru, eh' alle montagne Rife 
Volasser parte, e parte in vèr V arene, 
Queste del giel, quelle del Sole schife; 

L' una gente sen va, l' altra sen viene, 
E tornan lagrimando a* primi canti, 
E al gridar che più lor si conviene : 

E raccostarsi a me, come davanti. 
Essi medesmi che m' avean pregato , 
Attenti ad ascoltar ne* lor sembianti. 

Io, che due volte avea visto lor grato. 
Incominciai: O anime sicure 
D' aver, quando che sia, di pace stato, 

Non son rimase acerbe né mature 

Le membra mie di là, ma son qui meco 
Ck)l sangue suo e con le sue giunture. 

Quinci su vo per non esser più cieco: 
Donna é di sopra che n' acquista grazia. 
Per che '1 mortai pel vostro mondo reco. 

Ma se la vostra maggior voglia sazia 

Tosto divegna , si che '1 ciel v» alberghi, 
eh' d pien d' amore e più ampio si spazia. 

Ditemi, acciocché ancor carte ne verghi, 
Chi siete voi, e chi è quella turba 
Che si ne va diretro a' vostri terghi ? 



372 IL PURGATORIO. 67-^ 

Non altrimenti stupido si torba 

Lo montanaro , e rimirando ammiita, 
Quando rozzo e salvatico s' inurba. 

Che ciascun* ombra fece in sua parata: 
Ma poiché furon di stupore scarche. 
Lo qual negli alti cuor tosto s" attuta. 

Beato te , che delle nostre marche. 
Ricominciò colei che pria ne chiese, 
Per viver meglio esperienza imbarche ! 

La gente, che non vien con noi, offese 
Di ciò, per che già, Cesar, trionfando, 
Regina centra sé chiamar s' intese : 

Però si parton Soddoma gridando. 
Rimproverando a sé , com* hai udito, 
E aiutan V arsura vergognando. 

Nostro peccato fìi ermafì?odito; 

Ma perché non servammo umana legge. 
Seguendo come bestie V appetito. 

In obbrobrio di noi per noi si legge, 
Quando partiamci, il nome di colei 
Che s' imbestiò neir imbestiate schegge. 

Or sai nostri atti , e di che fummo rei : 
Se forse a nome vuoi saper chi semo: 
Tempo non é da dire , e non saprei. 

Farotti ben di me volere scemo ; 

Son Guido Guinicelli, e già mi purgo 
Per ben dolermi prima eh' allo stremo. 



^180 CANTO VENTESIMOSESTO. 378 

uaii nella tristizia di Licurgo 
Si fér duo figli a riveder la madre, 
Tal mi fec* io , ma non a tanto insurgo , 

uando i* udi* nomar sé stesso il padre 
Mio e degli altri miei miglior, che mai 
Rime d* amore usar dolci e leggiadre: 

! senza udire e dir pensoso andai 
Lunga fiata rimirando lui, 
Né per lo fuoco in là più m* appressai. 

oichè di riguardar pasciuto ftii, 
Tutto m' offersi pronto al suo servigio , 
Con r affermar che fa credere altrui. 

d egli a me: Tu lasci tal vestigio, 
Per quel eh' i* odo , in me, e tanto chiaro , 
Che Lete noi può tórre né far bigio. 

a, se le tue parole or ver giuraro, 
Dinuni che ò cagion perché dimostri 
Nel dire e nel guardar d' avermi caro? 

d io a lui: Li dolci detti vostri 
Che, quanto durerà V uso moderno, 
Faranno cari ancora i loro inchiostri. 

I frate, disse, questi eh' io ti scerno 
col dito (e additò un spirto innanzi). 
Fu miglior fabbro del parlar materno. 

ersi d' amore e prose di romanzi 
soverchiò tutti, e lascia dir gli stolti 
che quel di Lemosl credon eh' avanzi. 



374 IL PURGATORIO. 121-K' 

A voce più eh* al Ter drizzan li volti, 

E cosi ferman sua opinione 

Prima eh* arte o ragion per lor s* ascolti- 
Cosi fér molti antichi di Guittone , 

Di grido in grido pur lui dando pregio. 

Fin che V ha vinto il ver con più persoi:? 
Or , se tu hai si ampio privilegio , 

Che licito ti sia r andare al chiostro, 

Nel quale ò Cristo abate del collegio, 

Fagli per me un dir di Paternostro, 
Quanto bisogna a noi di questo mondo. 
Ove potei^eccar non è più nostro. 

Poi, forse per dar luogo altrui secondo, 
Che presso avea, disparve per lo fuoco, 
Come per T acqua il pesce andando al foiiJ 

Io mi feci al mostrato innanzi un poco, 
E dissi eh* al suo nome il mio desire 
Apparecchiava grazioso loco. 

Ei cominciò liberamente a dire: 

Tan m' aibelhis vostre cortes deman, 
Qii'jeu no m puesc ni m voil a vos cobn 

Jeu sui Arnautz, que piar e vai cTiantan: 
Consiros vei la passada folar, 
E vei jauzen lo jorn qu* esper denan. 

Ara vos prec per aquella valor, 

Que vos guida al som sena dol e sens cali^> 
Sovenha us atemprar ma dolor. 

^oi 8* ascose nel fuoco che gli affina. 



•12 375 

CANTO VENTESIMOSETTIMO. 



ARGOMENTO. 

JBÌntra nel foco per veder Beatrice 

Dante, e lo paeea eoi dolce pensiero , 
Che lo rinfranca pur d' eaaer felice. 

Indi col sonno piii si fa leggiero: 

Ma desto alfln Virgilio gli rammenta , 
Ch* ei non gli è guida nel novo sentiero , 

In cui può gir da si, quando il consenta. 



Siccome quando i primi raggi vibra 

Là dove il suo Fattore il sangue sparse , 
Cadendo Ibero sotto V alta Libra, 

E r onde in Gange da nona riarse, 

Si stava il Sole; onde *1 giorno sen giva, 
Quando V Angel di Dio lieto ci apparse. 

Fuor della fiamma stava in su la riva, 
E cantava Beati mundo corde. 
In voce assai più che la nostra viva. 

Poscia: Più non si va, se pria non morde. 
Anime sante , il fuoco ; entrate in esso , 
Ed al cantar di là non siate sorde. 



376 TL FUROATORIO. 13^ 

Si disse , come noi gli fttmmo presso ; 
Perch* io divenni tal , quando lo intesi, 
Qual è colui che nella fossa è messo. 

In su le man commesse mi protesi. 

Guardando il fuoco, e immaginando fon^ 
Umani corpi già veduti accesi. 

Volsersi verso me le buone scorte; 
E Virgilio mi disse: Pigliuol mio. 
Qui puote esser tormento, ma non morte. 

Ricordati , ricordati.... e, se io 
Sovr' esso Gerion ti guidai salvo , 
Che farò or che son più presso a Dio I 

Credi per certo che , se dentro air alvo 
Di questa fiamma stéssi ben mill* anni, 
Non ti potrebbe far d' un capei calvo. 

E se tu credi forse eh* io t* inganni. 
Fatti vèr lei, e fatti far credenza 
Con le tue mani al lembo de* tuoi panni. 

Fon giù omai, pon giù ogni temenza; 
Volgiti in qua, e vieni oltre sicuro: 
Ed io pur fermo, e con tra coscienza. 

Quando mi vide star pur fermo e duro, 
Turbato un poco, disse: Or vedi, figlio, 
Tra Beatrice e te è questo muro. 

Com* al nome di Tisbe aperse il ciglio 
Piramo in su la morte, e riguardolla, 
Allor che 11 gelso, diventò vermiglio; 



I 



bO-66 CANTO YENTESIMOSBTTIMO. 377 

Z^osi, la mia durezza fatta solla, 

Mi Yolsi al savio Duca, udendo il nome 
Che nella mente sempre mi rampolla. 

Ond* ei crollò la testa, e disse: Ck}me! 
Yolemci star di qua? indi sorrise , 
Com* al fanciul si fa che ò vinto al pome. 

Poi dentro al fuoco innanzi mi si mise, 
Pregando Stazio che venisse retro, 
Che pria per lunga strada ci divise. 

Come fui dentro, in un bogliente vetro 
Gittato mi sarei per rinfrescarmi; 
Tanto er' ivi lo incendio senza metro. 

IjO dolce Padre mio, per confortarmi, 
Pur di Beatrice ragionando andava, 
Dicendo: Gli occhi suoi già veder parmi. 

Qxiidavaci una voce che cantava 
Di là; e noi attenti pure a lei. 
Venimmo fuor là ove si montava. 

Venite, benedicti Patris mei, 

Sonò dentro a un lume , che li era 
Tal, che mi vinse, e guardar noi potei. 

Lo Sol sen va, soggiunse , e vien la sera; 
Non V* arrestate , ma studiate il passo; 
Mentre che r Occidente non s* annera. 

Dritta Balia la via per entro il sasso. 
Verso tal parte , eh' io togUeva i raggi 
Dinanzi a me del Sol eh* era già lasso. 



378 IL PUROATORIO. «7-93 

E di pochi scaglion levammo i saggi, 

Che il Sol corcar , per r ombra che si spense 
Sentimmo dietro ed io e gli mìei SaggL 

E pria che in tutte le sue parti immense 
Fosse orizzonte fatto d' un aspetto, 
E Notte avesse tutte sue dispense, 

Ciascun di noi d' un grado fece letto: 
Che la natura del monte ci afiranse 
La possa del salir più che il diletto. 

Quali si fanno ruminando manse 
Le capre, state rapide e proterve 
Sopra le cime, prima che sien pranse, 

Tacite air ombra, mentre che il Sol ferve, 
Guardate dal pàstor che in su la verga 
Poggiato 8* è, e lor poggiato serve; 

E quale il mandrian , che fuori alberga, 
Lungo il peculio suo queto pernotta, 
Guardando perchè fiera non lo sperga; 

Tali eravamo tutti e tre allotta, 

' Io come capra, ed ei come pastori, 

Fasciati quinci e quindi dalla grotta. 
Poco potea parer li del di fliori; 
Ma per quel poco vedev* io le stelle 
Di lor solere e più chiare e maggiori. 

Si ruminando , e si mirando in quelle , 
Mi prese! sonno: il sonno che sovente, 
\nzi che '1 fatto sia, sa le novelle. 



94-120 CANTO VENTESIMOSETTIMO. 379 

Neir ora credo, che deir Oriente 
Prima raggiò nel monte Citerea, 
Che di fuoco d* amor par sempre ardente, 

GioYane e bella in sogno mi parea 
Donna veder andar per una landa 
Cogliendo fiori; e cantando dicea: 

Sappia, qualunque il mio nome dimanda, 
eh' io mi son Lia, e vo movendo intorno 
Le belle mani a farmi una ghirlanda. 

Per piacermi allo specchio qui m* adorno ; 
Ma mia suora Rachel mai non si smaga 
Dal suo miraglio , e siede tutto giorno. 

Eir ó de' suoi begli occhi veder vaga, 
Com* io deir adornarmi colle mani; 
Lei lo vedere, e me T ovrare appaga. 

E già, per gli splendori antelucani , 
Che .tanto ai peregrin surgon più grati, 
Quanto tornando albergan men lontani, 

Le tenebre fuggian da tutti i lati , 

E il sonno mio con esse ; ond' io levarmi ., 
Veggendo i gran Maestri già levati. 

Quel dolce Pome, che per tanti rami 
Cercando va la cura de* mortali. 
Oggi porrà in pace le tue fami: 

Virgilio inverso me queste cotali 
Parole usò, e mai non f\iro strenne 
Che fosser di piacere a queste iguali. 



380 JL l»URaATORIO. 121*142 

Tanto voler sovra voler mi venne 
Deir esser su, eh' ad ogni passo poi 
Al volo mi sentia crescer le penne. 

Come la scala tutta sotto noi 

Fu corsa, e fummo in su '1 grado superno. 
In me ficcò Virgilio gli occhi suoi, 

E disse: Il temperai fuoco e V eterno 
Veduto hai, figlio , e se* venuto in parie , 
Ov' io per me più oltre non discemo. 

Tratto t' ho qui con ingegno e con arte ; 
Lo tuo piacere omai prendi per duce; 
Fuor se* dell* erte vie, fuor se' dell' arte. 

Vedi là il Sol, che in fronte ti riluce; 
Vedi 1* erbetta, i fiori e gli arboscelli. 
Che questa terra sol da sé produce. 

Mentre che vegnon lieti gli occhi belli. 
Che lagrimando a te venir mi fénno, 
Seder ti puoi , e puoi andar tra eUi. 

Non aspettar mio dir più, nò mio cenno: 
Libero, dritto, sano, è tuo arbitrio, 
E fallo fora non fare a suo senno ; 

Perch* io te sopra te corono e mitrio. 



L- 



381 



CANTO VEiNTESIMOTTAVO. 



ARGOMENTO. 

La divina foresta spessa e viva 
Mirava del terrestre Paradiso , 
Egodea il suol, che d'ogniparU oliva,, 

Dante, quand' ei leoperse il santo viso 
jy una Donna soletta, che sen già 
Cogliendo fiori con beato riso, 

E i dubij scioglie eh* in suo cor sentia» 



Vago già di cercar dentro e dintorno 
La divina Foresta spessa e viva, 
Ch' agli occhi temperava il nuovo giorno, 

Senza più aspettar, lasciai la riva, 
Prendendo la campagna lento lento 
Su per lo suol che d' ogni parte oliva. 

Un' aura dolce, senza mutamento 
Avere in sé, mi feria per la fronte 
Non di più colpo, che soave vento; 

Per cui le fì*onde, tremolando pronte. 
Tutte quante piegavano alla parte , 
XP la prim' pmbra gitta il santo Monte : 



382 IL PURGATORIO. 13-39 

Non però dal lor esser dritto sparte 
Tanto, che gli augelletti per le cime 
Lasciasser d' operare ogni lor arte ; 

Ma con piena letizia V óre prime, 
Cantando , ricevieno intra le foglie , 
Che tenevan bordone alle sue rime , 

Tal , qual di ramo in ramo si raccoglie 
Per la pineta, in sul lito di Chiassi, 
Quand' Eolo Scirocco fuor discioglie. 

Già m' avean trasportato i lenti passi 
Dentro air antica Selva tanto , eh* io 
Non potea rivedere ond' io m' entrassi: 

Ed ecco più andar mi tolse un rio , 

Che in vèr sinistra con sue picciole onde 
Piegava r erba che in sua ripa uscio. 

Tutte r acque che son di qua più monde, 
Parrieno avere in sé mistura alcuna, 
Verso di quella che nulla nasconde ; 

Awegna che si muova bruna bruna 
Sotto r ombra perpetua, che mal 
Raggiar non lascia Sole ivi nò Luna. 

Compiè ristetti, e con gli occhi passai 
Di là dal flumicello, per mirare 
La gran variazion de' freschi mi^ : 

E là m* apparve, si com' egli appare 
Subitamente cosa che disvia 
^er maraviglia tutt' altro pensare, 



kO-dC OANTO VENTBSIHOTTAVO. 388 

Una Donna soletta, che si già 

Cantando , ed iscegliendo fior da flore , 
Ond* era pinta tutta la sua via. 

Deh, bella Donna, eh* a* raggi d* amore 
Ti scaldi , s* io TO* credere a' sembianti, 
Che soglion esser testimon del cuore, 

Vegnati voglia di trarreti avanti , 
Diss* io a lei, verso questa riviera, 
Tanto eh* io possa intender che tu canti. 

Tu mi fai rimembrar dove e quar era 
Prpserpina nel tempo che perdette 
La madre lei, ed ella primavera. 

Come si volge, con le piante strette 
A terra ed intra so, donna che balli, 
E piede innanzi piede appena mette; 

Volsesi in su' vermigli ed in su* gialli 
Fioretti verso me, non altrimenti 
Che vergine che gli occhi onesti avvalli; 

E fece i preghi miei esser contenti, 
Si appressando sé , che il dolce suono 
Veniva a me co* suoi intendimenti. / 

Tosto che fu là, dove 1* erbe sono 
Bagnate già dall* onde del bel fiume , 
Di levar gli occhi suoi mi fece dono. 

Non credo che splendesse tanto lume 
Sotto le ciglia a Venere trafitta 
Dal figlio fuor di tutto suo costume. 



364 Di PUROATORIO. ^"^ 

Ella ridea dair altra riva , dritta 

Trattando più color con le sue mani. 
Che r alta Terra senza seme guitta. 

Tre passi ci facea *1 fiume lontani; 
Ma Ellesponto, là Ve passò Serse, 
Ancora freno a tutti orgogli umani. 

Più odio da Leandro non sofferse. 

Per mareggiare intra Sesto ed Abido, 
Che quel da me, perchè allor non s* apersr 

Voi slete nuovi, e forse perch' io rido, 
Cominciò ella, in questo loco eletto 
Air umana natura per suo nido, 

Maravigliando tienvi alcun sospetto ; 
Ma luce rende il Salmo Delectasti, 
Che puote disnebbiar vostro intelletto. 

E tu che se' dinanzi , e mi pregasti , 

Di* s* altro vuoi udir, eh' io venni presta 
Ad ogni tua question , tanto che basti. 

L'acqua, diss' io, e il suon della foresta, 
Impugnan dentro a me novella fede 
Di cosa, eh' io udì' contraria a questa. 

Ond' ella: I' dicerò come procede 

Per sua cagion, ciò eh' ammirar ti face; 
E purgherò la nebbia che ti flede. 

Lo sommo Bene, che solo a Sé piace, 

Fece r uom buono ; e il ben di questo loco ; 
Diede per arra a lui d' eterna pace. 



&-120 CANTO VENTESIMOTTAVO. 385 

3r sua dififalta qui dimorò poco : 
Per sua diffalta in pianto e in affanno 
Cambiò onesto riso e dolce giuoco. 

erchè il turbar, che sotto da sé fanno 
L* esalazion deir acqua e della terra, 
Che , quanto posson , dietro al calor vanno, 

Lir uomo non facesse alcuna guerra, 
Questo monte sallo vèr lo Ciel tanto, 
B libero è da indi , ove si serra. 

>r , perchè in circuito tutto quanto 
L' aer si volge con la prima volta, 
Se non gli è rotto il cerchio d' alcun canto ; 

[n questa altezza, che tutta è disciolta 
Neir aer vivo, tal moto percuote, 
E fa sonar la selva perch' é folta; 

B la percossa pianta tanto puote , 

Che della sua virtute V aura impregna, 
E quella poi girando intorno scuote : 

E r alta Terra , secondo eh' è degna 
Per sé o per suo ciel , concepe e figlia 
Di diverse virtù diverse legna. 

Non parrebbe di là poi maraviglia, 
Udito questo, quando alcuna pianta 
Senza seme palese vi s' appiglia. 

E saper dèi che la campagna santa. 
Ove tu se', d^ogni semenza é piena, 
E frutto ha in sé che di là non si schianta 

25 



386 IL PURGATORIO. 121-14S 

L' acqua che vedi non surge di vena 
Che ristori vapor che giel converta , 
Come fiume eh' acquista o perde lena; 

Ma esce di fontana salda e certa, 
Che tanto dal voler di Dio riprende, 
Quant* ella versa da due parti aperta. 

Da questa parte con virtù discende. 
Che toglie altrui memoria del peccato ; 
Dair altra, d' ogni ben fatto la rende. 

Quinci Lete, cosi dair altro lato 
Eunoé si chiama, e non adopra, 
Se quinci e quindi pria non è gustato. 

A tutV altri sapori esto è di sopra. 

Ed avvegna eh' assai possa esser sazia 
La sete tua, perchè più non ti scopra, 

Darotti un corollario ancor per grazia; 
Né credo che il mio dir ti sia men caro, 
Se oltre promission teco si spazia. 

Quelli eh' anticamente poetaro 
L' Età. dell' oro e suo stato felice , 
Forse in Parnaso esto loco sognare. 

Qui fU innocente 1' umana radice ; 

Qui primavera sempre ed ogni frutto; 
Nettare è questo di che ciascun dice. 

Io mi rivolsi addietro allora tutto • 
A' miei Poeti , e vidi che con riso 
^Jdito avevan l' ultimo costrutto: 
Ila bella Donna tornai 11 viso. 



387 



CANTO VENTESIMONONO. 



ARGOMENTO. 

Da lunge vede aette alberi d' oro 

Dante f che aono eandelahri e luci. 
Che adagio vanno, e fan beato coro, 

JDiretro ad eatipur come a lor duci 
Vede genti venir ed animali 
Miaterfosi, in cuiflaa le luci. 

Lettore, V noi ao dir, a' ivi non aali. 



:;antando come donna innamorata , 
Ck>ntinuò col fin di sue parole : 
Beati, quorum tecta sunt peccata, 

B come Ninfe che si glvan sole 
Per le selvatich* ombre , disiando 
Qual di Aiggir, qual di yeder lo Sole, 

Allor si mosse con tra *1 fiume, andando 
Su per la riva , ed io pari di lei , 
Picciol passo con picciol seguitando. 

Non eran cento tra* suoi passi e i miei, 
Quando le ripe igualmente diér Tolta , 
Per modo eh' a Levante mi rendei. 



3S8 IL PURGATORIO. ^"' 

Né anche fu così nostra via molta. 
Quando la Donna a me tutta si torse , 
Dicendo: Frate mio, guarda ed ascolta. 

Ed ecco un lustro subito trascorse 
Da tutte parti per la gran foresta, 
Tal che di balenar mi mise in forse. 
Ma perchè '1 balenar, come vien, resta, 
E quel durando più e più splendeva, 
Nel mio pensar dlcea: Che cosa è questa? 
Ed una melodia dolce correva 

Per r aer luminoso ; onde buon zelo 
Mi fé' riprender V ardimento d' Eva, 
Che, là dove ubbidia la terra e il cielo. 
Femmina sola, e pur testé formata, 
Non sofferse di star sotto alcun velo ; 
Sotto il qual, se divota fosse stata. 
Avrei quelle ineffabili delizie 
Sentite prima, e poi lunga fiata. 
Mentr' io m' andava, tra tante primizie 
Dell' eterno Piacer , tutto sospeso, 
E disioso ancora a più letizie, 
Dinanzi a noi, tal quale un fuoco acceso, 
Ci si fé' r aer , sotto i verdi rami, 
E il dolce suon per canto era già inleso. 

O sacrosante Vergini, se fami, 

Freddi , o vigilie mai per voi soffersi, 
Cagion mi sprona eh' io mercè ne chìam 



GO CANTO VENTESIMONONO. 389 

oonvìen eh* Elicona per me versi , 
E Urania m' aiuti col suo coro, 
Forti cose a pensar, mettere in versi. 

3CO pili oltre sette alberi d' oro 
Falsava nel parere il lungo tratto 
Del mezzo, eh* era ancor tra noi e loro; 

a quando i* fui si presso di lor fatto , 
Che r obbietto comun , che *1 senso inganna, 
Non perdea per distanza alcun suo atto; 

a virtù eh* a ragion discorso ammanna 
Siccom* egli eran candelabri apprese , 
G nelle voci del cantare , Osanna. 

i sopra fiammeggiava il bello arnese 
Più chiaro assai , che Luna per sereno 
Di mezza notte nel suo mezzo mese. 

) mi rivolsi d' ammirazion pieno 
Al buon Virgilio, ed esso mi rispose 
Con vista carca di stupor non meno. 

adi rendei 1* aspetto ali* alte cose, 
Che si movieno incontro a noi si tardi, 
Che fdran vinte da nocelle spose. 

^a Donna mi sgridò: Perchè pur ardi 
Si neir aspetto delle vive luci, 
E ciò che vien diretro a lor non guardi? 

jenti vid* io allor , com* a lor duci , 
Venire appresso vestite di bianco; 
E tal candor giammai di qua non fUci. 



390 IL PURGATORIO. 67-"- 

L' acqua splendeva dal sinistro fianco, 
E rendea a me la mia sinistra costa. 
S'io riguardava in lei, come specchio 32 

Quand* lo dalla mia riva ebbi tal posta, 
Che solo il fiume mi facea distante. 
Per veder meglio a* passi diedi sosta; 

E vidi le fiammelle andare avante , 
Lasciando dietro a sé V aer dipinto, 
E di tratti pennelli avean sembiante; 

Si che di sopra rimanea distinto 
Di sette liste, tutte in quei colori, 
Onde fa r arco il Sole, e Delia il cisto. 

Questi stendali dietro eran Inaggiori 
Che la mia vista; e, quanto a mio awisi 
Dieci passi distavan quei di f\iori. 

Sotto cosi bel ciel , com* io diviso , 
Ventiquattro Seniori , a due a due. 
Coronati venian di fiordaliso. 

Tutti cantavan: Benedetta tue 

Nelle figlie d* Adamo, e benedette 
Steno in eterno le bellezze tue. 

Poscia che i fiori è V altre fresche erbette. 
A rimpetto di me dall' altra sponda 
Libere ftìr da quelle genti elette, 

Si come luce luce in ciel seconda. 

Vennero appresso lor quattro Animali, 
Coronato ciascun di verde fronda. 



►4 — 120 CANTO VENTESIMONONO. 391 

Ognuno era pennuto di sei ali , 

Le iwnne piene d' occhi ; e gli occhi d' Argo, 
Se fosser vivi , sarebber cotali. 

A descriver lor forma più non spargo 
Rime, Lettor ; eh' altra spesa mi strigne 
Tanto , che in questa non posso esser largo. 

Ma leggi EzECHiEL, che gli dipigne 
Come li vide dalla fredda parte 
Venir con vento , con nube e con igne ; 

E quai li troverai nelle sue carte , 
Tali eran quivi , salvo eh' alle penne 
Giovanni è meco, e da lui si diparte. 

Lo spazio dentro a lor quattro contenne 
Un C5arro, in su due rote, trionfale, 
Che al collo d' un Grifon tirato venne. 

Ed esso tendea su V una e V altr' ale 
Tra la mezzana e le tre e tre liste, 
Si eh* a nulla , fendendo , facea male. 

Tanto salivan, che non eran viste; 

Le membra d' oro avea quanto era uccello, 
E bianche V altre di vermiglio miste. 

Non che Roma di carro cosi bello 

Rallegrasse Africano, ovvero Augusto; 
Ma quel del Sol saria pover con elio ; 

Quel del Sol che sviando fu combusto , 
Per Torazion della Terra devota, 
Quando fU Qiove arcanamente giusto. 



302 IL PURGATORIO. 121-147 . 

Tre Donne in giro dalla destra rota 
Venian danzando: 1* una tanto rossa, 
Ch* appena fdra dentro al Aioco nota; 

L* altr* era , come se le carni e V ossa 
Fossero state di smeraldo fatte ; 
La terza parea neve testò mossa : 

Ed or parevan dalla bianca tratte , 
Or dalla rossa, e dal canto di questa 
L' altre togliean V andare e tarde e ratte. 

Dalla sinistra quattro facean festa. 
In porpora vestite dietro al modo 
D* una di lor, eh' ayea tre occhi in testa. 

Appresso tutto il per trattato nodo. 
Vidi duo Vecchi in abito dispari. 
Ma pari in atto ed onestato e sodo. 

L* un si mostrava alcun de* famigliari 
Di quel sommo Ippocràte , che Natura 
Agli animali fé' eh' eli' ha più cari. 

Mostrala 1' altro la contraria cura 
Con una spada lucida ed acuta, 
Tal che di qua dal rio mi fé' paura. 

Poi vidi quattro in umile paruta, 
E diretro da tutti un Veglio solo 
Venir, dormendo, con la faccia arguta. 

E questi sette col primaio stuolo 
Erano abituati; ma di gigli 
Dintorno al capo non facevan brolo; 



18-154 CANTO VENTESIMONONO. 393 

nzi di rose e d* altri fior vermigU: 
Giurato avria poco lontano aspetto. 
Glie tutti ardesser di sopra da* cigli. 

S quando il Carro a me fu a rimpetto, 
Un tuon s* udì ; e quelle genti degne 
Parvero aver 1* andar più interdetto, 

Fermandosi ivi con le prime insegne. 



394 IL PURGATORIO. 



CANTO TRENTESIMO. 



ARGOMENTO. 

Tra* fior discesa in angelica fasta 

Viene Seatries, e della fiamma anUca 
Forza nel sen di Dante aneo »i dmata, 

Volgesialui la bella Donna amica, 
Egli rinfaccia che il viaggio torse 
Via da virtù, che l* anime notriea. 
Poco pregiando aita che gli porse. 



Quando il Settentrion del primo Cielo, 
Che né occaso mai seppe né orto 
Né d' altra nebbia , che di colpa Velo, 

E che foceva lì ciascuno accorto 

Di suo dover, come il più basso fece 
Qual timon gira per venire a porto. 

Fermo si affisse , la gente verace, 
Venuta prima tra il Grifone ed esso, 
Al Carro volse sé , come a sua pace :' 

E un di loro, quasi dal Ciel messo, 
^^!l{> fPonsa , de Libano, cantando, 
Gridò tre volte, e tutti gli altri appr^. 



13-39 CANTO TRENTESIMO. 395 

ijuale i beati al novissimo bando 

Surgeran presti ognun di sua caverna, 
La rivestita carne alleliyando; 
Colali, in su la divina Basterna, 

Si levar cento, ad vocem tanti Senis, 
Ministri e messaggier di vita eterna. 
Tutti dicean : Benedictus , qui venis : 
E , fior gittando di sopra e d' intorno, 
Manibics o date lilia plenis, 
lo vidi già nel cominciar del giorno 
La parte orientai tutta rosata, 
E r altro ciel di bel sereno adorno, 
B la faccia del Sol nascere ombrata , 
Si che per temperanza di vapori 
L' occhio la sostenea lunga fiata : 

Cosi dentro una nuvola di fiori. 
Che dalle mani angeliche saliva, 
E ricadeva giù dentro e di fuori, 

Sovra candido vel cinta d' oliva 

Donna m' apparve, sotto verde manto, 
Vestita di color di fiamma viva. 

E lo spirito mio, che già, cotanto 

Tempo era stato, eh' alla sua presenza 
Non era di stupor tremando affranto, 

senza degli occhi aver più conoscenza, 
per occulta virtù che da lei mosse, 
D' antico amor sentì la gran potenza, 



39« Ili PURGATORIO. 40-66 

Tosto Che nella vista mi percosse 

L' alta virtù , che già m* avea trafitto 
Prima eh' io fUor di puerizia fosse, 

Volsimi alla sinistra col rispitto, 

Col quale il fkntolin corre alla mamma. 
Quando ha paura, o quando egli é afiUtto, 

Per dicere a Virgilio: Men che dramma 
Di sangue m' è rimasa, che non tremi; 
CJonosco i segni dell' antica fiamma. 

Ma Virgilio n' avea lasciati scemi 
Di sé, Virgilio dolcissimo padre, 
Virgilio , a cui per mia salute die'mi : 

Né quantunque perdeo l'antica madre. 
Valse alle guance nette di rugiada. 
Che lagrìmando non tornassero adre. 

Dante, perchè Virgilio se ne vada. 

Non pianger anco, non pianger ancora: 
Che pianger ti convien per altra spada. 

Quasi ammiraglio , che in poppa ed in prora 
Viene a veder la gente che ministra 
Per gli alti legni , ed a ben far la incuora, 

In su la sponda del Carro sinistra , 

Quando mi volsi al suon del nome mio. 
Che di necessità qui si registra, 

Vidi la Donna , che pria in' appario 
Velata sotto l' angelica festa , 
Drizzar gli occhi vèr me di qua dal rio. 



"V-X— 93 CANTO TRENTESIMO. 397 

'^xittoché il vel che le scendea di testa , 
Cerchiato dalla fronda di Minerva, 
Non la lasciasse parer manifesta; 

Regalmente, neiratto ancor proterva, 
Continuò , come colui che dice , 
E il più caldo parlar dietro riserva: 

Guardami ben: ben son, ben son Beatrice: 
Come degnasti d' accedere al Monte ? 
Non sapei tu, che qui é V uom felice t 

Gli occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; 
Ma veggendomi in esso , io trassi air erba : 
Tanta vergogna mi gravò la fronte. 

Cosi la madre al figlio par superba, 
Com* ella parve a me , perché d* amaro 
Sente il sapor della piotate acerba. 

Ella si tacque, e gli Angeli cantaro 
Di subito : Jnte, Domine , speravi ; 
Ma oltre pedes meos non passaro. 

Si come neve tra le vive travi 
Per lo dosso d' Italia si congela 
Soffiata e stretta dalli venti Schiavi , 

Poi liquefatta in sé stessa trapela, 

Pur che la terra, che perde ombra, spiri, 
Si che par fuoco fonder la candela; 

Cosi fui senza lagrime e sospiri 

Anzi il cantar di que' che notan sempre 
Dietro alle note degli eterni giri. 



398 IL PURaATORIO. 94-12t' 

Ma poiché intesi nelle dolci tempre 
Lor compatire a me , più che se detto 
Avesser : Donna , perché si lo stempra f 

Lo giel, che m* era intorno al cuor ristretto, 
Spirito ed acqua fessi « e con ang^oscia 
Per la bocca e per gli occhi usci del petto- 

Ella, pur ferma in su la detta coscia 
Del Carro stando, alle Sustanze pie 
Volse le sue parole cosi poscia: 

Voi vigilate nell* eterno die, 

Si che notte nò sonno a voi non fbra 
Passo, che faccia il secol per sue vie; 

Onde la mia risposta é con più cura. 
Che m* intenda colui che di là piagge. 
Perché sia colpa e duol d* una misura. 

Non pur per ovra delle rote magne , 
Che drizzan ciascun seme ad alcun fine. 
Secondo che le stelle son compagne ; 

Ma per larghezza di grazie divine, 
Che si alti vapori hanno a lor piova, 
Che nostre viste là non van vicine; 

Questi ùi tal nella sua vita nuova 
Virtualmente, ch'ogni abito destro 
Fatto averebbe in luì mirabil prova. 

Ma tanto più maligno e più Silvestro 

Si fa il terren col mal seme, e non colto, 
Quant* egli ha più di buon vigor terrestre. 



1-145 CANTO TRENTESIMO. 399 

Icun tempo il sostenni col mio volto; 
Mostrando gli occhi giovinetti a lui , 
Meco il menava in dritta parte vòlto. 

li tosto come in su la soglia fui ^ 

Di mia seconda etade e mutai vita , 
Questi si tolse a me , e diessi altrui. 

Quando di carne a spirto era salita, 
E bellezza e virtù cresciuta m' era , 
Fu* io a lui men cara e men gradita; 

E volse i passi suoi per via non vera, 
imagini di ben seguendo false, 
Che nulla promission rendono intera. 

Né impetrare ispirazion mi valse, 
Con le quali e in sogno ed altrimenti 
Lo rivocai, si poco a lui ne calse. 

Tanto giù cadde, che tutti argomenti 
Alla salute sua eran già corti , 
Fuor che mostrargli le perdute genti. 

Per questo visitai 1' uscio de* morti , 
E a colui che V ha quassù condotto , 
Li prieghi miei, piangendo, furon porti. 

L' alto fato di Dio sarebbe rotto , 
Se Lete si passasse , e tal vivanda 
Fosse gustata senz' alcuno scotto 

Di pentimento che lagrime spanda. 



400 IL PURGATORIO. l"^- 



CANTO TRENTESIMOPRIMO. 



ARGOMENTO. 

Chiede Beatrice che palesi il vwo 

Ei di aua hoeea; ed «i teme, e favàOu, 
Pianto sgorgando per aspro pensiero. 

Mentr' ella parla , ed ei si rinnovella 
Per pentimento , eoglielo improvviso 
Matelda, e il tuffa nelV onds, e ;' a^fslla. 

Poi vicin vede di Beatrice il viso. 



O tu che se* di là dal fiume sacro 

(Volgendo suo parlare a me per punta, 
Che pur per taglio m' era paruto acro). 

Ricominciò, seguendo senza cunta, 

Di', di', se quest'è vero: a tanta accusa 
Tua confession conviene esser congiunta. 

Era la mia virtù tanto confusa, 

Che la voce si mosse, e pria si spense, 
Che dagli organi suoi fosse dischiusa. 

Poco sofferse; poi disse: Che pense? 
Rispondi a me; che le memorie triste 
In te non sono ancor dall' acqua offense. 



3-39 CANTO TRENTBSIHOPRIMO. 401 

lonfùBione e paura insieme miste 
Mi pinsero un tal si fuor della bocca , 
Al quale intender fùr mestìer le viste. 

!ome balestro frange, quando scocca 
Da troppa tesa la sua corda e r arco, 
E con men foga r asta il segno tocca; 

51 scoppia' io sott* esso grave carco , 
Fuori sgorgando lagrime e sospiri, 
E la voce allentò per lo suo varco. 

3nd' ella a me: Per entro i miei disiri, 
Che ti menavano ad amar lo Bene, 
Di là. dal qual non è a che s' aspiri, 

Quai fosse attraversate, o quai catene 
Trovasti, perchè del passare innanzi 
Dovessiti cosi spogliar la spene? 

B quali agevolezze, o quali avanzi 
Nella fronte degli altri si mostrare. 
Perché dovessi lor passeggiare anzi? 

Dopo la tratta d* un sospiro amaro , 
A pena ebbi la voce che rispose , 
E le labbra a fatica la formaro. 

Piangendo dissi : Le presenti cose 

Col falso lor piacer volser miei passi, 
Tosto che *1 vostro viso si nascose. 

Ed ella: Se tacessi , o se negassi 

Ciò che confessi , non fora men nota 
La colpa tua: da tal Giudice sassi. 

26 



402 IL PURGATORIO. 40-91 

Ma quando scoppia dalla propria gota 1 
1/ accusa del peccato, in nostra Corte. 
Rivolge sé centra 11 taglio la rota. 

Tuttavia, perchè me' vergogna porte 
Del tuo errore , e perché altra volta 
Udendo le sirene sie più forte, 

Pon giù il seme del piangere, ed ascolta: 
Si udirai come in contraria parte 
Muover doveati mia carne sepolta. 

Mai non t* appresentò natura ed arte 
Piacer, quanto le belle membra in ch'xi 
Rinchiusa fui, e che son terra sparCe: 

E se il sommo piacer si ti fillio 

Per la mia morte, qual cosa mortale 
Dovea poi trarre te nel suo disio! 

Ben ti dovevi, per lo primo strale 
Delle cose fallaci , levar suso 
Dìretr* a me che non era più tale. 

Non ti dovea gravar le penne in gioso, 
Ad aspettar più colpi, o pargoletta, 
O altra vanità, con si brev' usa 

Nuovo augelletto due o tre aspetta; 
Ma dinanzi dagli occhi de' pennati 
Rete si spiega indarno, o si saetta. 

Quale i fanciulli vergognando muti, 
Con gli occhi a terra, stannosi ascoltanti 
E so riconoscendo, e ripentuti; 



CANTO TRENTESIMOPRIMO. 403 

mi stav* io. Ed ella disse : Quando 
?er udir se' dolente, alza la barba, 
B prenderai più doglia riguardando. 

1 men di resistenza si dibarba 
Robusto Cerro, ovvero a nostral vento. 
Ovvero a quel della terra di larba, 

' io non levai al suo comando il mento: 
E quando per la barba il viso chiese, 
Ben conobbi il velen dell* argomento. 

come la mia faccia si distese , 

Posarsi quelle prime Creature 

Da loro aspersion V occhio comprese : 

le mie luci, ancor poco sicure, 
Vider Beatrice vòlta in su la Fiera , 
Ch' ò sola una persona in due nature. 

otto suo velo , ed oltre la riviera 
Verde, pareami più sé stessa antica 
Vincer , che V altre qui quand' ella e' era. 

>i penter si mi punse ì^i V ortica , 
Che di tutt' altre cose , qual mi torse 
Più nel suo amor, più mi si fé' nimica. ' 

Tanta riconoscenza il cuor mi morse , 
CV io caddi vinto , e quale allora fenmii , 
Salsi colei che la cagion mi porse. 

Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi 
La Donna eh* io avea trovata sola, 
Sopra me vidi, e dicea; Tiemmi , tiemroi. 



404 IL PURGATORIO. ^*-- 

Tratto m' avea nel fiume infino a gola, 
E, tirandosi me dietro, sen giva 
Sovresso V acqua, lieve come spola. 

Quando fui presso alla beata riva. 
Asperges me si dolcemente udissi. 
Ch'io noi so rimembrar , non eh* io lo s. 

La bella Donna nelle braccia aprissi, 
Abbracciommi la testa , e mi sommers? 
Ove convenne eh' io V acqua inghiottii 

Indi mi tolse; e bagnato m' offerse 
Dentro alla. danza delle quattro belle, 
E ciascuna col braccio mi coperse. 

Noi sem qui Ninfe, e nel ciel semo stelle: 
Pria che Beatrice discendesse al mondo. 
Funftno ordinate a lei per sue ancelle. 

Menrenti agli occhi suoi; ma nel giocond 
Lume eh' è dentro , aguzzeran li tuoi 
Le tre di là, che miran più profondo. 

Cosi cantando comii\piaro; e poi 
Al petto del Grifon seco menarmi, 
• Ove Beatrice vòlta stava a noi. 

Disser : Fa che le viste non risparmi; 
Posto t' avem dinanzi agli smeraldi, 
Ond' Amor già ti trasse le sue armi. 

Mille disiri più che fiamma caldi 

Strinsermi gli occhi agli occhi rilucenti 
Che pur sovra il Grifone stavan saldi. 



1^5 CANTO TRENTESIMOPRIMO. 405 

\^^ in lo specchio il Sol, non altrimenti 
L.a. doppia Fiera dentro Ti raggiava, 
OxT con uni, or con altri reggimenti. 

asa, Lettor, s'io mi maraTigliava, 
Quando vedea la cosa in sé star quota, 
K nell* idolo suo si trasmutava. 

)ntre che, piena di stupore e lieta, 
U anima mia gustava di quel cibo. 
Glie , saziando di sé , di sé asseta : 

i dimostrando del più alto tribo 
Kegli atti, r altre tre si fero avanti, 
Danzando al loro angelico caribo. 

olgi. Beatrice , volgi gli occhi santi , 
Era la sua canzone , al tuo fedele, 
Che, per vederti, ha mossi passi tanti. 

^T grazia fa noi grazia che disvele 
A lui la bocca tua , si che discerna 
La seconda bellezza che tu cele. 

> isplendor di viva luce etema. 
Chi pallido si fece sotto 1* ombra 
Si di Parnaso, o bevve in sua cisterna, 

'he non paresse aver la mente ingombra , 
Tentando a render te qual tu paresti 
\A dove armonizzando il Ciel t* adombra , 

Quando neir aere aperto ti solvesti ? 



406 n- PURGATORIO. 

CANTO TRENTESIMOSECONDu 



ARGOMENTO. 

Quando il Po0ta dal tonno ai d—ta, 

Tratto aotto alla Pianta il Ccurro vodé. 
Cui prima forte un'Aquila molata. 

Ed indi un Drago salendo lo fiede t 

Poi d' M80 maraviglie taeon maggiori, 
Allo cui alto senso «»' riehiedm 

ly allegorico velo trarle fuori. 



Tanto eran gli occhi miei fissi ed attenti 
A disbramarsi la decenne sete , 
Che gli altri sensi m' eran tutti spenti: 

Ed essi quinci e quindi avean parete 
Di non caler , così lo santo riso 
A sé traéli con r antica rete: 

Quando per forza mi fu vòlto il viso 
Vèr la sinistra mia da quelle Dee, 
Perch' io udia da loro un: Troppo fiso. 

K la disposizion che a veder ee 

Negli occhi pur testò dal Sol percossi . 
Senza la vista alquanto esser mi fee. 



-39 CANTO TRENTESIMOSECONDO. 407 

». poiché al poco il viso riformossi 
(lo dico al poco per rispetto al molto 
Sensibile , onde a forza mi rimossi) , 

^idi in sul braccio destro esser rivolto 
Lo glorioso esercito , e tornarsi 
Col Sole e con le sette fiamme al volto: 

:k>ine sotto gli scudi per salvarsi 

Volgesi schiera, e sé gira col segno, 
Prima che possa tutta in sé mutarsi. 

Quella milizia del celeste regno, 
Che precedeva, tutta trapassonne 
Pria che piegasse il Carro il primo legno. 

Indi alle rote si tornar le donne, 

B il Grifon mosse il benedetto Carco , 
Si che però nulla penna crollonne. 

La bella Donna che mi trasse al varco , 
E Stazio ed io seguitavam la rota 
Che fé* r orbita sua con minor arco. 

Si passeggiando r alta Selva vota. 
Colpa di quella eh* al serpente crese , 
Temprava i passi un* angelica nota. 

Forse in tre voli tanto spazio prese 
Disfrenata saetta, quant* eràmo 
Rimossi , quando Beatrice scese. 

Io senti' mormorare a tutti : Adamo ! 
Poi cerchiare una Pianta dispojgfliata 
Di fiori e d* altra fìronda in ciascun ramo 



408 IL PURaATORIO. *0-^ 

La chioma sua , che tanto si dilata 
Più, quanto più è su , fora dagP Indi 
Ne' boschi lor per altezza ammirata. 

Beato se\ Grifon, che non discindl 

Col becco d' esto legno dolce al gusto , 
Posciachè mal si torse il ventre quindi. 

Cosi d' intorno air Arbore robusto 
Gridaron gli altri; e 1* Animai binato: 
Si si conserva il seme d' ogni giusto. 

E vòlto al temo eh* egli avea tirato , 
Trasselo a pie della vedova fiasca ; 
E quel di lei a lei lasciò legato. 

Come le nostre piante , quando casca 
Giù la gran Luce mischiata con quella 
Che raggia dietro alla celeste Lasca, 

Turgide fknsi, e poi si rinnovella 

Di suo color ciascuna , pria che *1 Sole 
Giunga li suoi corsier sott* altra stella; 

Men che di rose , e più che di viole. 
Colore aprendo, s* innovò la pianta , 
Che prima avea le ramora si sole. 

Io non lo intesi , né quaggiù si canta, 
L* inno che quella gente allor cantaro , 
Né la nota soffersi tuttaquanta. 

S* io potessi ritrar come assonnare 
Gli occhi spietati, udendo di Siringa, 
Gli occhi, a cui più vegghiar costò si caro 



r-03 CANTO TRENTESIMOSBCONDO. 409 

ome pintor che con esemplo pinga , 
Disegnerei com* io m' addormentai; 
Ma qual vuol sia che V assonnar ben finga. 

*erò trascorro a quando mi svegliai , 

B dico , che un splendore mi squarciò il velo 
Del sonno, ed un chiamar: Surgi, che fai? 

Quale a veder de' fioretti del Melo, 

Che del suo Pomo gli Angeli fa ghiotti, 
B perpetue nozze fa nel Cielo, 

Pietro e Giovanni e Iacopo condotti, 
B vinti ritornaro alla parola, 
Dalla qual f\iron maggior sonni rotti, 

B videro scemata loro scuola, 
Cosi di Moisò come d* Elia, 
B al Maestro suo cangiata stola; 

Tal torna' io, e vidi quella Pia 
Sovra me starsi, che conducitrice 
Fu de' miei passi lungo il fiume pria. 

B tutto in dubbio dissi : Ov* è Beatrice? 
Ed ella: Vedi lei sotto la fi*onda 
Nuova sedersi in su la sua radice. 

Vedi la compagnia che la circonda; 
Gli altri dopo il Qrifon sen vanno suso, 
con più dolce canzone e più profonda. 

B se fu più lo suo parlar diffuso 

Non so, però che già negli occhi m* era 
Quella eh' ad altro intender m* avea chiuso. 



410 

IL PURGATORIO. 94.1SC 

Sola sedeasi in su la terra vera, 

Come guardia lasciata U del plaustro, 
CHe legar vidi alla biforme Fiera, 

In cerchio le facevan di sé claustro 
Le sette Ninfe, con que' lumi in mano 
cne son sicuri d' Aquilone e d' Austro. i 

Qui sarai tu poco tempo silvano , i 

E sarai meco senza fine cive- 
Di quella Roma, onde Cristo è Romano ; 

Però in prò del mondo che mal vive. 

Al carro tieni or gli occhi, e, quel che ved. 
Ritornato di là, fa che tu scrive. 

Così Beatrice; ed io che tutto a' piedi 
De suoi cwnandamenti era devoto, 
La mente e gli occhi , ov' ella volle', diedi. 

Non scese mai con si veloce moto 
Fuoco di spessa nube, quando piove 
Da quel confine che più ò remoto, 

Com* io vidi calar r Uccel di Giove 

Per TArbor giù, rompendo della scorza 
Non che de' fiori e delle foglie nuove; 

E farlo n Carro di tutta sua forza , 
ond'ei piegò, come nave in fortuna. 
Vinta dair onde, or da poggia or da orza. 
Poscia vidi avventarsi nella cuna 
Del trionfai Veictilo una Volpe, 
Che d ogni pasto buon pa«Mi digiuna. 



121-147 CANTO TRENTESIMOSECONDO. 411 

Ma riprendendo lei di laide colpe, 
La Donna mia la volse in tanta futa, 
Quanto sofferson V ossa senza polpe. 

Poscia , per indi ond* era pria venuta, 
L'Aquila vidi scender giù neir arca 
Del Carro, e lasciar lei di sé pennuta. 

E , qual esce di cuor che si rammarca. 
Tal voce usci del Cielo, e cotal disse ì 
O Navicella mia, com* mal se* carca I 

Poi parve a me che la terra s* aprisse 

Tr* ambo le rote, e vidi uscirne un Drago, 
Che per lo Carro su la coda fisse; 

E, come vespa che ritragge Tago, 
A sé traendo la coda maligna, 
Trasse del fondo, e gìssen vago vago. 

Quel che rimase, come di gramigna 
Vivace terra, della piuma, offerta 
Forse con intenzion casta e benigna, 

Si ricoperse , e funne ricoperta 

E r una e V altra rota e il temo in tanto. 
Che più tiene un sospir la bocca aperta. 

Trasformato cosi il Dificio santo, 
MìBo fuor teste per le parti sue. 
Tre sovra il temo , ed una in ciascun canto. 

Le prime eran cornute come bue , 

Ma le quattro un sol corno avean per fronte: 
Simile mostro visto mai non fUe. 



412 IL PURGATORIO. 148-16M 

Sicura, quasi rocca in alto monte, 
Seder sovr* esso una puttana sciolta 
M* apparve con le ciglia intorno pronte. 

E, come perché non gli fosse tolta. 
Vidi di costa a lei dritto un Gigante , 
E baciavansi insieme alcuna volta: 

Ma perchè V occhio cupido e vagante 
A me rivolse, quel feroce drudo 
La flagellò dal capo ìnsin le piante. 

Poi, di sospetto pieno e d* ira crudo. 

Disciolse il mostro, e trassel per la Seira 
Tanto, che sol di lei mi fece scudo 

Alla puttana ed alla nuova belva. 



1-12 413 



CANTO TRENTESIMOTERZO. 



ARGOMENTO. 

Vòlta BeeUrics parla in dolee aspetto, 
E quel, che Dante avea con occhi scorto , 
Brevemente dichiara al atto intelletto. 

Indi pereh' abbia nel suo conforto 
• Vera viriti, che V anime fa belle, 
Bee d'Eunoè, donde si fa pia accorto , 

JPuro « disposto a salire alle Stelle. 



Deus, venerunt gentes, alternando, 
Or tre or quattro, dolce salmodia 
Le Donne incominciaro, lagrimando: 

E Beatrice sospirosa e pia 

Quelle ascoltava si fatta, che poco 
Più alla Croce si cambiò Maria. 

Ma poiché V altre Vergini diér loco 
A lei di dir, levata dritta in pie, 
Rispose, colorata come fuoco : 

'Modicum, et non videbitis me, 
Et iterum, sorelle mie dilette, 
Modicum , et vos videMtis me. 



414 IL PURaATOBiO. 13^ 

Poi le si mise innanzi tutte e sette , 
E dopo sé, solo accennando, mosse 
Me e la Donna , e il Savio che ristette. 

Cosi sen giva, e non credo che fosse 
Lo decimo suo passo In terra posto. 
Quando con gli occhi gli occhi mi percosEe 

E con tranquillo aspetto: Vien più tosto, 
Mi disse , tanto che s* io parlo teco. 
Ad ascoltarmi tu sie ben disposto. 

Sì come i* ftii, com* io doveva, seco, 
Dissemi: Frate, perché non t* attenti 
A dimandare ornai venendo meco ? 

Come a color , che troppo reverenti 
Dinanzi a* suoi maggior parlando sono, 
Che non traggon la voce viva a* denti. 

Avvenne a me, che senza intero suono 
Incominciai: Madonna, mia bisogna 
Voi conoscete , e ciò eh' ad essa è buono. 

Ed ella a me : Da tema e da vergogna 
Voglio che tu omai ti disviluppe, 
Si che non parli più com* uom che sogna. 

Sappi che il Vaso, che il Serpente ruppe, 
Fu, e non é; ma chi n* ha colpa creda 
Che vendetta di Dio non teme suppe. 

Non sarà, tutto tempo senza reda 

L* Aquila che lasciò le penne al Carro, 
Per che divenne mostro e poscia preda; 



1.66 CANTO TRENTESIMOTXRZO. 415 

ìi* io veggio certamente, e però '1 narro, 
A dame tempo già stelle propinque. 
Sicuro d* ogni intoppo e d* ogni sbarro; 

^el quale un Cinquecento dieci e cinque, 
Messo di Dio, anciderà la fuìa, 
E quel Gigante che con lei delinque. 

E forse che la mia narrazlon buia, 

Qual Temi e Sfinge , men ti persuade , 
Perchè a lor modo lo intelletto attuia; 

Ma tosto fien li fatti, le Naiade, 

Che solveranno questo enigma forte, 
Senza danno di pecore e di biade. 

Tu nota; e, si come da me son porte 
Queste parole , si le insegna a' vivi 
Del viver eh' è un correre alla morte; 
Ed aggi a mente, quando tu le scrivi. 
Di non celar qual hai vista la Pianta, 
eh* è or due volte dirubata quivi. 

Qualunque ruba quella, o quella schianta < 
Con bestemmia di fatto offende Dio, 
Che solo air uso suo la creò santa. 

Per morder quella, in pena ed in disio 
Cinquemir anni e più l'Anima prima 
Bramò Colui che il morso in sé punio. 

Dorme lo ingegno tuo, se non istima 
Per singular cagione essere eccelsa 
Lei tanto , e sì travolta nella cima. 



416 IL PUROATORIO. <S9-fll 

E, se stati non fossero acqua d* Elsa 
Li pensier vani intorno alla tua mente « 
E il piacer loro un Piramo alla gelsa; 

Per tante circostanze solamente 

La giustizia di Dio nello interdetto 
Conosceresti air Arbor moralmente. { 

Ma perch' io veggio te nello intelletto - 

Fatto di pietra ed in peccato tinto, 
Si che t' abbaglia il lume del mio detto; 

Voglio anche, e se non scritto , almen dipinto. 
Che *1 te ne porti dentro a te per quello 
Che si reca il bordon di palma cinto. 

Ed io: Siccome cera da suggello , 

Che .la figura impressa non trasmuta, 
Segnato è or da voi lo mio ceryeUo. 

Ma perchè tanto sovra mia veduta 
Vostra parola disiata vola. 
Che più la perde quanto più s'aiuta ? 

Perché conoschi , disse , quella acuoia 
C hai seguitata, e veggi sua dottrina 
Come può seguitar la mia parola; 

E veggi vostra via dalla divina 
Distar cotanto , quanto si discorda 
Da terra il ciel che più alto festina. 

Ond*io risposi lei: ?^on mi ricorda 
Ch'io straniassi me giammai da voi, 
Né henne coscienza che rimorda. 



9^^120 CANTO TRENTBSniOTBRZO. 417 

d se tu ricordar non te ne puoi. 

Sorridendo rispose , or ti rammenta 
Siccome di Lete beesti ancoi: 

B se dal fumo fuoco s'argomenta, 
Cotesta oblivion chiaro conchiade 
Colpa nella tua voglia altrove attenta. 

Veramente oramai saranno nude 
Le mie parole, quanto converrassi 
Quelle scovrire alla tua vista rude. 

K più corrusco, e con più lenti passi, 
Teneva il Sole il cerchio di merigge, 
Che qua e là, come gli aspetti, fassi. 

Quando s* affissar , si come s* affigge 
Chi va dinanzi a schiera per iscorta, 
Se trova novitate In sue vestigge , 

Le sette Donne al fin d* un* ombra smorta, 
Qual sotto foglie verdi e rami nigri 
Sovra suoi freddi rivi 1* Alpe porta. 

Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri 

Veder mi parve uscir d' una fontana, 
B quasi amici dipartirsi pigri. 

O Luce, o aioria della Gente umana, 
Che acqua è questa che qui si dispiega 
Da un principio, e so da so lontana) 

Per cotal prego detto mi fu: Prega 
Matelda che il ti dica. E qui rispose , 
Come fa chi da colpa si dislega , 

27 



418 IL PURGATORIO. ISl-U 

La bella Donna: Questo , ed altre cose 
Dette gli 8on per me: e son Bicnra 
Che r acqua di Leto non gliel 

E Beatrice: Forse maggior cura. 
Che spesse volte la memoria priva. 
Fatto ha la mente sua negli occhi oscura 

lifa vedi Bunoè che là deriva: 

Menalo ad esso, e, come tu se* usa, 
La tramortita sua virtù ravviva. 

Com* anima gentil che non fa scusa, 
Ma & sua voglia della voglia altrui. 
Tosto eh' eli' ò per segno fuor dischiosa: 

Cosi, poi che da essa preso fui. 

La bella JDonna mossesi, ed a Stazio 
Donnescamente disse : Vien con lui. 

S' io avessi, Lettor, più lungo spazio 
Da scrivere , io pur cantere* in parte 
Lo dolce ber che mai non m' avria sano: 

Ma perché piene son tutte le carte 
Ordite a questa Cantica seconda, 
Non mi lascia più ir lo firen dell* arte. 

Io ritornai dalla santissima onda 
RiflBLtto si , come piante novelle 
Rinnovellato di novella fronda. 

Puro e disposto a salire alle Stelle. 



CANTICA TERZA 



4SI 



CANtO PRIMO. 



ARGOMENTO. 

Al primo del, Oove giùia ^ inizia , 

Che più non manca, U Cemtor noHro Mie, 
E eon Beatrice trae me^gior letizia: 

A e»i ohied' ei come in èuo corpo vale 
A aalir eoUuauèo: eUa risponde. 
Che per aeeonder qttivi mette V ale 

Buon voler, che ai voler di Dio risponde. 



A gloria di Colui, che tutto moYe, 
Per r uniyerso penetra e risplende 
In una parte più , e meno altrove. 

Hel Ciel che più della sua luce prende 
Fu' io , e vidi cose che ridire 
Né sa, nò può qual di Lassù discende; 

Perchè , appressando sé al suo Dislre , 
Nostro intelletto si profonda tanto, 
Che retro la memoria non può ire. • 

Veramente quant' io del Regno santo 
Nella mia mente potei far tesoro, 
Sarà ora materia del mio canto. 



422 n. PARADISO. 

O buono ApoUo, all' ultimo lavoro 
Fammi del tuo valor si «atto vaao. 
Come dimandi a dar l' amato alkwo. 

Inaino a qui V un giogo di Parnaso 
Assai mi fti, ma or con ambedue 
M* è uopo entrar fieli' aringo rimaso. 

Entra nel petto mio, e spira tue 
Si come quando Marsia traesti 
Della vagina delle membra sue. 

O divina Virtù, se mi ti presti 

Tanto, che V ombra del beato Regno 
Segnata nel mio capo io manifèsti, 

Venir vedra'mi al tuo diletto legno, 
E coronarmi allor di quelle foglie , 
Che la materia e Tu mi farai degno. 

Si rade volte. Padre, se ne coglie, 
Per trionfare o Cesare o Poeta 
(Colpa e vergogna dell' umane voglie)» 

Che partorir letìzia in su la lieta 
Delfica Deità, dovria la fronda 
Peneia, quando alcun di sé asseta. 

Poca favilla gran fiamma seconda: 
Forse diretro a me con miglior voci 
Si pregherà,, perché Cirra risponda. 

Surge a' mortali per diverse foci 

La Lucerna del mondo; ma da quella, 
Che quattro cerchi giugno con tre croci 



40-00 CANTO PRIMO. 4S8 

C3on miglior corso e con migliore stella 
Esce congiunta, e la mondana cera 
Più a suo modo tempera e suggella. 

Fatto avea di la mane e di qua sera 
Tal foce, e quasi tutto era già bianco 
Quello emisperio, e V altra parte nera. 

Quando Beatrice in sul sinistro fianco 
Vidi rlTOlta, e riguardar nel Sole: 
Aquila si non gli s' affisse unquanco* 

E si come secondo raggio suole 
Uscir del primo e risalire insuso , 
Pur come peregrin che tornar vuole; 

Ck>8l deir atto suo, per gli occhi in<\iso 
Neir imagine mìa, il mio si fece, 
E fissi gli occhi al Sole oltre a nostr* uso. 

Molto è licito 1&, che qui non lece 
Alle nostre virtù , mercé del loco 
Fatto per proprio dell* umana spece. 

Io noi soffersi molto, nò si poco, 

Ch*io noi vedessi sfavillar d* intorno 
Qual ferro che bollente esce del fuoco. 

E di subito parve giorno a giorno 

Essere aggiunto, come Quei che puote 
Avesse il ciel d* un altro Sole adorno. 

Beatrice tutta neir eterne rote 

Fissa con gli occhi stava; ed io in lei 
Le luci fissi , di lassù rìmote. 



424 IL PARADISO. 



«mJ 



Nel suo aspetto tal dentro mi féi» 

Qual si fé' Glauco nel gustar dell* erba. 
Che il fé' consorto in mar degli altci Dei 

Trasumanar significar per veràa 
Non si porla; però V esempio basti 
A cui esperienza Qrazia serba. 

S* io era sol di me quel che creasti 

Novellamente, Amor, che il ciel goTern:. 
Tu '1 sai , che col tuo lume mi leyastL 

Quando la ruota, che Tu sempiterni 
Desiderato, a so mi fece atteso. 
Con r armonia che temperi e discemi, 

ParYemi tanto allor del cielo acceso 

Dalla fiamma del Sol, che pioggia o finms 
Lago non foce mal tanto disteso. 

La novità del suono e il grande lume 
Di lor cagion m* accesero un disio 
Mai non sentito di cotanto acume. 

Ond*ella, che vedea me, si compio, 

Ad acquetarmi r animo commosso, 
. Pria eh' io a dimandar, la bocca aprio, 

E cominciò : Tu stesso ti teS grosso 
Col falso immaginar, si che non vedi 
Ciò che vedresti, se 1* avessi scosso. 

Tu non seMn terra, si come tu credi; 
Ma folgore, ftiggendo il proprio sito , 
Non corse come tu eh* ad esso rledi. 



M^ltO OANTO PRIMO. 4S5 

3^ io ttà del primo dubbio disvestito 
Per le sorrìse parolette brevi, 
Dentro ad un nuovo più M Irretito; 

E dissi: Già contento requievi 

Di grande ammiratiòn; ma ora ammiro 
Com* io trascenda questi corpi lievi. 

Ond^ ella, appresso d* un pio sospiro, 

Oli occhi drizzò vèr me con quel sembiante, 
Che madre f& sopra flgliuol deliro; 

E cominciò: Le cose tutte quante 

Hann* ordine tra loro; e questo ò forma 
Che r Universo a Dio fa simigliante. 

Qui veggion V alte creature r orma 
Dell* eterno Valore, il quale é fine, 
Al quale ò fatta la toccata Norma. 

Neir Ordine eh* io dico sono accline 
Tutte nature per diverse sorti. 
Più al Principio loro e men vicine; 

onde si movono a diversi porti 

Per lo gran mar dell* essere , e ciascuna 
Con istinto a lei dato che la porti. 

Questi ne porta il fuoco in vèr la Luna; 
Questi ne* cuor mortali è permotore ; 
Questi la Terra in sé strìnge e aduna. 

Nò pur le creature, che son fhore 
D' intelligenza, quest* arco saetta. 
Ma quelle e* hanno intelletto ed amore. 



426 IL PARADISO. ISl^HS 

La Providenza, che cotanto assetta, 
Del suo lume fa il Ciel sempre quieto, 
Nel qua! si volge quel e* ha maggior firetta. 

E ora 11, com* a sito decreto, 

Cen porta la virtù di quella corda. 
Che ciò che scocca drizza in segno Ueto. 

Vero é che, come forma non s* accorda 
Molte fiate alla intenzion deir arte, 
Perch' a risponder la materia é sorda; 

Cosi da questo corso si diparte 
Talor la creatura, e' ha podere 
Di piegar, cosi pinta, in altra parte. 

E siccome veder si può cadere 
Fuoco di nube, si V impeto primo 
A terra è torto da falso piacere. 

Non dèi più ammirar, se bene stimo, 
Lo tuo salir, se non come d' un rivo 
Se d' alto monte scende giuso ad imo. 

Maraviglia sarebbe in te, se privo 
D' impedimento giù ti fossi assiso , 
Com' a terra quieto fuoco vivo. 

Quinci rivolse in vèr lo Cielo il viso. 



L—l» 427 

CANTO SECONDO. 



ARGOMENTO. 

1 La prima Sulla, che lo del allmma, 

Actoglie iDante , cui guai' alma sgombra 
Dello a*to frale, buon destro impiuma. 
Chiede a Seatriee che cagioni V ombra 
In quella face, ai che aemòri anui 
Coat quaggiù di varj segni ingombra/ 
Ed essa la ragion ne rende a lui. 



O voi che Siete in piccioletta barca, 
Desiderosi d* ascoltar, seguiti 
Dietro al mio legno che cantando varca , 

Tornate a riveder li vostri liti, 

Non vi mettete in pelago: che forse, 
Perdendo me , rimarreste smarriti. 

L' acqua eh' io prendo giammai non si corse: 
Minerva spira, e conducemi Apollo, 
E nuove Muse mi dimostran V Orse. 

Voi altri pochi, che drizzaste il collo 

Per tempo al Pan degli Angeli, del quale 
Vlvesi qui, ma non sen vien satollo, 



488 IL PARADISO. 13-39 

Metter potete ben per 1* alto sale 
Vostro navigio, servando mio solco 
Dinanzi air acqua che ritoma eguale. 

Que* gloriosi che passare a Ck>lco , 
Non s' ammiraron, come voi farete. 
Quando Jason vider fatto bifolco. 

La concreata e perpetua sete 

Del deiforme Regno cen portava 
Veloci quasi come il Ciel vedete. 

Beatrice in suso, ed io in lei guardava; 
E forse in tanto, in quanto un quadrelposL 
E vola, e dalla noce si dischiava , 

Giunto mi vidi ove mirabil cosa 
Mi torse il viso a sé; e però quella. 
Cui non potea mia cura essere ascosa, 

vòlta vèr me si lieta come bella: 

Drizza la mente in Dio grata, mi disse, 
Che n* ha congiunti con la prima Stella. 

Pareva a me che nube ne coprisse 
Lucida, spessa, solida e puUta, 
Quasi adamante che lo Sol ferisse. 

Per entro sé V etema margarita 
Ne ricevette, com* acqua recepe 
Raggio di luce , permanendo unita. 

S' io era corpo, e qui non si co&cepe 
Com' una dimensione altra patio, 
Ch' esser convien se corpo in corpo r«pc. 



0-6d CANTO SECONDO. 429 

s^ocender ne doTria più il disio 

Di veder quella Essenza, in che si vede 
Come nostra natura in Dio s* unio. 

L.Ì si vedrà ciò che tenem per fede, 
Non dimostrato; ma fla per sé noto, 
A guisa del ver primo che 1* uom crede. 

Io risposi: Madonna, si devoto, 

Quant* esser posso più , ringrazio Lui , 
Lo qua! dal mortai mondo m' ha remoto. 

Ma ditemi , che son li segni bui 

Di questo corpo che laggiuso in terra 
Fan di Gain fìivoleggiare altrui ¥ 

Ella sorrise alquanto, e poi: S* egli erra 
L* opinion, mi disse, de' mortali, 
Dove chiave di senso non disserra , 

Certo non ti dovrien punger li strali 

D* ammirazione omai , poi dietro a* sensi 
Vedi che la ragione ha corte 1* ali. 

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi. 
Ed io: Ciò che n' appar quassù diverso, 
Credo che il fanno i corpi rari e densi. 

Ed ella: Certo assai vedrai sommerso 
Nel falgo il creder tuo, se bene ascolti 
L' argomentar eh* io gli farò avverso. 

La Spera ottava vi dimostra molti 
Lumi, li quali nel quale e nel quanto 
Notar si posson di diversi volti. 



430 H. PARADISO. <n-^ 

Se raro e denso ciò f acesser tanto , 
Una sola Tirtù sarebbe in tatti , 
« Più o men, distributa, od altrettanto. > 

Virtù diverse esser convegnon fratti 

Dì principi formali, e quei, fuor eh' uno, 
Seguiterieno a tua ragion distratti. 

Ancor, se raro fosse di quel bruno 

Cagion che tu dimandi, od oltre in parte 
Fdra di sua materia si digiuno 

Bsto pianeta; o si come comparte 

Lo grasso e il magro un corpo, cosi qpesw 
Nel suo Tolume cangerebbe carte. 

Se il primo fosse, fora manifesto 
Neil* ecUssi del Sol, per trasparere 
Lo lume, come in altro raro ingesto. 

Questo non é; però ò da vedere 

Dell^altro: e, scegli avrien ch*io l'altro cassi. 
Falsificato fia lo tuo parere. 

S* egli è che questo raro non trapassi. 
Esser conviene un temùne, da onde 
Lo suo contrario più passar non lassi; 

B indi r altrui raggio si rifonde 
Cosi , come color toma per vetro , 
Lo qual diretro a sé piombo nasconde. 

Or dirai tu eh* el si dimostra tetro 
Quivi lo raggio più che in altM parti, 
Per esser 11 rifiratto più a retro. 



L—iaO CANTO SECONDO. 431 

»a questa instanza può diliberarti 
esperienza, se giammai la provi, 
Gli* esser suol fonte a' rivi di vostr* arti. 

Tre specchi prenderai, e due rimovi 

Da te d' un modo, e 1* altro, più rimosso, 
Tr* ambo li primi gli occhi tuoi ritrovL 

Rivolto ad essi fa. che dopo il dosso 

Ti stea un lume che i tre specchi accenda, 
B torni a te da tutti ripercosso. 

Benché nel quanto tanto non si stenda 
La vista più lontana, 11 vedrai 
Come convien eh' egualmente risplenda. 

Or, come ai colpi degli caldi rai 
Della neve riman nudo il suggetto 
E dal colore e dal freddo primai ; 

Ck>si rimase te nello intelletto 

Voglio informar di luce si vivace. 
Che ti tremolerei nel suo aspetto. 

Dentro dal Ciel della divina pace 
Si gira un Corpo, nella cui vìrtute 
L' esser di tutto suo contento giace. 

LO Ciel seguente, e' ha tante vedute. 
Queir esser parte per diverse essenze 
jOa lui distinte, e da lui contenute. 

Oli altri giron per varie differenze 

Le distinzion, che dentro da sò hanno. 
Dispongono a* lor fini, e lor semenze. 



4» n. PARADISO. 

Questi organi del mondo cosi Tanno, 
Ck>m6 tu Tedi ornai, di grado in grado. 
Che di su prendono, e di sotto fieoina. 

Riguarda bene a me si oom* io vado 
Per questo loco al ver che tu desirì, 
Si che poi sappi sol tener lo guado. 

Lo moto e la virtù de' santi giri, 
€k>me dal fabbro r arte del martello. 
Da' beati Motor convien che spiri. 

E il Ciel, cui tanti lumi fanno bello, 
Dalla Mente profonda che lui volve 
Prende r imago , e fassene suggello. 

B come r alma dentro a vostra polve 
Per differenti membra , e conformate 
A diverse potenze, si risolve; 

Cosi r Intelligenza sua bontate 
Multiplicata per le stelle spiega. 
Girando sé sovra sua unitate. 

Virtù diversa fa diversa lega 

Col prezioso corpo eh* eir avviva. 
Nel qual, si come vita in voi, si l«ga. 

Per la natura lieta onde deriva. 
La virtù mista per lo corpo luce, 
Come letizia per pupilla viva. 

Da essa vien ciò che da luce a luce 
Par differente, non da denso e raro : 
Essa é formai principio che produce. 

Conforme a sua bontà, lo turbo e il chiaio. 



X^ 488 



CANTO TERZO. 



ARGOMENTO. 

Quelle, che d' «9»er verginvtte e pur» 
Avean promesso con ìor voto a Dio , 
Ma poi da forza altrui nonfùr sicure , 

Benché aerbaeaer cuor pudico e pio , 
Moatran quaeauao loro etema pace, 
E merci giusta di santo desio ; 

TaH condizion Picearda nota face. 



Quel Sol, che pria d* amor mi scaldò il petto, 
Di bella verità m' avea scoverto , 
Provando e riprovando, il dolce aspetto; 

Ed io , per confessar corretto e certo 
Me stesso tanto quanto si convenne, 
Levai lo capo a proflferer più erto. 

Ma visione apparve, che ritenne 
A sé me tanto stretto per vedersi, 
Che di mia confessioji non mi sovvenne. 

Quali per vetri trasparenti e tersi , 
Ovver per acque nitide e tranquille, 
Non si profonde che i fondi sien persi, 

88 



43t n* PARADISO. i$-ar 

Tornan de' nostri visi le pOBtUlè 

Debili sì, che perla In bianca fronte 
Non Tien men forte alle nostre pupille; 

Tali vid' io più facce a parlar pronte: 
Perch' io dentro air error contrario o«»: 
A quel ch'accese amor tra l'Uomo e U Por*' 

Subito , si com' io di lor m' accorsi , 
Quelle stimando specchiati sembianti , 
Per veder di cui fosser, gli occhi torà; 

E nulla vidi, e ritorsili avanti 

Dritti nel lume della dolce Guida, 
Che sorridendo ardea negli occhi santì- 

Non ti maravigliar perch' io sorrida. 
Mi disse, appresso il tuo pueril coto,* 
Poi sopra il vero ancor lo pie non fida. 

Ma te rivolve, come suole , a vóto. 
Vere sustanze son ciò che tu vedi , 
Qui rilegate per manco di voto. 

Però parla con esse, e odi, e credi; 
Che la verace Luce che le appaga. 
Da Sé non lascia lor torcer li piedi. 

Ed io all' ombra, che parea più vaga 
Di ragionar , drizza'mi, e cominciai, 
Quasi com' uom, cui troppa voglia smaga 

o ben creato spirito, eh' ai rai 
Di Vita eterna la dolcezza senti. 
Che- non guatata non s' intende mal, 



ì^^ CANTO TBRZO. 435 

razioso mi fla, se mi contenti 
Del nome tao e della vostra sorte. 
Ond' ella pronta e con occhi ridenti: 

.a. nostra carità non serra porte 
A giusta voglia, se non come Quella 
Che vuol simile a sé tutta sua Corte. 

o fui nel mondo vergine sorella: 
E se la mente tua ben si riguarda, 
Non mi ti celerà V esser più bella; 

fa riconoscerai eh* io son Piccarda , 
Che, posta qui con questi altri beati , 
Beata son nella Spera più tarda. 

«1 nostri affetti , che solo infiammati 
Son nel piacer dello Spirito Santo, 
Letizian del suo Ordine formati. 

S questa sor te > che par giù cotanto. 
Però n* ò data, perchè fùr negletti 
Li nostri voti, e vóti in alcun canto. 

>nd* io a lei: Ne* mirabili aspetti 
Vostri risplende non so che divino. 
Che vi trasmuta da* primi concetti. 

'ero non fui a rimembrar festino ; 
Ma or m* aiuta ciò che tu mi dici, 
Si che rafSgurar m* ò più latino. 

tfa dimmi: Voi, che siete qui felici. 
Desiderate voi più alto loco 
Per più vedere, « e» per più farvi amici f 



43« IL PARADISO. ^- 

Oon queir altp' ombre pria sorrise un poc' 
Dà indi mi rispose tanto lieta , 
eh' arder parea d* amor nel primo foce 

Frate, la nostra volontà, quieta 
Virtù di carità, che fa volerne 
Sol quel eh' avemo, e d'altro non ci as^t* 

Se disiassimo esser più superne , 
Póran discordi gli nostri disiri 
Dal voler di Colui che qui ne cerne; 

Che vedrai non capere in questi giri, 
S' essere in caritade è qui necesse, 
E se la sua natura ben rimiri; 

Anzi è formale ad esto beato Esse 
Tenersi dentro alla divina Voglia, 
Perch' una fansi nostre voglie stesse. 

Si che, come noi sem di soglia in soglia 
Per questo Regno , a tutto il Regno pì&^ 
Com' allo Re eh' a suo voler ne invoglia 

In la sua Volontade é nostra pace : 

Ella é quel mare, al qual tutto si muov> 
Ciò eh* ella cria e che Natura face. 

Chiaro mi fu allor com' ogni dove 
In Cielo é paradiso, e si la grazia 
Del sommo Ben d' un modo non vi piove 

Ma si com'egli awien, se un cibo sazia, 
E d' un altro rimane ancor la gola, 
Che quel si chiere , e di quel si ringraz.i 



L-ISO CANTO TERZO. 437 

osi fec* io con atto e con parola, 
Per apprender da lei qual fu la tela, 
Onde non trasse insino al co* la spola. 

Perfetta vita ed alto merto inciela 

Donna più su, mi disse, alla cui norma 
Nel vostro mondo giù si veste e vela; 

Perché in fino al morir si vegghi e dorma 
Con quello Sposo eh* ogni voto accetta, 
Che caritate a suo piacer conforma. 

Dal mondo, per seguirla, giovinetta 
Fuggirmi, e, nel suo abito, mi chiusi, 
E promisi la via della sua setta. 

Uomini poi, a mal più eh* a ben usi, 
Fuor mi rapiron della dolce chiostra; 
Dio lo si sa qual poi mia vita fhsi. 

E quesV altro Splendor, che ti si mostra 
Dalla mia destra parte, e che s'accende 
Di tutto il lume della Sfera nostra , 

Ciò eh* io dico di me di sé intende: 
Sorella Ai, e cosi le fu tolta 
Di capo 1* ombra delle sacre bende. 

Ma i>oi che pur al mondo Ai rivolta, 

Contra suo grato e con tra buona usanza, 
Non fu dal vel del cuor giammai disciolta^ 

Quest* é la luce della gran costanza. 
Che del secondo vanto di Soave 
Generò il tèrzo, e 1* ultima possanza. 



438 IL PARADISO. 121 -] 

Cosi parlommi, e poi cominciò: AvCy 
Maria, cantando; e cantando vanìo 
Come per acqua cupa cosa grave. 

La vista mia che tanto la seguio , 
Quanto possibil Ai , poi che la perse, 
Volsesi al jsegno di maggior disio, 

B a Beatrice tutta si converse ; 

Ma quella folgorò nello mio sguardo 
Si che da prima il viso noi sofferse; 

E ciò mi fece a dimandar piU tardo. 



-^2 439 

CANTO QUARTO. 



ARGOMENTO. 

Perehi a tento mortai meglio s' esprima 
Il maggior grado di gloria o minore , 
Che han V alme dell'Empireo «w la cima ; 

Hi cerchio in cerchio all' occhio dell'Autore 
Divise, mentr* ei va, veder si fanno, 
A cui scioglie la mente d' altro errore 

La bella Guida, che toglie ogn' inganno. 



mira due cibi, distanti e moventi 

D' nn modo, prima si morria di fame , 
Che liber uom 1* un si recasse a* denti. 

Si si starebbe un agno intra duo brame 
Di fieri lupi, egualmente temendo; 
Si si starebbe un cane intra duo dame. 

Perchè, s* io mi tacea , me non riprendo, 
Dagli miei dubbj d' un modo sospinto , 
Poich* era necessario, né commendo. 

r mi tacea, ma il mio disìr dipinto 
M* era nel viso , e il dimandar con elio 
Più chiaro assai, che per parlar distinto. 



4i0 IL PARADISO. 13-3t 

Fé* si Beatrice, qnal fé* Daniello, 
Nabuccodonosor levando d' ira , 
Che r avea fatto ingiustamente fello. 

E disse: lo veggio ben come ti tira 
Uno ed altro disio, si che tua cura 
Sé stessa lega si che Aior non spira. 

Tu argomenti: Se il buon voler dora. 
La violenza altrui per qual ragione 
Di meritar mi scema la misura t 

Ancor di dubitar ti dò, cagione, 

Parer tornarsi T Anime alle stelle , 
Secondo la sentenza di Platone. 

Queste son le quistion che nel tuo veUe i 
Fontano egualemente ; e però pria | 

Tratterò quella che più ha di felle. 

De' Serafln colui che più s' india, 

Moisé , Samuello , e « i due » Qiovaoni, 
Qual prender vuogli , io dico, non Maria, 

Non hanno in altro cielo i loro scanni , 
Che quegli spirti che mo t' apparirò , | 

Né hanno all' esser lor più o meno anni. 

Ma tutti fanno bello il primo giro, , 

E differentemente han dolce vita. 
Per sentir più e men l' eterno Spiro. 

Qui si mostraron , non perché sortita 
Sia questa Spera lor, ma per far segno 
^ella celestlal e' ha men «alita. 



»— <S6 OANTO QUARTO. 441 

3si parlar conviensi al vostro ingegno, 
Perocchò solo da sensato apprende 
Ciò che fa poscia d* intelletto degno. 

?er questo la Scrittura condescende 
A vostra facultate , e piedi e mano 
Attribuisce a Dio , ed altro intende ; 

e: Santa Chiesa con aspetto umano 
Gabrielle e Michel vi rappresenta, 
E 1* altro che Tobia rifece sano. 

Quel che Timeo dell* Anime argomenta 
Non é simile a ciò che qui si vede , 
Perocché, come dice, par che senta. 

Dice che TAlma alla sua stella riede , 
Credendo quella quindi esser decisa, 
Quando Natura per forma la diede. 

E forse sua sentenza è d* altra guisa 
Che la voce non suona, ed esser puote 
Con Intenzion da non esser derisa. 

S' egr intende tornare a queste ruote 
L' onor deir influenza e il biasmo , forse 
In alcun vero suo arco percuote. 

Questo principio male inteso torse 

Già tutto 11 mondo quasi, si che Giove , 
Mercurio e Marte a nominar trascorse 

L* altra dttbitazion che ti commuove 
Ha men velen , perocché sua malizia 
Non ti potria menar da me altrove. 



442 IL PABADISO. 07-S3 

Parére ingiusta la nostra giustizia 
Negli occhi de' mortali , è argomento 
Di fede, e non d'eretica nequizia. 

Ma perché puote vostro accorgimento 
Ben penetrare a questa veritate. 
Come disiri, ti farò contento. 

Se violenza ò quando quel che paté 
Niente conferisce a quel che sforza. 
Non fùr quest' alme per essa scusate; 

Che volontà , se non vuol , non s' ammom* 
Ma fa come natura face in fuoco , 
Se mille volte violenza il torza; 

Perchè, s' ella si piega assai o poco. 
Segue la forza ; e cosi queste fero , 
Potendo ritornare al santo loco. 

Se fosse stato il lor volere intero. 
Come tenne Lorenzo in su la grada, 
B fece Muzio alla sua man severo. 

Cosi le avria ripinte per la strada, 
Ond' eran tratte, come furo sciolte ; 
Ma cosi salda voglia é troppo rada. 

E per queste parole, se rioolte 

L'hai come dói , è V argomento casso. 
Che t' avria ftitto noia ancor più volte. 

Ma or ti s' attraversa un altro passo 
Dinanzi agli occhi tal, che per te stesso 
Non ne usciresti, pria saresU lasso. 



9.4—120 CANTO QUARTO. 443 

Io t* ho per certo nella mente messo, 
eh* alma beata non porla mentire , 
Perocché sempre al primo Vero é presso: 

e: poi potesti da Piccarda udire, 

Che r affezion del vel Ck)stanza tenne; 
Si eh' ella par qui meco contradire. 

Molte fiate già , frate , addivenne 

Che, per fuggir periglio , contro à grato 
Si fé' di quel che far non si convenne; 

Come Almeone che, di ciò pregato 

Dal padre suo, la propria madre spense: 
Per non perder pietà, si fé' spietato. 

A questo punto voglio che tu pense 

Che la forza al voler si mìschia, e fanno 
Si che scusar non si posson le oflènse. 

Voglia assoluta non consente al danno, 
Ma consentevi in tanto, in quanto teme, 
Se si ritrae, cadere in più affanno. 

Però, quando Piccarda quello spreme, 
Della voglia assoluta intende, ed io 
Dell'altra, si che ver diciamo insieme. 

Cotal fu r ondeggiar del santo rio , 

Ch' usci del Fonte ond' ogni ver deriva: 
Tal pose in pace uno ed altro disio. 

O Amanza del primo amante, o Diva, 
Diss' io appresso, il cui parlar m' inonda 
E scalda si, che più e più m* avviva, 



4M n. PARADISO. lSl-142 

XoQ é la Toce mia tanto profonda, 

Che basa a render voi grazia per grazia; 

Ma Quei che Tede e puote a ciò risponda- 
lo Teggio ben che giammai non si sazia 

Nostro intelletto, se il Ver non lo illustra. 

Dì taor dal qual nessun vero si spazia. 

Posasi in esso , come fera in lustra , 

Tosto che giunto T ha : e giugner puoUo ; 
Se no, ciascun disio sarebbe fruirà. 

Nasce per quello , a guisa di rampollo , 
Appiè del vero il dubbio: ed è Natura 
Ch* al sommo pinge noi di collo in collo. 

Questo m* ìnyita, questo m* assicura , 
Con rìTerenza, Donna, a dimandarvi 
D' un* altra verità che m* ò oscura. 

Io To* saper se V uom può soddisfarvi 
A voti manchi si con altri beni, 
eh* alla vostra stadera non sien JMurvi. 

Beatrice mi guardò con gli occhi pieni 
Di faville d* amor, cosi divini , 
Che , vinta mia virtù , diedi le reni , 

B quasi mi perdei con gli occhi chini. 



1-12 445 



CANTO QUINTO. 



ARGOMENTO. 

Ij* alto legame, ondt lo voto stringe, 
Qui si palesa : indi al secoHdo Cielo 
Ignota forza il 6«on Vate sospinge , 

Dove con puro e luminoso velo 

Vede moli' Alme vestite e contente , 
Onde una piena d' amichevol zelo 

Di quel che brama chiarir lui consente. 



S* io ti fiammeggio nel caldo d' amore 
DI là dal modo che in terra si vede , 
Sì che degli occhi tuoi vinco il valore, 

Non ti maravigliar, che ciò procede 
Da perfetto veder , che come apprende , 
Cosi nel bene appreso muove il piede. 

Io veggio ben si come gìò. risplende 
Nello intelletto tuo Y eterna Luce, 
Che, vista sola, sempre amore accende; 

E s' altra cosa vostro amor seduce, 
Non é, se non di Quella alcun vestigio 
Mal conosciuto , che quivi traluce. 



448 IL PARADISO. 87-93 

Cui più si convenia dicer : Mal feci , 

Che, servando, far peggio; e così stolto 
Ritrovar puoi lo gran Duca de' Ored, 

Onde pianse Ifigenia il suo bel volto, 
B fé' pianger di sé e i folli e ì savi, 
Ch' udir parlar di cosi fatto colto. 

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi, 
Non siate come penna ad ogni vento , 
E non crediate eh' ogni acqua vi lavi. 

Avete il Vecchio e il Nuovo Testamento, 
E il Pastor della Chiesa che vi guida: 
Questo vi basti a vostro salvamento. 

Se mala cupidigia altro vi grida. 
Uomini siate, e non pecore matte. 
Si che il Giudeo tra voi di voi non rida. 

Non fate come agnel che lascia il latte 
Della sua madre , e semplice e lascivo 
Seco medesmo a suo piacer combatte. 

Cosi Beatrice a me, com' io scrivo; 
Poi si rivolse tutta distante 
A quella parte , ove '1 mondo é più vivo. 

Lo suo tacere e il tramutar sembiante 
Poser silenzio al mio cupido ingegno , 
Che gìh nuove quistioni avea davante. 

B si come saetta , che nel segno 

Percuote pria che sia la corda qaeta, 
^osi corremmo nel secondo Regno. 



^^J20 CANTO QUINTO. 449 

vmìyì la Donna mia vld' io si lieta. 
Come nel lume di quel Ciel si mise , 
Che più lucente se ne fé' '1 Pianeta. 

3 se la Stella si cambiò, e rise, 

Qual mi fec' io che pur di mia natura 
Trasmutabile son per tutte guise ! 

Come in peschiera , eh' è tranquilla e pura , 
Traggono i pesci a ciò che vien di fuori , 
Per modo che lo stimin lor pastura; 

Si vid' io ben più di mille splendori 
Trarsi vèr noi, ed in ciascun s* udia: 
Ecco chi crescerà li nostri amori. 

E si come ciascuno a noi venia, 
Vedeasi V ombra piena di letizia 
Nel folgór chiaro che di lei uscia. 

Pensa, Lettor, se quel che qui s'inizia 
Non procedesse , come tu avresti 
Di più savere angosciosa carizia; 

E per te vederai, come da questi 

M' era in disio d' udir lor condizioni, 
SI come agli occhi mi fCir manifesti. 

O bene nato , a cui veder li Troni 
Del Trionfo eternai concede grazia, 
Prima che la milizia s' abbandoni ; 

Del Lume che per tutto il Ciel si spazia, 
Noi semo accesi : e però , se desii 
Di noi chiarirti , a tuo piacer ti sazia. 

29 



450 IL PARADISO. 121-1? 

Cosi da un di quelli spirti pii 

Detto mi fu; e da Beatrice: Di* dì* 
Sicuramente, e credi come a Dii. 

Io veggio ben si come tu t* annidi 

Nel proprio lume , e che dagli occhi Utn: 
Perch' ei corrusca si come tu ridi; 

Ma non so chi tu se*, né perché aggi. 
Anima degna, il grado della Spera, 
Che si vela a* mortai con gli altrui rag::- 

Questo diss* io diritto alla lumiera 

Che pria m' avea parlato , ond* ella fesé. 
Lucente più assai di quel eh* eli* era. 

Sì come il Sol , che si cela egli stessi 
Per troppa luce , quando il caldo ha rost 
Le temperanze de* vapori spessi; 

Per più letìzia si mi si nascose 

Dentro al suo raggio la Figura santa. 
E cosi chiusa chiusa mi rispose 

Nel modo che il seguente Canto canta. 



451 



CANTO SESTO. 



ARGOMENTO. 

(3iu0tintano Imperador favella , 

JB qual et fosse giù nel mortai suolo ; 
E storia di sue leggi rinnovella . 

JPoi dell* imperiale Aquila il volo 
Vittorioso seguendo, descrive/ 
JE che in sua Stella risplende lo stuolo 

DelV anime che fùr nel mondo attive. 



r*osciacbò Costantin V aquila volse 

Contra il corso del elei, eh' ella segalo 
Dietro air antico che Lavina tolse, 

Cento e cent' anni e più V Uccel di Dio 
Nello estremo d' Europa si ritenne , 
Vicino a' monti, de'quai prima uscio; 

E sotto r ombra delle sacre penne 

Governò il mondo li di mano in mano, 
E si cangiando , in su la mia pervenne. 

Cesare fui, e son Giustiniano, 

Che , per voler del primo Amor eh' io sento, 
D' entro alle leggi trassi il troppo e il vano. 



452 IL PARADISO. 13--^ 

E prima eh' io air opra fossi attento , 
Una natura in Cristo esser , non pine, 
Credeva, e di tal fede era contento. 

Ma il benedetto Agapito , che tue 
Sommo Pastore, alla Fede sincera 
Mi ridrizzò con le parole sue. 

Io gli credetti , e ciò che in suo dir era 
Vegg' io ora chiaro, si come tu vedi 
Ogni contraddizione e falsa e vera. 

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi , 
A Dio per grazia piacque di spirarmi 
L' alto lavoro, e tutto in lui mi diedi. 

E al mio Bellisar commendai V armi, 
Cui la destra del Ciel fu si congiunta. 
Che segno fu eh* io dovessi x>osarmi. 

Or qui alla quistion prima s' appunta 
La mia risposta ; ma sua condizione 
Mi stringe a seguitare alcuna giunta; 

Perchè tu veggi con quanta ragione 
Si muove centra il sacrosanto Segno, 
E chi n s' appropria , e chi a lui s' opponi 

Vedi quanta virtù Tha Catto degno 
Di reverenza, e cominciò dajr ora 
Che Fallante mori per dargli regno. 

Tu sai eh* e' fece in Alba sua dimora 
Per trecent' anni ed oltre , insino al fine 
Che i tre a tre pugnar per lui ancora. 



40-66 CANTO SESTO. 453 

Sai quel che fé' dal mal delle Sabine , 
Al dolor di Lucrezia in sette regi , 
Vincendo intorno le genti vicine. 

Sai quel che fé* , portato dagli egregi 

Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, 
Incontro agli altri Prìncipi e Collegi ; 

Onde Torquato e Quinzio, che dal cirro 
Negletto fu nomato, e Deci e Pabi 
Ebber la fama che volontier mirro. 

Esso atterrò 1* orgoglio degli Arabi, 
Che dìretro ad Annibale passare 
L' alpestre rocce, Po, di che tu labi. 

Sott' esso giovanetti trionfare 

Scipione e Pompeo , ed a quel Colle, 
Sotto '1 qual tu nascesti, parve amaro. 

Poi, presso al tempo che tutto il Ciel volle 
Ridur lo mondo a suo modo sereno , 
Cesare per voler di Roma il toUe : 

E quel che fé* da Varo insino al Reno, 
Tsara vide ed Era, e vide Senna, 
Ed ogni valle onde il Rodano è pieno. 

Quel che fé' poi eh' egli usci di Ravenna, 
E saltò il Rubicon, fU di tal volo. 
Che noi seguiteria lingua nò penna. 

In vèr la Spagna rivolse lo stuolo; 

Poi vèr Durazzo, e Farsaglia percosse 
Si , eh' al Nil caldo si sentì del duolo. 



-&>« IL PARADISO. 67-.' 

A]xta*Klro e Smoenta, onde si mosse , 
RiTide, • là doT^ Ettore si caba, 
B mal po' Tolommeo poi si riscoese: 

ra ìadi soese folgorando a Ginba : 
1\H sì rìTolse nel Tostro Occidente, 
IX^T^ sentìa la pompeiana tuba. 

Di q-jel che fé* col baialo seguente, 
Friito con Cassio nello Inferno latra, 
E Modena e l^rngia fta dolente. 

^ta:::l^^ne ancor la trista Cleopatra, 
C^i^. ftif^ndogU innanzi, dal oolabro 
La mor(e prese snbitana ed atra. 

Oxj v»?tuì cor?ae ìnsìno al lito rubro; 
0>n cv!«sf ni pose il Mondo in tanta pace. 
Ohe fa serrato a Giano il suo delubro. 

Ma ol> che il Sefrno che parlar mi fhce 
Ft&tto area prima, e poi era fkttnro, 
Fer lo regno mortai, eh* a Ini soggiace. 

l^ireiita in apparenza poco e scuro, 
Se in mano al tene Cesare si mira 
Con occhio chiaro e con alletto poro; 

Che la TiTa Giustiiìa che mi spira 

Gli concedette, in mano a quel ch'io die- 
Gk^ria di fhr Tendetta alla sua ira. 

Or qui t'ammira in ciò ch'io ti r^lioo: 
Poscia con Tito a Ihr Tmdetta corse 
I>ella Tendetta del peccato antico. 



_120 CANTO SESTO. 455 

quando il dente Longobardo morse 
La. santa Chiesa, sotto alle sue ali 
Carlo Magno, vincendo, la soccorse. 

>mai puoi giudicar di que* cotali, 

CtL* io accusai di sopra, e de' lor falli, 
Gtte son cagion di tutti 1 vostri mali. 

L.' uno al pubblico Segno i Gigli gialli 

Oppone, e V altro appropria quello a parte. 
Sì eh* è forte a veder qual più si falli. 

Faccian gli Qhibellin , feiccian lor arte 
Sott' altro Segno; che mal segue quello 
Sempre chi la giustizia e lui diparte: 

K non l' abbatta esto Carlo novello 

Co' Guelfi suoi, ma tema degli artigli 
Ch' a più alto leon trasser lo vello. 

Molte fiate giÀ pianser li figli 

Per la colpa del padre , e non si creda 
Che Dio trasmuti V Arme per suoi Gigli. 

Questa picciola stella si correda 

De' buoni spirti, che son stati attivi, 
Perché onore e fama gli succeda; 

E quando li desiri poggian quivi 

Si disviando , pur convien che i raggi 
Del vero amore in su poggin men vivi. 

Ma, nel commensurar de' nostri gaggi 
Col merto, é parte di nostra letizia, 
Perché non li vedem minor né maggi. 



■*36 IL PARADISO. 12J-. 

*Juinci addolcisce la viva giostiàa 
In noi r affetto sì , che non si puote 
Torcer giammai ad alcuna nequizia. 

Diverse voci fanno dolci note; 

Così diversi scanni in nostra vita 
Rendon dolce armonia tra queste moi'^ 

E dentro alla presente Margherita 
Luce la Luce di Romeo, di cui 
Fu Topra grande e bella, mal gradita. 

Ma i Provenzali, che fér con tra lai , 
Non hanno riso, e però mal cammina 
Qual si fa danno del ben fare altrui. 

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, 
Ra ridondo Berlinghieri, e ciò gli fece 
Romeo, persona umile e peregùna; 

B poi il mosser le parole biece 

A dimandar ragione a questo Giusto, 
Che gli assegnò sette e cinque per dieet 

Indi "ìartìssì povero e vetusto; 

E se il mondo sapesse il cuor eh* egli f:> 
Mendicando sua vita a frusto a frusto. 

A^^ai lo loda, e più lo loderebbe. 



1-12 ^'^ 



CANTO SETTIMO. 



ARGOMENTO. 

JH nostra Redenaion BeattHee apiega 
Cose, che sono nella mente in forae 
Di lui, cui freno di carne ancor lega. 

Poiché il mal seme d'Adamo si torse 
Dalla via vera per l' ingiusto dente, 
Che fé* suo danno quando il melo morse; 

E perchè il corpo un d\fia eternamente. 



Osanna , sanctus Deus Sabaoth , 
Superillustrans clarUate tua 
Felices ignes horum mcUafioth ! 

Cosi, volgendosi alla nota sua, 

Fu viso a me cantare essa Sustanza , 
Sopra la qual doppio lume s' addua. 

Ed essa e r altre mossero a sua danza , 
E , quasi velocissime faville, 
Mi si velar di subita distanza. 

Io dubitava, e dicea: Dille, dille. 

Fra me, dille, diceva, alla mia Donna , 
Che mi disseta con le dolci stille: 



45S IL PARADISO. 13- 

Ma quella reverenza che s' indonna 
Di tutto me, pur per B e per ice. 
Mi richinava come V uom eh* assonna. 

Poco sofferse me cotal Beatrice, 

E cominciò , raggiandomi d* un riso 
Tal , che nel fuoco flEuria V uom felice: 

Secondo mio infallibile avviso, 

Come giusta vendetta giustamente 
Punita fosse, t* hai in pensier miso; 

Bla io ti solverò tosto la mente: 
E tu ascolta , che le mie parole 
Di gran sentenza ti fiuran presente. 

Per non soffrire alla virtù, che vuole. 
Freno a suo prode, queiruom che non na^ . 
Dannando sé , dannò tutta sua prole ; 

Onde r umana Spezie inferma giacque 
Giù per secoli molti in grande errore. 
Fin eh* al Verbo di Dio discender piac;' 

E la Natura, che dal suo Fattore 

S* era allungata, unio a Sé in persona 
Con r atto sol del suo etemo Amore. 

Or drizza il viso a quel che si ragiona: 
Questa Natura al suo Fattore nnita . 
Qual fìi creata, fu sincera e buona: 

Ma per sé stessa pur fu isbandita 
Di Paradiso, perocché si torse 
Da via di verità, e da sua vita. 



tO— 66 CANTO SETTIMO. 459 



pena dunque che la croce porse, 
Se alla natura assunta si misura , 
Nulla giammai si giustamente morse : 

£ cosi nulla fu di tanta ingiura, 

Guardando alla Persona che sofferse, 
In che era contratta tal natura. 

Però d* un atto uscir cose diverse ; 

eh* a Dio ed a' Giudei piacque una morte : 
Per lei tremò la terra, e il Ciel s* aperse. 

Non ti dee oramai parer più forte. 
Quando si dice che giusta vendetta 
Poscia vengiata fu da giusta Corte. 

Ma io veggi* or la tua mente ristretta 

Di pensiero in pensier dentro ad un nodo , 
Del qual con gran disio solver s* aspetta. 

Tu dici: Ben discerno ciò eh* i'odo; 
Ma perché Dio volesse, m* è occulto 
A nostra redenzion pur questo modo. 

Questo decreto , frate , sta sepulto 

Àgli occhi di ciascuno , il cui ingegno 
Nella fiamma d* amor non é adulto. 

Veramente , però eh* a questo segno 
Molto si mira e poco si discerne, 
Dirò perchè tal modo fU più degno. 

La divina Bontà , che da Sé speme 
Ogni livore, ardendo in sé sfavilla 
Si , che dispiega le Bellezze eterne. 



160' IL PARADISO. ' (S^* 

Ciò che da lei senza mezzo distilla 
Non ha poi fine, perchè non sì muove 
La sua imprenta, quand' Ella sigilla. 

Ciò che da essa senza mezzo piove 
Libero è tutto, perchè non soggiace 
Alla virtude delle cose nuove. 

Più r è conforme, e però più le place; 
Che r ardor santo, eh' ogni cosa raggia. 
Nella più slmigliante è più vivace. 

Di tutte queste cose s* avvantaggia 
L* umana creatura, e, s' una manca, 
Di sua nobilita convien che cag^a. 

Solo il peccato è quel che la disfjranca, 
E falla dissimile al sommo Bene, 
Per che del lume suo poco s' imbianca; 

Ed in sua dignità mai non riviene. 
Se non riempie dove colpa vota, 
Contra mal dilettar con giuste pene. 

Vostra natura, quando peccò tota 
Nel seme suo , da queste dignitadi , 
Come di Paradiso tu. remota; 

Né ricovrar poteasi , se tu badi 
Ben sottilmente per alcuna via. 
Senza passar per un di questi guadi : 

o che Dio solo per sua cortesia 

Dimesso avesse, o che V uom per sé isso 
Avesse soddisfatto a sua follia. 



94-1*0 CANTO SETTIMO. 461 

F'icca mo r occhio per entro r abisso 
Deir eterno Consiglio, quanto puoi 
Al mio parlar distrettamente fisso. 

Non potea V uomo ne* termini suoi 
Mai soddisfar, per non poter ir giuso 
Con umiltate, obbediendo poi. 

Quanto disubbidiendo intese ir suso; 
E questa ò la ragion, perchè V uom fUe 
Da poter soddisfar per sé dischiuso. 

Dunque a Dio convenia con le vie sue 
Riparar V uomo a sua intera vita , 
Dico con runa, ovver con ambedue. 

Ma perchè V ovra è tanto più gradita 
Dell* operante , quanto più appre senta 
Della bontà del cuore, ond' è uscita; 

La divina Bontà , che il mondo imprenta , 
Di proceder per tutte le sue vie 
A rilevarvi suso fu contenta; 

Né tra V ultima notte e il primo die 
Si alto e si magnifico processo , 
O per r una o per V altra fUe o fle. 

Che più largo fu Dio a dar sé stesso 
In far V uom sufficiente a rilevarsi , 
Che s* egli avesse sol da sé dimesso ; 

E tutti gli altri modi erano scarsi 
Alla giustizia, se il Figliuol di Dio 
Non fosse umiliato ad incarnarsi. 



462 IL PARADISO. 121-U? 

Or, per empierti bene ogni disio , 
Ritorno a dichiarare in alcun loco, 
Perchè tu veggi li così com' io. 

Tu dici: Io veggio V Aere, io veggio il Pnocc 
L' Acqua e la Terra e tutte lor misture 
Venire a corruzione e durar poco; 

E queste cose pur fùr creature ; 

Perchè, se ciò che ho detto è stato vero. 

Esser dovrian da corruzion sicure. 
Gli Angeli, frate, e il paese sincero, 

Nel qual tu se\ dir si posson creati , 

Si come sono , in loro essere intero ; 
Ma gli Elementi che tu hai nomati, 

E quelle cose che di lor si fanno , 

Da creata virtù sono informati. 
Creata fu la materia eh' egli hanno , 

Creata fu la virtù informante 

In queste stelle, che intorno a lor vanno. 

L' anima d' ogni bruto e delle piante 
Di complession potenziata tira 
Lo raggio e il moto delle Luci sante. 

Ma nostra vita senza mezzo spira 
La somma Beninanza, e la innamora 
Di sé , si che poi sempre la disira. 

E quinci puoi argomentare ancora 
Nostra resurrezion , se tu ripensi 
Come r umana carne féssi allora, 
e li primi Parenti intrambo fensi. 



-IS 463 

CANTO OTTAVO. 



ARGOMENTO. 

Tu ricevi euttbedue, Venere stella 

Lo etti nome nel mondo è eì profano , 
E costà r alme con aita gloria abbella. 

Carlo Martello in quel luogo sovrano 

Parla , e dichicA-a in fin come pur puote 
Germoglio peggiorar di ceppo umano 

Per colpa nostra, e non di quelle Ruote. 



Solea creder lo mondo in suo periclo, 
Che la bella Ciprigna il folle amore 
Raggiasse , vòlta nel terzo epiciclo ; 

Perché non pure a lei faceano onore 
Di sacriflcj e di votivo grido 
Le genti antiche neir antico errore; 

Ma Dione onoravano e Cupido ; 

Quella per madre sua , questo per figlio , 
E dicean eh' ei sedette in grembo a Dido; 

E da costei , i)nd' io principio piglio , 
Pigliavano il vocabol della Stella 
Che '1 Sol vagheggia or da coppa or da ciglio. 



464 IL PARADISO. '^' 

lo non m' accorsi del salire in ella : 
Ma d' esservi entro mi fece assai fede 
La Donna mia, eh' io vidi far più beUa. 

E come in fiamma favilla si vede, 
E come in voce voce si discerne , 
Quand' una è ferma e r altra ya e riede. 

Vid' io in essa Luce altre lucerne 

Muoversi in giro più e men correnti , 
Al modo, credo, di lor viste eterne. 

Di fredda nube non disceser venti, 
O visibili o no , tanto festini , 
Che non paressero impediti e lenti 

A chi avesse quei Lumi divini 

Veduto a noi venir, lasciando il giro 
Pria cominciato in gli alti Serafini. 

E dentro a quei che più innanzi apparirò. 
Sonava Osamva si, che unque poi 
Di rìudir non fui senza disiro. 

Indi si fece V un più presso a noi, 
E solo incominciò : Tutti sem presti 
Al tuo piacer , perchè di noi ti gioi. 

Noi ci volgiam co* Principi celesti 
D' un giro, d* un girare, e d' una sete, 
A* quali tu nel mondo già dicesti: 

Voi Cile intendendo il terzo del movete; 
E seni sì pien d' amor, che per piacerti 
Non fia men dolce un poco di quiete. 



-40-06 CANTO OTTAVO. 465 

Toscia che gli occhi miei si furo offerti 
Alla mia Donna reverenti , ed essa 
Fatti gli avea di sé contenti e certi , 

Rivolsersi alla luce, che promessa 
Tanto s' avea, e: Di' chi se' tu , fue 
La voco mia di grande affetto impressa. 

O quanta e quale vid' io lei far pine 
per allegrezza nuova che s' accrebbe , 
Quand' io parlai, all' allegrezze sue ! 

Cosi fatta, mi disse, il mondo m' ebbe 
Giù poco tempo; e, se più fosse stato, 
Molto sarà di mal, che non sarebbe. 

La mia letizia mi ti tien celato , 

Che mi raggia dintorno, e mi nasconde 
Quasi animai di sua seta fasciato. 

Assai m' amasti , ed avesti ben onde ; 
che, s'io fossi giù stato, io ti mostrava 
Di mio amor più oltre che le fronde. 

Quella sinistra riva che si lava 

Di Rodano , poich' è misto con Sorga , 
Per suo signore a tempo m' aspettava; 

E quel corno di Ausonia , che s' imborga 
Di Bari , di Gaeta e di Crotona , 
Da ove Tronto e Verde in mare sgorga 

Fulgeami già in fronte la corona 
Di quella terra che il Danubio riga , 
Poi che le ripe tedesche abbandona ; 

30 



466 IL PARADISO. 



67-f 



E la bella Trìnacria, che caliga 

Tra Pachino e Peloro, sopra il Golfo 
Che riceve da Euro maggior briga. 

Non per Tifeo, ma per nascente solfo. 
Attesi avrebbe li suoi regi ancora. 
Nati per me di Carlo e di Ridolfo; 

Se mala signoria, che sempre accora 
Li popoli suggetti, non avesse 
Mosso Palermo a gridar : Mora, mon- 

E se mio frate questo antivedesse, 
L' avara povertà di Catalogna 
Già. fuggirla, perchè non gli offendesse: 

Che veramente provveder bisogna 

Per lui , o per altrui , sì eh' a sua barca 
Carica più di carco non si pog^a. 

La sua natura, che di larga parca 
Discese, avria mestier di tal milizia 
Che non curasse di mettere in arca. 

Perocch' io credo che V alta letizia 

Che il tuo parlar m' infonde, signor miu. 
Ov' ogni ben si termina e s' inizia, 

Per te si veggia, come la yegg' io; 

Grata m' è più ; e anche questo ho caro. 
Perché il discerni rimirando in Dio. 

Patto m' hai lieto, e così mi fa chiaro, 
Poiché parlando a dubitar lù* hai mosse 
Come uscir può di dolce seme amaro. 



91-120 CANTO OTTAVO. 467 

Questo io a lui; ed egli a me: S' io posso 
Mostrarti un vero, a quel che tu dimandi 
Terrai il viso come tieni il dosso. 

Lo Ben che tutto il Regno che tu scandi 
Volge e contenta, fa esser virtute 
Sua Provvidenza in questi corpi grandi ; 

E non pur le nature provvedute 

Son nella Mente eh' è da Sé perfetta, 
Ma esse insieme con la lor salute. 

Perchè quantunque questo arco saetta. 
Disposto cade a provveduto fine, 
SI come cocca in suo segno diretta. 

Se ciò non fosse , il Ciel che tu cammino 
Producerebbe si li suoi eflfetti , 
Che non sarebber arti , ma mine ; 

E ciò esser non può , se gV Intelletti 

Che muovon queste Stelle non son manchi, 
E manco il primo che non gli ha perfetti. 

Vuoi tu che questo ver più ti s' imbianchi ? 
Ed io: Non già, perchè impossibil veggio 
Che la Natura , in quel eh' è uopo , stanchi. 

Ond' egli ancora : Or di', sarebbe il peggio 
Per r uomo in terra se non fosse cive ? 
Si , rispos' io , e qui ragion non cheggio. 

E può egli esser , se giù non si vive 
Diversamente per diversi uffici? 
No , se il Maestro vostro ben vi scrive. 



468 IL PARADISO. ^^^ 

SI venne deducendo insino a quid ; 

Poscia conchiuse : Dunque esser ditene I 
Convien de' vostri effetti le radici; ^ 

per che un nasce Solone ed altro Serse, 
Altro Melchisedech, ed altro quello 
Che, volando per l' aere, il figlio perse- 
La circular Natura, eh' è suggello 
Alla cera mortai, fa ben su' arte, 
Ma non distingue V un dair altro ostello. 
Quinci addivien eh' Esaù si diparte 
per seme da Jacob, e vien Quirino 
Da si vii padre , che si rende a Marte. 
Natura generata il suo cammino 
Simil farebbe sempre a' generanti, 
se non vincesse il Provveder divino, 
or quel, che t' era dietro, t' é davanti; 
Ma perchè sappi che di te mi giova, 
Un corollario voglio che t' ammanti, 
sempre Natura , se fortuna trova 

Discorde a sé , com' ogni altra semenu 
Fuor di sua region , fa mala prova. 
E se il mondo laggiù ponesse mente 
Al fondamento che Natura pone, 
Seguendo lui, avria buona la gente. 
Ma voi torcete alla Religione 

Tal che fu nato a cingersi la Spada . 
E fate Re di tal eh' é da Sermone; 
Mde la traccia vostra è fuor di strada. 



469 



CANTO NONO. 



ARGOMENTO. 

Cunisza suora d' Ezzelino i danni 

IH vari* terre annunzia , e gli conferma. 
Che 9U nel Cielo vede i loro <nffaHni. 

Sd intanto la luce ivi ai ferma 

Di Folco da Marailia, che de* mali 
Firenae accusa, di sue colpe inferma ; 

JPoi d' ira altrove drizza i giusti strali. 



Da poi che Carlo tuo , bella Clemenza , 
M' ebbe chiarito, mi narrò gì* inganni 
Che ricever dovea la sua Semenza ; 

^a disse: Taci , e lascia volger gli anni : 
Si eh' io non posso dir, se non che pianto 
Giusto verrà diretro a* vostri danni. 

E già, la vita di quel Lume santo 
Rivolta s' era al Sol che la riempie , 
Come a quel Ben eh' ad ogni cosa è tanto. 

Ahi, anime ingannate, fatue ed empie, 
Che da sj fatto ben torcete 1 cuori , 
Drizzando In vanità le vostre tempie ! 



470 IL PARADISO. 1^ 

Ed ecco un altro di quelli splendori 
Vèr me si fece , e il suo voler piacermi 
Significava nel chiarir di fuori. 

Gli occhi di Beatrice, eh' eran fermi 
Sovra me , come pria , di caro assenso 
Al mio disio certificato férmi. 

Deh metti al mio voler tosto compenso, 
Beato Spirto, dissi, e fammi prova 
eh' io possa in te rifletter quel eh' io pen?^ 

Onde la luce che m' era ancor nuova, 
Del suo profondo , ond' ella pria cantaTS 
Seguette, come a cui di ben far giova: 

In quella parte della terra prava 
Italica, che siede intra Rialto 
E le fontane di Brenta e di Piava, 

Si leva un Colle , e non surge molt' alto , 
Là onde scese già una facella. 
Che fece alla contrada grande assalta 

D' una radice nacqui e io ed ella; 

Cunizza M chiamata , e qui refulgo, 
Perchè mi vinse il lume d' està Stella. 

Ma lietamente a me medesma indulgo 
La cagion di mia sorte, e non mi noia, 
Che forse parria forte al vostro vulga 

Di questa luculenta e cara gioia 

Del nostro cielo, che più m* é propinqua. 
Grande fama rimase, e, pria che muoia. 



» — ee CANTO NONO. " 471 

xiesto centesim' anno ancor s' incinqua. 
Vedi se far si de' 1' uomo eccellente , 
Si eh* altra vita la prima relinqua I 

Z ciò non pensa la turba presente, 
Che Tagliamento ed Adige richiude , 
Né, per esser battuta, ancor si pente. 

\f a tosto fla che Padova al palude 

Cangerà V acqua che Vicenza bagna, 
Per essere al dover le genti crude. 

E dove Sile a Cagnan s* accompagna. 
Tal signoreggia e va con la testa alta. 
Che già per lui carpir si fa la ragna. 

Piangerà Feltro ancora la diffalta 

Dell' empio suo Pastor, che sarà sconcia 
Sì , che per simil non s' entrò in Malta. 

Troppo sarebbe larga la bigoncia 
Che ricevesse il sangue Ferrarese , 
E stanco chi '1 pesasse ad oncia ad oncia. 

Che donerà questo Prete cortese , 
Per mostrarsi di parte ; e cotai doni 
Conformi fieno al viver del paese. 

Su sono Specchi, voi dicete Troni, 
Onde rifhlge a noi Dio giudicante, 
SI che questi parlar ne paion buoni. 

Qui si tacette, e fecemi sembiante 
Che fosse ad altro vòlta, per la rota 
In che si mise com' era davante. 



472 CL PA&ADISO. 6T-r3 

L* altra letizia, che m' era già, nota, 
nwclara cosa mi si fece in vista , 
Qual fin balaseio in che lo Sol percot^ 

Fer letiziar lassù fulgor s' acquista , 
Si come riso qui; ma giù s"* abbuia 
L* ombra di fuor, come la mente ó tris ■• 

Pio vede tutto, e tuo veder s' inloia, 
Discs* io, beato Spirto, si che nulla 
Voglia dì « me » a te puote esser foia. 

Dunque la voce tua, che il Ciel trastulla 
Sempre col canto di que' fuochi pii 
Che di sei aie fanuosi cuculia, 

Perv.'hè non soddisface a' miei disii ? 
Olà non attendere' io tua dimanda, 
S' io m* intuassi , come tu t* ìmmii. 

La ma^^Lor valle in che V acqua si spanda. 
Iiiooiiiìnciaro allor le sue parole , 
Fuor di quel mar che la terra inghirlani- 

Tra discordanti liti, contra il Sole 
Tanto sen va . che fa meridiano 
La dove r orizzonte pria far suole. 

Di quella valle fu' io litorano. 

Tra E oro e Macra, che per cammin «wrio 
Lo Genovese parte dal Toscano. 

Ad un Occaso quasi e ad un Orto 
Bu^gea siede e la terra, end' io ftii. 
Che fé' del sangue suo giÀ caldo il porto. 



V>4-120 CANTO NONO. 473 

"^olco mi disse quella gente , a cui 

Fu noto il nome mio , e questo cielo 
Di me s' impronta , com' io fé* di lui ; 

Cile più non arse la figlia di Belo , 
Noiando ed a Sicheo ed a Creusa , 
Di me, infln clie si convenne al pelo; 

Né quella Rodopea , che delusa 
Fu da Demofoonte, né Alcide 
Quando Iole nel cuore ebbe richiusa. 

Non però qui si pente, ma si ride, 

Non della colpa, eh' a mente non torna, 
Ma del Valor eh' ordinò e provvide. 

Qui si rimira neir arte cha adorna 

Con tanto affetto , e discernesi il bene , 
Perché il mondo di su quel di giù torna. 

Ma perchè le tue voglie tutte piene 

Ten porti, che son nate in questa Spera, 
Proceder ancor oltre mi conviene. 

Tu vuoi saper chi é in questa lumiera , 
Che qui appresso me cosi scintilla, 
Come raggio di Sole in acqua mera. 

Or sappi che là entro si tranquilla 
Raab, ed a nostr' Ordine congiunta 
Di lei nel sommo grado si sigilla. 

Da questo Cielo, in cui r ombra s' appunta 
Che il vostro mondo face , pria eh' altr'alma 
Del trionfo di Cristo fU assunta. 



474 IL PARADISO. 121-1^ 

Ben si convenne lei lasciar per palma 
In alcun cielo dell' alta vittoria 
Che s' acquistò con V una e l' altra palma: 

Perch' ella favorò la prima gloria 
Di losué in su la Terra Santa , 
Che poco tocca al Papa la memoria. 

La tua Città, che di colui è pianta 

Che pria volse le spalle al suo Fattore, 
E di cui è la invidia tanto pianta, 

Produce e spande il maladetto fiore 
C ha disviate le Pecore e gli Agni, 
Perocché fatto ha lupo del Pastore. 

Per questo V Evangelio e i Dottor magni 
Son derelitti , e solo ai Decretali 
Si studia si, che pare a' lor vivagni. 

A questo intende il Papa e i Cardinali: 
Non vanno i lor pensieri a Nazzarette, 
Là dove Gabriello aperse r ali. 

Ma Vaticano, e V altre parti elette 
Di Roma, che son state cimitero 
Alla Milizia che Pietro seguette, 

Tosto libere flen dell* adultero. 



12 475 



CANTO DECIMO. 



ARGOMENTO, 

Ai quarto Cielo , ove lo raggio aorge , 
Onde a' aggiorna qui V Aiuola noatra. 
Lieve il Poeta va, che non a* accorge. 

Fra ntolti Lumi al auo viao ai moatra 
Tomaa d'Aquino , che d' altri fulgóri 
Oli dà contessa, che in ai chiara chiostra 

A lui fan cerchio irraggiando di fuori. 



Guardando nel suo Piglio con Y Amore 
Che r uno e V altro eternamente spira, 
Lo primo ed ineffabile Valore , 

Quanto per mente o per occhio si gira 
Con tanto ordine fé* , eh' esser non puote 
Senza gustar di lui chi ciò rimira. 

Leva dunque , Lettore , air alte rote 
Meco la vista dritto a quella parte , 
Dove r un moto air altro si percote ; 

E lì comincia a vagheggiar neir Arte 
Di quel Maestro, che dentro a sé V ama 
Tanto, che mai da lei l'occhio non part*» 



476 IL PARADISO. ^^^* 

Vedi come da indi si dirama 

L' obliquo cerchio che i Pianeti porta, 
Per soddisfare al mondo che gli chiama. 

E se la strada lor non fosse torta. 
Molta virtù nel ciel sarebbe invano, 
E quasi ogni potenza quaggiù morta. 

E se dal dritto più o men lontano 

Fosse il partire , assai sarebbe manco 
E giù e su dell* ordine mondano. 

Or ti riman, Lettor, sovra il tuo banco. 
Dietro pensando a ciò che si preliba , 
S' esser vuoi lieto assai prima che stanca 

Messo t* ho innanzi : omai per te ti ciba; 
Òhe a sé ritorce tutta la mia cura 
Quella materia, ond' io son fatto scriba. 

LO Ministro maggior della Natura, 

Che del valor del cielo il mondo imprenta 
E col suo lume il tempo ne misura, 

Con quella parte che su si rammenta 
Congiunto, si girava per le spire, 
In che più tosto ognora s' appresenta ; 

Ed io era con lui ; ma del salire 

Non m'accors'io, se non com*aom s'accor; 
Anzi il primo pensier , del suo venire. 

È Beatrice , quella che si scorge 
Di bene in meglio si subitamente. 
Che r atto suo per tempo non si sporge 



0-66 CANTO DECIMO. 477 

::juant' esser convenia da sé lucente 

Quel ch'era dentro al Sol, dov'io entra'mi, 
Non per color, ma per lume parvente I 

rerch' io lo ingegno e V arte e 1' uso chiami, 
Sì noi direi che mai s' immaginasse; 
Ma creder puossi, e di veder si brami. 

E se le fantasie nostre son basse 
A tanta altezza, non è meraviglia, 
Che sovra il Sol non fu occhio eh' andasse. 

Tal' era quivi la quarta famiglia 

Dell' alto Padre che sempre la sazia. 
Mostrando come spira e come figlia. 

E Beatrice cominciò : Ringrazia, 

Ringrazia il Sol degli Angeli, eh' a questo 
Sensibil t' ha levato per sua grazia. 

cuor di mortai non £\i mai si digesto 
A divozion ed a rendersi a Dio 
Con tutto il suo gradir cotanto presto, 

Com' a quelle parole mi fec' io ; 

E si tutto il mio amore in lui si mise, 
Che Beatrice ecclissò nell' obblio. 

Non le dispiacque ; ma si se ne rise, 

Che lo splendor degli occhi suoi ridenti 
Mia mente unita in più cose divise. 

Io vidi più fulgor vivi e vincenti 

Far di noi centro e di sé far corona, 
Più dolci in voce, che in vista lucenti. 



478 IL PARADISO. C7-5- 

Cosi cinger la figlia di Latona 

Vedem tal -volta , quando V aere è pr^ 
Si , che ritenga il fìl che fa la zona. 

Nella Corte del Ciel dond' io rivegno. 
Si trovan molte gioie care e belle 
Tanto, che non si posson trar del Ragne: 

E il canto di que* lumi era di quelle: 
Chi non s* impenna si, che Lassù yoIì. 
Dal muto aspetti quindi le novelle. 

Poi, sì cantando, quegli ardenti Soli 
Si fùr girati intorno a noi tre volte. 
Come stelle vicine a' fermi poli ; 

Donne mi parver non da ballo sciolte. 
Ma che s'arrestin tacite, ascoltando 
Fin che le nuove note hanno ricolte; 

E dentro air un senti' cominciar: Quando 
Lo raggio della Grazia, onde s* accende 
Verace amore, e che poi cresce amando. 

Multiplicato in te tanto risplende , 
Che ti conduce su per quella scala, 
U' senza risalir nessun discende ; 

Qual ti negasse il vin della sua fiala 
Per la tua sete, In libertà non fora, 
Se non com' acqua eh* al mar non si cab. 

Tu vuoi saper di quai piante s* infiora 
Questa ghirlanda, che intorno vagheggia 
"^ bella Donna eh' al Ciel t' avvalora. 



94-120 CANTO DECIMO. 479 

Io fui degli agni della santa greggia, 
Che Domenico mena per cammino, 
U' ben s' impingua, se non si vaneggia. 

Questi, che m' è a destra più vicino, 

Frate e maestro fammi, ed esso Alberto 
È di Cologna , ed io Thomas d'Aquino. 

Se tu di tutti gli altri esser vuoi certo , 
Diretro al mio parlar ten vien col viso 
Girando su per lo beato serto. 

Queir altro fiammeggiare esce del riso 
Di Grazian , che Y uno e V altro Fóro 
Aiutò si, che piace in Paradiso. 

L' altro eh* appresso adorna il nostro Coro, 
Quel Pietro fu che con la poverella 
Offerse a santa Chiesa il suo Tesoro. 

La quinta luce eh' è tra noi più bella , 
Spira di tale amor , che tutto il mondo 
Laggiù n' ha gola di saper novella. 

Entro V* è T alta Mente u' si profondo 
Saver fu messo , che , se il vero è vero , 
A veder tanto non surse il secondo. 

Appresso vedi il lume di quel cero 

Che , giuso in carne , più addentro vide 
L' angelica natura e il ministero, 

Neil' altra piccioletta luce ride 

Quell'Avvocato de' tempi cristiani , 
Del cui latino Agostin si provvide. 



480 IL PARADISO. liì'l 

Or, se tu l'occhio della mente trani 
Di luce in luce , dietro alle mie lode , 
6rià dell' ottava con sete rimani. 

Per vedere ogni ben dentro vi gode 
L'Anima santa, che il mondo fallace 
Fa manifesto a chi di lei ben ode. 

Lo corpo , ond' ella fti cacciata , giace 
Giuso in Cieldauro , ed essa da martire 
E da esilio venne a questa pace. 

Vedi oltre fiammeggiar l' ardente spiro 
i)' Isidoro , di Bada e di Riccardo 
Che a considerar fu più che viro. 

Questi, onde a me ritorna il tuo riguardo. 
È il lume d' uno Spirto , che in pensieri 
Gravi , a morire gli parve esser tardo. 

Essa è la luce eterna di Sigieri, 

Che , leggendo nel vico degli strami , 
Sillogizzò invidiosi veri. 

Indi, come orologio, che ne chiami 
Neil' ora che la Sposa di Dio surge 
A mattinar lo Sposo, perché rami, 

Che r una parte V altra tira ed urge , 
Tin tin sonando con sì dolce nota, 
Che il ben disposto spirto d' amor turge: 

Cosi vid' io la gloriosa rota 

Muoversi , e render voce a voce in tempr 
E in dolcezza , eh' esser non può nota, 

"e non Colà , dove il gioir s' insempra. 



481 



CANTO DECIMOPRIMO. 



ARGOMENTO. 

Nel puro cerchio dell' alme acintille 
Segue Tommaso in aita lieta favella , 
Poiché rifulse di nuove faville. 

La vita di Francesco poverella 

A. Dante narra, e qual d' ogni altra sposa 
Pur Povertade a lui parve più bella , 

Che sembra ad occhio umano orribil cosa. 



insensata cura de' mortali , 
Quanto son difettivi sillogismi 
Quei, che ti fanno in basso batter V ali ! 

;hi dietro a Jura, e chi ad Aforismi 
Sen giva, e chi seguendo Saceriozio, 
E chi Regnar per forza o per sofismi, 

5 chi rubare , e chi civil negozio , 
Chi , nel diletto della carne involto , 
S' affaticava, e chi si dava all' ozio ; 

[Juand'io, da tutte queste cose sciolto, 
Con Beatrice m' era suso in cielo 
Cotanto gloriosamente accolto. 

31 



482 IL PARADISO. 13-»' 

Poi che ciascuno fu tornato ne lo 

Punto del cerchio, in che avanti s' era. 
Fermo si, come a candelier candele; 

Bd io senti* dentro a quella Lumiera, 
Che pria m' avea parlato , sorridendo 
Incominciar, facendosi più mera: 

Così com' io del suo raggio m' accendo, 
Si, riguardando nella Luce eterna, 
Li tuoi pensieri onde cagioni , apprendo 

Tu dubbi , ed hai voler che si ricerna 
In si aperta e si distesa lingua 
Lo dicer mio, eh' al tuo sentir si sterna. 

Ove dinanzi dissi: IT ben s* impingua, 
E là u' dissi : Non surse il Secondo; 
E qui è uopo che ben si distingua. 

La Provvidenza che governa il mondo 
Con quel Consiglio, nel quale ogni aspen 
Creato è vinto pria che vada al fondo, 

Però che andasse vèr lo suo Diletto 
La Sposa di Colui , eh* ad alte grida 
Disposò lei col Sangue benedetto, 

In sé sicura e anche a lui più fida , 
Due Principi ordinò in suo favore, 
Che quinci e quindi le fosser per guida. 

L* un fu tutto Serafico in ardore, 
L* altro per sapienza in terra fue 
Di Cherubica luce uno splendore. 



1-66 CANTO DKCIMOPRIMO. 483 

eir un dirò , perocché d' ambedue 
Si dice r un pregiando, qual eh' uom prende, 
Perchè ad un fine fùr V opere sue. 

atra Tapino, e l'acqua che discende 
Del Colle eletto dal beato Ubaldo, 
Fertile costa d' alto iponte pende, 

mde Perugia sente freddo e caldo 
Da Porta Sole, e diretro le piange 
Per greve giogo Nocera con Gualdo. 

>i quella costa , là dov' ella frange 
Più sua rattezza, nacque al mondo un Sole, 
Come fa questo tal volta di Gange. 

*erò chi d' esso loco fa parole 

Non dica Ascesi, che direbbe corto, 
Ma Oriente, se proprio dir vuole. 

»Jon era ancor molto lontan dall' orto, 
eh' ei cominciò a far sentir la terra 
Della sua gran virtude alcun conforto; 

Che per tal donna giovinetto in guerra 
Del padre corse, a cui, com' alla morte, 
La porta del piacer nessun disserra; 

E dinanzi alla sua spiritai Corte, 
Et coram patre le si fece unito; 
Poscia di di in di l' amò più forte. 

Questa, privata del primo Marito, 

Mille e cent' anni e più dispetta e scura, 
Fino a costui si stette senza invito ; 



484 IL PARADISO. ^- 

Nè valse udir che la trovò sicura 

Con Anliclate, al suon della sua voce. 
Colui eh' a tutto il mondo fé* paura; 

Né valse esser costante né feroce , 
Si che dove Maria rimase giuso, 
Ella con Cristo salse in sulla croce. 

Ma perch'io non proceda troppo chiuso. 
Francesco e Povertà per questi Amanti 
Prendi oramai nel mìo parlar diffuso 

La lor concordia e i lor lieti sembianti. 
Amore « a maraviglia > e dolce sguarnì • 
Facean esser cagion de' pensier santi: 

Tanto che il venerabile Bernardo 

Si scalzò prima , e dietro a tanta pace 
Corse , e correndo gli parv' esser tanlt 

O ignota ricchezza , o ben verace ! 
Scalzasi Egidio e scalzasi Silvestro 
Dietro allo Sposo vsi la Sposa piace. 

Indi sen va quel Padre e quel Maestro 
Con la sua Donna, e con quella famigli . 
Che già legava V umile capestro; 

Né gli gravò viltà di cuor le ciglia, 
Per esser jGl' di Pietro Bernardone, 
Né per parer dispetto a maraviglia. 

Ma regalmente sua dura intenzione 
Ad Innocenzo aperse, e da lui ebbe 
Primo sigillo a sua Religione. 



»4-120 CANTO DECIMOPRIMO. 485 

f'oì che la gente poverella crebbe 
Dietro a Costui, la cui mirabil vita 
Meglio in gloria del Ciel si canterebbe , 

Di seconda corona redimita 

Fu per Onorio dall' eterno Spiro 

La sant£^ voglia d' esto Archimandrita* 

S poi che , per la sete del martire, 
Nella presenza del Soldan superba 
Predicò Cristo e gli altri che il seguirò ; 

3 per trovare a conversione acerba 

Troppo la gente, e per non stare indarno, 
Reddissi al frutto deir italica erba. 

isrel crudo Sasso , intra Tevere ed Arno, 
Da Cristo prese r ultimo sigillo. 
Che le sue membra due anni portarne. 

Quando a Colui eh' a tanto ben sortillo. 
Piacque di trarlo suso alla mercede , 
eh' egli acquistò nel suo farsi pusillo; 

kì frati suoi, si com' a giuste rede, 
Raccomandò la sua Donna più cara, 
E comandò che l' amassero a fede; 

E del suo grembo V Anima preclara 
Muover si volle, tornando al suo Regno , 
Ed al suo corpo non volle altra bara. 

Pensa oramai qual fu Colui , che degno ' 
Collega fu a mantener la Barca . 
Di Pietro in alto mar per dritto segno ! 



486 IL PARADISO. 121 •- 

E questi fu il nostro Patriarca, 

Perchè qual segue lui, com' ei cornaci 
Discerner puoi che buona merce care 

Ma il suo peculio di nuova vivanda 
È fatto ghiotto si, eh' esser non paote 
Che per diversi salti non si spanda: 

E quanto le sue pecore rimote 
E vagabonde più da esso vanno, 
Più tornano air ovil di latte vote. 

Ben son di quelle che temono il danno, 
E strlngonsi al pastor; ma son si pocii' 
Che le cappe fornisce poco panno. 

Or, se le mie parole non son fioche, 
Se la tua udienza è stata attenta, 
Se ciò che ho detto alla mente rivoche 

In parte fla la tua voglia contenta, 

Perchè vedrai la pianta, onde si schegr» 
E vedrai il corregger che argomenta: 
V* ben s* impingua , se non si vaneggia. 



■12 487 

CANTO DECIMOSECONDO. 



ARGOMENTO. 

I 

Volgeai intorno caia ruota primiera 
Nova ghirlanda, che per grata cura 
Viva sfavilla entro ai bella afera. 

Quivi la Vita di Bonaventura 

Narra di San Domenico quàl foaae , 
E quella guerra, onde con fede pura 

Entro agli aterpi eretici percoaae. 



Si tosto come V ultima parola 

La benedetta fiamma per dir tolse 
A rotar cominciò la santa mola; 

E nel suo giro tutta non si volse 

Prima eh' un' altra d' un cerchio la chiuse, 
E moto a moto, e canto a canto colse; 

Canto, che tanto vince nostre Muse, 
Nostre Sirene, in quelle dolci Tube, 
Quanto primo splendor quel che rifuse. 

come si volgon per tenera nube 
Due archi paralleli e concolori. 
Quando Giunone a sua ancella Jw&e, 



488 IL PARADISO. 1^ 

Nascendo di quel d' entro quel di ftiori , 
A guisa del parlar di quella vaga, 
di' amor consunse come Sol vapori; 

E fanno qui la gente esser presaga. 
Per lo patto che Dio con Noè pose, 
Del mondo , che giammai più non s' ai! 

Così di quelle sempiterne rose 

Volgeansi circa noi le due ghirlande, 
E si r estrema all' intima rispose. 

Poiché U tripudio e l' altra festa grande. 
Sì del cantare e sì del fiammeggiarsi 
Luce con luce gaudiose e blande, 

Insieme a punto ed a voler quetàrsi, 
Pur come gli occhi , ch'ai piacer che i e 
Conviene insieme chiudere e levarsi; 

Del cuor deir una delle luci nuove 
Si mosse voce, che l'Ago alla Stella 
Parer mi fece in volgermi al suo dove: 

E cominciò : L' amor che mi fa bella 
Mi tragge a ragionar dell' altro Duca, 
Per cui del mio sì ben ci si favella. 

Degno è che dov' è l' un V altro s' induca. 
Si che com' elli ad una militaro. 
Cosi la gloria loro insieme luca. 

L' esercito di Cristo , che sì caro 
Costò a riamar, dietro all'insegna 
Si movea tardo, sospeccioso e raro; 



10-66 CANTO DECIMOSECONDO. 489 

Quando 1* Imperador che sempre regna, 
Provvide alla milizia eh' era in forse, 
Per sola grazia, non per esser degna; 

E , com' è detto, a sua Sposa soccorse 

Con due campioni, al cui fare, al cui dire 
Lo popol disviato si raccorse. 

In quella parte , ove surge ad aprire 
Zaffiro dolce le novelle fronde , 
Di che si vede Europa rivestire , 

Non inolto lungi al percuoter dell' onde , 
Dietro alle quali, per la lunga foga, 
Lo Sol tal volta ad ogni uom si nasconde, 

Siede la fortunata Callaroga, 

Sotto la protezion del grande Scudo, 
In che soggiace il Leone e soggioga. 

Dentro vi nacque V amoroso Drudo 
Della Fede cristiana, il santo Atleta, 
Benigno a' suoi ed a' nimici crudo; 

E come fu creata, fu repleta 
Si la sua mente di viva virtute. 
Che nella madre lei fece profeta. 

Poiché' le sponsalizie fùr compiute 
Al sacro Fonte intra Lui e la Fede , 
U' si dotar di mutua salute ; 

La donna, che per lui l' assenso diede. 
Vide nel sogno il mirabile frutto 
Ch' uscir dovea di lui e delle rade: 



490 IL PARADISO. <5> 

E perchè fosse, quale era, in costrutto, 
Quinci si mosse Spirito a nomarlo 
Del possessivo, di cui era tutto. 

Domenico fu detto ; ed io ne parlo 
Si come deir agricola, che Cristo 
Elesse all' Orto suo per aiutarlo. 

Ben parve messo e famigliar di Cristo, 
Che il primo amor che in lui fu mani^^ 
Fu al primo consiglio che die CristO' 

Spesse fiate fu tacito e desto 

Trovato in terra dalla sua nutrice, 
Come dicesse : Io son venuto a questo. 

O padre suo veramente Felice 1 

O madre sua veramente Giovanna, 
Se interpretata vai come si dice 1 

Non per lo mondo, per cui mo s' affanna 
Diretro ad Ostiense ed a Taddeo, 
Ma per amor della verace Manna, 

In picciol tempo gran dottor si feo. 
Tal che si mise a circuir la vigna , 
Che tosto imbianca, se U vignaio é reo: 

Ed alla Sedia , che fU già benigna 
Più a' poveri giusti , non per lei, 
Ma per colui che siede e che traligna. 

Non dispensare o due o tre per sei, 
Non la fortuna di prima vacante, 
Non (ìeci7>ias, qua: sunt XMuperutn Dei 



94-120 CANTO DECIMOSECONDO. 491 

Addimandò; ma centra il mondo errante 
Licenzia di combatter per lo Seme, 
Del qual ti ftiscian ventiquattro piante. 

Poi con dottrina e con volere insieme 
Con r uflcio apostolico si mosse , 
Quasi torrente eh* alta vena preme ; 

Eì negli sterpi eretici percosse 

Jj' impeto suo, più vivamente quivi, 
Dove le resistenze eran più grosse, 

Di lui si fecer poi diversi rivi, 
Onde rorto cattolico s' irriga, 
Si che i suoi arbuscelli stan più vivi» 

S^ tal fu r una Rota della Biga, 
In che la santa Chiesa si difese, 
E vinse in campo la sua civil briga , 

pan ti dovrebbe assai esser palese 

L' eccellenza dell* altra, di cui Tomma 
Dinanzi al mio venir fu si cortese. 

Ma r Orbita, che fé* la parte somma 
Di sua circonferenza, é derelitta, 
Si che é la muffa dov* era la gromma. 

La sua famiglia che si mosse dritta 
Co* piedi alle sue orme, è tanto vòlta. 
Che quel dinanzi a quel diretro gitta ; 

E tosto 8* avvedrà, «dalla» ricolta 
Della mala cultura, quando il loglio 
Sì lagnerà, che 1* arca gli sia tolta. 



492 IL PARADISO. 121-145 

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio 
Nostro volume, ancor troveria caria, 
U' leggerebbe : V mi son quel eli' io soglie 

Ma non fla da Casal, né d'Acquasparta; 
Là onde vegnon tali alla Scrittura, 
Ch' uno la fUgge, e V altro la coarta. 

Io son la Vita di Bonaventura 

Da Bagnoregio, che ne' grandi uflci 
Sempre posposi la sinistra cura. 

Illuminato ed Agostin son quici, 
Che fùr de' primi scalzi poverelli , 
Che nel capestro a Dio si fero amici. 

Ugo da Sanvittore è qui con elli , 

E Pietro Mangìadore, e Pietro Ispano, 
Lo qual giù luce in dodici libelli; 

Natan profeta, e il metropolitano 

Grisostomo , ed Anselmo , e quel Donato 
Ch* alla prim' arte degnò poner mano. 

Rabano é qui , e lucemi da lato 
Il Calavrese abate Gioacchino , 
Di spirito profetico dotato. 

Ad inveggiar cotanto Paladino 
Mi mosse la infiammata cortesia 
Di fra Tommaso , e il discreto latino; 

E mosse meco questa compagnia. 



—12 493 



CANTO DECIMOTERZO. 



ARGOMENTO. 

Spiega Tommctso, che a* ei disse prima 
Che il quitao Spirto non ebbe secondo , 
Altrui cotal sentenza non adima. 

Indi amnuxesira , che nel cupo fondo 
jy incerti dublj a giudicar sia lento 
Uom f fin che vive giònel cieco mondo. 

In cui s* inganna umano accorgimento. 



Immagini chi bene intender cupe 

Quel eh* io or vidi (e ritenga V image , 
Mentre eh' io dico, come ferma rupe) 

Quindici stelle , che in diverse plage 
Lo cielo avvivan di tanto sereno , 
Che soverchia dell' aere ogni compage : 

Immagini quel Carro, a cui il seno 

Basta del nostro cielo e notte e giorno, 
SI eh' al volger del temo non vien meno ; 

Immagini la bocca di quel corno, 
Che si comincia in punta dello stelo , 
A cui la prima Rota va dintorno . 



^54 n- PARADISO. *^*^ 

\Ter i^uo di sé duo segni in àelo , 
CtJ^: :«^» ^ AgUuola di Minoi 
Ai.oT* eie senù di morte il gelo; 

E r 'ì:= -e:r aVjv> aver gU raggi snoi , 
E x-e-due i:.rarsi P^^ maniera, 
CiTr i^o andasse al prima e r altro al^ 

E ar^ cuasi V ombra de. la vera 

Cv>5ie: aiìose, e della doppia danza, 
Ciae circulava il pnaio dov* io era: 

rc^ --e è wnto di là da nostra usanza, 
" '::;t^ di la dal muover della Cluana 
^llvve il Ciel cbe tutti gli altri avan* 

li < calciò Tion Bacco, non Peana, 
Va tre Fersone in divina Natura, 
k'^ li una persona essa e r umana. 

cv- rè il canore e il volger sua misura, 
E* v.:es^rsì a noi quei santi lumi, 
Pseli.ìu^do sé dì cura in cura. 

K-^-v ^1 spenno ne' concordi numi 
"rU-'^a '*a Lu.-e, in che miraUl vita 
iv: ivver^l di Dio narrata turni, 

K d <s*: Quando V una paglia è triU, 
^s^ '-^do 1* 5ua semema è già riposta, 
A batter r altra dolce amor m' invita. 

Tdci^dì che nel petto, onde la WKta 
Si irasse per formar la bella Guaocia, 
n cui palato a tutto Umondo cóeta. 



O— ^ Canto decimotérzo. 4^5 

"^^ in Quel che, forato dalla lancia, 
£ poscia e prima tanto sodisfece, 
Che d' ogni colpa vince la bilancia, 

Quantunque alla natura umana lece 
Aver di lume , tutto fosse infuso 
Da quel Valor che V uno e V altro fece ; 

E però ammiri ciò eh' io dissi suso. 
Quando narrai che non ebbe Secondo 
Lo Ben che nella quinta luce é chiuso. 

Ora apri gli occhi a quel eh' io ti rispondo, 
E vedrai il tuo credere e il mio dire 
Nel vero farsi come centro in tondo. 

Ciò che non muore e ciò che può morire 
Non è se non splendor di quella Idea 
Che partorisce, amando, il nostro Sire; 

Che quella viva luce che si mea 
Dal suo Lucente , che non si disuna 
Da lui, né dall'Amor che in lor s' intrea. 

Per sua bontate il suo raggiare aduna, 
Quasi 4( specchiata, » In nove sussistenze, 
Eternalmente rimanendosi una. 

Quindi discende all' ultime potenze 
Giù d'atto in atto, tanto divenendo, 
Che più non fa che brevi contingenze; 

Fi queste contingenze essere intendo 
Le cose generate , che produce 
Con seme e senza seme il elei movendo 



496 IL PARADISO. 67-^ 

La cera di costoro, e chi la duce, 

Non sta d' un modo, e però sotto il segno 
Ideale poi più e men traluce : 

Ond' egli avvien che un medesimo legno, 
Secondo spezie , meglio e peggio frutta, 
E voi nascete con diverso ingegno. 

Se fosse a punto la cera dedutta, 

E fosse il cielo in sua virtù suprema. 
La luce del suggel parrebbe tutta. 

Ma la Natura la dà sempre scema , 
Sìmilemente operando air artista, 
C ha r abito dell'Arte, e man che trems 

Però se il caldo Amor la chiara Vista 
Della prima virtù dispone e segna. 
Tutta la perfezion quivi s' acquista. 

Così fu fatta già la terra degna 
Di tutta r Animai perfezione ; 
Così fu fatta la Vergine pregna. 

Sì eh' io commendo tua opinione, 
Che r umana natura mai non fue. 
Né fia, qual fu in quelle due Persone. 

Or, s' io non procedessi avanti pine. 
Dunque come costui fti senza pare \ 
comincerebber le parole tue. 

Ma perchè paia ben quel che non pare. 
Pensa chi era, e la cagion che 'L mosse, 
^uando fa detto, Chieai, a dimandare. 



34-120 CANTO DECIMOTERZO. 497 

"Non ho parlato sì , che tu non posse 

Ben veder eh' ei fu Re che chiese senno, 
Acciocché Re suflaciente fosse ; 

Non per saper lo numero in che enno 
Li Motor di quassù , o se necesse 
Ck)n contingente mai necesse fénno ; 

Non, si est dare primum motum esse, 
O se del mezzo cerchio far si puote 
Triangol si , eh' un retto non avesse. 

Onde se ciò eh' io dissi e questo note , 
Regal prudenza é quel vedere impari , 
In che lo strai di mia intenzion percote. 

E se al Surse drizzi gli occhi chiari , 
Vedrai aver solamente rispetto 
Ai Regi, che son molti, e i buon son rari. 

Con questa distinzion prendi il mio detto ; 
E cosi puote star con quel che credi 
Del primo Padre e del nostro Diletto. 

E questo ti fia sempre piombo a' piedi, 
Per farti muover lento, com' uom lasso, 
B al si e al no, che tu non vedi; 

Che quegli é tra gli stolti bene abbasso , 
Che senza distinzione afferma o niega, 
Cosi neir un come nel!' altro passo ; 

Perch' egl' incontra che più volte piega 
L' opinion corrente in falsa parte , 
E poi r affetto lo intelletto lega. 

32 



498 IL PARADISO. 121-'- 

Vie più che indarno da riva si parte. 
Perchè non torna tal qual' ei si move. 
Chi pesca per lo vero e non ha V arte: 

E di ciò sono al mondo aperte prove 
Parmenide, Melisso, Brisso, e molti, 
Li quali andaro , e non sapean dove. 

Sì fé' Sabellio ed Arrio , e quegli stolti 
Che furon come spade alle Scritture 
In render torti li diritti volti. 

Non sien le genti ancor troppo sicure 
A giudicar, si come quei che stima 
Le biade in campo pria che sien mm^ 

eh' io ho veduto tutto il verno prima 
Il prun mostrarsi rigido e feroce, 
Poscia portar la rosa in su la cima; 

E legno vidi già dritto e veloce 

Correr lo mar per tutto suo cammino. 
Perire al fine all' entrar della foce. 

Non creda monna Berta e ser Martino, 
Per vedere un furare, altro offerere, 
Vederli dentro al Consiglio divino; 

Che quel può surgere, e quel può cadere. 



499 



CANTO DECIMOQUARTO. 



ARGOMENTO. 

Ode il Poeta che la chiara luce , 
Ch'ivi circonda gli Spirti beati, 
Tal sarà sempre avanti al sommo Duce. 

Foi Beatrice e Dctnte son traslati 

Al quinto cielo , in cui divino Segno 
Forman di croce raggi costellati , 

E Cristo ingemma il prezioso Legno. 



Bai centro al cerchio, e si dalcerchio al centro, 
Movesi l'acqua in un ritondo vaso, 
Secondo eh' é percossa fuori o dentro. 

Nella mia mente fé' subito caso 

Questo eh' io dico, si come si tacque 
La gloriosa Vita di Tommaso , 

Per la similitudine che nacque 

Del suo parlare e di quel di Beatrice , 
A cui sì cominciar dopo lui piacque: 

A costui fa mestieri , e noi vi dice 
Né con la voce né pensando ancora, 
D' un altro vero andare alla radice. 



500 IL PARADISO. 13-* 

Ditegli se la luce, onde s' infiora 
Vostra sustanza, rimar rà con yoi 
Eternamente si com* ella è ora: 

E, se rimane, dite come, poi 
Che sarete risibili rifatti. 
Esser potrà eh' al veder non vi nói. 

Come da più letizia pinti e tratti 
Alcuna fiata quei che vanno a rota, 
Levan la voce, e rallegrano gli atti; 

Così air orazion pronta e devota 
Li santi cerchi mostrar nuova gioia 
Nel torneare e nella mira nota. 

Qoal si lamenta, perché qui si moia 
Per viver colassù, non vide qui ve 
Lo refrigerio dell' eterna ploia. 

Queir Uno e Due e Tre che sempre vive, 
E regna sempre in Tre e Due e Uno, 
>'on circonscritto, e tutto circonscrive. 

Tre volte era cantato da ciascuno 
Di quegli Spirti con tal melodia, 
eh* ad ogni merto sarìa giusto mono. 

Ed io udii nella luce più dia 

Del minor cerchio una voce modesta, 
Forse qual fu dell'Angelo a Maria, 

Risponder : Quanto fia lunga la festa 
Di Paradiso, tanto il nostro amore 
Si raggerà dintorno ootal vesta. 



ì—éQ CANTO DEODfOQUARTO. 501 

.^ sua chiarezza seguita V ardore , 
L' ardor la visione , e quella ò tanta, 
Quant* ha di grazia sovra suo valore. 

!ome la carne gloriosa e santa 
Fia rivestita, la nostra persona 
Più grata fia, per esser tutta quanta. 

»erché s' accrescerà ciò che ne dona 
Di gratuito lume il sommo Bene ; 
Lume eh' a Lui veder ne condiziona: 

)nde la vision crescer conviene, 
Crescer V ardor che di quella s' accende, 
Crescer lo raggio che da esso viene. 

iCa si come carbon che fiamma rende, 
E per vivo candor quella soverchia 
Si , che la sua parvenza si difende; 

k)si questo fulgor, che già ne cerchia, 
Pia vinto in apparenza dalla carne 
Che tuttodì la terra ricoperchia; 

^è potrà tanta luce affaticarne. 

Che gli organi del corpo saran forti 
A tutto ciò che potrà dilettarne. 

Tanto mi parver subiti ed accorti 
E l' uno e V altro Coro a dicer amme, 
Che ben mostrar disio de' corpi morti; 

Porse non pur per lor , ma per le mamme , 
Per li padri, e per gli altri che fùr cari , 
Anzi che fosser sempiterne fiamme. 



508 IL PARADISO. fi7-^ 

Ed ecco intorno di chiarezsa pari 

Nascere un lustro sopra quel che v' era, 
A guisa d' orizzonte che rischiari. 

E si come al salir di prima sera 

Ctomincian per lo ciel nuove parvenze) 
Si che la cosa pare e non par vera; 

Parvemi li novelle sussistenze 

Ck)minciare a vedere, e fare un giro 
Di fuor dair altre due circonferenze. 

O vero sfavillar del Santo Spiro, 
Ck>me si fece subito e candente 
Agli occhi miei, che vinti noi soffrirò! 

Ma Beatrice sì bella e ridente 

Mi si mostrò , che tra l' altre vedute 
Si vuol lasciar che non seguir la mente 

Quindi ripreser gli occhi miei virtute 
A rilevarsi, e vidimi traslato 
Sol con mia Donna a più alta salute. 

Ben m* accors' io eh' i' era più levato , 
Per l'affocato riso della Stella, 
che mi parea più roggio che V usato. 

Con tutto il cuore , e con quella favella 
Ch' é una in tutti , a Dio feci olocausto, 
Qual conveniasi alla grazia novella; 

E non er' anco dei mìo petto esausto 
L* arder del sacrificio, ch'io conobbi 
Esso litare stato accetto e ftiusto ; 



^'120 CANTO DECIMOQUARTO. 503 

: Ine con tanto lucore e tanto robbi 

M' apparvero splendor dentro a due raggi , 
eh* io dissi: O Eliòs, che si gli addobbi ! 

Some distinta da minori e maggi 

Lumi biancheggia tra i Poli del mondo 
Galassia si , che fa dubbiar ben saggi , 

Si costellati facean nel profondo 

Marte quei raggi il venerabil Segno, 
Che fan giunture di quadranti in tondo. 

Qui vince la memoria mia l' ingegno; 

Che in quella Croce lampeggiava Cristo , 
Si eh' io non so trovare esemplo degno. 

Ma chi prende sua croce e segue Cristo, 
Ancor mi scuserà di quel eh' io lasso 
Veggendo in queir albór balenar Cristo. 

Di corno in corno, e tra la cima e il basso, 
Si movean lumi, scintillando forte 
Nel congiungersi insieme e nel trapasso. 

Cosi si veggion qui diritte e torte, 
Veloci e tarde, rinnovando vista, 
Le minuzie de' corpi, lunghe e corte. 

Moversi per lo raggio, onde si lista 
Tal volta r ombra , che per sua difesa 
La gente con ingegno ed arte acquista. 

E come giga ed arpa in tempra tesa 
Di molte corde fan dolce tintinno 
A tal, da cui la nota non é intesa; 



504 IL PARADISO. 121-lX' 

Così da' lumi che lì m* apparinno 

S' accogliea per la Croce una melode, 
Che mi rapiva senza intender V inno. 

Ben m' accors' io eh* eli' era d' alte lode. 
Perocché a me venia Risurgi e vinci. 
Com' a colui che non intende , e ode. 

Io m* innamorava tanto quinci , 
Che infino a 11 non fu alcuna cosa 
Che mi legasse con sì dolci vinci. 

Forse la mia parola par tropp' osa , 
Posponendo il piacer degli occhi belli, 
Ne' quai mirando mio disio ha posa. 

Ma chi s' avvede che i vivi suggelli 
D' ogni bellezza più fanno più suso, 
E eh' io non m' era lì rivolto a quelli. 

Escusar puommi di quel eh' io m' accuso 
Per iscusarmi, e vedermi dir vero; 
Che il piacer santo non è qui dischioso. 

Perchè si fa, montando, più sincero. 



12 505 

CANTO DEGIMOQUINTO'. 



ARGOMENTO. 

Un beato Astro della Croce santa 
Si move , dentro al cui vivo fulgóre 
Di Cacciaguida V anima a* ammanta. 

E ardendo in dolce favilla d' amore , 
Ch* ei fu tritavo suo a Dante dice , 
E che pugnando pien di santo ardore 

Per la Fede ivi salse, e fu felice. 



Benigna volontadé , in che si liqua 

Sempre V amor che drittamente spira, . 
Ck)me cupidità fa neir iniqua , 

Silenzio pose a quella dolce lira, 
E fece quietar le sante corde , 
Che la Destra del cielo allenta e tira. 

Come saranno a' giusti prieghi sorde 
Quelle sustanze che , per darmi voglia 
eh' io le pregassi , a tacer fùr concorde ? 

Ben è che senza termine si doglia 
Chi, per amor di cosa che non duri, 
Bternalmente queir amor si spoglia. 



506 IL PARADISO. 13-39 

Quale per li seren tranquilli e puri 
Discopre ad ora ad or subito fuoco, 
Movendo gli occhi che stavan sicuri, 

E pare stella che tramuti loco , 

Se non che dalla parte onde s' accende 
Nulla sen perde , ed esso dura poco ; 

Tale, dal corno che in destro si estende, 
Al pie di quella Croce corse un astro 
Della costellaziou che li risplende; 

Né si parti la gemma dal suo nastro , 
Ma per la lista radiai trascorse , 
Che parve fuoco dietro ad alabastro. 

Si pia r ombra d'Anchise si porse , 
Se fede merta nostra maggior Musa, 
Quando in Elisio del figliuol s' accorse. 

O Sanguis meus, o super infusa 
Gratta Dei! sicut Ubi, cui 
Bis unquam cosli janua reclusa ? 

Cosi quel Lume; ond' io m' attesi a lui; 
Poscia rivolsi alla mia Donna il viso, 
E quinci e quindi stupefatto fui; 

Che dentro agli occhi suoi ardeva un riso 
Tal , eh' io pensai co' miei toccar lo fond- 
Della mia Grazia e del mio Paradiso. 

Indi, ad udire ed a veder giocondo, 
Giunse lo Spirto al suo principio cose 
^h' io non intesi, sì parlò profondo. 



—66 CANTO DECIMOQUINTO. 507 

<^ per elezion mi si nascose , 

Ma per necessità , che il suo concetto 
Al segno de' mortai si soprappose. 

3 quando V arco dell' ardente affetto 
Fu si scoccato, che il parlar discese 
In vèr lo segno del nostro intelletto ; 

La prima cosa che per me s' intese , 
Benedetto sie Tu, fu, Trino ed Uno, 
Che nel mio seme se' tanto cortese. 

E seguitò: Grato e lontan digiuno. 
Tratto leggendo nel magno Volume, 
U' non si muta mai bianco né bruno , 

Soluto hai , figlio , dentro a questo lume 
In eh' io ti parlo , mercè di Colei 
eh' all' alto volo ti vesti le piume. 

Tu credi che a me tuo pensier mei 
Da quel eh' è Primo, cosi come raia 
Dall' un, se si conosce, il cinque e il sei. 

E però eh' io mi sia , e perch' io paia 
Più gaudioso a te , non mi dimandi , 
Che alcun altro in questa turba gaia. 

Tu credi il vero , che i minori e i grandi 
Di questa vita miran nello Speglio, 
In che , prima che pensi , il pensier pandi. 

Ma perchè il sacro amore, in che io veglio 
Con perpetua vista , e che m' asseta 
Di dolce disiar, s' adempia meglio , 



508 n. PARADISO. 67-93 

La voce tua sicura , balda e lieta 
Suonila volontà, suoni il desio, 
A che la mia risposta è già decreta. 

r mi volsi a Beatrice, e quella udio 

Pria eh' io parlassi, ed arrisemi un cennc 
Che fece crescer V ale al voler mio; 

Poi cominciai cosi: L'affetto e il senno, 
Come la prima Egualità v' apparse , 
D' un peso per ciascun di voi si fénno; 

Perocché al Sol, che v'allumò ed arse 
Col caldo e con la luce , en si eguali . 
Che tutte simiglianze sono scarse. 

Ma voglia ed argomento ne' mortali , 
Per la cagion eh' a voi è manifesta, 
Diversamente son pennuti in ali. 

Ond' io, che son mortai, mi sento in questa 
Disagguaglianza, e però non ringrazio 
Se non col cuore alla paterna festa. 

Ben supplico io a te , vivo topazio. 
Che questa Gioia preziosa ingemmi, 
Perché mi facci del tuo nome sazio. 

o fronda mia, in che io compiacemmi 
Pure aspettando, io fui la tua radice: 
Cotal principio, rispondendo, femmi. 

Poscia mi disse: Quel, da cui si dice 
Tua cognazione, e che cent' anni e pine 
Girato ha il monte in la prima cornice. 



Q4-120 CANTO DECIMOQUINTO. 509 

^^Aìo figlio fu, e tuo bisavo fue: 

Ben si convien che la lunga fatica 
Tu gli raccorci con V opere tue. 

Fiorenza, dentro dalla cerchia antica, 
Ond' ella toglie ancora e terza e nona, 
Si stava in pace , sobria e pudica. 

Non avea catenella, non corona, 

Non « gonne» contigiate, non cintura 
Che fosse a veder più che la persona. 

Non faceva, nascendo, ancor paura 

La figlia al padre , che il tempo e la dote 
Non fuggian quinci e quindi la misura. 

Non avea case di famiglia vote; 

Non v' era giunto ancor Sardanapalo 
A mostrar ciò che in camera si puote. 

Non era vinto ancora Montemalo 

Dal vostro Uccellatolo, che, com'è vinto 
Nel montar su , così sarà nel calo. 

Belli ncion Berti vid' io andar cinto 

Di cuoio e d' osso , e venir dallo specchio 
La donna sua senza il viso dipinto; 

E vidi quel de' Nerli e quel del Vecchio 
Esser contenti alla pelle scoverta, 
E le sue donne al fuso ed al pennecchio. 

O fortunate 1 e ciascuna era certa 
Della sua sepoltura, ed ancor nulla 
Era per Francia nel letto deserta. 



510 IL PARADISO. 121-14:' 

L' una vegghiava a stadio della culla , 
E consolando usava V idioma 
Che pria li padri e le madri trastulla : 

L* altra traendo alla rocca la chioma, 
Favoleggiava con la sua famiglia 
De' Troiani , e di Fiesole , e di Roma. 

Saria tenuta allor tal maraviglia 
Una Cianghella, un Lapo Salterello, 
Qual or saria Cincinnato e Comiglia. 

A cosi riposato , a così bello 
Viver di cittadini, a cosi fida 
Cittadinanza, a cosi dolce ostello. 

Maria mi die , chiamata in alte grida, 
E neir antico vostro Battisteo ' 

Insieme fui cristiano e Cacciaguida. 

Moronto fu mio frate ed Eliseo; 

Mia Donna venne a me di Val di Pado. 
E quindi il soprannome tuo si feo. 
Poi seguitai lo imperador Currado, 
Ed ei mi cinse della sua milizia. 
Tanto per bene oprar gli venni in grado 

Dietro gli andai incontro alla nequizia 
Di quella Legge, il cui p<H>olo usurpa, 
Per colpa del Pastor, vostra giustizia. 

Quivi fti' io da quella gente turpa 
Disvilnppato dal mondo fEtllaoe , 
Il cui amor molte anime deturpa, 

E venni dal martirio a questa pace. 



-12 511 



CANTO DECIMOSESTO. 



ARGOMENTO. 

Quando pria giunse nelV umana vita 
Sacconta Cacciaguida , e di che genti 
Fu la famiglia sua prima fornita. 

E le piit chiare Schiatte de" valenti 

Loda, e rammenta V antica virtute, 
Onde a Firenze i cittadin possenti 

Serbavano il riposo e la salute. 



O poca nostra nobiltà di sangue, 
Se gloriar di te la gente fai 
Quaggiù , dove l' affetto nostro langue, 

Mirabil cosa non mi sarà, mai: 

Che là, dove appetito non si torce, 
Dico nel Cielo, io me ne gloriai. 

Ben se' tu manto che tosto raccorce ! 
Si- che, se non s' appon di die in die. 
Lo tempo va dintorno con le force. 

Dal voi, che prima Roma sofferie, 
In che la sua famiglia men persevra , 
Ricominciaron le parole mie. 



512 IL PARADISO. 13-*^ ' 

Onde Beatrice , eh' era un i)oco scevra , 
Ridendo , parve quella che tossio j 

Al primo fallo scritto di Ginevra. 1 

Io cominciai: Voi siete il padre mio, 
Voi mi date a parlar tutta baldezra, 
Voi mi levate sì, eh' V son più eh' io. 

Per tanti rivi s' empie d' allegrezza 
La mente mia, che di sé fa letizia, 
Perchè può sostener che non si spezza- 

Ditemi dunque, cara mia Primizia, 

Quai furo i vostri antichi, e quai fùr gli ^^ 
Che si segnaro in vostra puerizia. 

Ditemi deir ovil di San Giovanni 

Quan t'era allora, e chi eran le genti 
Tra esso degne de' più alti scanni. 

Come s'avviva allo spirar de' venti 
Carbone in fiamma, così vidi quella 
Luce risplendere a' miei blandimenti. 

E come agli occhi miei si fé' più bella. 
Cosi con voce più dolce e soave. 
Ma non con questa moderna favella. 

Dissemi: Da quel di che fu detto Avb, 
Al parto in che mia madre, eh' è or sani 
S' alleviò di me, ond' era grave. 

Al suo Leon cinquecento cinquanta 
B tre fiate venne questo Fuoco 
A rinfiammarsi sotto la sua pianta. 



tO-66 CANTO DECIMOSESTO. 513 

Gli Antichi miei ed io nacqui nel loco , 
Dove si trova pria l' ultimo sesto 
Da quel che corre il vostro annual giuoco. 

Basti de* miei Maggiori udirne questo : 
Chi ei si furo , e onde venner quivi , 
Più è tacer, che ragionare, onesto. 

Tutti color eh' a quel tempo eran ivi 
Da poter arme, tra Marte e il Batista, 
Erano il quinto di quei che son vivi. 

Ma la cittadinanza , eh' è or mista 
Di Campi, di Certaldo e di Figghine , 
Pura vedeasi neir ultimo artista. 

O quanto fora meglio esser vicine 

Quelle genti eh' io dico , e al Galluzzo 
E a Trespiano aver vostro confine , 

Che averle dentro, e sostener lo puzzo 
Del villan d'Aguglion , di quel da Signa, 
Che già per barattare ha l' occhio aguzzo ! 

Se la gente, eh' al mondo più traligna. 
Non fosse stata a Cesare noverca, 
Ma, come madre a suo flgliuol, benigna. 

Tal fatto è Fiorentino, e cambia e merca, 
Che si sarebbe vòlto a Simifonti, 
Là dove andava l' avolo alla cerca. 

Sariesi Montemurlo ancor de* Conti; 

Sariensi i Cerchi nel pivier d' Acone , 

E forse in Valdigrieve i Buondelmonti. 

33 



514 IL PARADISO. 67-93 

Sempre la confùsion delle persone 
Principio fu del mal della clttade, 
Come del corpo il cibo che s' appone. 

E cieco toro più avaccio cade 

Che cieco agnello, e molte volte taglia 
Più e meglio una , che le cinque spade. 

Se tu riguardi Luni ed Urbisaglia 
Come son ite , e come se ne vanno 
Diretro ad esse Chiusi e Sinìgaglia, 

Udir come le schiatte si disfanno, 
Non ti parrà nuova cosa né forte , 
Poscia che le cittadi termine hanno. 

Le vostre cose tutte hanno lor morte 
Si come voi; ma celasi in alcuna 
Che dura molto, e le vite son corte. 

E come 11 volger del ciel della Lana 
Copre ed iscopre i liti senza posa , 
Cosi fa di Fiorenza la fortuna: 

Perchè non dee parer mirabil cosa 
Ciò ch'io dirò degli alti Fiorentini, 
Onde la fama nel tempo é nascosa. 

Io vidi gli Ughi, e vidi i CatelUni, 
Filippi, Greci, Ormanni e Alberi chi. 
Già nel calare, illustri cittadini; 

E vidi cosi grandi come antichi, 

Con quel della Sanuella, quel deirArca. 
B Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. 



04-120 CANTO DECIMOSESTO. ' , 515 

Sovra la poppa, eh* al presente é carca 
Di nuova fellonia di tanto peso, 
Che tosto fia iattura della Barca , 

Erano 1 Ravignani , ond* é disceso 

Il conte Guido, e qualunque del nome 
Deiralto Bellincioue ha poscia preso. 

Quel della Pressa sapeva già come 
Regger si vuole, ed av a Caligaio 
Dorata in casa sua gì& V elsa e il pome. 

Grande era già la colonna del Vaio , 
Sacchetti, Giuochi, Pifanti e Barucci 
E Galli, e Quei che arrossan per lo staio. 

Lo Ceppo, di che nacquero i Calfticci, 
Era già grande I e già erano tratti 
Alle Curule Sizi ed Arrigucci. 

O quali vidi quei che son disfatti 
Per lor superbia 1 e le Palle dell' oro 
Piorian Piorenza in tutti i suoi gran fatti. 

Cosi facean li padri di coloro 

Che sempre che la vostra Chiesa vaca, 
Si fanno grassi stando a concistoro. 

L* oltracotata Schiatta, che s* indraca 

Dietro a chi fugge, ed a chi mostra il dente 
Ovver la borsa, com* agnel si placa, 

Già venia su, ma di piccola gente. 
Si che non piacque ad Ubertin Donato 
Che il suocero il facesse lor parente. 



516 IL PARADISO. 121-M7 

Già. era il Caponsacco nel Mercato 
Disceso giù da Fiesole, e già era 
Buon cittadino Giuda ed Infangato. 

Io dirò cosa incredibile e vera : 

Nel picciol cerchio s' entrava per porU. 

Che si nomava da quei della Péra. 
Qualunque « che la» bella Insegna porta 

Del gran Barone, il cui nome e il cui prei 

La festa di Tommaso riconforta, 

Da esso ebbe milizia e privilegio; 
Avvegnaché col popol si ranni 
Oggi colui che la fascia col fregio. 

Già eran Gualterotti ed Importuni, 
Ed ancor saria Borgo più quieto, 
Se di nuovi vìcin fosser digiuni. 

La Casa di che nacque il vostro fleto , 
Per lo giusto disdegno che v' ha morti, 
E posto fine al vostro viver lieto, 

Era onorata essa e suoi consorti. 

O Buondelmonte, quanto mal fuggisti 
Le nozze sue per gli altrui conforti ! 

Molti sarebbon lieti , che son tristi , 
Se Dio t' avesse conceduto ad Ema 
La prima volta eh' a città venisti. 

Ma conveniasi a quella Pietra scema 
Che guarda il ponte, che Fiorenia fésse 
Vittima nella sua pace postrema. 



48-154 CANTO DECIMOSESTO. 517 

3on queste genti, e con altre con esse, 
Vid' io Fiorenza in si fatto riposo, 
Che non avea cagione onde piangesse. 

Con queste genti vid'io glorioso, 

E giusto il popol suo tanto, che il Giglio 
Non era ad asta mai posto a ritroso, 

Né per divlsion fatto vermiglio. 



518 IL PARADISO. 1-12 

CANTO DECIMOSETTIMO. 1 



ARGOMENTO. 

Lo hwm Congiunto a Dante dà oonUmua 
DeUo 9U0 eailio, e guanto gli dichiara 
J>eé sofferime otraaio ed etmareaea; 

Indi lo sprona, eh* guan^ ivi impara , 
S quanto vide negli altri due Segni 
8en»a temer, con penna ardita e cfttora 

Liberamente in earte verghi.e aegni. 



Qual venne a Olimene, per accertarsi 
Di ciò eh' aveva incontro a sé udito, 
Quei eh' ancor fa li padri a' Agli scarsi; 

Tale era io, e tale era sentito 

B da Beatrice, e dalla santa Lampa 
Che pria per me avea mutato sito. 

Per che mia Donna : Manda fuor la vampa 
Del tuo disio , mi disse , si eh' eir esca 
Segnata bene dell' interna stampa; 

Non perché nostra conoscenza cresca 
Per tuo parlare, ma perché t' ausi 
A dir la sete, si che l'uom ti mesca. 



3-39 CANTO DECIMOSETTIMO. 519 

> cara Pianta mia che si t' insusi , 
Che, come veggion le terrene menti 
Non capere in triangolo due ottusi , 

3osì vedi le cose contingenti , 

Anzi che sieno in sé, mirando il Punto, 
A cui tutti li tempi son presenti; 

Mentre eh' io era a Virgilio congiunto 
Su per lo Monte che V anime cura , 
E discendendo nel Mondo defunto , 

Dette mi fùr di mia vita futura 

Parole gravi, avvegnach'io mi senta 
Ben tetragono ai colpi di ventura. 

Perchè la voglia mia saria contenta 
D* intender qual fortuna mi s' appressa , 
Che saetta previsa vien più lenta. 

Cosi diss* io a quella Luce stessa 

Che pria m' avea parlato , e , come volle 
Beatrice, fu la mia voglia confessa. 

Né per ambage , in che la gente folle 
Già s' invescava pria che fosse anciso 
L'Agnel di Dio che le peccata lolle, 

Ma per chiare parole, e con preciso 
Latin rispose queir Amor paterno , 
Chiuso e parvente del suo proprio riso : 

La contingenza, che ftior del quaderno 
Della vostra materia non si stende, 
Tutta d dipinta nel Cospetto eterno. 



520 IL PARADISO. 4>-' 

Necessità però quindi non prende. 

Se non come dal viso, in che si specchia. 
Nave che per corrente giù discende. 

Da indif si come viene ad orecchia 
Dolce armonia da organo , mi viene 
A vista il tempo che ti s* apparecchia. 

Qual si parti Ippolito d'Atene 

Per la spietata e perfida noverca, 
Tal di Fiorenza partir ti conviene. 

Questo si vuole, e questo già si cerca; 
E tosto verrà fatto a chi ciò pensa 
Là dove Cristo tutto di si merca. 

La colpa seguirà la parte offensa 
In grido, come suol; ma la vendetta 
Pia testimonio al Ver che la dispensa. 

Tu lascerai ogni cosa diletta 

Più caramente ; e questo ò quello strale 
Che r arco deir esilio pria saetta. 

Tu proverai si come sa di sale 

Lo pane altrui , e com' ò duro calle 
Lo scendere e il salir per 1* altrui scale. 

E quel che più ti graverà le spalle 

Sarà la compagnia malvagia e scempia. 
Con la qual tu cadrai in questa valle; 

Che tutta ingrata, tutta matta ed empia, 
Si farà centra te ; ma poco appresso 
Ella, non tu, n' avrà rossa la tempia. 



67-93 CANTO DEGIMOSETTIMO. 521 

Di sua bostialitate il suo processo 
Farà la prova, si eh' a te fla bello 
Averti fatta parte per te stesso. 

Lo primo tuo rifùgio e 11 primo ostello 
Sarà la cortesia del gran Lombardo , 
Che in su la Scala porta il santo Uccello ; 

Ch'avrà in te si benigno riguardo , 

Che del fare e del chieder, tra voi due, 
Fia prima quel che tra gli altri è più tardo 

Con lui vedrai Colui che impresso fùe, 
Nascendo, si da questa Stella forte. 
Che notabili flen V opere sue. 

Non se ne sono ancor le genti accorte , 
Per la novella età , che pur nove anni 
Son queste ruote intorno di lui torte. 

Ma pria che '1 Guasco Y alto Arrigo inganni, 
Parran faville della sua virtute 
In non curar d' argento , né d* affanni. 

Le sue magnificenze conosciute 

Saranno ancora si , che i suoi nemici 
Non ne potran tener le lingue mute. 

A lui t* aspetta ed a' suoi benefici : 
Per lui fia trasmutata molta gente , 
Cambiando condizion ricchi e mendici. 

E porteranno scritto nella mente 
Di lui , ma noi dirai ; e disse cose 
Incredibili a quei che fia presente. 



522 II' PARADISO. ^' 

Poi giunse: Piglio , queste son le chiose 
Di quel che ti fu detto; ecco le insidie 
Che dietro a pochi giri son nascose. 

Non vo* però che a' tuoi Vicini invidie. 
Poscia che s' infutura la tua vita 
Via più là che il punir di lor perfidie. 

Poi che tacendo si mostrò spedita 
L' Anima santa di metter la trama 
In quella tela eh' io le porsi ordita, 

Io cominciai, come colui che brama, 
Dubitando , consiglio da persona 
Che vede , e vuol dirittamente , ed ama : 

Ben veggio , Padre mio , si come sprona 
Lo tempo verso me, per colpo darmi 
Tal, eh' è più grave a chi più s'abbandoi 

Per che di provedenza è buon eh' io m' ann 
Si che, se loco m' è tolto più caro, 
Io non perdessi gli altri per miei canni 

Giù per lo Mondo senza fine amaro, 
E per lo Monte , del cui bel cacume 
Oli occhi della mia Donna mi levaro; 

E poscia per lo Ciel di lume in lume 
Ho io appreso quel che, s'io ridico, 
A molti fia savor di forte agrume; 

E s'io al vero son timido amico, 
Temo di perder vita tra coloro 
Che questo tempo chiameranno antico. 



j^ 142 CANTO DECIMOSETTIMO. 523 

•^u l.uce in che rideva il mio Tesoro 
Cb' io troiai lì, si fé' prima corrusca, 
Quale a raggio di Sole specchio d' oro; 

udì rispose: Coscienza fusca 

O della propria o dell' altrui vergogna, 
Pur sentirà la tua parola brusca. 

Ma nondimen, rimossa ogni menzogna, 
Tutta tua Vision fa manifesta, 
E lascia pur grattar dov' è la rogna : 

Cile , se la voce tua sarà molesta 
Nel primo gusto , vital nutrimento 
Lascerà poi quando sarà digesta. 

Questo tuo grido farà come '1 vento, 
Che le più alte cime più percuote ; 
E ciò non fla d' onor poco argomento. 

Però ti son mostrate in queste Ruote, 
Nel Monte, e nella Valle dolorosa, 
Pur r anime che son di fama note; 

Che r animo di quel eh' ode, non posa 
Né ferma fede per esemplo eh' aia 
La sua radice incognita e nascosa. 

Né per altro argomento che non paia. 



524 IL PARADISO. l-l* 

CANTO DECIMOTTAVO. 



ARGOMENTO. 

Sale H Poeta al aetto Cielo; scorge 
Schiera f che luminosa roteando 
Varie figure di parole porge: 

In cui legge, che qui vissero amando 
Santa Giustizia, ed or beati sono 
Nel Cielo f e questo van sigtiifieando 

Nel figurato lor tacito suonot 



Grià, Si godeva solo del suo verbo 
Quello spirto beato, ed io gustava 
Lo mio , temprando il dolce con V acerbo: 

E quella Domia, eh* a Dio mi menava, 
Disse: Muta pensier , pensa eh* io sono 
Presso a Colui eh* ogni torto disgrava. 

Io mi rivolsi air amoroso suono 

Del mio Conforto; e quale io allor vidi 
Negli occhi santi amor, qui V abbandono; 

Nòli perch* io pur del mio parlar di£8di, 
Ma per la mente che non può reddire 
"'ovra sé tanto , s* altri non la guidi. 



:-^39 CANTO DECIMOTTAVO. 525 

^^Jito poss' io di quel punto ridire, 
Che rimirando lei , lo mio affetto 
Libero fu da ogni altro disire. 

.^'in che il Piacere eterno, che diretto 
Raggiava in Beatrice , dal bel viso 
Mi contentava col secondo aspetto, 

Vincendo me col lume d' un sorriso, 
Ella mi disse : Volgiti ed ascolta , 
Chò non pur ne* miei occhi é paradiso. 

Come si vede qui alcuna volta 

L* affetto nella vista , s' elio è tanto 
Che da'^lui sia tutta V anima tolta; 

Cosi nel fiammeggiar del Fulgor santo , 
A cui mi volsi, conobbi la voglia 
In lui di ragionarmi ancora alquanto. 

E cominciò: In questa quinta soglia 
Dell'Albero che vive della cima , 
E frutta sempre, e mai non perde foglia , 

Spiriti son beati, che giù prima 

Che venissero al Ciel , fùr di gran voce , 
Si eh* ogni Musa ne sarebbe opima. 

Però mira ne' corni della Croce : 
Quel eh' io or nomerò , Il farà l' atto 
Che fa in nube il suo fuoco veloce. 

Io vidi per la Croce un lume tratto. 
Dal nomar Josué com' ei si feo , 
Né mi fu noto il dir prima che il fatto. 



526 IL PARADISO. 40-6S 

E al nome deir alto Maccabeo 
Vidi moversi un altro roteando; 
E letizia era ferza del paleo. 

Cosi per Carlo Magno e per Orlando 
Bue ne segui lo mio attento sguardo, 
Com' occhio segue suo falcon volando. 

Poscia trasse Guiglielmo , e Rinoardo , 
E il duca Gottifredi la mia vista 
Per quella Croce , e Roberto Guiscardo- 
Indi tra r altre luci mota e mista 

Mostrommi T alma che m* avea parlato. 
Quar era tra i cantor del Cielo Artista. 

Io mi rivolsi dal mio destro lato 

Per vedere in Beatrice il mio dovere, 
O per parole o per atto, segnato; 

E vidi le sue luci tanto mere , 

Tanto gioconde , che la sua sembianza 
Vinceva gli altri e V ultimo solere. 

E come, per sentir più dilettanza , i 

Bene operando V uom , di giorno in gìon 
S' accorge che la sua virtute avanza; 1 

Si m' accors' io che il mio girare intorno 
Col Cielo insieme avea cresciuto V arco, 
Veggendo quel Miracolo più adorno. 

E quale é il trasmutare in picciol varco 
Di tempo in bi^ca donna, quando il voi 
Suo si discarchi di vergogna il carco; 



S-y 93 CANTO DECIMOTTAVO. 527 

'T'Stl fu negli occhi miei , quando fui vòlto , 
Per lo candor della temprata Stella 
Sesta, che dentro a sé m' avea ricolto. 

Io vidi in quella Giovlal facella 

Lo sfavillar dell' amor che li era, 
Segnare agli occhi miei nostra favella. 

E come augelli surti di riviera, 

Quasi congratulando a lor pasture , 
Fanno di sé or tonda or lunga schiera; 

Si dentro a' lumi sante creature 
Volitando cantavano, e faciensi 
Or D,or I,or L, in sue figure. 

Pjrima cantando a sua nota moviensi ; 
Poi diventando V un di questi segni , 
Un poco s' arrestavano e taciensi. 

O Diva pegasea, che gV ingegni 
Fai gloriosi , e rendili longevi , 
Ed essi teco le cittadi e i regni , 

Illustrami di te, si eh* io rilevi 

Le lor figure com' io 1' ho concette: 
Paia tua possa in questi versi brevi. 

Mostrarsi dunque in cinque volte sette 
Vocali e consonanti ; ed io notai 
Le parti si come mi parver dette. 

Diligile justitiam primai 

Fùr verbo e nome di tutto il dipinto; 
Qui judicaUs terram fùr sezzai. 



52S IL PARADISO. d4-M0 

Poscia neir JJf del vocabol quinto 
Rimasero ordinate, si che Giove 
Pareva argento li d* oro distinto. 

E vidi scendere altre luci , dove 
Era il colmo dell' M, e li quetarsi 
Cantando, credo, il Ben eh' a sé le move. 

Poi come nel percuoter de' ciocchi arsi 
Surgono innumerabili faville , 
Onde gli stolti sogliono augurarsi , 

Risurger parver quindi più di mille 

Luci , e salir qual assai e qual poco , 
■ Si come '1 Sol, che V accende , sortille: 

E, quietata ciascuna in suo loco. 
La testa e il collo d' un' Aquila vidi 
Rappresentare a quel distinto Foco. 

Quei che dipinge li non ha chi il guidi. 
Ma esso guida, e da Lui si « sementa* 
Quella virtù che è forma per li nidi. 

L' altra Beatitudo, che contenta 

Pareva in prima d' ingigliarsi all' emme. 
Con poco moto seguitò la imprenta. 

O dolce Stella , quali e quante gemme 
Mi dimostraron che nostra giustizia 
Effetto sia del Ciel che tu ingemme I 

Perch' io prego la Mente, in che s' inizia 
Tuo moto e tua virtute , che rimiri 
Ond' esce il fumo che il tuo raggio vizia; 



> 1—136 CANTO DECIMOTTAVO. 523 

i\ clie un' altra fiata ornai s' adiri 

Del comperare e vender dentro al Tempio , 
Cbe si murò di segni e di martiri. 

O Milizia del Ciel, cu* io contemplo , 
Adora per color che sono in terra 
Tutti sviati dietro al malo esemplo. 

Già. si solca con le spade far guerra; 
Ma or si fa togliendo or qui or quivi 
Lo Pan che il pio Padre a nessun serra. 

Ma TU che sol per cancellare scrivi , 
Pensa che Pietro e Paolo , che morirò 
Per la Vigna che guasti, ancor son vivi. 
Ben puoi tu dire : Io ho fermo il desiro 
Si a Colui che volle viver solo , 
B che per salti fu tratto al martire, 
eh' io non conosco il Pescator né Polo. 



34 



530 IL PARADISO. 1-12 

CANTO DEGIMONONO. 



ARGOMENTO. 

Molte beìVAÌme insième eoUegate 

l'Orman l'Aguglia y onde il Poeta apprende 
Quel che indarno volea molte /tate. 

n benedetto rostro poi riprende 

Li Be malvagi , entro o2 et*» een CHuetimia 
La sua pura facella non accende/ 

Sicché iì mondo paiìo di lor nequizia. 



Parea dinanzi a me con V ale aperte 
La bella Image, che nel dolce fruì 
Liete faceva V anime conserte. 

Parea ciascuna rubinetto , in coi 
Raggio di Sole ardesse si acceso , 
Che ne' miei occhi rifrangesse lai. 

E quel che mi convien ritrar testeso , 

Non portò voce mai, né scrisse inchiostro. 
Né Pi per fìintasia giammai compreso; 

Ch'io vidi, ed anche udii parlar lo rostro, 
E sonar nella voce ed Jo e Mio^ 
Quand* era nel concetto Noi e Nostrq. 



3—39 CANTO DECIMONONO. 531 

a cominciò : Per esser giusto e pio 
Son io qui esaltato a quella Gloria, 
Che non si lascia vincere a disio ; 

B in terra lasciai la mia memoria 
Si fktta, che le genti li malvage 
Commendan lei , ma non seguon la storia. 

cosi un sol calor di molte brage 
Si fa sentir, come di molti Amori 
Usciva solo uA suon di quella Image. 

Ond* io appresso : O perpetui fiori 
Deir eterna letizia, che pur uno 
Sentir mi fate tutti i vostri odori , 

Solvetemi, spirando, il gran digiuno 
Che lungamente m* ha tenuto in fame. 
Non trovandoli in terra cibo alcuno. 

Ben so io che, se in Cielo altro Reame 
La divina Giustìzia fa suo specchio , 
Il vostro non rapprende con velame. 

Sapete come attento io m* apparecchio 
Ad ascoltar; sapete quale è quello 
Dubbio , che m* è digiun cotanto vecchio. 

Quale falcon che uscendo del cappello , 
Muove la testa , e con V ale si plaude , 
Voglia mostrando e facendosi bello , 

Vid' io farsi quel Segno , che di Laude 
Della divina Grazia era contesto 
Con canti, quai si sa chi Lassù gaude. 



532 IL PARADISO. *'- 

Poi cominciò : Colui che volse il sesto 
Allo stremo del mondo, e dentro ad es^ 
Distinse tanto occulto e manifesto, 

Non poteo suo valor si fare impresso 
In tutto r universo , che il suo Verbo 
Non rimanesse in infinito eccesso. 

B ciò fa certo, che il primo Superbo, 
Che fa la somma d* ogni. creatura. 
Per non aspettar lume, cadde acerbo •' 

E quinci appar eh* ogni minor natura 
È corto recettacolo a quel Bene 
Che non ha fine , e sé con sé misurft. 

Dunque nostra veduta, che conviene 
Esser alcun de' raggi della Mente, 
Di che tutte le cose son ripiene , 

Non può di sua natura esser possente 
Tanto, che suo principio non discerna 
Molto di «qua, » da quel eh' egli é, parrer-^ 

Però nella Giustizia sempiterna 

La vista che riceve il vostro mondo, 
Com* occhio per lo mare, entro s* interca 

Che, benché dalla proda veggia il fondo. 
In pelago noi vede; e nondimeno 
Egli é, ma cela lui Tesser profondo. 

Lume non é, se non vien dal Sereno 
Che non si turba mai, anzi é tenèbra, 
Od ombra della carne , o suo veneiK». 



07-93 CANTO DBOIMONONO. 533 

A.ssai t* ò mo aperta la latebra, 

Che ti ascondeva la giustizia viva, 
Di che facei question cotanto crebra; 

Che tu dicevi : Un uom nasce alla riva 
Dell' Indo , e quivi non è chi ragioni 
Di Cristo, né chi legga, né chi scriva: 

E tutti i suoi voleri ed atti buoni 
Sono, quanto ragione umana vede, 
Senza peccato in vita o in sermoni. 

Muore non battezzato e senza Fede; 
Ov' é questa giustizia che il condanna T 
Ov' è la colpa sua, s* egli non crede? 

Or tu chi se*, che vuoi sedere a scranna 
Per giudicar da lungi mille miglia 
Con la veduta corta d* una spanna? 

Certo a colui che « teco » s' assottiglia, 
Se la Scrittura sovra voi non fosse. 
Da dubitar sarebbe a maraviglia. 

O terreni animali, o menti grosse! 
La prima Volontà, eh' è per sé buona 
Da sé, eh' è sommo ben , mai non si mosse. 

Cotanto è giusto, quanto a Lei consuona; 
Nullo creato bene a sé la tira. 
Ma essa, radiando, lui cagiona. 

Quale sovresso il nido si rigira , 

Poi che ha pasciuto la cicogna i figli, 
E come quei che è pasto la rimira; 



534 



IL PARADISO. 94-^^' 



Cotal si fece, e si levai li cigli , 
La benedetta Immagine, che V ali 
Movea sospinta da tanti Consigli. 

Roteando cantava, e dicea: Quali 

Son le mie note a te che non le intendi. 
Tal è il Giudicio eterno a voi mortali. 

Poi si quetaro quei lucenti incendi 
Dello Spirito Santo, ancor nel Segno, 
Che fé' i Romani al mondo reverendi. 

Esso ricominciò: A questo Regno 

Non sali mai chi non credette in Crist: 
Né pria né poi eh' El si chiavasse al L^:: 

Ma vedi, molti gridan Cristo, Cristo, 
Che saranno in giudicio assai men pfvi' 
A Lui, che tal che non conobbe Cristo: 

E tai Cristiani dannerà l' Etiope, 
Quando si partiranno i duo Collegi , 
L' uno in eterno ricco, e l' altro inope- 

Che potran dir li Persi ai vostri Regi, 
Com' e' vedranno quel Volume aperto, 
Nel qual si scrivon tutt' i suoi dispregi t 

Li si vedrà tra l" opere d' Alberto 
Quella, che tosto moverà la penna, 
Perchè il Regno di Praga fia deserto. 

Li si vedrà il duol che sopra Senna 
Induce , falseggiando la moneta , 
Quei che morrà di colpo di cotenna. 



\— 148 CANTO DECIMONONO. 535 

.1 si vedrà la superbia eh' asseta , 
Cile fa lo Scotto e r Ingbilese folle 
Si , che non può soffrir dentro a sua meta. 
Cedrassi la lussuria e il viver molle 

Di Quel di Spagna, e di Quel di Buemme, 
Che mai valor non conobbe , né volle. 
Vedrassi al Ciotto di Gerusalemme 
Segnata con un I la sua bontate, 
Quando il contrario segnerà un emme. 
Vedrassi V avarizia e la viltate 

Di quel che guarda V Isola del fuoco , 
Dove Anchise fini la lunga etate; 
E , a dare ad intendere quanto è poco , 
La sua scrittura flen lettere mozze , 
Che noteranno molto in parvo loco. 
E parranno a ciascun V opere sozze 

Del Barba e del Fratel, che tanto egregia 
Nazione, e duo corone han fatto bozze. 
E Quel di Portogallo e di Norvegia 

Li si conosceranno, e Quel di Rascia, 
Che mal aggiustò il conio di Vinegia. 
O beata Ungheria , se non si lascia 
Più malmenare I E beata Navarra , 
Se s' armasse del monte che la fascia ! 
E creder dee ciascun che già, per arra 
Di questo, Nicosia e Famagosta 
Per la lor bestia si lamenti e garra^ 
Che dal fianco dell* altre non si scosta. 



538 n. PARADISO. l'IS 

CANTO VENTESIMO. 



ARGOMENTO. 

IH tommi Begif eh* €Hu9tùria amaro , 
MoUi commenda l'Alila eelettg, 
FiereMipiù opptya il »hmì dal suo eoniraro. 

Poi d*um pelawu d' alto dubbio sveaU 
Lo buon Potila con divini d^ti 
Il divo Uccello/ « eoo* mtanifowto 

Fa , che eon cupe a' mortali intelletti. 



Quando colai che tutto il mondo alluma 
Deir emisperio nostro si discende, 
E il giorno d*ogni parte si consuma. 

Lo Ciel, che sol di lui prima s* accende. 
Subitamente si rifSi parvente 
Per molte luci , in che una risplende. 

B quest* atto del ciel mi venne a mente, 
Coma il Segno del Mondo e dei suoi Daci 
Nel benedetto rostro fU tacente; 

Però che tutte quelle vive luci, 

^ie pia lucendo, cominciaron cauti 
l>a mia memoria labili e cadaci. 



'39 CANTO VENTESIMO. 537 

► ^Lolce Amor, che di risot* ammanti, 
Quanto parevi ardente in quei flailli 
Ch'aveano spirto sol di pensier santi 1 

»oscia che i cari e lucidi lapilli , 

Ond' io vidi ingemmato il sesto lume, 
poser silenzio agli angelici squilli, 

Udir mi parve un mormorar di fiume 

Che scende chiaro giù di pietra in pietra , 
Mostrando 1* ubertà del suo cacume. 

E come suono al collo della cetra 

Prende sua forma , e sì come al pertugio 
Della sampogna vento che penetra ; 

Cosi rimosso d' aspettare indugio , 
Quel mormorar dell' Àquila salissi 
Su per lo collo, come fosse bugio. 

Fecesi voce quivi, e quindi uscissi 
Fer lo suo becco in forma di parole , 
Quali aspettava il cuore, ov' io le scrissi. 

La parte in me che vede e paté il Sole 
Neir aquile mortali, incominciommi. 
Or fisamente riguardar si vuole; 

Perchè de' Fuochi, ond' io figura fommi, 
Quelli, onde V occhio in testa mi scintilla , 
Di tutti i loro gradi son li sommi. 

Colui che luce in mezzo per pupilla , 
Fu il cantor dello Spirito Santo, 
Che r Arca traslatò di villa in villa. 



538 IL PARADISO. 40-66 

Ora conosce il merto del suo canto , 

« E 'n » quanto affetto fìi del suo Oonsigi- 
Per lo remunerar, che è altrettanto. 

De* cinque, che mi fan cerchio per ciglio, 
Colui, che più al becco mi s' accosta. 
La vedovella consolò del figlio. 

Ora conosce quanto caro costa 

Non seguir Cristo, per V esperienza 
DI questa dolce vita e deir opposta. 

E quel che segue in la circonferenza, 
Di che ragiono, per 1* arco superno. 
Morte indugiò per vera penitenza. 

Ora conosce che il Giudicio eterno 
Non si trasmuta ; perchè degno prece 
Fa crastino laggiù deir odierno. 

L' altro che segue, con le Leggi e meco, 
Sotto buona intenzion che fé* mal frutto, 
Per cedere al Pastor si fece Greco. 

Ora conosce come il mal , dedutto 

Dal suo bene operar, non gli è nocivo, 
Avvegnaché sia il mondo indi distrutto. 

E Quel che vedi neir arco declivo 
Guiglielmo fu, cui quella terra plora 
Che piange Carlo e Federigo vivo. 

Ora conosce come s' innamora 

Lo elei del giusto rege, ed al sembiante 
Del suo fulgóre il fa vedere ancora. 



Q'7-93 CANTO VENTESIMO. 539 

Olài crederebbe giù nel mondo errante, 
Che Rìfeo troiano in questo tondo 
Fosse la quinta delle luci sante ? 

Ora conosce assai di quel che il mondo 
Veder non può della divina Grazia, 
Benché sua vista non discerna il fondo. 

Qual lodoletta che in aere si spazia 
Prima cantando , e poi tace contenta 
Deir ultima dolcezza che la sazia; 

Tal mi sembió V imago della Imprenta 
Deir eterno Piacere, al cui disio 
Ciascuna cosa , quale eir è , diventa. 

E avvegnaché io fossi al dubbiar mio 
Li quasi vetro allo color che il veste , 
Tempo aspettar tacendo non patio; 

Ma della bocca: Che cose son queste? 
Mi pinse con la forza del suo peso ; 
Perch' io di corruscar vidi gran feste. 

Poi appresso con 1* occhio più acceso 
Lo benedetto Segno mi rispose, 
Per non tenermi in ammirar sospeso: 

Io veggio che tu credi queste cose , 
Perch* io le dico , ma non vedi come ; 
Si che , se son credute , sono ascose. 

Fai come quei , che la cosa per nome 
Apprende ben ; ma la sua quiditate 
Veder non puote , s* altri non la prome. 



540 IL PARADISO. d4-l9) 

Regnum ccelorum Yìolenza paté 

Da caldo amore, e da yiya speranza, 
Che vince la divina Volontate; 

Non a guisa che V uomo air uom sovranxa. 
Ma vince lei, perché vuole esser vinta. 
B vinta vince con sua beninanza. 

La prima Vita del ciglio e la quinta 
Ti tà maravigliar, perché ne vedi 
La Region degli Angeli dipinta. 

De' corpi suoi non uscir, come credi. 
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede, 
Quel de' passuri , e quel de* passi Piedi: 

Che r una dallo Inferno , u' non si riede 
Giammai a buon voler, tornò air ossa. 
B ciò di viva speme fu mercede; 

Di viva speme , che mise sua possa 
Ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla. 
Si che potesse sua voglia esser mossa. 

L'Anima gloriosa, onde si parla. 
Tornata nella carne, in che fu poco, 
Credette in Lui che poteva aiutarla; 
E credendo s' accese in tanto fuoco 
Di vero amor, eh' alla morte seconda 
Fu degna di venire a questo Giuoco. 
L' altra , per Grazia che da si profonda 
Fontana stilla, che mai creatura 
Non pinse l' occhio inaino alla prìm'onda 



-148 CANTO VENTESIMO. 541 

'Y^>3itto SUO amor laggiù pose a Drittura, 

Per che di grazia in grazia Dio gli aperse 
L* occhio alla nostra Redenzion futura : 

Onde credette in Quella, e non sofferse 
Da indi il puzzo più del Paganesmo , 
E riprendeane le genti perverse. 

Quelle tre Donne gli fùr per Battesmo, 
Che tu vedesti dalla destra Ruota, 
Dinanzi al Battezzar più d' un millesmo. 

O Predesti nazion, quanto rimota 
É la radice tua da quegli aspetti 
Che la prima Cagion non vegglon tota I 

K Yoi, mortali, tenetevi stretti 

A giudicar; che noi, che Dio vedemo, 
Non conosciamo ancor tutti gli eletti. 

Ed enne dolce cosi fatto scemo. 

Perchè il ben nostro in questo ben s* affina, 
Che quel che vuole Dio , e noi volemo. 

Cosi da quella Imagine divina , 

Per farmi chiara la mia corta vista, 
Data mi fu soave medicina. 

E come a buon cantor buon citarista 
Fa seguitar lo guizzo della corda , 
In che più di piacer lo canto acquista; 

Si , mentre che i>arlò , mi si ricorda 
Ch* lo vidi le due Luci benedette , 
Pur come batter d' occhi si concorda , 

Con le parole muover le flammette. 



542 IL PARADISO. 1-K 

CANTO VENTESIMOPRIMO. 



ARGOMENTO. 

spiriti eontemplanti nel Pianata 

Che feo con sua vtrtU l'Età dell* oro, 
Dante ritrova nella vita lieta. 

Scende per una Scala il santo Coro, 
Che dalla Stella fino al Cielo sorge, 
E Pier Damiano parlando fra loro 

Risposta al chieder del Poeta porge. 



Già, eran gli occhi miei riflssl al volto 
Della mia Donna, e V animo con essi , 
E da ogni altro intento s' era tolto; 

Ed ella non ridea: Ma , s' io ridessi , 
Mi cominciò, tu ti faresti quale 
Semele fu, quando di cener fessi ; 

Che la bellezza mia , che per le scale 
Deir etemo Palazzo pia sfaccenda, 
Com' hai veduto, quanto più si sale , 

Se non si temperasse , tanto splende , 
Che il tuo mortai potere al suo fulgóre 
'*irebbe fronda che tuono scoscende. 



39 CANTO VENTESIMOPRIMO. 543 

>^<oì sem levati al settimo Splendore , 
Che sotto il petto del Lione ardente 
Raggia mo misto giù del suo valore. 

^icca diretro alli occhi tuoi la mente , 
E fa di quegli specchio alla Figura , 
Che in questo Specchio ti sarà parvente. 

Qual sapesse quar era la pastura 
Del viso mio neir aspetto beato, 
Quand' io mi trasmutai ad altra cura , 

Conoscerebbe quanto mi era a grato 
Ubbidire alla mia celeste Scorta, 
Contrappesando V un con T altro lato. 

Dentro al Cristallo , che il vocabol porta, 
Cerchiando il mondo, del suo caro Duce , 
Sotto cui giacque ogni malizia morta , 

Di color d' oro , in che raggio traluce , 
Vid' io uno scaleo eretto in suso 
Tanto , che noi seguiva la mia luce. 

Vidi anche per li gradi scender giuso 

Tanti Splendor , eh' io pensai eh* ogni lume 
Che par nel ciel, quindi fosse diffuso. 

E come per lo naturai costume 

Le pole insieme , al cominciar del giorno , 
Si muovono a scaldar le fredde piume; 

Poi altre vanno via senza ritorno, 
Altre rivolgon sé, onde son mosse. 
Ed altre roteando fan soggiorno; 



544 IL PARAWSO. 

Tal modo parve a me che quivi fòsse 
In quello sfavillar che insieme venne. 
Si come in certo grado si percosse; 
E Quel che presso più ci si ritenne. 
Si fé' si chiaro, eh' io dicea pensando. 
IO veggio ben V amor che tu m' accenn*. 
Ma Quella , ond' io aspetto il come e il qn»^ 
Del dire e del tacer , sì sta ; ond' io ^ 
Centra il disio fo ben eh' io non dimau- 
perch' ella , che vedeva il tacer mio 
Nel veder di Colui che tutto vede, 
Mi disse: Solvi il tuo caldo disio. 
Ed io incominciai : La mia mercede 
Non mi fa degno della tua risposte ; 
Ma per Colei che il chieder mi concede. 
Vita beata , che ti stai nascosta 

Dentro alla tua letizia, fammi nota 
La cagion che sì presso mi t' accosta; 
E di', perchè si tace in questa ruota 
La dolce sinfonia di Paradiso, 
Che giù per l' altre suona sì devota. 
TU hai r udir mortai, si come il viso, 
Rispose a me: però qui non si canta 
Per quel che Beatrice non ha riso. 

Giù per li gradi della Scala santa 
Discesi tanto , sol per farti festa 
Col dire, e con la luce che mi ammanta: 



'—93 CANTO VENTESIMOPRIMO. 545 

é più amor mi fece esser più presta , 
Che più e tanto amor quinci su ferve , 
Si come il fiammeggiar ti manifesta. 

ta r alta carità, che ci fa serve 
Pronte al Ck>n8iglio che il mondo governa, 
Sorteggia qui, si come tu osserve. 

> veggio ben , diss* io , sacra Lucerna , 
Come libero amore in questa Corte 
Basta a seguir la Provvidenza eterna; 

Is, quest* ò quel, eh* a cerner mi par forte , 
Perchè predestinata fosti sola 
À questo uflcio tra le tue consorte. 

fon venni prima air ultima parola , 
Che del suo mezzo fece il lume centro, 
Girando sé come veloce mola . 

oi rispose l'Amor che v*era dentro: 
Luce divina sovra me s* appunta. 
Penetrando per questa, ov* io m' inventro. 

A cui virtù, col mio veder congiunta. 
Mi leva sovra me tanto, eh' io veggio 
La somma Essenza, della quale é munta. 

luinci vien V allegrezza ond' io fiammeggio , 
Perché alla vista mia , quant' ella é chiara. 
La chiarità, della fiamma pareggio. 

(a queir Alma nel Ciel che più si schiara , 
Quel Serafin che in Dio più rocchio ha fisso, 
Alla dimanda tua non soddisfarà; 

35 



546 IL PARADISO. 9^130 

Perocché 8i s* inoltra neir abisso 
Deir eterno Statuto quel che chiedi, 
Che da ogni creata vista é scisso. 

E al mondo mortai, quando tu riedi. 
Questo rapporta, si che non presuma 
A tanto segno più muover li piedi. 

La mente che qui luce , in terra fuma ; 
Onde riguarda come può laggiue 
Quel che non puote , perché *1 Ciel rassooi 

Si mi prescrisser le parole sue, 

Ch* io lasciai la questione , e^mi ritrassi 
A dimandarla umilmente chi tue. 

Tra* due liti d* Italia surgon sassi , 
E non molto distanti alla tua patria , 
Tanto , che i tuoni assai suonan pi A bassi- 

E fanno un gibbo, che si chiama Catria, 
Disotto al quale é consecrato un ermo. 
Che suol esser disposto a sola LÀtria : 

Cosi ricominciommi il terzo sermo. 
E poi, continuando, disse: Quivi 
Al servigio di Dio mi fei si fermo , 

Che pur con cibi di liquor d* ulivi 
Lievemente passava e caldi e gieli. 
Contento ne*pensier contemplativi. 

Render solea quel Chiostro a questi Cieli 
Fertilemente, ed ora é fatto vano, 
Si che tosto convien che si riveli. 



1-142 CANTO VENTESMOPRIMO. 547 

1 quel loco fu' io Pier Damiano, 
E Pietro Peccator fui nella casa 
Di nostra Donna in sul lito adriano. 

oca vita mortai m* era rimasa, 
QuandUo fui chiesto e tratto a quel Cappello, 
Che pur di male in peggio si travasa. 

enne Cephàs , e venne il gran Vasello 
Dello Spirito Santo, maji^rl e scalzi, 
Prendendo il cibo di qualunque ostello. 

T voglion quinci e quindi chi rincalsi 
Li moderni pastori , e chi li meni , 
Tanto son gravi , e chi diretro gli alzi. 

luopron de* manti lor gli palafreni, 
Si che duo bestie van sott' una pelle: 
Pazienza, che tanto sostieni 1 

L questa voce vid* io più fiammelle 
Di grado in grado scendere e girarsi , 
Ed ogni giro le facea più belle. 

Hntorno a questa vennero, e fermarsi, 
E fero un grido di si alto suono , 
Che non potrebbe qui assomigliarsi: 

ié io lo intesi, si mi vinse il tuono. 



548 IL PARADISO. l'ii 

CANTO VENTESIMOSECONDO, 



ARaOMBNTO. 



IH Benedetto la celeste vita 

Chiusa in sua luce narra coms al pia 
Culto già trasse assai gents smarrita. 

A lui palesa Dante il suo desio 

Di lui veder fuor de' suoi raggi balli, 
Ei gliel promette più dappresso a J>io. 

Intanto sale agli etemi Gemelli. 



Oppresso di stupore alla mia Guida 
Mi volsi , come parvol che ricorre 
Sempre colà., dove più si confida. 

B quella, come madre che soccorre 
Subito al figlio pallido ed anelo 
Con la sua voce, che il suol ben disporre 

Mi disse : Non sa* tu che tu se* in Cielo t 
E non sai tu che il cielo é tutto santo, 
E ciò che ci si fa vien da buon selo t 

Come t* avrebbe trasmutato il canto, 
E io ridendo, mo pensar lo puoi , 
Poscia che il grido t' ha mosso cotanto: 



-39 CANTO VENTESIMOSECONDO. 549 

el qual , se inteso avessi i prieghi suoi, 
Già ti sarebbe nota la vendetta, 
La qual vedrai innanzi che tu muoi. 

a spada di quassù non taglia in fretta, 
Né tardo , ma che al parer di colui , 
Che desiando o temendo V aspetta. 

a rivolgiti ornai inverso altrui, 
eh* assai illustri Spiriti vedrai, 
Se , com* io dico , la vista ridui 

)m' a lei piacque, gli occhi dirizzai, 
E Tìdi cento sperule, che insieme 
Più s* abbellivan con mutui rai. 

stava come quei che in sé ripreme 
La punta del disio, e non s* attenta 
Del dimandar, si del troppo si teme. 

la maggiore è la più luculenta 
Di quelle margarite innanzi fessi. 
Per far di so la mia voglia contenta. 

oi dentro a lei udì*: Se tu vedessi, 
Com' io, la carità che tra noi arde , 
Li tuoi concetti sarebbero espressi: 

a perchè tu , aspettando , non tarde 
Air alto fine, io ti farò risposta 
Pure al pensier di che si ti riguarde. 

uel Monte, a cui Cassino ò nella costa, 
Fu frequentato già in sulla cima 
Dalla gente ingannata e mal disposta. 



550 IL PARADISO. ^^'^ 

Ed io 8on quel che sa vi portai prima 
Lo nome di Colui che in terra addusse 
La Verità che tanto ci sublima; 

E tanta grazia sovra me rilusse, 
Ch* io ritrassi le ville circostanti 
Dair empio culto che il mondo sedasse. 

Questi altri Fuochi tutti contemplanti 
Uomini fliro, accesi di quel caldo 
Che fa nascere ì fiori e 1 frutti santi. 

Qui è Maccario, qui è Romoaldo; 

Qui son li frati miei che dentro a* chiv^' 
Fermar li piedi, e tennero il cor saldo. 

Ed io a lui : L* affetto che dimostri 
Meco parlando , e la buona sembianza 
Oh' io veggio e noto in tutti gli ardorTO; 

Cosi m* ha dilatata mia fidanza. 

Come il Sol fa la rosa, quando aperta 
Tanto divien, quanV ella ha di possanza 

Però ti prego, e tu. Padre, m* accerta 
S* io posso prender tanta grazia, cb' io 
Ti veggia con imagine scoverta. 

Ond*egli: Frate, il tuo alto disio 
S* adempierà in su V ultima Spera, 
Ove s' adempion tutti gli altri, e il mio. 

Ivi é perfetta, matura ed Intera 
Ciascuna disianza; in quella soia 
È ogni parte là dove sempr' era: 



17-03 OANTO YENTESIMOSECONDO. S51 

Perché non ò in luo^ro, e non s* impola, 
E nostra scala infino ad essa ^arca, 
Ondo cosi dal viso ti s' invola. 

Indn lassù la vide il patriarca 
Jacob i sporger la superna parte, 
Quando gli apparve d*Angeli si carca. 

Ma per salirla mo nessun diparte 
Da terra i piedi , e la Regola mia 
Rimasa ò giù per danno delle carte. 

Le mura, che solcano esser badia. 
Fatte sono spelonche , e le cocolle 
Sacca son piene di fórina ria. 

Ma grave usura tanto non si tolle 

centra il piacer di Dio, quanto quel frutto 
Che fa il cuor de* Monaci si folle. 

Che, quantunque la Chiesa guarda, tutto 
fì della gente che per Dio dimanda, 
Non di parente, né d* altro più brutto. 

La carne de' mortali è tanto blanda. 
Che giù non basta buon cominciamento 
Dal nascer della quercia al far la ghianda. 

Pier cominciò senz' oro e senz' argento. 
Ed io con orazione e con digiuno, 
E Francesco umilmente il suo convento. 

E se guardi al principio di ciascuno. 
Poscia riguardi 1& dov* è trascorso. 
Tu vedrai del bianco fatto bruno. 



562 IL PARADISO. 91-lsr^ 

Veramente Oiordan vòlto retrono 

Più fu, e il mar fuggir, quando Dio toIe<- 
Mirabile a veder , che qai il soccorso. 

Cosi mi disse, e indi si ricolse 

Al suo collegio, e il collegio si strinse; 
Poi, come turbo, in su tutto s* accolse. 

La dolce Donna dietro a lor mi pinse 
Ck)n un sol cenno su per quella scala, 
Si sua virtù la mia natura vinse : 

Né mai quaggiù, dove si monta e cala, 
Naturalmente fu si ratto moto, 
Ch* agguagliar si potesse alla mia aU. 

S*io torni mai, Lettor, a quel devoto 
Trionfo, per lo quale io piango spesso 
Le mie peccata, e il petto mi percuoto, 

Tu non avresti in tanto tratto e messo 
Nel fuoco il dito, in quanto io vidi il seg: 
Che segue il Tauro, e fui dentro da esso. 

O gloriose Stelle, o lume pregno 
Di gran virtù , dal quale io riconosco 
Tutto, qual che si sia, il mio ingegno; 

Con voi nasceva, e s* ascondeva vosoo 
Quegli ch* ò padre d*ogni mortai Yita, 
Quand' io senti* da prima 1* aer Tosco ; 

B poi , quando mi fu grazia largita 
o* entrar neir alta Ruota che vi gira, 
^ vostra region mi fu sortita. 



ISI'147 CANTO VENTESIMOSBCONDO. 553 

A. Toi divotamente ora sospira 

L* anima mia per acquistar Tirtute 
Al passo forte, che a sé la tira. 

Tu se* si presso ali* ultima Salute, 
Cominciò Beatrice, che tu dèi 
Aver le luci tue chiare ed acute. 

B però, prima che tu più t' inlei, 

Rimira in giuso, e vedi quanto mondo 
Sotto li piedi già esser ti fei; 

Si che il tuo cuor, quantunque può, giocondo 
S* appresenti alla Turba trionfante, 
Che lieta vien per questo etera tondo. 

Col viso ritornai per ti^te quante 
Le sette Spere, e vidi questo Globo 
Tal, eh' io sorrisi del suo vii sembiante; 

E quel consiglio per migliore approbo 
Che r ha per meno ; e chi ad altro pensa 
Chiamar si puote veramente probo. 

Vidi la Piglia di Latona incensa. 

Senza queir ombra che mi fu cagione 
Per che già la credetti rara e densa. 

L'aspetto del tuo Nato, Iperione, 
Quivi sostenni, e vidi com* si muove 
' Circa e vicino a lui Maia e Dione. 

Quindi mi apparve il temperar di Giove 
Tra il Padre e il Pìglio, e quindi mi ùi chiaro 
Il variar che fanno di lor dove; 



554 IL FA&APISO. 148-154 

E tutti e sette mi si dimostraro 

Quanto son grandi, e quanto son veloci, 
E come sono in distante riparo. 

L* Aiuola che ci tà tanto feroci, 

Vòlgendom* io con gli eterni Gemelli, 
Tutta m* apparve da' colli alle foci : 

Poscia rivolsi gli occhi agli occhi belli. 



1-1« ^'^ 



CANTO VENTESIMOTERZO. 



ARGOMENTO. 

Vede la SapKmga e la Possanza, 

Ch' apr\ le strade fra 'l cielo e la terra, 
Jn un fulffór eh* tutti gli altri avanza ; 

B quella Rosa mistica , che guerra 

JV eoi suo Parto al pie empio nemico , 
Biechi V uscio del del ne si disserra, 

PoicM pagato fu il peccato antico. 



Come r augello, intra r amate fronde, 
Posato al nido de' suoi dolci nati 
La notte che le cose ci nasconde , 

Che, per veder gli aspetti disiati, 
B per trovar lo cibo , onde gli pasca, 
In che i gravi labori gli son grati. 

Previene il tempo in su V aperta frasca, 
E con ardente affetto il Sole aspetta , 
Fiso guardando, pur che V alba nasca; 

Cosi la Donna mia si stava eretta 
Ed attenta, rivolta invér la plaga, 
sotto la quale il Sol mostra men fretta; 



556 IL PARADISO. 13-99 

Si che yeggendola io sospesa e vaga, 
Fecimi qaale é quei, che disiando 
Altro vorria, e sperando s* appaga. 

Ma poco ta tra uno ed altro qaando. 
Del mio Intender, dico, e del vedere 
Lo ciel venir più e più rischiarando. 

E Beatrice disse: Ecco le schiere 

Del trionfo di Cristo, e tutto 11 flutto 
Ricolto del girar di queste Spere, 

Pareami che *1 suo viso ardesse tutto; 
E gli occhi avea di letizia si pieni , 
Che passar mi convien senza costratto. 

Quale ne' plenilunii sereni 

Trivia ride tra le ninfe eterne. 

Che dipingono il ciel per tutti i seni, 

VidMo, sopra migliaia di lucerne. 
Un Sol che tutte quante V accendea, 
Come fa il nostro le viste superne; 

E per la viva luce trasparea 

La lucente Sustanza tanto chiara, 
Che il viso mio non la sostenea. 
O Beatrice, dolce guida e cara!... 
Ella mi disse: Quel che ti sobranza 
È virtù, da cui nulla si ripara. 
Quivi é la Sapienza e la Possanza 

Ch' apri le strade tra il cielo e la terra, 
■^de ti! già si lunga disianza. 



^U>— 66 CANTO VENTBSIMOTERZO. 557 

oome flioco di nube si disserra, 
Per dilatarsi si che non yi cape, 
B f\ior di sua natura in giù s' atterra; 

Cosi la mente mia tra quelle dape 
Fatta più grande, di sé stessa. uscio, 
E, che si fésse, rimembrar non sape. 

Apri gli occhi e riguarda qual son io; 
Tu hai vedute cose , che possente 
Se* fatto a sostener lo riso mio. 

Io era come quei che si risente 
Di visione oblita, e che s* ingegna 
Indarno di ridurlasi alla mente, 

Quando io udi* questa profferta, degna 
Di tanto grado, che mai non si stingue 
Del libro che il preterito rassegna. 

Se mo sonasser tutte quelle lingue 
Che Polinnia con le suore fero 
Del latte lor dolcissimo più pingue, 

Per aiutarmi , al millesmo del vero 
Non si verrìa, cantando il santo riso, 
E quanto il santo aspetto facea mero. 

E cosi, figurando il Paradiso, 
Convien saltare il sacrato Poema, 
Come chi trova suo cammin reciso. 

Ma chi pensasse il ponderoso tema, 
E 1* òmero mortai che se ne carca, 
Noi biasmerebbe, se sott' esso trema. 



5S8 IL PARADISO. tt7-0S 

Non d pareggio da picciola barca 
Quel che fendendo va 1* ardita prora. 
Né da nocchier eh' a sé medesmo parcft. 

Perché la faccia mia si t* innamora, 
Che ta non ti rivolgi al bel giardino 
Che sotto i raggi di Cristo s* infiora? 

Quivi é la Rosa, in che il Verbo divino 
Carne si fece; quivi son li Qigli, 
Al cui odor si prese il buon cammino. 

Cosi Beatrice. Ed io, eh* a* suoi consigli 
Tutto era pronto, ancora mi rendei 
Alla battaglia de* deboli cigli. 

Come a raggio di Sol, che puro mei 
Per fratta nube, già prato di fiori 
Vider coperti d* ombra gli occhi miei ; 

Vid* io cosi più turbe di splendori 
Fulgurati di su da raggi ardenti. 
Senza veder principio di fulgóri. 

O benigna Virtù che si gl'impronti, 
Su t'esaltasti per largirmi loco 
Agli occhi li, che non eran possenti. 

II nome del bel Fior, eh' io sempre invoco 
E mane e sera, tutto mi ristrinse 
L' animo ad avvisar lo maggior foco. 

E com' ambo le luci mi dipinse 

II quale e il quanto della viva Stella, 
Che lassù vince, come quaggiù vinse. 



krlSO CANTO VENTESIMOTERZO. 559 

«r entro il cielo scese una Pacella , 
Formata in cerchio a guisa di corona, 
E cinsela, e girossi intorno ad ella. 

jualunque melodia più dolce suona 
Quaggiù, e più a sé V anima tira. 
Parrebbe nube che squarciata tuona, 

Comparata al sonar di quella lira, 
Onde si coronava il bel zaffiro , 
Del quale il ciel più chiaro s' inzaffira. 

Io sono Amore angelico, che giro 
V alta letizia che spira del Ventre, 
Che fu albergo del nostro Disiro; 

ES girerommi. Donna del ciel, mentre 
Che seguirai tuo Piglio , e farai dia 
Più la Spera suprema, perché gli entre. 

Così la circulata melodia 

Si sigillava, e tutti gli altri lumi 
Facean sonar lo nome di Maria. 

Ix> real Manto di tutti i volumi 

Del mondo, che più ferve e più s' avviva 
Neir alito di Dio e ne' costumi , 

Avea sopra di noi r interna riva 
Tanto distante, che la sua parvenza 
Là. dov* io era ancor non m' appariva. 

Però non ebber gli occhi miei potenza 
Di seguitar la coronata Fiamma, 
Che si levò appresso sua Semenza. 



560 U. PARADISO. 1€1*138 

B come fantQlin , che vèr la mamma 
Tende le braccia poi che il latte prese, 
Per r animo che infln di fuor s* ìnfiammA: 

Ciascun di qaei candori in su si stese 
Con la sua cima , si che r alto affetto 
Ch* egli aTieno a Maria mi fa palese- 

Indi rimaser li nel mio cospetto, 
Regina Coe^f cantando si dolce , 
Che mai da me non si parti il diletto. 

Oh quanta ò V ubertà che si soffolce 
In queir Arche ricchissime , che fóro 
A seminar quaggiù buone bobolce ! 

Quivi si vive e gode del tesoro 

Che s* acquistò piangendo nell' esilio 
Di Babilon, ove si lasciò T oro. 

Quivi trionfa, sotto r alto Filio 
Di Dio e di Maria, di sua vittoria, 
E con r antico e col nuovo Concilio, 

Colui che tien le chiavi di tal Qloria. 



t 561 

CANTO VENTESIMOQUARTO. 



ARGOMENTO. 



Jjo buon PastOTf cui dei cristiano grtggt 
Cristo il govsmo già da prima diede , 
JB V alte Chiavi e la divina Legge: 

Fattosi innanzi, allo Poeta chiede. 
Per farne con esame sperìenza , 
Quai sieno i fondamenti di sua Fede , 

Xi gli risponde , e vera è sua credentsa. 



o Sodalizio eletto alla gran cena 

Del benedetto Agnello , il qual vi ciba 
SI, che la vostra voglia é sempre piena; 

Se per grazia di Dio questi preliba 
Di quel che cade dalla vostra mensa , 
Anzi che morte tempo gli prescriba, 

Ponete mente alla sua voglia immensa , 
E roratelo alquanto: voi bevete 
Sempre del Ponte, onde vien quel ch*ei pensa. 

Cosi Beatrice: e quelle anime liete 
Si fero spere sopra fissi poli , 
Fiammando forte a guisa di comete. 

36 



S&i IL PARADISO. ì^ 

B come cerchi in tempra d* orinoli 

Si giran si, che il primo, a chi pon mcu 
Quieto pare, e Tnltimo che voli; 

Ck>si quelle carole, differente- 
mente danzando, della sua rìccfaena 
Mi si fìusean stimar veloci e lente. 

Di quella eh* io notai di più bellezza 
Vid* lo uscire un fuoco si felice. 
Che nullo vi lasciò di più chiarezza; 

E tre fiate intorno di Beatrice 
Si volse con un canto tanto divo. 
Che la mia fantasia noi mi ridice; 

Però salta la penna , e non lo scrivo , 
Che r imaginar nostro a cotai pieghe, 
Non che il parlare, ò troppo color vivo. 

O santa Suora mia, che si ne preghe 
Devota, per lo tuo ardente affetto 
Da quella bella «schiera» mi disle^e: 

Poscia fermato, il Fuoco benedetto, 
Alla mia Donna dirizzò lo spiro. 
Che fìivellò cosi com* io ho detto. 

Bd ella: O luce eterna del gran Viro, 
A cui nostro Signor lasciò le chiavi, 
Ch* ei portò giù, di questo gaudio miit), 

Tenta costui de' punti lievi e gravi, 
Come ti piace, intorno della Fede, 
Per la qual tu su per lo mare andavi. 



40-66 CANTO VENTESIMOQUARTO. 563 

S' egli ama bene , e bene spera, e crede, 
Non t* é occulto, perché il viso hai quivi , 
Oy* ogni cosa dipinta si vede. 

Ma perché questo Regno ha fatto civi 
Per la verace fede, a gloriarla. 
Di lei parlare é buon eh* a lui arrivi. 

Si come il Baccellier s* arma, e non parla. 
Fin che il Maestro la quistion propone 
Per approvarla, non per terminarla; 

Cosi m' armava io d' ogni ragione. 
Mentre eh* ella dicea, per esser presto 
A tal Querente e a tal professione. 

Di*, buon Cristiano: fatti manifesto; 
Fede che é? Ond* io levai la flronte 
In quella luce, onde spirava questo. 

Poi mi volsi a Beatrice, e quella pronte 
Sembianze femmi, perché io spandessi 
L* acqua di fUor del mio interno fonte. 

La grazia che mi d& eh* io mi confessi. 
Comincia* io dall* alto Primipilo, 
Faccia li miei concetti esser espressi. 

E seguitai : Come il verace stilo 

Ne scrisse, Padre , del tuo caro Frate, 
Che mise Roma teco nel buon filo. 

Fede è sustanza di cose sperate , 
E argomento delle non parventi; 
E questa pare a me sua quiditate. 



564 IL PARADISO. 67-^' 

Allora adii: Dirittamente senti. 
Se bene intendi , perché la ripose 
Tra le sostanze , e poi tra gli argomenà 

Ed io appresso : Le profonde cose , 
Che mi largiscon qai la lor parrensa. 
Agli occhi di laggiù son si nascose, 

Che r esser loro v* é in sola credenza, 
Sovra la qaal si fonda 1* alta spene , 
E però di Bastanza prende intensa. 

E da questa credenza ci conviene 
Sillogizzar senza avere altra vista; 
Però intenza di argomento tiene. 

Allora udii: Se quantunque s* acquista 
Giù per dottrina fosse cosi inteso, 
Non V* avria luogo ingegno di sofista. 

Cosi spirò da queir amore acoeso; 

Indi soggiunse : Assai bene ò trascorsa 
D' està moneta gi& la lega e il peso; 

Ma dimmi se tu 1* hai nella tua borsa. 
Ed io: Si, rho si lucida e si tonda, 
Che nel suo conio nulla mi s* inforsa. 

Appresso usci della luce profonda, 
Che 11 splendeva: Questa cara gioia, 
Sovra la quale ogni virtù si fonda, 

Onde ti venne f Ed io : La larga ploia 
Dello Spirito Santo, eh' é diffusa 
Tn su le Vecchie e in su le Nuove Cuoia, 



k'120 CANTO VBNTESIMOQUARTO. 565 

"^ sillog^ismo, che la mi ha conchiusa 
Acutamente si, che in verso d' ella 
Ogni dimostrazion mi pare ottusa. 

ty adii poi : L' Antica e la Novella 
Proposizione che si ti conchiude, 
Perché V hai tu per divina fìtvellaf 

id io: La prova che il ver mi dischiude 
Son 1* opere seguite, a che Natura 
Non scaldò ferro mai, nò batté ancude. 

tisposto fammi: Di', chi Rassicura 
Che queir opere fo^ser? Quel Meiesmo 
Che vuol provarsi, non altri , il ti giura. 

>e il mondo si rivolse al Cristianesmo, 
Diss* io, senza miracoli, quest* uno 
È tal, che gli altri non sono il centesmo; 

3lLé tu entrasti povero e digiuno 

In campo , a seminar la buona pianta , 
Che fa già. vite, ed ora é fatta pruno. 

B'inito questo, Talta Corte santa 
Risonò per le spere un Dio lodiamo, 
Nella melode che Lassù si canta. 

B quel Baron che si di ramo in ramo , 
Esaminando, già tratto m*avea, 
Che air ultime fronde appressavamo, 

Ricominciò: La Grazia che donnea 
Con Ift tua mente , la bocca t* aperse 
Insìtio a qui , com* aprir si dovea; 



566 IL PARADISO. ISl-Ii' 

Si eh* io approvo ciò che fuori emerse: 
Ma or conviene esprimer quel che ere<ii- 
E onde alla credenza tua s* offerse. 

O santo Padre, o Spirito, che vedi 
Ciò che credesti si , che tu vìncesti 
Vèr lo sepolcro più giovani piedi, 

Comincia* io , tu vuoi eh* io manifesti 
La forma qui del pronto creder mio, 
B anche la cagion di lui chiedesti. 

Ed io rispondo: Credo in un Dio 

Solo ed eterno, che tutto il ciel move, 
Non moto, con amore e con disio. 

Ed a tal creder non ho io pur prove 
Fisice e metafisice, ma dalmi 
Anche la Verità che quinci piove 

Per Moisò, per Profeti, e per Salmi, 
Per r Evangelio, e per voi che scrìTCSte. 
Poiché r ardente Spirto vi fece almi; 

E eredo in tre Persone eteme , e queste 
Credo una Essenza si una e si trina. 
Che sofferà congiunto sunt et este. 

Della profonda condizion divina 
eh* io tocco mo , la mente mi sigilla 
Più volte 1* evangelica dottrina. 

Queste il principio, quest*é la favilla 
Che si dilata in fiamma poi vivace , 
'^, come stella in cielo, in me sciotiUa. 



CANTO VENTESIMOQUARTO. 567 

il Signor eh* ascolta quel che i piace , 
I>a. indi abbraccia il servo, gratulando 
Per la novella, tosto eh* ei si tace ; 

\8l, benedicendomi cantando, 
Tre volte cinse me, si com*io tacqui, 
U apostolico Lume, al cui comando 

; area detto; si nel dir gli piacqui. 



568 n. PARADISO. l'i^ 

CANTO VENTESIMOQUINTO. 



ARGOMENTO. 



Quegli, p*r cui Qaliaia ancor a' onora , 
Ed or è Ìt§m0 nMa pura stanza 
JVa qn«i che un «olo oggetto sì innam ora , 

Gkiédc tre cose intomo alla Speranti, 
Una Beatrice, due ne scioglie Dami* : 
Giovanni Evangelista indi «' avaetga 

f^ra V altre due faeette «teme sanie. 



Se mai contìnga che il Poema sacro, 
Al quale ha posto mano e cielo e terra* 
SI che m' ha fatto per più anni macro, 

Vinca la crudeltà, che toor mi serra 
Del bello oTile , ov* io dormii agnello 
Nimico a* lupi, che gli danno guerra; 

Ck>n altra voce omai, con altro vello 
Ritornerò poeta, ed in sul Fonte 
Del mio Battesmo prenderò il cappello; 

Perocché nella Fede, che fa conte 
I.' anime a Dio, quivi entra* io, e poi 
Pietro per lei si mi girò la fronte. 



13-39 CANTO VENTESIMOQUINTO. 569 

Indi si mosse un Lume Terso noi 

Di quella schiera, ond' usci la Primizia 
Che lasciò Cristo de* Vicaij suoi. 

E la mia Donna piena di letizia 

Mi disse: Mira, mira, ecco il Barone, 
Per cui laggiù si visita Galizia. 

Si come quando il colombo si pone 

Presso al compagno, r uno air altro pande, 
Girando e mormorando, T affezione; 

Cosi vid' io r un dall' altro grande 
Principe glorioso essere accolto , 
Laudando il Cibo che Lassù si prande. 

Ma poi che il gratular si fu assolto, 
Tacito coram me ciascun s' affisse , 
Ignito si, che vinceva il mio volto. 

Ridendo allora Beatrice disse: 
Inclita vita, per cui V allegrezza 
Della nostra Basìlica si scrisse. 

Fa risonar la Speme in questa altezza: 
TU sai che tante volte la figuri. 
Quante Gesù a' Tre fé* più chiarezza. 

Leva la testa, e fa che t* assecuri; 

Che ciò che vlen quassù del mortai mondo, 
Convien eh' a' nostri raggi si maturi. 

Quetto conforto del Fuoco secondo 

NI venne; ond' io levai gli occhi a' Monti, 
(he gl'incurvaron pria col troppo pondo. 



570 IL PARADISO. 4046 

Poiché per grazia vuol che tu t* affronti 
Lo nostro Imperadore, anzi la morte, 
Neir Aula più segreta co* suoi Conti, 

Si che, veduto il ver di questa Corte, 
La Speme, che laggiù bene innamora» 
In te e in altrui di ciò conforte; 

I^* quel che eli* ò , e come se ne infiora 
La mente tua , e di* onde a te venne: 
Cosi segui *1 secondo Lume ancora. 

E quella Pia, che guidò le penne 
Delle mie ali a cosi alto volo. 
Alla risposta cosi mi prevenne: 

La Chiesa militante alcun figliuolo 

Non ha con più speranza, com* ó scritto 
Nel Sol che raggia tutto nostro stuolo; 

Però gli ò conceduto che d* Egitto 
Vegna in Gerusalemme per vedere, 
An^ che il militar gli sia prescritto. 

ali altri due punti, che non per sapere 
Son dimandati , ma perch* ei rapporti 
Quanto questa virtù t* é in piacere, 

A lui lasc* io, che non gli saran forti. 
Nò di jattanza; ed egli a ciò risponda; 
E la grazia di Dio ciò gli comporti. 

Come discente, eh* al Dottor seconda 

Pronto e libente in quel eh* egli ó esperto, 
^erchò la sua bontà si disasconda; 



7-93 CANTO YENTESIMOQUINTO. 571 

^peme, diss* io, é uno attender certo 
Della Gloria futura, il qual produce 
Grazia divina e precedente merto. 

Da molte stelle mi vien questa luce; 
Ma quei la distillò nel mio cor pria, 
Che fu sommo cantor del sommo Duce. 

Sperino in te, neir alta Teodia, 
Dice , color che sanno il nome tuo : 
E chi noi sa, s* egli ha la fede mia? 

Tu mi stillasti con lo stillar suo 

Neir Epìstola poi , si eh* io son pieno, 
E in altrui vostra pioggia repluo. 

Mentr* io diceva, dentro al vivo seno 
Di quello incendiò tremolava un lampo 
Subito e spesso, a guisa di baleno. 

Indi spirò: L* amore , ond* io avvampo 
, Ancor vèr la Virtù che mi seguette 
Infln la palma, ed air uscir del campo, 

Vuol eh* io respiri a te, che ti dilette 
Di lei , ed emmi a grato che tu diche . 
Quello che la Speranza ti promette. 

Edio: Le Nuove e le Scritture Antiche 
Pongono il segno (ed essa lo mi addita) 
Dell* anime che Dio s* ha fatte amiche. 

Dice Isaia, che ciascuna vestita 

Nella sua Terra fla di doppia vesta ; 
E la sua terra é questa dolce vita. 



572 IL PARAI>ISO. 9i-lft) 

E il tuo Fratello assai Tie più digesta, 
L& doTe tratta delle bianche Stole, 
Questa rivelazion ci manifesta. 

B prima, presso il fin d*este parole, 
Sperent intendi sopra noi s* udì ; 
A che risposer tutte le carole ; 

Poscia tra esse un Lume si schiari , 

Si che, se il Cancro avesse un tal cristallo- 
Il Verno avrebbe un mese d* un sol di. 

E come surge, e va, ed entra in ballo 
Vergine lieta sol per fare onore 
Alla novizia, non per alcun fallo; 

Così vid* io lo schiarato splendore 

Venire a* due, che si volgeano a ruota, 
Qual conveniasi al loro ardente amore. 

Misesi li nel canto e nella nota, 

E la mia Donna in lor tenne V aspetto, 
Pur come sposa tacita ed immota. 

Questi d Colui che giacque sopra il petto 
Del nostro Pellicano , e Questi Aie 
Di su la Croce al grande ufficio eletto. 

La Donna mia cosi ; nò però pine 
Mosser la vista sua da stare attenta 
Poscia, che prima, le parole sue. 

Quale ò colui ch'adocchia, e s* argomenta 
Di vedere eclissar lo Sole «in poco,» 
'Ile per veder non vedente diventa; 



:i 21-139 CANTO VENTESIMOQUINTO. 573 

"Xal mi fec* io a queir ultimo ftioco, 
Mentrechò detto fu : Perché t* abbagli 
Per veder cosa, che qui non ha loco? 

In Terra é terra il mio corpo, e saragli 
Tanto con gli altri , che il numero nostro 
Con 1* eterno proposito s' agguagli. 

Con le due stole nel beato l^hiostro 
Son le due Luci sole che salirò; 
B questo apporterai nel mondo vostro. 

A questa voce r infiammato giro 
Si quietò con esso il dolce mischio, 
Che si fleicea del suon nel trino spiro; 

Si come, per cessar fatica o rischio, 
Gli remi , pria neir acqua ripercossi , 
Tutti si posan al sonar d* un fischio. 

Ahi, quanto nella mente mi commossi, 
Quando mi volsi per veder Beatrice , 
Per non poter vederla, ben eh* io fossi 

Presso di lei, e nel mondo felice 1 



574 n» PARADISO. 1-K 

CANTO VENTESIMOSESTO. 



ARGOMENTO. 

Ch' egli ama Dio Dante a Giovanni apiega, 
E ohe a ciò H iraeae in^eUigenam e /«da , 
Onde conobbe il Ben ohe V alme lega. 

Poi vestito di luce Adamo vede, 
Lo quale brevemente aoddiafaee 
^ quanto ei col deairo in ano cor éMada, 

FoicM ai legge là quanto aUri tace. 



Mentr' io dubbiava per lo viso spento, 
Della fulgida fiamma che lo spense 
Usci uno spiro che mi fece attento. 

Dicendo: intanto che tu ti risense 
Della vista che hai in me consunta, 
Ben è che ragionando la compenso. 

Comincia dunque, e di' ove s' appunta 
L' anima tua, e fa ragion che sia 
La vista in te smarrita e non defunta: 

Perché la Donna, che per questa dia 
Region ti conduce, ha nello sguardo 
% virtù eh* ebbe la man d' Anania. 



13-39 CANTO VENTESIMOSESTO. 575 

o dissi : Al suo piacere e tosto e tardo 
Vegna rimedio af?li occchi che fftr porte, 
Qaand* ella entrò col ftioco, ondMo sempr^ardo. 

LiO Ben, che fa contenta questa Corte, 
Alfa ed Omega d di quanta scrittura 
Mi legge amore o lievemente o forte. 

Quella medesma voce, che paura 

Tolta m' avea del subito abbarbaglio. 
Di ragionare ancor mi mise in cura; 

E disse : Certo a più angusto vaglio 
Ti conviene schiarar; dicer convienti 
Chi drizzò l' arco tuo a tal bersaglio. 

Ed io: Per filosofici argomenti , 
E per autorità che quinci scende. 
Cotale amor convien che in me s'impronti; 

Che il bene, in quanto ben, come s' intende. 
Cosi accende amore, e tanto maggio, 
Quanto più di bontate in sé comprende. 

Dunque air Essenza, ov* é tanto avvantaggio. 
Che ciascun ben che fuor di lei si trova 
Altro non ò che di suo lume un raggio, 

Più che in altra convien che si muova 
La mente , amando, di ciascun che cerne 
Lo vero, in che si fonda questa prova. 

Tal vero allo intelletto mio sterne 

Colai, che mi dimostra il primo Amore 
Di tutte le sustanze sempiterne. 



576 IL PARADISO. 40-66 

Sternel la Toce del verace Autore, 
Cb« dice a Moisò, di sé parlando: 
Io ti farò vedere ogni valore. 

Sternilmi tu ancora, incominciando 
L* alto Preconio, che grida V arcano 
Di qui laggiù, sovra ad ogni altro bando. 

Ed io udi*: Per intelletto umano, 
E per autoritade a lui concorde , 
De' tuoi amori a Dio guarda il sovrano. 

Ma di' ancor, se tu senti altre corde 
Tirarti verso lui , si che tu suono 
Con quanti denti quesV amor ti morde. 

Non Al latente la santa intenzione 

Deir Aquila di Cristo, anzi m* accorsi 
Ove menar volea mia professione. 

Però ricominciai: Tutti quei morsi. 
Che posson far k> cuor volger a Dio, 
Alla mia caritate son concorsi ; 

Che Tessere del mondo, e Tesser mio, 
ha. morte eh' el sostenne perch* io TivSt 
E quel che spera ogni fedel, com* io. 

Con la predetta conoscenza viva, 

Tratto m* hanno del mar delT amor torto, 
B del diritto m' han posto alla riva. 

Le fronde, onde s' infronda tutto V orto 
Dell' Ortolano eterno, am' io cotanto 
Quanto da lui a lor di bene è porto. 



67-93 CANTO VENTESmOSESTO. 577 

Si com' io tacqui, un dolcissimo canto 
Risonò per lo Cielo, e la mia Donna 
Dicea con gli altri: Santo^ Santo, Santo. 

E come al lume acuto si dissonna 
Per lo spirto visivo che ricorre 
Allo splendor che va di gonna in gonna, 

E lo svegliato ciò che vede abborre, 
Si nescia é la sua subita vigilia. 
Fin che la stimativa noi soccorre ; 

CJosi degli occhi miei ogni quisquilia 
Fugò Beatrice col raggio de' suoi , 
Che rifulgevan più di mille milia; 

Onde, me' che dinanzi , vidi poi, 
B quasi stupefatto dimandai 
D' un quarto Lume, eh' io vidi con noi. 

E la mia Donna: Dentro da que' rai 

Vagheggia il suo Pattor l' anima prima. 
Che la prima Virtù creasse mai. 

Come la fronda, che flette la cima 
Nel transito del vento, e poi si leva 
Per la propria virtù che la sublima, 

Fec' io in tanto quanto ella diceva , 
Stupendo ; e poi mi rifece sicuro 
Un disio di parlare , ond' io ardeva. 

E cominciai: O Pomo, che maturo 
Solo prodotto fosti , o Padre antico , 
A cui ciascuna sposa ò Alia e nuro, 

37 



578 IL PARADISO. M>W 

Devoto, quanto posso, a te supplico 
Perché mi parli; tu vedi mia voglia, 
B, per udirti tosto, non la dico. 

Tal volta un animai coverto broglia 
Si, che r affetto convien che si paia 
Per lo seguir che fiace a lui r invoglia: 

B similmente V anima primaia 
Mi fàcea trasparer per la coverta 
Quant' ella a compiacermi venia gaia. 

Indi spirò: Senz* essermi proferta 
Da te la vogUa tua discerno meglio 
Che tu qualunque cosa Ve più certa; 

Perch* io la veggio nel verace Speglio 
Che fa di sé pareglio ali* altre cose, 
B nulla f)ace lui di so pareglio. 

Tu vuoi udir quant* è che Dio mi pose 
Neir eccelso Giardino, ove costei 
A cosi lunga scala ti dispose; 

E quanto fu diletto agU occhi miei, 
E la propria cagion del gran disdegno' 
B r Idioma eh* usai e eh* io féi. 

Or , flgliuol mio , non il gustar del legno 
Fu per sé la cagion di tanto esilio. 
Ma solamente il trapassar del segno. 

Quindi, onde mosse tua Donna Virgilio, 
Quattromila trecento e due volumi 
Di Sol desiderai questo Concilio; 



91-142 CANTO VENTESIMOSESTO. 579 

B Tidi lui tornare a tutti 1 lumi 
Della sua strada novecento trenta 
Fiate , mentre eh* io in terra Ai' mi. 

LA Lingua eh* io parlai, Ai tutta spenta 
Innanzi che air ovra inconsumabile 
Fosse la gente di Nembrotte attenta; 

Che nullo effetto mai razionabile , 
Per lo piacere uman , che rinnovella 
Seguendo il Cielo, sempre Ai durabile. 

Opera naturale ò ch*uom fòvella; 
Ma', cosi o cosi, Natura lascia 
Poi tare a voi secondo che v* abbella. 

Pria eh* io scendessi air infernale ambascia, 
El s* appellava in terra il sommo Bene, 
Onde vien la letizia che mi ftiscia; 

BlI 8i chiamò poi : e ciò conviene; 
Che r UBO de* mortali é come fronda 
In ramo, che sen va, ed altra viene. 

Nel Monte, che si leva più dall* onda. 
Fu* io , con vita pura e disonesta , 
Dalla prim* ora a quella eh* è seconda , 

Come il Sol muta quadra, ali* ora sesta. 



580 IL PARADISO. I-I? 

CANTO VENTESIMOSETTIMO. 



ARGOMENTO. 

Contro i Pasior non buoni arde di sdegno 
Dtgìi Apostoli il ÌVmmo, « •» r€tmmarea, 
Ck9 mal »* occupi il ano loco tH d«gn«, 

Bd ecco che il Poeta intanto varca 
M nono Cielo lucido e feliee. 
Qual natura e «irti^ fra gli altri H tnarca 

L\ pienamente a lui apiega Beatrice. 



Al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo 
Cominciò Gloria tutto il Paradiso, 
Si che m' inebriava il dolce canto: 

Ciò eh' io vedeva, mi sembrava un riso 
Deir universo ; perché mia ebbrezza 
Entrava per V udire e per lo viso. 

O gioia 1 o ineffabile allegrezza I 
O vita intera d' amore e di pace ! 
O senza brama sicura ricchezza I 

Dinanzi agli occhi miei le quattro face 
Stavano accese , e quella che pria venne 
Incominciò a farsi più vivace; 



13-39 CANTO VENTESIMOSETTIMO. 581 

E tal nella sembianza saa divenne, 
Qual diverrebbe Giove, s' egli e Marte 
Fossero augelli, e cambiassersi penne. 

La Provvidenza, che quivi comparte 
Vice ed ufficio , nel beato Coro 
Silenzio posto avea da ogni parte, 

Quand* io udi": Se io mi trascoloro. 
Non ti maravigliar; che, dicend* io. 
Vedrai trascolorar tutti costoro. 

Quegli che usurpa in terra il loco mio. 
Il loco mio, il loco mio, che vaca 
Nella presenza del Figliuol di Dio, 

^atto ha del Cimitero mio cloaca 
Del sangue e della puzza, onde il Perverso, 
Che cadde di quassù , laggiù si placa. 

)i quel color, che, per lo Sole avverso. 
Nube dipinge da sera e da mane, 
Vid' io allora tutto il Ciel cosperso: 

1 come doana onesta che permane 
Di sé sicura, e, per l'altrui fallanza. 
Pure ascoltando, timida si fané, 

osi Beatrice trasmutò sembianza; 
B tal* eclissi credo che in Ciel ftie, 
Quando pati la suprema Possanza. 

oi procedetter le parole sue 
Con voce tanto da sé trasmutata, 
Che la sembianza non si mutò pine: 



58? IL PARADISO. *^' 

Non Al la Sposa di Cristo allevata 

Del Sangue m'o, di Lin , di quel di Cletc. 
Per essere ad acquisto d* oro nsata; 

Ma per acquisto d* esto Viver lieto 
E S sto e Pio e Calisto e Urbano 
Sparaer lo sangue dopo molto fleta 

Non Al nostra intenzion eh* a destra muto 
De* nostri Saccessor parte sedesse, 
Parte dair altra, del popol cristiano; 

Né che le Chiavi , che mi fùr concesse, 
Divenisser segnacolo in vessillo. 
Che centra i battezzati combattesse; 

Né eh* io fossi figura di sigillo 
A privilegi venduti e mendaci, 
Ond* io sovente arrosso e disfkviUo^ 

In vesta di pastor lupi rapaci 

Si veggion di quassù per tutti i ptsdii: 
O difesa di Dio, perché pur giaci I 

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi 
S'apparecchian di bere: o buon principio 
A che vii fine eonvien che tu caschi I 

Ma 1* alta Provvidenza, che con Scipio 
Difese a Roma la Gloria del mondo. 
Soccorra tosto, si com* io concipio. 

R tu, ilgliuol, che per lo mortai pondo 
Ancor giù tornerai, apri la bocca, 
E non asconder quel eh* io non ascondo. 



|r7»93 CANTO VENTBSIMOSETTIMO. 583 

come di vapor gelati fiocca 

In ginso r aer nostro, quando il corno 

Della Capra del elei col Sol si tocca; 

In su Tid* io coti r Etere adorno 

Parsi, e fioccar di Vapor trionfanti, 
Che flitto avean eoa noi quivi soggiorno. 

l>o viso mfo seguiva i suoi sembianti, 
E segui, fin che il mezzo , per lo molto , 
ali tolse il trapassar del più avanti. 

Onde la Donna , che mi vide asciolto 
Deir attendere in su, mi disse: Adima 
n viso, e guarda come tu se* vòlto. 

Dair ora eh* io avea guardato prima , 
I* vidi mosso n^e per tutto r arco 
Che fa dal mezzo al fine il primo clima ; 

Si eh* io vedea di là da Gade il varco 
Folle d* Ulisse, e di qua presso il lito, 
Nel qual si fece Buropa dolce carco. 

B più mi fora discoverto il sito 

Di questa Aiuola; ma il Sol procedea, 
Sotto i miei piedi, un segno e più partito. 

La mente innamorata, che donnea 
Con la mia Donna sempre, di ridnre 
Ad essa gli occhi più che mai ardea. 

E se Natura o Arte fé* pasture 

Da pigliar occhi per aver la mente. 
In carne umana , o nelle sue pinture , 



584 IL PARADISO. 94-1» 

Tutte adunate parrebber niente 
Vèr lo Piacer divin che mi riftilse. 
Quando mi volsi al suo viso ridente. 

B la virtù, che lo sguardo m' indulse, 
Del bel nido di Leda mi divelse, 
E nel Ciel velocissimo m' impulse. 

Le parti sue vivissime ed eccelse 
Si uniformi son, eh' io non so dire 
Qual Beatrice per luogo mi scelse. 

Ma ella, che vedeva il mio disire. 
Incominciò, ridendo, tanto lieta. 
Che Dio parea nel suo volto gioire: 

La natura del moto che quieta 

Il mezzo, e tutto r altro intorno muove, 
Quinci comincia come da sua méta. 

E questo Cielo non ha altro dove 

Che la Mente divina, in che s* accende 
L' amor che il volge e la virtù eh' ei piove. 

Luce ed Amor d* un cerchio lui comprende, 
Si come questo gli altri; e quel Precinto 
Colui che il cinge solamente intende. 

Non é suo moto per altro distinto ; 
Ma gli altri son misurati da questo , 
Si come diece da mezzo e da quinto. 
E come il tempo tegna in cotal testo 
^e sue radici, e negli altri le fronde, 
"mai a te puof esser manifesto. 



121'148 CANTO V£NT£SIMOS£TTIMO. 585 

O Cupidigia, che i mortali affondo 
Si sotto te, che nessuno ha podere 
Di trarre gli occhi fuor delle tue onde ! 

Ben fiorisca negli uomini il yolere; 
Ma la pioggia continua converte 
In bozzacchioni le susine vere. 

Fede e innocenza son reperto 
Solo ne*parvoIetti; poi ciascuna 
Pria fugge, che le guance sien coperte. 

Tale, balbuziendo ancor, digiuna, 
Che poi divora, con la lingua sciolta, 
Qualunque cibo per qualunque luna; 

E tal balbuziendo, ama ed ascolta 

La madre sua, che con loquela intera , 
Disia poi di vederla sepolta. 

Cosi si fa la pelle bianca nera 

Nel primo aspetto della bella figlia 

Di Quel che apporta mane e lascia sera. 

Tu, perché non ti fticci maraviglia. 
Pensa che in terra non é chi governi : 
Onde si svia r umana famiglia. 

Ma prima che gennaio tutto si sverni. 
Per la Centesma eh* ò laggiù negletta, 
Ruggeran si questi cerchi superni , 

Che la fortuna, che tanto s* aspetta, 
Le poppe volgerà u' son le prore. 
Si che la classe correrà diretta; 

E vero frutto verrà dopo il fiore. 



586 IL PARADISO. *-*' 



CANTO VENTESIMOTTAVO. 



ARGOMENTO. 



guai» ai occhio mortai divim^ JESst 

Moctrar ai pmeU, in un FUnto di Ime» 
Appara a Dante, ond* ein'ha eonoteoHMO. 

httomo intomo Amor tempro conduco 
jroM lucidi cordi* innamormH 
M primo Punto, che di tutto è Dueof 

E Cori tono d* Angeli boati. 



Poscia che incontro alla vita presente 
De' miseri mortali aperse il vero 
Quella che imparadisa la mia mente; 

Come in ispecchlo fiamma di doppiere 
Vede colui che se n* alluma dietro. 
Prima che V abbia in vista od in pensiero. 

B so rivolve, per veder se il vetro 
Gli dice il vero , e vede eh' el s' sccord» 
Con esso, come nota con suo metro; 

Cosi la mia memoria si ricorda 

ch' io feci, riguardando ne' begli occhi, 
Onde a pigliarmi fece Amor la corda. 



18-39 . CANTO YENTESIMOTTAVO. 587 

Vs com* io mi rivolsi , e fttron tocchi 

Li miei da ciò che pare in quel Volarne, 
Quandunqae nel suo giro ben s* adocchi, 

un Punto ridi che raggiava lume 
Acuto 8i, che il viso, eh* egli affoca, 
Chiuder conviensi , per lo forte acume. 

E quale stella par quinci più poca, 
Parrebbe Luna, locata con esso. 
Come stella con stella si colloca. 

Forse cotanto, quanto pare appresso 
Alo cinger la luce che il di pigne , 
Quando il vapor che il porta più é spesso , 

Distante intorno al Punto un Cerchio d* igne 
Si girava si ratto, ch*avria vinto 
Quel moto che più tosto il mondo cigne. 

E questo era d* un altro circuncinto, 

B quel dal terzo, e il terzo poi dal quarto, 
Dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto. 

Sovra seiuiva il settimo si sparto 

Già di larghezza, che il Messo di Juno 
Intero a contenerlo sarebbe arto. 

Cosi r ottavo e il nono: e ciascheduno 
Più tardo si movea , secondo eh* era 
In numero distante più dair uno. 

B quello avea la fiamma più sincera , 
Cui men distava la Favilla pura; 
Credo però che più di lei s' invera. 



588 IL PARADISO. 40-€f> 

La Donna mia, che mi vedeva in cura 
Forte sospeso, disse: Da quel Punto 
Depende il Cielo e tutta la Natura. 

Mira quel Cerchio che più gli ò congiunto; 
E sappi che il suo movere ò si tosto 
Per r affocato amore , ond' egli ó punto. 

Ed io a lei: Se il Mondo fosse posto 

Con r ordine eh' io veggio in quelle Ruote. 
Sazio m' avrebbe ciò che m* é proposto. 

Ma nel Mondo sensibile si puote 
Veder le Vòlte tanto più divine , 
Quant* elle son dal centro più remote. 

Onde , se il mio disio dee aver fine 
In questo miro ed angelico Tempio, 
Che solo Amore e Luce ha per confine. 

Udir convienimi ancor come V esemplo 
E « r esemplato » non vanno d' un modo; 
Che io per me indarno a ciò contemplo. 

Se li tuoi diti non sono a tal nodo 
Sufficienti, non ò maraviglia; 
Tanto per non tentare è fatto sodo. 

Cosi la Donna mia; poi disse : Piglia 
Quel eh' io ti dicerò se vuoi saziarti, 
E intomo da esso t* assottiglia. 

Li Cerchi corporali enno ampj ed arti, 
Secondo il più e il men della virtute, 
^ si distende per tutte lor parti. 



67-93 CANTO VENTESIMOTTAVO. 589 

Maggior bontà vuol far maggior salute ; 
Maggior salute maggior corpo cape, 
S* egli ha le parti ugualmente compiute. 

Dunque Ck>stui, che tutto quanto rape 
L' alto Universo seco , corrisponde 
Al Cerchio che più ama , e che più sape. 

Perchè , se tu alla virtù circonde 
La tua misura, non alla parvenza 
Delle Sustanze che Vappaion tonde, 

Tu vederai mirabil convenenza, 

Di maggio a più, e di minore a meno. 
Di ciascun cielo , a sua intelligenza. 

Come rimane splendido e sereno 

L* Emisperìo dell* aere, quando soffia 
Borea dalla guancia, ond* è più leno. 

Perchè si purga e risolve la roffla 

Che pria '1 turbava , si che il ciel ne ride 
Con le bellezze d* ogni sua paroffla; 

Cosi fec' io, poi che mi provvide 

La Donna mia del suo risponder chiaro , 
E, come stella in cielo, il ver si vide. 

E poi che le parole sue restaro, 
Non altrimenti ferro disfavilla 
• Che bolle , come i cerchi sfavillaro. 

Lo incendio lor seguiva ogni scintilla; 
Ed eran tante, che il numero loro 
Più che il doppiar degli scacchi s' imm*' 



500 IL PARADISO. 94-UO 

Io sentila osannar di Coro in Coro 
Al Ponto fisso che gli tiene all' ubi , 
E terrà sempre, nel qaal sempre fdro; 

B quella, che vedea i pensier dabi 

Nella mia mente, disse: I cerchi primi 
T* hanno mostrato i Serafl e i Cherahi. 

Goal Teloci seguono i suoi vimi 

Per simigliarsi al Pmito quanto ponnOi 
B posson quanto a veder son sublimi. 

Quegli altri Amor, che dintorno gli Tonno, 
Si chiaman Troni del divino Aspetto, 
Perché il primo ternaro terminonno. 

B dèi tover che tutti hanno diletto. 
Quanto la sua veduta si profonda 
Nel Vero, in che si queta ogn' intelletto. 

Quinci si può veder come si fonda 
L' esser beato nell' atto che vede , 
Non in quel eh' ama, che poscia seconda 

B del vedere ò misura mercede. 

Che grazia partorisce e buona voglia: 
Cosi di grado in grado si procede. 

L* altro ternaro, che cosi germoglia 
In questa Primavera sempiterna. 
Che notturno ariète non dispoglia, 

Perpetualemente Osanna sverna 

Con tre melode, che suonano in tree 
>dini di letizia, onde sMnterna 



121-139 CANTO VENTESIMOTTAVO. 591 

Ln essa gerarchla son le tre Dee, 
Prima Dominazioni, e poi Virtudi. 
L.* ordine terzo di Podestadi ee. 

Poscia ne* due penultimi tripudi 
Principati ed Arcangeli si girano; 
L* ultimo é tutto d' Angelici ludi. 

Questi Ordini di su tutti rimirano, 
B di giù vincon ai, che verso Dio 
Tutti tirati sono , e tutti tirano. 

E Dionisio con tanto disio 

A contemplar questi Ordini si mise , 
Che li nomò e distinse com* io. 

Ma Gregorio da lui poi si divise: 
Onde, si tosto come gli occhi aperse 
In questo Ciel, di sé medesmo rise. 

E se tanto segreto ver proferse 

Mortale in terra, non voglio che ammiri; 
Chò Chi '1 vide quassù gliel dlscoverse 

Con altro assai del ver di questi giri. 



592 IL PARADISO. 1-12 

CANTO VENTESIMONONO. 



ARGOMENTO. 

Nella divina MaesiaU intenda 

IdubbJ da Poeta la twn Guida, 

S gliene epiega ei, che gli e&wipremde. 

Poi eontra ifalei teologi grida , 

E eoftira gli orator eaeri , che ciance 
S motti dieon eoi perchè ei rìda / 

Thl che non ewma U ver nelle lor j 



Qaando ambedue li figli di Latona, 
Coverti del Montone e della Libra , 
Panno deir orizzonte insieme zona , 

Quant* ò dal punto che li tiene In libra, 
Infin che V uno e 1* altro da quel cinto, 
Cambiando r emisperio , si dilibrà; 

Tanto, col volto di riso dipinto, 
Si tacque Beatrice, riguardando 
Fiso nel Punto che m' aveva vinto. 

Poi cominciò: Io dico, e non dimando 

Quel che tu vuoi udir, perch' io Y ho visto, 
"•ve s'appunta ogni ubi ed ogni quando. 



1.3-39 CANTO YBNTESIMONONO. 5(^3 

^on per avere a sé di bene acquisto, 

eh* esser non può , ma perché suo splendore 
Potesse , risplendendo , dir: sussisto; 

[n sua eternità, di tempo fuore, 

Fuor d'ogni altro comprender, cornei piacque, 
S* aperse in nuovi amor l'eterno Amore. 

Nò prima, quasi torpente, si giacque; 
Che né prima né poscia precedette 
Lo discorrer di Dio sovra quest' acque. 

Forma e Materia congiunte e purette 
Uscirò ad atto che non avea follo , 
Come d* arco tricorde tre saette ; 

E come in vetro , in ambra od in cristallo 
Raggio risplende si , che dal venire 
Air esser tutto non é intervallo; 

Ck>si il triforme effetto dal suo Sire 
Neir esser suo raggiò insieme tutto. 
Senza distlnzion neir esordire. 

Concreato fu ordine e costrutto 
Alle Sustanze , e quelle fùron cima 
Del mondo, in che puro Atto fU produtto. 

Pura potenza tenne la parte ima ; 
Nel mezzo strinse Potenza con Atto 
Tal vime, che giammai non si divima. 

Jeronimo vi scrisse lungo tratto 
Di secoli , degli Angeli , creati 
Anzi che i' altro mondo fosse fatto ; 

38 



594 VU PARADISO. 40f« 

Ma questo Tero é scritto in mq^ti lati 
Dagli Scrittor dello Spirito Saato; 
E tu lo vederai, se ben ne guaU. 

E anche la ragion lo vede alquanto. 
Che non concederebbe che i Motori 
Senza sua perfezion fosser cotanto. 

Or sai tu dove e quando questi Amori 
Furon creati, e come; si che spenti 
Nel tuo disio gi& sono tre ardori. 

Né giugneriesi, numerando, al venti 
Si tosto , come degli Angeli parte 
Turbò il Suggetto de' vostri Elementi. 

L* altra rimase, e cominciò quest* arte 
Che tu discerni, con tanto diletto. 
Che mai dal circuir non si diparte. 

Principio del cader fu il maladetto 
Superbir di Colui, che tu vedesti 
Da tutti i pesi del mondo costretto. 

Quelli, che vedi qui, fUron modesti 
A riconoscer sé della Bontate, 
Che gli avea fotti a tanto intender pp»ti; 

Perché le viste lor fU^o esaltate 

Con Grazia illuminante , e con lor merto. 
Si e' hanno piena e ferma volontaie. 

E non voglio che dubbi, ma aie certo « 
Che ricever la Grazia é meritorio. 
Secondo che V affetto V é aperto. 



57-93 CANTO YENTESIMONONO. 565 

Ornai dintorno a questo Concistorio 
Puoi contemplare assai, se le parole 
Mie son raccolte, senz' altro aiutorio. 

Ma, perchè in terra per le vostre scuole 
Si legge che r Angelica natura 
È tal, che intende, e si ricorda, e Tuole, 

Ancor dirò, perchè tu veggi pura 
La verità che laggiù si confonde, 
Equivocando in si fotta lettura. 

Queste Susrtanze, poiché far gioconde 
Della faccia di Dio, non volser viso 
Da essa, da cui nulla si nasconde; 

Però non hanno vedere interciso 

Da novo obbietto , e però non bisogna 
Rimemorar per concetto diviso. 

Si che laggiù non dormendo si sogna, 
Credendo e non credendo dicer vero; 
Ma neir uno è più colpa e più vergogna. 

Voi non andate giù per un sentiero 
Filosofando; tanto vi trasporta 
L' amor dell* apparenza e il suo pensiero. 

E ancor questo quassù si comporta 

Con man disdegno, che quando è posposta 
La divina Scrittura, o quando è to^ta. 

Non vi si pensa quanto sangue costa 
Seminarla nel mondo, e quanto piace 
Chi umilmente con essa s' accosta. 



596 IL PARADISO. ^>*-^- 

Per apparer ciascun s' ingegna e ftwse 
Sue inyensioni, e quelle son trascorse 
Da' predicanti , e il Vangeli© si tace. 

Un dice, che la Luna si ritorse 

Nella Passion di Cristo , e s' interpose, 
Perché '1 lume del Sol giù non si porse: 

E altri, che la luce si nascose 

Da sé; però agi' Ispani e agi* Indi, 
Com* a' Giudei, tale eclissi rispose. 

Non ha Firenze tanti Lapi e Bindi, 
Quante si fatte fàvole per anno 
In pergamo si gridan quinci e quindi; 

Si che le pecorelle, che non sanno, 
Tornan dal pasco pasciute di vento, 
E non « li » scusa non veder lor danno. 

Non disse Cristo al suo primo Convento: 
Andate, e predicate al mondo ciance; 
Ma diede lor verace fondamento: 

E quel tanto sonò nelle sue guance, 
Si eh' a pugnar per accender la Fede, 
Deir Evangelio fero scudi e lance. 

Ora si va con motti e con iscede 
A predicare, e pur che ben si rida, 
Gtonfla il cappuccio, e più non si richiede. 

Ma tale uccel nel becchetto s' annida, 
Che se il vulgo il vedesse, Tederebbe 
La perdonanza di che si confida; 



•^ 1-145 CANTO VENTESIMONONO. 597 

^er cui tanta stoltezza in terra crebbe, 
Che, senza prova d* alcun testimonio, 
Ad ogni promission si converrebbe. 

Di qaesto ingrassa il porco Sant' Antonio, 
Ed altri assai, che son peggio che porci, 
Pagando di moneta senza conio. 

Ma perché sem digressi assai, ritorci 
Gli occhi oramai verso la dritta strada, 
SI che la via col tempo si raccorci. 

Questa natura si oltre s' ingrada 

In numero, che mai non fu loquela. 
Né concetto mortai, che tanto vada. 

E se tu guardi quel che si rivela 

Per Daniel y vedrai che in sue migliaia 
Determinato numero si cela. 

La prima Luce, che tut^ la raia. 
Per tanti modi in essa si recepe. 
Quanti son gli splendori a che s* appaia. 

Onde, però che ali* atto che concepe 
Segue r affetto, d* amor la dolcezza 
Diversamente in essa ferve e tepe. 

Vedi r eccelso omai e la larghezza 
Dell* eterno Valor, poscia che tanti 
Speculi fatti s' ha, in che si spezza. 

Uno manendo in sé, come davanti. 



508 IL PARADISO. J-^* 



CANTO TRENTESIMO. 



ARGOMENTO. 

Heìl* empireo del veOeai Immm 
JPVa Sue rÌ99ftorUe: aìUfaviJU 
Vengono e vanno a H mirtea HIMM. 

JVtcto il Pà0ta aguean tue pupillo, 
B allor vet^ eoser gli Angeli e i Boati 
guet ehepareano veloci eeinUUo, 

E fulgor puri agli occhi apprcoentoH. 



Forse semila miglia di lontano 

Ci ferve V ora sesta, e questo mondo 
China già T ombra quasi al letto plano, 

Quando 11 mezzo del cielo a noi profondo 
comincia a farsi tal, che alcuna stella 
Perde il parere inflno a questo fondo; 

E come vien la chiarissima ancella 
Del Sol più oltre, cosi il ciel si chiude 
Di vista in vista infino alla pid beila; 

Non altrimenti il Trionfo, che lude 
Sempre dintorno al Punto che mi vinse. 
Parendo inchiuso da quel eh' egli inchiudr 



lS-39 CANTO iTtENTEStMO. 590 

A poco a poco al mio reàer bì stinse; 
Perché tornar con gli occhi a Beatrice 
Nulla vedere ed amor mi costrinse. 

Se quanto indno a qui di lei si dice 
Posse conchiuso tutto in una loda, 
Poco sarebbe a fornir questa vice. 

La bellezza eh* io vidi si trasmoda 

Non pur di là da noi , ma certo io credo 
Che solo 11 suo Fattor tutta la goda. 

Da questo passo vinto mi concedo. 
Più che glatnmai da punto di suo tema 
Suprato fosse comico o tragedo. 

Che , come Soie il viso che più trema, 
Cosi lo rhnembrar del dolce riso 
La mente mia da sé medesteo scema. 

Dal primo giorno eh' io vidi il suo viso 
In questa vita, insino a questa vista, 
Non e il seguire al mio cantar preciso; 

Ma or convien che il mio seguir desista 
Più dietro a sua bellezza, poetando. 
Come air ultimo suo ciascun artista. 

Cotal, qual lo la lascio a maggior bando 
Che quel della mia tuba, che deduce 
L* ardua sua materia terminando, 

Con atto e voce di spedito duce 
Ricominciò: Noi seme usciti fùore 
Del Maggior corpo al Ciel eh* é pura lu'- 



600 IL PARADISO. ÌIH8 

Luce intellettual piena d* amore, 
Amor di vero ben pien di letizia. 
Letizia che trascende ogni dolzore. 

Qui Tederai V una e Y altra Milizia 
Di Paradiso, e r una in quegli aspetà 
Che tu vedrai air ultima Giustizia. 

Come subito lampo che discetti 
Gli spiriti visivi, si che priva 
Dell' atto r occhio di più forti obietti; 

Cosi mi circonfùlse luce viva, 
E lasciommi fasciato di tal velo 
Del suo fulgor , che nulla m' appariva. 

Sempre V Amor, che quieta questo cielo, 
Accoglie in sé con si fìeitta salate, 
Per flBir disposto a sua fiamma il candelo. 

Non far più tosto dentro a me venute 
Queste parole brevi, eh' io compresi 
Me sormontar di sopra a mia virtute; 

E di novella vista mi raccesi, 

Tale, che nulla luce ò tanto mera, 
Che gli occhi miei non si fosser difeitì. 

E vidi Lume in forma di riviera 
Pulvido di fulgori, intra duo rive 
Dipinte di mirabil primavera. 

Di tal fiumana uscian faville vive, 
E d'ogni parte si mettean ne* fiori. 
Quasi rubin che oro ciroonscrlTe. 



87-98 CANTO TRENTESIMO. 001 

l?oi , come inebbriate dagli odori , 
Rlprofondavan sé nel miro Qurge, 
E 8* una entrava, un* altra n' uscia fìiori. 

L.' alto disio che mo t* infiamma ed urge 
D* aver notizia di ciò che tu yéi , 
Tanto mi piace più, quanto più turge. 

Ma di quest* acqua conyien che tu bèi, 
Prima che tanta sete in te si sazi: 
Cosi mi disse il Sol degli occhi miei. 

Anche soggiunse: il Fiume, e li Topazi 
eh* entrano ed escon , e il Rider dell* erbe 
Son di lor vero ombriferi prefiazi: 

Non che da sé sien queste cose acerbe , 
Ma ò difetto dalla parte tua, 
Che non hai viste ancor tanto superbe. 

Non é fanti n che si subito rua 

Col volto verso il latte, se si svegli 
Molto tardato dair usanza sua. 

Come fec* io, per far mi jliori spegli 

Ancor degli occhi, chinandomi air Onda 
Che si deriva, perché vi s* immegli. 

E si come di lei bevve la gronda 
Delle palpebre mie, cosi mi parve 
Di sua lunghezza divenuta tonda. 

Poi come gente stata sotto larve, 

Che pare altro che prima , se si sveste 
La sembianza non sua in che disparve; 



60f IL PABJLDiaO. ^ 

Cosi mi si cambiare in maggior feste 
Li Fiori 6 id Faville, si eh' io viim 
Ambo le^Oorti del Ciel manifeste. 

O isplettdot di IMO, per coi io vn>i 
L* alto triónfo del Regno verace, 
Dammi virtù a dir com* io k> vidi. 

Lume è Lassù , che visibile ftice 
Lo Creatore a quella creatura t 
Che solo in lai vedere ha la Èuh pèct: 

B si distende in clrcnlar figura 
in tanto, che la Bua circonferenza 
Sarebbe al iSol tropi>o larga clnton- 

Passi di raggio tatta sna parvenza 
Reflesso al sommo del Bffobiìe primo, 
Che prende quindi vivere e potenza. 

E come clivo in acqua di suo imo 
Si specchia quasi per vedersi adorno, 
Quanto é nel verde e ne* fioretti opimo: 

Si soprastando ai lume Intorno intomo 
Vidi specchiarsi in più di mille soglie . 
Quanto di noi Lassù fiitto ha ritorno. 

B se r infimo grado in sé raccoglie 
Si grande lume, qùant^é la larghèa» 
Di questa Rosa neir estreme Ibglfef 

La vista mia nell* ampio « bèir altezza 
Non si smarriva, ma tutto prendeva 
Il quanto e il quale di quella allegntza. 



121-148 CANTO TRENTESIMO. 603 

Presso e lontano 11 né pon nd leva, 
Che, dove Dio senza mezzo governa, 
La legge naturai nulla rileva. 

Nel giallo della Rosa sempiterna 
Ohe si dilata , rigrada e redole 
Odor di lode al Sol che sempre verna, 

Qual é colui che tace e dicer vuole, 
Mi trasse Beatrice, e disse: Mira 
Quant' ò il Convento delle bianche Stole ! 

Vedi nostra Città quanto ella girai 
Vedi li nostri scanni si ripieni, 
Che poca gente omai ci si disira. 

In quel gran seggio, a che tu gli occhi tieni , 
Per la Corona che già v* é su posta, 
Pi^ma che tu a queste nozze ceni. 

Sederà V alma, che fla giù agosta, 
Deiralto Arrigo, eh' a drizzare Italia 
Verrà in prima eh* ella sia disposta. 

La cieca cupidigia, che v* ammalia. 
Simili fatti v'ha al fantolino, 
Che muor di fame e caccia via la balia; 

B fla Prefetto nel Poro divino 
Allora tal, che palese e coverto 
T9on anderà con lui per un cammino. 

Ma poco poi sarà da Dio sofiferto 

Nel santo ufficio; eh' el sarà detruso 
Là dove Simon mago è per suo merto 

R farà quel d* Alagna andar più giuso. 



604 IL PARADISa 1'^^ 



CANTO TRENTESIMOPRIMO. 



ARGOMENTO. 

La forma gmrat di Paradiso 

Demi* comprenda eon intaso sguardo : 

8aU BMOriee al —ggio a M preciso. 
Intanto verso lui oisns non tardo 

Della Regina Vergine beata 

A dimostrargli il gaudio San Bsmardo, 
Anima di lei sempre innamorata. 



In forma dunque di candida Rosa 
Mi si mostrava la Milizia santa, 
Che nel suo Sangue Cristo fece sposa. 

Ma r Altra, che volando vede e canta 
La gloria di Colui che la innamora, 
E la bontà, che la fece cotanta, 

Si come schiera d* api che s* infiora 
Una fiata, ed una si ritorna 
Lk dove suo lavoro s' insapora. 

Nel gran fior discendeva, che s* adorna 
Di tante foglie, e quindi risaliva 
LÀ dove il suo Amor sempre soggiorna. 



13-39 CANTO TRENTBSIMOPRIMO. 005 

Le facce tutte avean di fiamma viva , 
B r ale d* oro, e V altro tanto bianco, 
Che nulla neve a quel termine arriva. 

Quando scendean nel Fior , di banco in banco 
Porgevan della pace e dell* ardore, 
eh' egli acquistavan ventilando il fianco. 

Né lo interporsi tra il disopra e il fiore 
Di tanta plenitudine volante 
Impeiiva la vista e lo splendore; 

Che la Luce divina é penetrante 

Per r universo, secondo eh' è degno, 
Si che nulla le puote essere ostante. 

Questo sicuro e gaudioso Regno, 

Frequente in gente antica ed in novella, 
Viso ed amore avea tutto ad un segno. 

O Trina luce, che in Unica stella 

Scintillando a lor vista si gli appaga, 
Guarda quaggiuso alla nostra procella. 

Se i Barbari, venendo da tal plaga. 
Che ciascun giorno d* Elice si copra. 
Rotante col suo figlio, ond* ella ò vaga, 

Veggendo Roma e r ardua sua opra 
Stupefacensi , quando Laterano 
Alle cose mortali andò di sopra; 

lo, che al divino dair umano, 
Ali* eterno dal tempo era venuto, 
E di Fiorenza in popol giusto e sano, 



606 IL PARADISO. 4(>-6B 

Di che stapor dovea esser compiuto ! 
Certo tra esso e 11 gaudio mi focea 
Libito il non udire e starmi muto. 

B quasi peregrin , che si ricrea 

Nel tempio del suo voto riguardando, 
B spera già ridir com* elio stea; 

Si , per la viva luce passeggiando , 
Menava io gli occhi per li gradi. 
Or su , or giù, ed or ricirculando. 

Vedeva visi a carità suadi, 

D* altrui lume ft'egiati e del suo riso, 
Ed atti ornati di tutte onestadi.' 

La forma general di Paradiso 

Già tutta lo mio sguardo avea compresa , 
In nulla parte ancor fermato fiso; 

B volgeami con voglia riaccesa 

Per dimandar la mia Donna di cose , 
Di che la mente mia era sospesa. 

Uno intendeva, ed altro mi rispose: 
Credea veder Beatrice , e vidi un Sene 
Vestito con le genti gloriose. 

Diffuso era per gli occhi e per le gene 
Di benigna letizia, in atto pio, 
Quale a tenero padre si conviene. 

Bd: Ella ov*é t di subito diss' io. 
Ond'egli: A terminar lo tuo disiro 
^osse Beatrice me del luogo mio; 



^1^99 OANTO TRENTESmOpRIMO. 007 

BS se riguardi su nel terzo giro 
Dal sommo grado, tu la rivedrai 
Nel trono cl^e 1 suoi merti le sortirò. 

Senza risponder gU occhi su levai» 
E vidi lei qbe si facea corona 
Riflettendo 4a 9é gli eterni ral- 

Da quella region , che pili su tuoni^ , 
Occhio mortale alcun tanto non distft, 
Qualunque in mare più giù s* abt>andonas 

Quanto li 4a Beatrice la mia vista; 
Ma nulla m.i facea, che sua e£9ge 
Non discendeva a me per mezzo mist(^. 

O Donna, in cui la mia speranza vige, 
E che soffristi per la mia salute 
In Inferno lasciar le tue vestige; 

Di tante cose, quante i* ho vedute, 
Dal tuo potere e dalla tua bontate 
Riconosco la grazia e la virtute. 

Tu m'hai di servo tratto a libertate 
Per tutte quelle vie , per tutt* i modi 
Che di ciò fare avean la potesti^te. 

La tua magnificenza in me custodi, 
Si che r anima mìa, che fatta hai sana, 
Piacente a te dal corpo si disno4i« 

Ck>sl orai ; e quella si lontana. 

Come parea , sorrise , e riguardomnU; 
Poi si torn^ air eterna Fontana. 



008 IL PARADISO. 94-Ma 

B il santo Sene: Acciò che tu assommi 
Perfettamente, disse, il tuo cammino» 
A che prego ed amor santo mandommi , 

Vola con gli occhi per questo Giardino; 
Che veder lui t' accenderà lo sguardo 
Più a montar per lo raggio divino. . 

E la Regina del cielo, ond' io ardo 
Tutto d' amor, ne farà ogni grazia, 
Però eh* io sono il suo fedel ^rnardo. 

Quale è colui, che forse di CJroazia 
Viene a veder la Veronica nostra. 
Che per V antica fama non si sazia. 

Ma dice nel pensier , fin che si mostra: 
Signor mio Gesù Cristo , Dio verace. 
Or fa si fatta la sembianza vostra f 

Tale era io mirando la vivace 

Carità di Colui, che in questo mondo. 
Contemplando, gustò di quella pace. 

Pigliuol di grazia , questo esser giocondo. 
Cominciò egli, non ti sarà noto 
Tenendo gli occhi pur quaggiuso al fondo; 

Ma guarda 1 cerchi fino al più remoto. 
Tanto che veggi seder la Regina, 
Cui questo Regno ò suddito e devoto. 

Io levai gli occhi ; e come da mattina 
La parte orientai dell* orizzonte 
Soverchia quella dove 11 Sol declina; 



^121-142 CANTO TRENTESIMOPRIMO. 600 

Cosi, quasi di valle andando a monte 

Oon gli occhi, vidi parte nello stremo 
. Vincer di lume tutta r altra fronte. 
B come quivi, ove s' aspetta il temo 

Che mal guidò Fetonte, più s'infiamma 
E quinci e quindi il lume si fa scemo; 
Cosi quella pacifica Oriflamma 

Nel mezzo s» avvivava, e d* ogni parte 
Per igual modo allentava la fiamma. 
E a quel mezzo con le penne sparte 
Vidi più di mille Angeli festanti, 
Ciascun distinto e di folgore e d' arte. 
Vidi quivi a* lor giuochi ed a' lor canti 
Ridere una Bellezza, che letizia 
Era negli occhi a tutti gli altri Santi. 
HJ 8» io avessi in dir tanta divizia, 
Quanta ad immaginar, non ardirei 
Lo minimo tentar di sua delizia. 
Bernardo, come vide gli occhi miei 
Nel caldo suo Calor fissi ed attenti, 
Gli suoi con tanto affetto volse a lei. 
Che i miei di rimirar fé' più ardenti. 



39 



010 IL PARADISO. 1'^ 



» 



CANTO TRENTESIMOSECONDO. 



ARQOMBNTO. 

Qui ifdi il Fior, db« U sommo Frtttto dimi; 
Onde ^-aper** U <Xélo a noi mortmti , 
Op9 V alma di qua 9cioìta oon riodo. 

VieùM mi p«0o Xior. diopioffa V ali 

JJ JMffiol eh» nunttio fu di tonta pooof 
E lódan mOlo Spiriti -iminortaU 

L* alta Meina del B0gt%o ooraee. 



Affetto al SUO Piacer quel Contemplante, 
Libero ufficio di Dottore assunse, 
E cominciò queste parole sante; 

La piaga, che Maria richiuse ed nnse. 
Quella eh* è tanto bella da* suoi piedi, 
È Colei che 1* aperse e che la punse. • 

Neir ordine che fanno 1 t^rtì sedi, 
Siede RachéX di sotto da costei. 
Con Beatrice, si come tu vedi. 

Sara, Rebecca, ludit, e Colei 

Che fli bisava al Cantor, oho per dbglia 
Del fallo disse Misereté mei. 



13-39 CANTO TRENTESIMOSECONDO. 611 

Puoi tu veder cosi di soglia in soglia 

Giù digradar, com* io, eh* a proprio nome 
Vo per la Rosa giù di foglia in foglia. 

E dal settimo grado in giù , si come 
Insino ad esso, succedono Ebree, 
Dirimendo del Fior tutte le chiome; 

Perchè, secondo lo sguardo che fee 

La Fede in Cristo, queste sono il muro, 
A che si parton le sacre scalee. 

Da questa parte, onde il Fiore è maturo 
Di tutte le sue foglie , sono assisi 
Quei che credettero in Cristo venturo. 

Dall'altra parte, onde sono intercisi 
Di vuoti i semicircoli, si stanno 
Quei eh' a Cristo venuto ebber li visi. 

E come quinci il glorioso scanno 

Della Donna del Cielo, e gli altri scanni 
Di sotto lui cotanta cerna fanno; 

Cosi di centra quel del gran Giovanni , 
Che sempre santo il diserto e il martiro 
Sofferse, e poi l' Inferno da due anni: 

E sotto lui così cerner sortirò 
Francesco, Benedetto e Agostino, 
E gli altri sin quaggiù di giro in giro. 

Or mira l' alto Provveder divino; 

Che r uno e l' altro Aspetto della Fede 
Egualmente empierà questo Giardino. 



#19 fi. PARASISa* . . 10^ 

B sappi che Ù9à grado in giù, cl)»flaie 
A mezzo *l tratto le due 4iaereclQntk '' 
Per DuUo proprio Joerìia 8i sledo i * 

Ma per V altrui con certe coodiaioai^ ,. 
Che tutti questi sono spirti assolti 
Prinia. eh' avesaer vere elezioni* 

Ben te ne puoi accorger per li volti « . 
Ed anche per le voci puerili. 
Se tu gli guardi bene e sogùaacoltì.. 

Or dubbi tu, e dubitandoci» 
Ma io ti solverò *1 forte legaokOi 
In che ti stringop U piQMior sottile : . 

Dentro all^ ampieKa di questo Ro^m^ . 
.. Casual punto non puote -aver sii», 
Se non <;ome Uristizia, o o^t o Cama: 

Chò per eterna ìegg^ òistabi^ito 

Quantunque vedi y si cM«l«3tamfn46 - 
Ci si risooade 4air «p^olb» fO. diAo^ 

B p^rò questa Cestinata 09n^ 
A vara vit&j non é fine cokua 
Intra sé qui fK^ e^n^no ecoaUe^tt-: 

LoRege, per noi guasto jfttgno. p wa .' 
m tanto amore, e in tao to jdiliMjrcn 
Che nulla volont^A ^4i^6 a\iMki • . 

I<e menti tu^^ inspo U^tp aosfifiè^ 
creando^F'^ spoj^i^er. di :gra«ia. clou 
Diversamente; e qui basti V eflètto. 



07-08 CANTO TllHK^EESIMOBECONDO. «19 

E ci6'é(^«'tìB«6 e cfiiaro visi nòta 

Netta^SCi'itttti'a Santa in que* Gemèlli, 
Che Ofelia iiiadf»6 «bber r ira commota. 

Però, sekJdndo il àoìòt ée* capelli 
Di coiai Grazia, r alttissimo Lume 
Degnaniétite éónVien che s* incappai li. 

Dunque 5 ^'ètiza'mèl'cè ài lor costumò', 
Locati son'i)ef gradi ditìebenti, ' ' 
Sòi^aaférrèfnrfò nfel pf fmiterò acume. 

Bastava si ne' secoli i'é'centi ' 

Con V iiÈttècénza , per siirèt salutò , 
SolaàteA-te la feiJe: de* pai'ènti. ' ' 

Poiché lè'^pHftreetafli hi!* cowìpinte, - " 
Conveftiie à'^nàfa's^lii lair Innocenti i^énne, 
PéPm.h60n<òÌé^te, stc^Mì^^ tir tute. 

Ma, poiché ir«étìi|<dTÌeim0fazia renne, 
se*8ft^Bftttò9tìio t>erfett6 di Cristo, ' 
Tale iStìdcétìafa lag^ia tsì ritenne. 

Riguarda ornai ftém- Faccia che a Cristo • 
Più s' assowi%iia; che la tìua chiarezza 
Solatt?»tt* dispofl^ft veder Cristo. 

Io vidi «mwuerfiaAta «allegrézza . 
Piover^ )pdt-«atat»feìliè memi sante ' ' 
Create w«^ttstofe^plèi*^tlelU aiteafza, - 

Che quantató^ijtÉtflo^tfvèavistòdavànté, '^ '«^ 
Di'ttóttf àitt'fiairtizioh' tiòù ihf so^ipesé ;» ^' 
Né iitì^tòÒaN;i^m'^ife^'tatìto'fiètÉ(WaWi''^ 



C14 IL PARADISO. 94-120 

E queir Amor che primo li discese, 
Cantando Ave, Maria, gratta piena. 
Dinanzi a lei le sue ali distese. 

Rispose alla divina cantilena 
Da tutte parti la beata Corte, 
Si che ogni vista sen fé* più serena. 

O santo Padre , che per me comporte 

L' esser quaggiù, lasciando il dolce loco. 
Nel qual tu siedi per eterna sorte, 

Qual è queir Angel, che con tanto giuoco 
Guarda negli occhi la nostra Regina, 
Innamorato si che par di fuoco ? 

Cosi ricorsi ancora alla dottrina 
Di colui, eh' abbelliva di Maria, 
Come del Sol la stella mattutina. 

Ed egli a me: Baldezza e leggiadria. 

Quanta esser puote in Angelo ed in Alma. 
Tutta è in lui, e si volem che sia, 

Perch* egli è quegli che portò la palma 
Giuso a Maria, quando il Figliuol di Dio 
Carcar si volse della nostra salma. 

Ma vieni omai con gli occhi, si com' io 
Andrò parlandole nota i gran Patrici 
Di questo Imperio giustissimo e pio. 

Quei duo che seggon lassù più felici. 
Per esser propinquissimi ad Augusta, 
Son d' està Rosa quasi due radici. 



lèl-147 OANTO TRENTBBIM08EC0ND0. 615 

C6lfii che da sinistra le s* aggiusta , 
fi il Padre, per lo cui ai^dlto gusto 
L* umana specie tanto amaro gusta. 

Dal destro vedi quel Padre yetusto 

Di santa Chiesa, a cui Cristo le ChiaTl 
Baccomandò di questo Fior venusto. 

E Quei che vide tntt* 1 tempi gravi. 
Pria che morisse, della bella Sposa 
Che s* acquistò con la lancia e co* davi, 

Siede lUBgh* esso ; e lungo r altro posa 
Quel Duca, sotto cui visse di manna 
La gente ingrata, mobile e ritrosa. 

Di contro a Pietro vedi sedere Anna, 
Tanto contenta di mirar sua Figlia, 
Che non muove occhio, per cantare Osanna. 

B contro al maggior Padre di famiglia 
Siede Lucia, che mosse la tua Donna, 
Quando chinavi a minar le ciglia. 

Ma perche il tempo f^gge che t' assonna. 
Qui farem punto , come buon sartore 
Che, com* egli ha del panno, fa la gonna; 

E drizzeremo gli occhi al primo Amore, 
Si che, guardando verso lui, penetri, 
Quant*é POSSIMI, per lo suo fulgore. 

Veramente, né forse tu f arretri, 

Movendo V ale tue , credendo oltrarti , 
Orando grazia cohvien che s' impetri; 



•16 a. PA&ADisa 148-13 

Grazia da Quella cfaè puote aiutarti: 

SI che dal dicer mio lo cuor non parti. 
B oominciò questa santa Orazione. 



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CANTO TRENTESIMOTERZO. 



ARGOMENTO. 



£a 9i9ta del Poeta è ornai tineera 
BH, che più olire fa tompro vtatfgi» 
KM' alta Luo0, ekt da ah é 90ra. 

Ma ben »' avvede, che intelletto faggio 
Fette non trova d' umane favelle , 
Onde ridir di qual rieplenda raggio 

V Amor , che muove il Sole e V olire etelle. 



Vergine madre, fijE^a del tuo Figlio, 
Umile ed alta più che creatura» 
Termine fisso d* eterno Consiglio, 

Tu se* Ck>lei che V umana natura 
Nobilitasti si, che il suo Fattore 
Non disdegnò di farsi sua iattura. 

Nel Ventre tuo si raccese 1* Amore, 
Per lo cui caldo iieir etema Pace 
Cosi é germinato questo Fiore. 

Qui se' a noi meridiana face 

Di caritade, e gluso, intra i mortali. 
Sei di speranza fontana TiTaoe. 



618 IL PABABISO. 19-89 

Donna, 86* tantogrande, 6 tanto Tali» - . 
Che qual TUOI grazia, e a te nonrlcerre, 

Sua disianza tuoI volar senz* ali. 

La tua benigniti non por soeooFr» 
A chi dimanda , ma molte fiate . 
Liberamente al dimandar preoorre. ' 

In te misericordia i In tepietata. 
In te magnificenza, in te s* aduna 
Quantunque in creatura ò di bontate. 

Or questi, che dair infima lacuna- 
Dell* Universo insin qui ha vedute 
Le vite spiritali ad una ad una. 

Supplica a te per grazia di virtute^ > 
Tanto che possa con gli occhi levarsi 
Pia alto verso 1* ultima Salute. 

Ed io , che mai per mio Veder non ani ' 
Più eh* io fo per lo suo, tutti i miei piiegiii 
Ti porgo, e prego che non sieno scan^ 

Perché tu ogni nube gli disleghi < 
Di sua mortalità oo*prieglìituoi. 
Si che il sommo Piacer gli si dispieglii. 

Ancor ti prego , Regina, «he puoi 
Ciò che tu vuoi, che tu conservi sani , 
Dopo tanto veder, gli affetti suoi. 

Vinca tua guardia i movimenti umani: 
Vedi Beatrice con quanti Beati 
"^er li miei prieghi ti chiudon le mani. 



40-66 CANTO TRENTBSIMOTERZO. 61» 

Gli occhi da Dio diletti e venerati , 
Fissi neir Orator, ne dimostraro 
Quanto i devoti prieghi le son grati. 

Indi air eterno Lume si drizzare, 

Nel qual non si de' creder che s* inviì 
Per creatura V occhio tanto chiaro. 

Ed io eh' al fine di tutti i disii 

M' appropinquava, sì com' io doveva, 
L' arder del desiderio in me finii. 

Bernardo m' accennava , e sorrideva, 
Perch' io guardassi in suso; ma io era 
Già per me stesso tal qual ei voleva. 

Che la mia vista, venendo sincera , 
E più e più entrava per lo raggio 
Deir alta Luce, che da sé è vera. 

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio 
Che il parlar nostro, eh' a tal vista cede, 
E cede la memoria a tanto oltraggio. 

Qual è colui che somniando vede, 
E dopo il sogno la passione impressa 
Rimane, e Y altro alla mente non riede; 

Cotal son io, che quasi tutta cessa 
Mia Visione, ed ancor mi distilla 
Nel cuor lo dolce che nacque da essa. 

Cosi la neve al Sol si disigilla. 
Cosi al vento nelle foglie lievi 
Si perdea la sentenza di Sibilla. 



MB IL waum90. 67-98 

Oacmunaliiioet che tanto ti levi ^ .-i e. 
Da* concetti xnort&liyaBa miai ssmtv' :> 
Rlpresta niì poco dìqBelQli^^aftftrtTiO 

B là la lingua mia taolo.posamite^ '^ ■ - <; ' - 
Ch* una fayiUa 8(4 dcdto tna^Olortft. i r/ 
Possa lasciare alia-AttliiHU ^mte; <'^i ^i 

€3iò, per tornaice al((fiaaitcraasitojiieMtBd{i,' 
E per aonare 'ampoo^lsiiuevttteraiii > 
Più si coQfieper^ ^ tiDaà{fiUoHa^<..'r ?. 

Io creéoi per V. acniaft 6lL*'io. mttkH'v : • •" i - 
Del VITO rag^,ieliMo«àMi8mlttrÌl«7 
Se gli oedifimìfr Sa hàPfótBe^^ik^f^A 

B mi ricordar^bHcrfbiipift ardito i -• ' ^ ''•- 
Per qaestoia soètener, tasto^dUUd gtìtrkì 
L* aspetto tnie'CDiiVidcfrelttfiìiil&i.^ -'' ' 

o aboadiuite erttcia vosdr ìià^iit^uttt^ ' ' 
Piccarlo viso per iotCMb^^etéi^nfl, ^" "^ 
Tant» eiw la Tetbtta* vrxxtasttH A \ ' '-'^ 

Nel suo profondo Tidi che «^ iwtenw, « - ' 

Legato con aaiDis: in uh' V^ilum»,' ' '' 
Ciò che peri' « uivegm si sqtiail«M«$ ^^ 

Sostanza ed aeeidexrtevo'ftir'C06tifiiM^ • • 
Tutti conflati hBieanetperrtm (nMQo; ' • 
Che ciò eh* io diia> é.un'tettiiillise^ltattdi' 

La forma unìYerEal'drquestaaadò 

Credo eh* io ▼tdi^ penxlBè pid^* Jaifo-^ = 
"endo qaesfeo^ ini aento/oh' ioi^Bdo. 



". ' 



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et->i90 CANTO lumasmioiTERzo, MI 
Un punto solaaiiìéatai^^» l©tiu«itfif^ff^05j ^^ 

Cosi la meB«éattlK:«iOti!li»6ft|Xé6à '-' '' >' ^^ '^ 
E^sempxtoifliQ^liauit'iilr'ftloeMliadoèsfti ■ ^ 

PerocchéiàldEf&K, nlinó d0ti)iMlét>dobiéltoi'' '^ 
T^lt^^Vftea^Medn' iei , ^èi^ot ói quella 
J^'^l^ùf^^eiòtchis éiiiifMrfeitto; i - '-" 

Ornai sarà Riil^ccarttuapQtóiftusrWtefV'i^' -v =:n .ì 

che bjigpii ^no^r lA Jilkgua alla m^mikèlla. 

Non periM-pil^iCdif uai«Qmp)ieé Mmbian^ *^ 
Fosse, sf^li yidre imaà ak*] io^mivà^ V ' 
Che tal j^##)«iiP«e(quala era 4»nAntè>;. • 

In me , giifindiandoff lina soia tparrdnsli," 
Mu(aD49li^'{ip^ aniflsiitDav!agliaTa: 
Nella pe9fì>odft>e lEhlatAjBuflsistensa * 
DeU*(alt«tiiam9 fiairveaDintre (M>Yi 
QÌJ^CoiarJL!« 4*(nna Coobtenegrza; 

E r un dalUiaUroVoomfi Iri-da Iri<,' - 
Pasea xeflesa»!, e* il terzo parea fiioeo 
Cheqiqnci aquindi egualmente si spi- 



628 IL PARADISO. 121-145 

Oh quanto è corto il dire, e come fioco 

Al mio concetto! e questo , a quel eh* io vidi, 
É tanto , che non basta a dicer poco. 

O Luce eterna, che sola in te sidi, 
Sola t* intendi , e da te intelletta 
E intendente, te ami ed arridi l 

Quella Circulazion , che si concetta 
Pareva in Te , come lume reflesso , 
Dagli occhi miei alquanto circonspetta, 

Dentro da sé, del suo colore stesso. 
Mi parve pinta della nostra Effige, 
Perchè il mio viso in Lei tutto era messo. 

Qual ò il Geometra che tutto s* afflge 
Per misurar lo cerchio, e non ritrova. 
Pensando, quel principio , ond* egli indìge: 

Tale era io a quella vista nuova: 
Veder voleva come si convenne 
L' Imago al Cerchio, e come vi sMndova; 

Ma non eran da ciò la proprie penne; 
Se non che la mia mente fu percossa 
Da un Fulgore, in che sua voglia venne. 

Air alta fìintasìa qui mancò possa: 

Ma già volgeva il mio disiro e 11 velie, 
Si come ruota eh* egualmente è mossa, 

L* Amor che muove il Sole e r altre stelle. 

PINE DEL VOLUME. 



INDICE. 



DEDICATORIA Pag. T 

Prefazione. vu 

DISCORSO sopra alcune nuove Varianti 
introdotte nel Testo della Divina 

Commedia xxm 

LA DIVINA COMMEDIA. 

Cantica I. — L* INFERNO. 1 

» n.— IL PURaATORIO '«11 

» in. — IL PARADISO 41» 



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